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 LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

 di Giovanni Delfino 

delfino.giovanni@virgilio.it

 

Olivero

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Una poesia inedita di Nino Costa rintracciata tra le carte di Luigi Olivero 

Una poesia inedita (?) di Nino Costa

di Giovanni Delfino

 

Nino (Giovanni) Costa (Torino 1886 – 1945) è sicuramente il più noto tra i poeti piemontesi del secolo scorso. Presento qui una sua poesia datata 19 12 1920 con tutta probabilità inedita.

Nel 1920 Costa compone  poesie che pubblica sul settimanale torinese Birichin sotto lo pseudonimo di Na Mamina. Una mammina. Finge cioè di essere una fanciulla in dolce attesa e ne racconta vicissitudini e sentimenti. Tra l’altro alla poveretta ne fa capitare di tutti i colori. Lo stratagemma cade quando il direttore del settimanale, Paggio Fernando (Fernando Viale), chiede di conoscere la sventurata. Costa si presenta e al povero direttore quasi manca il fiato. Scoperto il trucco, Costa riunisce le poesie nella raccolta Mamina che viene pubblicata nel 1924 dall’Editore Lattes di Torino. È questa la prima raccolta di poesie del poeta cui seguiranno Sal e peiver Sacerdote Torino 1924, Brassabosch Casanova Torino 1928, Fruda madura SELP Torino 1931, Roba nostra Boccardo Torino 1938, Tempesta Aurora Torino 1946.

Mamina non contiene tutte le poesie pubblicate su ‘L Birichin con tale pseudonimo. In una accurata ricerca l’Editore torinese Andrea Viglongo con la moglie Giovanna Spagarino ne rintracceranno molte altre che verranno pubblicate nella raccolta Tornand del 1977. Nel 1987 la figlia dell’Editore Viglongo, Franca, pubblica Per conoscere Nino Costa che contiene l’indice dei titoli e dei capoversi di tutte le sue poesie. Così recita il titolo. Di inediti, dal 1987, ne spunteranno altri. Inoltre la raccolta de ‘L Birichin che venne utilizzata, di provenienza Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, era in parte lacunosa causa l’alluvione che ne sconvolse la città.

In ogni caso la poesia in questione non compare nell’indice dei capoversi e la sua provenienza è tale da giustificarne l’inedito (sempre con una certa cautela).

Il manoscritto di Costa appartiene alla ricchissima collezione di carte di Tito Gantesi, al secolo Chiaffredo Tommaso Agostinetti (8 agosto 1857 -  8 marzo 1938). Fu notissimo bibliofilo e ricercatore. Scoprì importanti inediti e collaborò con il suo aiuto alle opere di molti letterati piemontesi. Il poeta Luigi Armando Olivero lo conosce quando questi è ormai avanti con gli anni e si è trasferito proprio nella natia Villastellone di Olivero. I due fraternizzano e Agostinetti promette ad Olivero di lasciargli le sue carte in eredità. Poco tempo dopo muore improvvisamente mentre Olivero è a Parigi. La vedova, senza perder tempo, aliena la quasi totalità delle carte del marito. Ad Olivero riserva una piccola parte di queste.

Recentemente ho incontrato un collezionista di Margarita di Cuneo, il Sig. Silvio Bonino che, alla morte di Olivero, dagli eredi, ha acquistato la gran parte delle carte e dei libri che si trovavano nell’abitazione che Olivero possedeva sulla collina del Montserrat, in quel di Borgo San Dalmazzo CN, dove trascorreva parte delle vacanze estive.

Proprio nel fondo che Olivero ha ricevuto dalla vedova Agostinetti, la poesia manoscritta da Costa, senza titolo, e firmata Na Mamina (Nino Costa), datata 19 12 1920, é stata ritrovata dal Sig. Silvio Bonino che, gentilmente, ne ha concesso la pubblicazione.

Questa la storia di questo scritto giovanile di Costa che rivede la luce dopo quasi un secolo. È incentrato sul  grande poeta, scrittore, politico piemontese Angelo Brofferio (Castelnuovo Calcea AT 6 dicembre 1802 – Locarno 25 maggio 1866) immaginando un ipotetico incontro con la fanciulla impersonata dal Costa.

Alla poesia, che non ha indicato un titolo, unisco una mia traduzione letterale che, ovviamente, non ha alcun intento letterario o poetico, ma solo quello di mettere chiunque in grado di comprenderla. 

No, no, dabôn iv cônto pa dë storie                     

l’è nen për facessié, parlo ‘n s’ël serio:                 

stamatin sôt la leja dle memorie                           

sôn ambatume ‘nt l’avôcat Brofferio.                   

 

I l’ài fërmalo s-ciet - « Bondisserea (1)                 

sôr Avôcat… chiel da ste part?!… Com’ela?»      

« I rivo adess da Castelneuv Calcea (2)                 

për n’ôcasiôn ch’a l’è ‘n pecà sgairela…             

 

A j’è dôì cavajér ch’ai fan la festa…»                   

«Aì fan la festa?!.. Diao… dislo dabôn?»              

«Ma no, capiòmsse, ai taio pà la testa                    

l’è quaich amis, sa bin – ch’ai da ‘l bôcôn»           

 

«Ah! L’è ‘n disné… ma chiel, mônsù Brofferio     

ch’a l’à sempre pià ‘n gir tuti ij bindei                   

adess… a va…» ‘L pôeta am guarda serio            

e peui am fa «Masnà, rasôna mei…                       

 

quand che ‘l Prinsi o lo Stat o ‘l mônd a ônora   

i g ianfôtre, le birbe  o ij foi fôtù,                           

la man dla Pôesia a s’aôssa ‘nlôra                        

contra le faôsse glorie e ai campa giù.                   

 

Ma s’it bëstëmie ‘n piassa it preghe al dom (3)     

ti tl’as capime e i veui nen dite ‘d pi,                      

la vôs quand ch’a l’è daita a ‘n galantom               

viva la vôs! I sôn côntent d’co mi…                         

 

e peui sti sì sôn gent dla mia famia                         

gent dël me sang: la Musa dël Piemônt                  

la nostra bela e frësca pôesia                                 

quand ch’a l’à vestie a l’a basaje ‘n frônt               

 

un a l’à daje ‘l tôn e l’armonia                              

a le canssôn dla rassa biceriña (4)                         

l’aôtr l’à trôvà ‘l filôn dla pôesia                           

scôtand parlé sôa cita: Cateriña.                           

 

A l’è për lon, perché ch’a sôn me fieui                   

ch’i vad d’co mi al S. Giors për feje ônôr (5)        

Sicur! Ij lo dirai fora d’ij feuj                                 

Papà Brofferio l’è côntent për lôr!»                         

19 12 1920 Na Mamina (Nino Costa)

 

No, no, per davvero non vi conto storie / non è per scherzare, parlo sul serio: / stamane, sotto il viale delle memorie / mi sono imbattuta nell’avvocato Brofferio. //

L’ho fermato schietto - «Buongiorno (1) / signor Avvocato… lei da queste parti?! Com’è?» / «Arrivo or ora da Castenuovo Calcea   (2) / per  un’occasione che è un  peccato sprecare… //

Ci sono due cavalieri cui  fan la festa…» / Gli fan la festa?!.. Diavolo… dite sul serio?» / «Ma no, capiamoci, non gli tagliano la testa / è qualche amico, sa, che gli offre da mangiare»

«Ah! È un pranzo… ma lei, signor Brofferio  / che ha sempre preso in giro tutte le onoreficenze / adesso… va….» Il poeta mi guarda serio / e poi mi fa « Bimba, ragiona meglio….. //

quando il Principe o lo Stato o il mondo onora / i babbei,  i furfantelli  o gli sciocchi / la mano della Poesia s’alza allora / contro le false glorie e le butta giù. //

Ma se  bestemmi in piazza e preghi al duomo (3) / mi hai capito e non  voglio dirti di più, / la parola quando è data ad un galantuomo / viva la parola! Son contento anch’io… // 

e poi queste sono persone della mia famiglia / persone del mio sangue : la Musa del Piemonte / la nostra bella e fresca poesia / quando le ha vestite le ha baciate in fronte //

l’uno  ha dato il tono e l’armonia / alle canzoni dei Torinesi (4) / l’altro ha trovato il filone della poesia / ascoltando parlare la sua piccola: Caterina. //

È per questo, perché sono miei figliuoli / che vado anch’io al S. Giors per fargli onore  (5) / Sicuro! E lo dirò sopra le righe. / Papà Brofferio è felice per loro!»   

(1) Saluto tipico tra persone di pari estrazione sociale. 

(2) Castelnuovo Calcea, in provincia di Asti, paese natale di Angelo Brofferio. 

(3) Il verso sta ad indicare ipocrisia. 

(4) Rassa biceriña soprannome dei Torinesi. Da Bicerin (bicchierino) bevanda tipica servita ancora ai nostri giorni nei bar  di Torino a base di latte, cioccolata e caffè. 

(5) San Giors noto ristorante, ritrovo degli artisti torinesi, sito nel quartiere di Porta Palazzo, da poco, purtroppo, trasformato in locale cosiddetto etnico.  

  

 Nino CostaTommaso Agostinetti

                 Il poeta Nino Costa                                                                Tommaso Agostinetti visto              

                                                                                                  dal caricaturista “Carlin” da             

                                                                                                  Armanach Piemontèis 1941   

 

Poesia inedita Nino Costa   

Manoscritto autografo della poesia di Nino Costa appartenente alla collezione

del Sig. Silvio Bonino di Margarita (CN)         

 

Lettere ad Olivero

 

         Trascrivo alcune lettere autografe indirizzate da Pinin Pacòt, da Nino Costa e da Camillo Brero a Luigi Olivero. Trascrizione il più fedele possibile compatibilmente con alcune difficoltà di lettura dovute e alla calligrafia e al logorio prodotto dal tempo trascorso.

Le lettere appartengono tutte al Fondo Olivero presso l'AssOlivero di Villastellone che ringrazio per l'autorizzazione a pubblicarle. 

 

Pinin Pacòt (Giuseppe Pacotto)  

 

Turin, ël 29 d' lugn dël 1930

Mè car Amis,

s'im falisso nen is dasìo già dël ti cola seira famosa dla sina e dla sumia... e dle discussion, prima sorgis di fument e dle caudane ch'a l'han fait giré i bicochin e nasse le malinteise. Ma mi  i chërdo ch'a sia mey parèj. A fa dë bsògn e a l'é rasonà che i giovo as buto ansema ai giovo, e i vej a stago ansema ai vej. Tuti i pregiudissi e tuti i balin che j'agn a l'han ambaronàje ant la testa a l'han gnente da fé ansema a jë slans e i seugn dla gioventura, 'd già ch'a son contrari i ringret e le speranse, la mòrt e la vita. Tanti salut, cerea, rispet, considerassion, omagi e... basta; ma nen amicissia, nen fradlansa, nen j'istessi seugn, la stessa volontà, la religion midema. Për noi, giovo, ël Piemont. sò linguagi, soe tradission, soa blëssa, sò cheur, a formo na religion ch'a l'ha për chila l'avnì. Per lor fé d' poesia l'é nen aut che scrive d' vers e comaré a café. Dròlo, ma i giovo a son pi serio di vej. Pi serio perchè për lor la poesia e l'ideal piemontèis a son pa mach un gieugh, ma n'aspirassion, na fede (na faj, coma a disìo i vej ant ël '300), un ideal ch'a l'ha an chiel la sodisfassion ëd tanti bsògn spirituai e materiai, la solussion ëd tanti problema. Noi i guardoma a la piemontèisa. Lor a guardo a sò piasì e a soe meschinarìe; e la diferensa a l'é costa, che tut sò ciapoté a finis an gnente e a  meuir an lor; mentre anvece nòstra passion pudrà d'esse ch'a frutissa na neuva forma d' vita, che piantand le reis giù ancreus ant la tera, ant nòstra Tera piemontèisa a së slansa coma na rol a tuti i vent e sota tuti i soi ëd la modernità la pi geniala e la pi nervosa, la pi desiderosa d' conquiste, d' dominassion e d' folìe. 

Sai pà se lòn ch'it dijo a sia d' cò tò pensé. Ma costì a l'é 'l mè. T' vëdde che 'l pensé d' Mistral a j'intra për quaicòsa. Ël seugn dla latinità antera, ch'a pija vita da tute le unità regionai ch'a la fecondo con soa saiva sceta e robusta ch'a nass da le profondità dël temp, da le prime fusion dël sangh latin con ël sangh celta.

Latin:  fòrsa, potensa, conquista 

                                                          Piemont

Celta: seugn, fantasìa, poesia.

E ades vnoma a toa litra, ch'it risponda diretament. 

Për ansa, a l'era mach stait na scrùpol, nà da na prima impression... d'orija; ma pensandje bin an sima më smija ch'it l'abie rason... për le rason ch'it l'has dime.

L'antologia a l'é ancora un tantin an aria ma as deciderà prest. ° Le disposision ch'it l'has dame, s'as farà, a saran rispetà. Mach la grafìa a sarà cambià, për avèi un'unità d'aparensa e ant l'istess temp për fé n'afermassion d' prinsipi.

A propòsit, a të smijo nen ch'a sarìa bel, butandse tuti ansema, a fé arvive eva, così piemonteis, abandonand acqua, ò mej aqua, così toscan?

Alfredino a l’ha-co dite quai còsa dl’intension ch’a j’é an aria d’ fé arnass I Brandé, fait da noi giovo, mach da noi giovo. A të smija bona l’idea? J chërdo che’l moment a sia bon. Perché ch’a j’é na vera fioritura d’ poesìa giovo, un fòrt arnasse  pa mach dla literatura, ma dl’anma piemonteisa.

I l’hai trovà n’apassionà (29 agn) d’ nòst folclòr, ch’a l’ha cujì e ch’a l’ha contà ant na manera delissiosa le stòrie, le faule, le legende d’soa region alessandrina, ant un bel piemonteis pien ëd saiva e pien ëd calor. Aj publicrà prest e a sarà na bela còsa.

Alfredino a më scriv ch’a l’ha decidù un sò amis a scrive an piemonteis: n’autr prosator!

Mi l’hai decidù Rovere; Tòta Rocco a scriv ëd poesiòle ch’a son delissiose; Signorini a l’ha d’ bona intension (a l’halo fait quaicòsa a Vilastlon?). E peui t’jë ses ti, j’é Alfredino, j’é Brero, j’é Galina, j’é Motura, modestament d’cò mi, e chissà vaire d’autri ch’i troveroma, amis e scritor piemonteis. Coma ch’it vëdde, mal contà, na desena già. E peui j’é ancora Còsta di nòstri, e Còsta…a conta! Coma ch’it vëdde tante idee, tanti seugn, e quaicòsa d’ positiv. Tante bele còse e arvëdsse prest. Ëd cheur 

Torino, 29 luglio 1930 

Mio caro Amico, 

se non mi sbaglio ci davamo già del tu quella sera famosa della cena e della sbornia... e delle discussioni, prima sorgente di arrossamenti e eccitazioni che hanno fatto girare le teste e nascere i malintesi. Ma credo che sia meglio così. Bisogna ed è ragionevole che i giovani si mettano insieme ai giovani, e i vecchi stiano insieme ai vecchi. Tutti i pregiudizi e i pallini che gli anni hanno loro ammucchiato in testa non hanno nulla da fare insieme agli slanci e ai sogni della gioventù, già che sono contrari i rammarichi e le speranze, la morte e la vita. Tanti saluti, buongiorno, rispetto, considerazione, omaggio e... basta; ma non amicizia, non fratellanza, non gli stessi sogni, la stessa volontà, la religione medesima. Per noi, giovani, il Piemonte, il suo linguaggio. le sue tradizioni, la sua bellezza, il suo cuore, formano una religione che per lei ha l'avvenire. Per loro fare poesia non è altro che scrivere dei versi e comareggiare al caffè. Strano, ma i giovani sono più seri dei vecchi. Più seri perché per loro la poesia e l'ideale piemontese non sono solo un gioco, ma un'aspirazione, una fede (un’incantatrice, come dicevano i vecchi nell’ottocento), un ideale che ha in se stesso la soddisfazione di tanti bisogni spirituali e materiali, la soluzione di tanti problemi. Noi guardiamo alla vita in tutto il suo insieme, e tutto guardiamo alla piemontese. Loro guardano a piacer loro e alle loro meschinerie. E la differenza è questa, che tutto il loro cornacchiare finisce in nulla e muore in loro; mentre invece la nostra poesia potrà essere che fruttifichi una nuova forma di vita, che piantando le radici giù profonde nella terra, nella nostra Terra piemontese si slanci come una quercia a tutti i venti e sotto tutte le cose della modernità la più geniale e la più nervosa, la più desiderosa di conquiste, di dominazioni, di follie. 

Non so se quello che ti dico sia anche il tuo pensiero. Ma questo è il mio. Vedi che il pensiero di Mistral c’entra per qualche cosa. Il sogno dell’intera latinità, che prende vita da tutte le unità regionali che la fecondano con la loro linfa schietta e robusta che nasce dalle profondità del tempo, dalle prime fusioni del sangue latino con il sangue celtico. 

Latino: forza, potenza, conquista. 

                                                       Piemonte

Celtico: sogno, fantasia, poesia. 

E ora veniamo alla tua lettera, ti rispondo direttamente. 

Per ansietà, era stato uno scrupolo, nato da una prima impressione... d'orecchia; ma pensandoci bene in fondo mi sembra che tu abbia ragione... per le ragioni che mi hai detto. 

L'antologia è ancora una tantino in aria ma si deciderà presto. ° Le disposizioni che mi hai dato, se si farà, saranno rispettate. Solo la grafia sarà cambiata, per avere un'unità di apparenza e allo stesso tempo per fare un'affermazione di principio.

A proposito, non ti sembra che sarebbe bello, mettendosi tutti insieme, far rivivere eva così piemontese, abbandonando acqua o meglio aqua, così toscano?

Alfredino ti ha detto qualche cosa dell’intenzione che c’è in aria di far rinascere I Brandè, compilato da noi giovani, solo da noi giovani. Ti sembra buona l’idea? Credo che il momento sia favorevole. Perché c’è una vera fioritura di poesia giovane, una vigorosa rinascita non solo della letteratura, ma dell’anima piemontese.

Ho trovato un appassionato (29 anni) del nostro folclore, che ha raccolto e ha raccontato in modo delizioso le storie, le favole, le leggende della sua regione alessandrina, in un bel piemontese pieno di linfa e di calore. Le pubblicherà presto e sarà una bella cosa. (Nino Autelli)

Alfredino mi scrive che ha convinto un suo amico a scrivere in piemontese: un altro prosatore!

Io ho convinto Rovere (Teresio); Madamigella Rocco (Carlottina) scrive delle piccole poesie che sono deliziose; Signorini (Vincenzo) ha buone intenzioni (ha fatto qualche cosa a Villastellone?). E poi ci sei tu, c’è Alfredino (Alfredo Nicola), c’è Brero (Renzo), c’è Gallina (Oreste) , c’è Mottura (Alfredo), modestamente anch’io, e chissà quanti altri ne troveremo, amici e scrittori piemontesi. Come vedi, mal contati, già una decina. E poi c’è ancora Costa (Nino) dei nostri. E Costa… conta! Come vedi tante idee, tanti sogni e qualche cosa di positivo. Tante belle cose e arrivederci a presto. Di cuore

 

° Qui Pacòt si riferisce all'antologia da pubblicarsi in ricordo della nascita di Frederic Mistral, il grande poeta provenzale nato appunto l'otto settembre del 1830. L'antologia, che comprenderà opere di diciassette poeti piemontesi, verrà pubblicata di lì a poco. La raccolta comprende cinque poesie di Luigi Olivero, in pratica le sue prime in piemontese a stampa (fatta eccezione per 'L mè regal, due sonetti in replica ad uno di Alfredino, Alfredo Nicola, su Il più piccolo del gennaio 1929, foglio arancione distribuito settimanalmente dal direttore e fondatore Alberto Grappini).

§§§

                                                                     Turin, 21 aost 1930

Me car Vigin,

i son tut sagrinà d' nen esse podù vnì d'cò mi a la Vila ansema a j'autri amis. Prima d' tut perchè ch'i l'avìa gòj ëd vëdte, e peui perchè ch'a l'é mach parlandse che la gent a peul capisse. Ant coste còse; perchè ch'a së scriv për j'euj, e parlesse, anvece as parla al cheur. E da già ch'i j'ero tuti o squasi tuti ansema i l'avrìo podù dëscore e concreté quaicosa. Passiensa! A sarà për n'autra vòta. E speroma ch'a peussa d'cò essje Mottura e Gallina. Così i sarìa al complet: sèt, come i sèt poeta ëd la Pleiade, sèt coma i sèt fondator dël Felibris, sèt coma lë stèile dël chèr, sèt coma... etc. nùmer prim, a pòrta fortuna, na fortunassa dla malora. E peui a l'é un nùmer dèscobi, parèj d' nòstre teste e d' tuti i nòstri seugn ch'a trovran forsi mai a cobiesse con la vita ch'as viv. Tant, as seugna për sugné, se d' nò 'l seugn a sarìa pi nen ël seugn, e a varrìa tròp poch.

Për la biografìa, it dirai ch'i la faroma semplicissima; doe indicassion  essensial e basta. Për esempi, la toa a sarà parèj:

Luigi Olivero - Nà a Vila dë Stlon ël 2 novèmber dël 1909.

A l'ha stampà un volum ëd vers italian: « Le monachine» (Ed. - Nom - leu - data). Un sò volumèt ëd poesìe:«Titol ecc.» a l'é stait fra i premià dël concors fait da "L'Illustrazione Nazionale" d' Bologna ant ël 1926.

A sta preparand (1) un liber ëd vers piemontèis: «Titol»

Colaborassion: "Giovinezza d'Italia" d' Milan, "Il Pensiero" d' Bèrgam, "La Rassegna Letteraria" d' Palmi, "Recensioni" d' Palermo, "Sabauda" d' Coni, "Pasquino", "Il Venerdì della Contessa", "La Rassegna Filodrammatica", "'L Caval 'd Brôns", "Il Nazionale" d' Turin.

Corispondent d' "La Gazzetta del Popolo".

A va bin parej? Completa mach lòn ch'aj manca e scrivèmlo sùbit. E adess i l'hai pi nen ëd pòst. Tante bele còse e arvëdse... ël pi prest possibil.

                                                        Tò Pinin Pacòt

(1) Se a fussa nen vera a farìa l'estess! Gnune tëmme! 

Torino, 21 agosto 1930

Mio caro Luigi,

sono molto dispiaciuto di non essere potuto venire anch'io a Villastellone insieme agli altri amici. Prima di tutto perché avevo desiderio di vederti, e poi perché è solo parlandosi che la gente può capirsi. In queste cose scripta volant, verba manent; perché si scrive per gli occhi, e parlarsi, invece si parla al cuore. E già che c'erano tutti o quasi tutti insieme avremmo potuto discorrere e concretizzare qualche cosa. Pazienza! Sarà per un'altra volta. E speriamo che possano anche esserci Mottura e Gallina. Così saremmo al completo: sette come i sette poeti della Pleiade, sette come i sette fondatori del Felibris, sette come le stelle del carro, sette come... etc. numero primo, porta fortuna, una fortuna sfacciata. E poi è un numero strano, come le nostre teste e tutti i nostri sogni che non troveranno forse mai ad accoppiarsi con la vita che si viva. Tanto si sogna per sognare, se no il sogno non sarebbe più un sogno, e varrebbe troppo poco.

Per la biografia, ti direi che la faremo semplicissima; due indicazioni essenziali e basta. Per esempio, la tua sarà così:

------------------------------------------------------------------------------------------

 Va bene così? Completa solo quello che manca e scrivimelo subito. E adesso non ho più spazio. Tante belle cose e arrivederci... il più presto possibile.

                                                 Il tuo Pinin Pacòt

(1) Se non fosse vero farebbe lo stesso! Nessun timore! 

§§§

23 agosto 1930

A propòsit ëd toa Vénere d’aqua dossa, che a l’é na còsa dignitosa e bela… con quaich riserva (ch’i ricòrdo nen), i chërdo che sò difet, ò mej sò ecess a sia dait da la sërnia dël vers. Ël martelian italian a l’é peui sempre un dopi vers, doi vers che per le vaire longhësse ch’a peulo avèi (pian, tronch, sdrucciolo) a formo ant ël vers complessiv dë stònadure e d’diseguajanse.

‘L martelian a peul avèj: 12. 13. 14. 15. 16 silabe. Tròpe variatà e tropa elasticità për podèi dovrelo ant ël sonèt, ch’a l’é un componiment equilibrà e plàstich, parnassian për ecelensa. Mi a më smija ch’it l’avrìe dovù fé l’alessandrin e nen ël martelian. E adess i më spiego. L’alessandrin  franseis a diferensa dël dopi setenari a l’é un vers unitari [dòdes sìlabe (a la franseisa) tërdes sìlabe (a l’italiana)] ch’a peul avei la cesura dòp la 6°, ma d’cò dòp la 4° o dòp l’8°, ò anche diversament. Ël prim tipo as peul avèi praticament con doi setenari basta che ‘l prim a sia tronch se ‘l second a comensa për consonant ò pian ch’a finissa an vocal e tronch an consonant se ‘l second a comensa an vocal. (Segue un esempio pratico)

Preuva a felo cost vers, a va benissim an piemontèis, ma për carità… mai gnun sdrucciole , ch’a son tròp italiane (gavà nìvola e tute j’autre an ‘ola).   

23 agosto 1930

A proposito della tua Vènere d’aqua dossa, che è una cosa dignitosa e bella… con qualche riserva (che non ricordo), credo che il suo difetto, o meglio il suo eccesso, sia dato dalla scelta del verso. Il martelliano italiano è poi sempre un doppio verso, due versi che per le varie lunghezze che possono avere ( piano, tronco, sdrucciolo) formano nel verso complessivo delle stonature e delle ineguaglianze.

Il martelliano può avere: 12. 13. 14. 15. 16 sillabe. Troppe varietà e troppa elasticità per poterlo adoperare nel sonetto, che è un componimento equilibrato e plastico, parnassiano per ecellenza. Mi sembra che avresti dovuto utilizzare l’alessandrino e non il martelliano. E adesso mi spiego. L’alessandrino francese, a differenza del doppio settenario è un verso unitario [dodici sillabe (alla francese) tredici sillabe (all’italiana)] che può avere la cesura dopo la 6°, ma anche dopo la 4° o dopo l’8°, o anche differentemente. Il primo tipo si può avere praticamente con due settenari basta che il primo sia tronco se il secondo inizia per consonante oppure piano che finisca con una vocale e tronco con una consonante se il secondo comincia con una vocale. (Segue un esempio pratico)

Prova a farlo questo verso, va benissimo in piemontese, ma per carità… mai nessuna sdrucciola, sono troppo italiane (eccetto nivola e tutte le altre terminanti in ‘ola). 

§§§

Ottobre 1930

Mè car Vigin, per nen perde la bela costuma, 'd cò sta vòlta i të scrivo un pochèt an ritard. S'it l'às vist ël Caval (1) it l'avras vist ch'a l'han ringrassiate e ch'a l'han anonsià la vijà poètico-musical-inteletual-aristocràtica 'd prima, ant la qual it debutrass ant ij salon ëd la Famija (2). Great attraction! Taca maestro; dai dali cimbali e auguri.

E parèj - 30 otòber, vënner 'd sèira, a neuv ore, as tira su 'l sipari. As tratrìa 'd dì na mesa dosena 12/2 'd poesìe. Mi, s'it permëtte it darìa per consèj ëd dì: Cantaran (!); Neuit a la Vila (Chopin nòstran); L'erba grama; Ël rigodon; La canson dij Brassabòsch (3), e quaicaduna ancora ch'a të smija antonà con ël caràter ëd la mùsica e ch'at fassa fé bela figura (Viva ij Brandé).

Mi a tò pòst i dirìa nen "An Mùsica" (4), che 'l pùblic a capirìa nen. Scrivme sùbit. 

NOTE

(1) l'caval 'd brôns portavoce della Famija turinèisa.

(2) La Famija turinèisa dove si sarebbe tenuta la lettura delle poesie.

(3) Cantaran vedere la nota alla lettera del 9 - 6 - 1931; Neuit a la Vila (Villastellone) pubblicata sull'Armanch piemontèis del 1932; L'erba grama pubblicata sull'Armanach piemontèis del 1931; Ël rigodon pubblicata su 'l caval 'd brôns N° 11 del 1931; Canson dij brassabòsch pubblicata sul terzo volume della Colana Musical dij Brandé del 1932.

(4) Vedere la nota alla lettera del 8 - 6 - 1931. 

Ottobre 1930

Mio caro Luigi, per non perdere la bella usanza, anche questa volta ti scrivo un pochetto in ritardo. Se hai visto il Caval avrai notato che ti hanno ringraziato e che hanno annunciato la veglia poetico-musicale-intellettuale-aristocratica di prima, nella quale debutterai nei saloni della Famiglia. Great attraction! Attacca maestro; dacci dentro ed auguri.

E così - 30 ottobre - venerdì sera, alle nove, si apre il sipario. Si tratterebbe di recitare una mezza dozzina 12/2 di poesie. Se permetti ti consiglierei di dire: : Cantaran (!); Neuit a la Vila (Chopin nòstran); L'erba grama; Ël rigodon; La canson dij Brassabòsch, e qualche altra ancora che ti sembra intonata con il carattere della musica e che ti faccia fare bella figura. (Viva i Brandé).

Al tuo posto non reciterei "An mùsica", che il pubblico non capirebbe. Scrivimi subito.

§§§

         La lettera che segue è di notevole importanza in quanto mostra i consigli di Pacòt rivolti ad Olivero, ma anche qui si parla del poco, nullo progresso delle riunioni (cui in seguito parteciperà lo stesso Olivero) indette, sotto l'egida dell'O.N.D. Opera Nazionale Dopolavoro di Torino, per l'unificazione della grafia piemontese. 

Turin. 4 3 1931

Mè car Vigin, verament ant cost moment i duvrìa studié, e pròpi an sèl serio, ch'i n'hai lì 'n baron con la corona e ch'i l'hai mach pi pòchi dì për tireme su le braje da 'n sle scarpe; ma i peuss nen resiste a la tentassion de scrivte na litra, un litron ansi, ch'a vaja un pòch la  pena, e për lòn i sarai n'euj, col ch'a dà an sij liber da studié, e con l'autr im giunto a tiré giù 'd righe drite ch'a vado pa né su né giù an sël papé 

E tant për vintré an argomanet it dirai che cost verb i l’hai mai sentulo di a Turin, gavà ‘d na vòlta da mè papà ch’j fasìa la carta a un vej garson ëd sò pare, (mè nono), che (ìl garson) a disìa pròpi parèj i ricordo: i vintre… ma chiel-là a l’era pa turineis, a l’era ‘d Trana 

S’a të smija dòvrolo pura; mi, però, it dirìa ‘d nen dovrelo; a mè smija ‘d pi na deformassion grossera, che un caràter particolar dël piemonteis.

Ma am fa gòi, lassa ch’it lo disa, da già ch’i son pi vej che ti e ch’i l’hai già fina quaich piuma grisa ant la caviera ch’a l’é già un pòch rairòta, am fa gòi vëdte annamorà ‘d tute coste veje forme ch’a l’han un gust così bon ëd piemonteis, cha pòrto ant lor, dirìa quasi, la marca ëd nòstra rassa, e ch’an lasso antravëdde lòn ch’a l’avrìa podù esse nòst piemonteis, s’a l’avèissa podù  formesse e maduré daspërchiel, sensa ‘nsuna influensa forestera. Brav Vigin, cola l’é stra giusta; i podruma magara nen fela tuta, ma a l’é cola. Per fé vive un malave a bsògna prima ‘d tut guarilo, bsògna curelo, bsògna feje torné soe fòrse tute soe fòrse! Però, però a bsògna peui ‘d cò nen esageré. Poch për vòlta as peul fene arvive ‘d paròle, e tante. Ma tut ant un crèp i coroma ‘l privo ‘d fesse rije a pres. E lòn a sarìa un mal gròs perché dòp i pudrìo pi nen fesse pié an sèl serio. Anvece, n’ignission al dì e ‘l malavi a l’è guarì.  

E adess, mea culpa, mea culpa, mea culpa, confietor etc... 

I liber ëd Monsù Dino (1) a son pa 'ncora pront. Ma adess, promissio boni viri obbligatio est, i andarai da n'aut libré, e an pòch temp, se 'l legador as dësciola, ij j'ë mando su. 

A l'é staje vaire riunion për la riforma dla grafia, ò mej ëd la scritura, coma ch'a propon  Costa, ma fina adess a l'é concludusse gnente, ansi, i soma andait ancora 'd pi andarera; pensa che 'l professor Bartoli, (2) tanta siensa e tanta barba, a l'é vnu a propone ëd dovré l'y për l'u piemonteisa; fa cont: Tyrin, cyl, pityra, natyra, scrityra, pa mal, nèh? 

Mi për mè cont i seguiterai a scrive parèj coma ch'i scrivo e bele fait! 

Për torné ai tò brassabòsch, (3) it dirìa che: 

                   ma 'l fil, tra ij dij, së scianca, 

a sia la mej ëd tute, ansi më smija squasi ëd troveje an drinta un pòch pì ëd simbol. 

Sta poesìa, forse un pò tròp concentrà, a l'é na bela ròba, e as compagna bin con l'erba grama. Ansema a d'autre dl'istess gèner a pudrìo formé na bela part dël liber ch'i të stamprass. Original, neuv e dignitos. Altro che meuire nòstra poesìa! Quand ch'a j'é 'd giovo parèj ëd ti, ëd tòta Rocco, parèj di nòstri amis, Mottura Fredo Renzo, a va bin! I l'oma un maestro an Còsta; (4) i pudoma gropiesse antorn, e tiré drit. 

Mè car Vigin, adess a basta. I të scrivo ancora un rondel e peui it saluto 'd cheur, pregandte ancora 'd saluté da mia part Monsù Dino e 'd ciameje perdon. Ciau. 

 

A Moncalv j'é cort bandìa, 

che 'l Marcheis a dev partì; 

i crijor l'han fait la crija 

e la gent l'é tuta lì.

 

 

Su, Monfrin, marcioma ardì, 

ch'an giutran Gesù e Maria! 

A Moncalv j'é cort bandìa, 

che 'l Marcheis a dev partì.

 

 

- Là giù, an tèra de Sorìa... (5) 

- Mi iv penserai e neuit e dì...

- che se 'd nò mi murìa... 

Son ëd trombe an sël mesdì: 

a Moncalv j'é cort bandìa. 

                          Pinin (6)

 

NOTE  

(1) Dino Giocondo Piccaluga, farmacista di Villastellone e amico sia di Pacòt che di Olivero. Per lui i due comporranno il poemetto Le reuse ant j'ole. 

(2) Riunioni alle quali parteciparono, oltre al Direttore Tecnico per il Folklore della stessa OND  avv. Eugenio Rastelli, Matteo Bartoli, Nino Costa,  Alfredo Formica, Ferdinando Neri,  Luigi Olivero, Giuseppe Pacotto, Leo Torrero, Andrea Viglongo. 

(3) Cansson di Brassabòsch poesia di Olivero pubblicata sul terzo volume della Colana Musical dij Brandé del 1932, messa in musica dal M° Menotti Tomaselli. Il verso sarà pubblicato pari pari (sesto verso della seconda strofa). 

(4) I poeti piemontesi Carlottina Rocco, Armando Mottura, Alfredo Nicola (Alfredino), Renzo Bertolotto, Nino Costa. 

(5) Terra di Sorìa, nel centro-nord della Spagna, importante nel Medioevo per trovarsi al confine tra i vari regni di questa nazione

(6) Il rondel è poi stato pubblicato da Pacòt su Ij Brandé Armanach ëd Poesìa Piemontèisa del 1967 modificandone in parte la struttura: Pacòt vi ha aggiunto in conclusione il verso che 'l Marchèis a dev partì in modo che la composizione risulta di due quartine e due terzine.

Torino, 4 3 1931

Mio caro Luigi, veramente in questo momento dovrei studiare, e proprio sul serio, che ne ho una montagna e pochi giorni per tirarmi su le braghe dalle scarpe; ma non posso resistere alla tentazione di scriverti una lettera, una letterona anzi, che valga un poco la pena, e per questo chiudo un occhio, quello che guarda ai libri da studiare, e con l'altro mi appresto a buttar giù righe dritte che non vadano ne in su né in giù sul foglio. E tanto per entrare in argomento ti dirò che questo verbo non l’ho mai sentito pronunciare a Torino, eccetto una volta da mio padre che sbeffeggiava  un vecchio garzone di suo padre (mio nonno), che (il garzone) diceva proprio così ricordo: i vintre… ma lui non era torinese, era di Trana. 

Se ti sembra opportuno adoperalo pure; io, però, ti direi di non utilizzarlo; mi sembra più una grossolana deformazione, che un carattere particolare del piemontese. 

Mi fa gioia, lascia che te lo dica, già che sono più vecchio di te e che ho già qualche capello grigio tra la capigliatura che è già un poco diradata, mi fa gioia vederti innamorato di tutte queste vecchie forme che hanno un così buon sapore di piemontese, che racchiudono in loro, direi quasi, il timbro della nostra razza, e che ci lasciano intravedere quello che avrebbe potuto essere il nostro piemontese, se avesse potuto formarsi e maturare da solo, senza alcuna influenza forestiera. Bravo Luigi, quella è la strada giusta; potremmo magari non percorrerla tutta, ma è quella. Per far vivere un malato, bisogna prima guarirlo, bisogna curarlo, bisogna fargli riprendere le sue forze tutte le sue forze! Però, però bisogna poi non esagerare. Poco per volta si possono far rivivere delle parole, e tante. Ma tutto d’un colpo corriamo il rischio di farci ridere dietro. E quello sarebbe un grave male perché dopo non potremo più farci prendere sul serio. Invece, un’iniezione al giorno e il malato è guarito.  

E adesso, mea culpa, mea culpa, mea culpa, confiteor etc... 

I libri del Signor Dino non sono ancora pronti. Ma adesso, promissio boni viri obligatio est, andrò da un altro libraio, e in poco tempo, se il rilegatore si sbriga, li mando sù. 

Si sono tenute varie riunioni per la riforma della grafia, o meglio della scrittura, come propone Costa, ma fino ad ora non si è concluso nulla, anzi, siamo andati ancor di più indietro; pensa che il professor Bartoli, tanta scienza e tanta barba, se n'è uscito a proporre di adoperare l'y per la u piemontese; guarda Tyrin, cyl, pityra, natyra, scrityra, mica male, neh? 

Per conto mio continuerò a scrivere così come scrivo e bello e fatto! 

Per ritornare alla tua edera, ti direi che: 

                   ma 'l fil, tra ij dij, së scianca, 

sia la meglio di tutte, anzi mi sembra quasi di trovarvi dentro un poco più di simbologia. 

Questa poesia, forse un poco troppo concisa, è una cosa bella, e si accompagna bene con l'erba grama. Insieme ad altre dello stesso genere potrebbero formare una bella parte del libro che stamperai. Originale, nuovo e dignitoso. Altro che morire la nostra poesia! Quando ci siano dei giovani come te, madamigella Rocco, come i nostri amici, Mottura Fredo Renzo, va bene! Abbiamo un maestro in Costa, possiamo raggrupparci intorno e tirare dritto. 

Mio caro Luigi, adesso basta. Ti scrivo ancora un rondel e poi ti saluto di cuore, pregandoti ancora di salutare da parte mia il Signor Dino e di chiedergli perdono. Ciao.

  

A Moncalvo la corte e riunita, 

che il Marchese deve partire, 

i banditori han fatto la grida 

e la popolazione è tutta lì.

  

Su, Monferrini, marciamo arditi, 

che ci aiuteranno Gesù e Maria!

 A Moncalvo la corte e riunita, 

che il Marchese deve partire.

 

 

- Laggiù, in terra di Soria...  

- Vi penserò notte e dì... 

- che altrimenti morirei... 

Suono di trombe a mezzogiorno: 

A Moncalvo la corte e riunita. 

                            Pinin 

 §§§

Turin, 9 - 6 - 1931

                                            Mè car Vigin,

Prima 'd tut habemus pontificem! I liber ëd Monsù Dino a son pront! Mandije a pié. A j'é già 'l pachèt pront.

"Cantarane dla neuit" (1) moto ben bela, piena d'evocassion e 'd sugestion. Bel l'ultim vers. Forse col s'atardo sarìa mej na paròla pi piemonteisa e ch'a dieissa quaicòsa 'd pi evocator...

Ma l'é 'n bel sonèt, ch'i sai già da ment.

"Mùsica" (2) i l'hai perdulo ant la debache ëd cola seira e i na son bin mortificà. Guarda 'd ricordelo ch'a sarìa un darmagi ch'as perdeissa. Pena ch'i l'abia un po' 'd temp të scrivo na longa litra, e ti intant fà 'd bela poesìa ch'it ses ant un moment d'òr. Ciau.

                                                                                                                 Pinin

NOTE

(1) Pubblicata sull'Armanach piemontèis del 1932 con il titolo Le tre fôntane. La grafia è quella de 'l caval 'd bròns in quanto la Famija turinèisa curò quell'anno l'edizione dell'Armanach; s'atardo è variato in v'atarde. L'ultimo verso, citato da Pacòt è.

'na steila ch'a rôbata an s'ël sentè.

(2) Pubblicata sull'Armanach piemontèis del 1934, primo sonetto dei tre che costituiscono Tre cotlà d'òr a la luna, qui presentati senza titolo e solo con numero d'ordine. 

Torino, 9 - 6 - 1931

                                            Mio caro Luigi,

Innanzitutto habemus pontificem! I libri del Signor Dino sono pronti! Mandali a prendere. C'è già il pacchetto pronto.

"Cantarane dla neuit" molto bella, piena di evocazione e di suggestione. Bello l'ultimo verso. Forse quel s'atardo sarebbe meglio una parola più piemontese e che dicesse qualche cosa di più evocatore...

"Musica" l'ho perduto nel disastro di quella sera e ne sono molto mortificato. Guarda di ricordarlo che sarebbe un peccato che si perdesse. Appena che abbia un po' di tempo ti scrivo una lunga lettera, e tu intanto fa della bella poesia che sei in un momento d'oro. Ciao.

                                                                                                                 Pinin

§§§

 

16 6 1931 (Cartolina postale, sul verso)

Mè car Vigin, e che dialueri ch'a l'é ancapitaje? A l'é pi 'd na smana ch'i l'hai scrivute ch'a l'ero pront i lìber ëd Monsù Dino (Poe!), e a l'é ancora vnuje gnun a pié 'l pachèt. Adess a l'è peui pi nen colpa mia se Monsù Dino a tarda a avèi i lìber!

Manda e scrivme. Tanti salut a M. Dino e tanti saluton a ti. Pinin 

Sul recto

N'aut saba i cambio stat civil  

16 6 1931 

Mio caro Luigi, e che diavolo è successo? È più di una settimana che ti ho scritto che erano pronti i libri del Signor Dino (Poe!), e non è ancora venuto nessuno a ritirare il pacchetto. Adesso non è poi colpa mia se il Signor Dino tarda ad avere i libri. 

Manda e scrivimi. Tanti saluti a M. Dino e tanti salutoni a te. Pinin  

Un altro sabato cambio stato civile

§§§

 

Senza data. Si parla però della poesia Canson di brassabòsch presentata da Olivero al II Concorso di Poesia Piemontese bandito per il 1931 dal Dopolavoro Provinciale di Torino.  Tutti i suggerimenti non saranno presi in considerazione per la plaquette del concorso. Troveranno accoglimento nell'edizione musicata per la Colana Musical dji Brandé  del 1932 dove d'un trat è cambiato il ma 'l fil tra i dij se scianca e la concordanza variata a taja ... buta la... 

Mè car Vigin, i spero ch'it vorras perdoneme s'i l'hai tardà tant a scrivte; ma a bsògna ch'iv l'abie passiensa 'd cò ti, i l'hai tanti 'd si fastidi e 'd ròbe për la testa!

Primum vivere, deinde...

Coma ch'it sas già it l'has avù na poesìa segnalà ant ël concors, e s'a fussa nen ch'a l'era tròp pòch cansonëtta a sarìa fina staita premià. It i'ere, come di? Surtù fòra dël tema. Con tut lòn na bela poesìa. Brav! Però... A j'é sempre un però an tut! S'a fussa possibil, la giuria at consijerìa 'd cambié col un trat, un po' tròp italian ëd la sconda strofa e 'd cò, sempre ch'at vada, 'd corege la concordansa di temp ant la 3 strofa. Ti 'd dije: fieta bela a taja... peui s'é butà... Present e poi passà prossim për n'assion ch'a ven dòp. Vèd ti coma të smija, rispondme mach pi an pressa che mi.

I lìber, compreis j'armanach e i clichés, manda pure a pieje d' mia ca, qualonque dì dla smana. S'it peule passa a troveme ch'i t'ëm fass sempre piasì. Costa a l'ha parlame tant bin ëd ti. I l'hai pi nen ëd nòst. Ciau e saluta Monsù Dino.

                                                                             Pinin

Sui margini del primo foglio.

Ti scriverai torna. Adess: studio për fé un concors e i l'hai pòchi di 'd temp. Dòp na longa litra. Ciau. 

Mio caro Luigi, mi auguro che vorrai perdonarmi se ho tardato tanto a scriverti; ma bisogna che abbiate pazienza, anche tu, ho tanti di quei fastidi e di cose per la testa!

Primum vivere, deinde...

Come giù sai hai avuto una poesia segnalata nel concorso, e se non fosse che era troppo poco canzonetta sarebbe persino stata premiata. Eri, come dir! Uscito fuori dal tema. Con tutto ciò una bella poesia. Bravo! Però... C'è sempre un però in tutto! Se fosse possibile, la giuria ti consiglierebbe di cambiare quel un trat, un po' troppo italiano della seconda strofa ed anche, sempre che ti aggradi, di correggere la concordanza dei tempi nella terza strofa- Tu dici: fieta bela a taja... poi s'é butà... Presente e poi passato prossimo per un'azione che viene dopo. Vedi come ti sembra, rispondimi solo più in fretta di me.

I libri, compresi gli almanacchi e i clichés, mandali pure a ritirare a casa mia, qualunque giorno della settimana. Se puoi passa a trovarmi che mi fai sempre piacere. Costa mi ha parlato tanto bene di te. Non ho più nulla di nostro. Ciao e saluta il Signor Dino.

                                                                             Pinin

Ti scriverò nuovamente. Adesso: studio per partecipare ad un concorso e ho pochi giorni di tempo. Dopo una lunga lettera. Ciao.

§§§

Senza data, ma dello stesso periodo della precedente, visto l'uguale tipo di intestazione della carta da lettere, utilizzato solo in queste due missive.

Mè car Vigin, un frisinin an ritard, magara tant s'it veule, ma, abia passiensa, con tanti fastidi as fà pi nen lòn ch'as veul, ma lòn ch'as peul. Dël rest, d'cò ti t' l'avrie podù scrive. As dà 'n tòch ëd pan au pòver, as peul d' cò scrivse doe righe a n'amis. A men che col amis a sia nen n'amis. S'a l'é parija... i l'hai pi nen da dì. Diau! A bsògna nen esse moschin! A l'é bon da capì che se n'amis a scriv nen, a sarà perchè ch'a peul nen, perchè ch'a l'avrà d' travaj, a l'avrà d' fastidi, a l'avrà d' sagrin, ëd dolor, ëd tragedie. E anlora a l'é Vigin, Vigin dj' Olivé ch'a ciapa la piuma an man e a scriv una d' cole fiamenghe litrre, ch'a fà gòj a lesie, ch'a suvo j'euj e a fan passé i sagrin. Ma nen fé 'l muso! I somlo pa d'alpinass, coma ch'a dis monsù Dino? E j'alpinass a parlo, a së scrivo, a së spiego. Contrabaleuri!

J soma Alpin, i soma Alpin!

J 'vroma bin, s 'voruma bin;

Eviva 'l vin! Viva Turin!

Viva Vigin! Viva

                                                            Pinin

(Continuassion a litra ch' ven)

(Sui  vari margini dei due fogli)

Tanti salutass a monsù Dino!

Tanti salut 'd cheur anche da Armottura.

Tanti salut da Alfredino, Renzo e (illeggibile).

Doman seira is trovuma për combiné. I combinoma sempre noi, i combinoma.E i të scrivroma. Ciau. 

Pacòt

Mio caro Luigi, un pochino in ritardo, magari tanto, se vuoi, ma abbi pazienza, con tanti fastidi non si fa più ciò che si vuole ma ciò che si può. Del resto, anche tu avresti potuto scrivere. Si da un pezzo di pane al povero, si può anche scrivere due righe a un amico. A meno che quell'amico non sia un amico. Se è così... non ho più nulla da dire. Diavolo! Non bisogna essere moschini! È facile capire che se un amico non scrive, sarà perché non può, perché avrà del lavoro, avrà dei fastidi, avrà dei dispiaceri, dei dolori, delle tragedie. E allora è Luigi, Luigi degli Olivero che prende in mano la penna e scrive una di quelle strepitose lettere, che danno gioia a leggerle, che asciugano gli occhi e fanno passare i dispiaceri. Ma non fare il muso! Non siamo degli alpinacci, come dice il signor Dino? E gli alpinacci parlano, si scrivono, si spiegano. Perbacco!

Siamo Alpini, siamo Alpini!

Vogliamo bene, ci vogliamo bene;

Evviva il vino! Viva Torino!

Viva Luigi! Viva

                                                      Pinin

Fine alla lettera successiva.

Tanti salutacci al signor Dino! (Dino Piccaluga farmacista di Villastellone)

Tanti saluti di cuore anche da Armottura. (Armando Mottura)

Tanti saluti da Alfredino, Renzo... (Alfredo Nicola, Renzo Brero)

Domani sera ci troveremo per combinare. Combiniamo sempre noi, combiniamo. Ti scriveremo. Ciao.

§§§

 

Senza data. (Una delle prime lettere di Pacòt ad Olivero. Dissapori e incomprensioni, con tutta probabilità dovuti alla preparazione della raccolta poetica A Mistral 17 poeta piemontèis).

Me car Olivero 

na malinteisa dòp l'autra! A distansa a l'é tròp difìcil fesse capì. E parèj: 

1° Ant un prim temp Viglongo (1) a l'avìa ciamà la prenotassion. 

2° Peui l'ha capì ch'a l'era impossìbil.

3° E adess as contenta ch'i lo giuto a vende... pi che podoma 

4° Alfredino a l'avìa telefonate giust.

5° Ma dòp le còse a son cambià e i soma tuti d'acòrdi (d' cò ti!)

6° L'é nen Rini ch'a l'ha parlame diretament, ma Brero (2) ch'a l'ha riferime lòn ch'a l'avìa dije Rini: parèj da na boca a l'autra le còse a devo esse faite gròsse.

7° Mi l'hai scrivute mè biet për dete dë spiegassion e për avèi diretament da ti toa volontà. 

8° T' l'has fait mal a pietla përchè a j'era gnune intension: tut aut, a sarìa rincressume tant s'it fusse ritirate (Anvece nò e parèj a va bin!) 

9° A toa prima litra i l'hai (nen) rispondù sùbit, përchè: l'hai nen avù temp, ma da lì a pòchi di i l'hai mandate na longa pistola... e che ti l'has nen risponduje; ma it më scriverà ancora, pa vèra? 

10° Parèj soma d'acòrdi su tut, e sà la man e alègher.

                                                                                              Pinin Pacòt 

NOTA 

(1) Viglongo: l'editore che sotto l'insegna della SELP (Società Editrice Libraria Torinese) pubblicherà nel 1931 la raccolta poetica A Mistral. 

(2) Rini: probabilmente Renato Bertolotto (poeta, amico dei due, poi sindaco di Val della Torre e cognato di Olivero); Brero Renzo. 

 

Mio caro Olivero, 

un malinteso dopo l'altro! A distanza è troppo difficile farsi capire. E così: 

1° In un primo momento Viglongo aveva richiesto la prenotazione. 

2° Poi ha capito che era impossibile. 

3° Ora si accontenta che lo aiutiamo a vendere... più che possiamo. 

4° Alfredino ti aveva telefonato il giusto. 

5° Ma dopo le cose son cambiate e siamo tutti d'accordo (anche tu!) 

6° Non è Rini che mi ha parlato direttamente, ma Brero che mi ha riferito ciò che Rini gli aveva detto: così da una bocca all'altra le cose devono essersi fatte grosse. 

7° Ti ho scritto il mio biglietto per darti delle spiegazioni e per avere direttamente da te la tua volontà. 

8° Hai fatto male a prendertela perché non c'era alcuna intenzione: tutt'altro, mi sarebbe rincresciuto tanto se ti fossi ritirato (Invece no e così va bene!) 

9° Alla tua prima lettera (non) ho risposto subito, perché: non ne ho avuto il tempo, ma da li a pochi giorni ti ho mandato una lunga lettera... cui tu non hai risposto; ma mi scriverai ancora, vero? 

10° Così siamo d'accordo su tutto, e qua la mano e allegro.

                                                                                              Pinin Pacòt

§§§

  

Senza data. Su carta intestata Armanach piemontèis 1931. Da ciò a dal contenuto la lettera dovrebbe essere della seconda metà del 1930). 

Mè car Vigin dj Olivé, 

scusme tant se d' cò mi i veno a sgonfiete dòp Renzo Brero; ma a bsògna ch'it abia d' cò ti na frisina d' passiensa, coma a l'ha avune tanta Nosgnor, quand ch'a l'é mòrt për nòstra Redension. 

E parèj: për toa e nòstra redension, bsògnerìa ch'it buteissa un pòch ëd bona volontà e che an doi dì i të scriveisse quat poesìe neuve: una doman matin, una dòp disné, una a la seira e una ant la neuit, a restrìa ancora un dì për fene d'autre quat. A valo bin ël cont?  

E sòn përchè: 

1) cole ch'it l'has mandà a son già quasi tute stampà an Mistral; (1) 

2) ëd j'autre, a më smija che i doi sonèt "Ël regal" (2) a sio un po' trop personai, che cola "An mes al gran", ch'a dovrìa esse la pi bela, a l'ha d' versotin ch'a van vaire bin (3); cole italiane, as peulo nen stampase... et pour cause. 

3) përchè che ti it ses bon a fé lòn e d'autr  d' mej.

 Con tuta la natura ch'at circonda e tute le blësse dla campagna dova ch'it vive, con tut tò sangh bujent ch'at rusa, e con tut slans da brassilié ch'a t'onora, it peule fé d' bel, ma pròpi d' bel. 

I spetoma toe poesìe, ansema a n'articol su Noelli (4). 

Ciau mè car Vigin, stamne tanto bin. 

                                                                    Pinin  

NOTE 

(1) A Mistral la raccolta poetica  del 1930 a celebrare il centenario della nascita del poeta provenzale Federich Mistral. 

(2) Ël regal i due sonetti di Olivero in risposta a quello di Alfredino (Alfredo Nicola) e pubblicati su il più piccolo del gennaio del 1929. 

(3) An mes al gran non fu stampata sull'Armanach del 1931. Qui si pubblicarono L'erba grama (con la seguente nota: A j'é d' vers ch'a torno nen ant costa poesia. A l'é 'l poeta ch'a l'ha vorsù fé parèj, për rende le dissonanse dla poesia popolar, a la qual a l'é ispiresse. Faine na còlpa, s'i veule), Egloga minima e Pitor a la cassa.

 (4) Agide Noelli, Architetto, pittore e acquarellista, professore di scenografia all'Accademia Albertina di Torino. Il suo ritratto, ad opera di Olivero, appare sull'Armanach piemontèis del 1931. Un più vasto affresco sulla sua opera, Olivero gli dedicherà sulla rivista  Subalpina del luglio 1930, accompagnandolo  con la riproduzione di numerosi suoi acquarelli. 

 

Mio caro Luigi degli Olivero, 

scusami tanto se anch'io vengo a sgonfiarti dopo Renzo Brero; ma bisogna che tu abbia un briciolo di pazienza, come tanta ne ha avuto Nostro Signore quando è morto per la nostra Redenzione. 

E così: per la tua e la nostra redenzione, bisognerebbe che ci mettessi un po' di buona volontà e che in due giorni scrivessi quattro poesie nuove: una domani mattina, una dopo pranzo, una alla sera e una nella notte, resterebbe ancora un giorno per scriverne altre quattro. Va bene il conto? 

E questo perché: 

1) quelle che hai mandato sono già quasi tutte stampate in A Mistral; 

2) delle altre, mi sembra che i due sonetti "Ël regal" siano un po' troppo personali, che quella "An mes al gran", che dovrebbe essere la più bella, ha dei versi che non vanno bene; quelle italiane, non si possono stampare...et pour cause. 

3) perché sei in grado di fare questo e d'altro di meglio. 

Con tutta la natura che ti circonda e le bellezze della campagna dove vivi, con tutto il tuo sangue ribollente che ti fa bisticciare, e con tutto lo slancio da bersagliere che ti onora, puoi far del bello, ma proprio del bello. 

Aspettiamo le tue poesie, insieme ad un articolo su Noelli.

Ciao mio caro Luigi,stammi tanto bene. 

                                                  Pinin 

§§§

 

Senza data. (Ancora del 1931 con la preparazione dell'Armanach piemontèis del 1932 che uscirà sotto l'egida della Famija Turinèisa). 

Mè car Sghicèt, përchè pi nen scrivme? 

Fasijlo pròpi dë bsògn ch'i të scrivèissa prima, përchè ch'it në viseisse 'd mi? 

S'a l'é parèj, son ancamin ch'i të scrivo; ma mè smija che tra amis as duvrìa nen fesse la contabilità dla còrispondensa. Dare e avere. Diau. T' sarìe un pò moschinòt për caso? 

Ben! Alora vnoma al dur (sodo). 

L'armanach l'é combinà. Soma butasse d'acòrdi con la "Famija Turinèisa", che a marcia chila. Bin anteis che a colaboreran queicadun di sò, coi ch'i l'avoma indicaje noi. La redassion e la responsabilità leteraria a resta  nòstra. Veuj di ch'i soma noi ch'i lo foma, e la Famija a paga e, natural, l'armanach a resta sò.

A sarà intitolà: 

ANN 2 

Famija Turinèisa 

ARMANACH PIEMONTÈIS 

1932 

TURIN 

-a l'Ansegna di Brandé

A valo bin parèj? Se 'd nò pudìo nen felo, përchè sai pa coma ch'i l'avrìa fait a cariesse il badò 'd doi ò tre biet da mila.

Ti t' saras na clòna 'd l'Armanach. Pa vera? Manda lòn ch'it veule s'it chërde a mia cà. Pròse, coma ch'a të smija; Poesìe, vaire ch'it veul. (Dësmentia pa "mùsica" e "Cantarane dla neuit", doe bon ben bele còse). 

Coma ch'a va la vita? e l'amor? e la Spagna? e monsù Dino? (salutmëlo tant!). E la poesìa? It travaje sempre, pa vera? Scrivme quaicòsa, e s'it vene a Turin, sacocin! venme a trové. J'amis sincer a bsògna nen dësmentieje. 

Mi i l'hai fait pi gnente; ma i l'hai tante idee, e i prego mach Nosgnor ch'am manda un pòch ëd bona volontà: coma ch'a disìa Mistral: 

         Non nobis, Domine, sed provinciae nostrae... (1) 

S'it t'aveisse avertime ch'i t'andasìe an Catalogna, i l'avrìa date n'adressa; s'it j'andeisse ancora, conòsso la madòna dël Vice cònsole  a Barcelona. Ciau. Tante bele cose, scrivme e fà 'd bele poesìe. Ciau.              Pinin  

An tanti meis i l'hai sfrasà mach son:  

Tra mes ai nivolon tut ombra e pen-a, 

a së spòrs tramoland na cita stèila. 

A basta col leger bate 'd parpèila 

për fe la neuit seren-a.

Stame gigio!  

NOTA 

(1) Federich Mistral, prima della morte, fece incidere sulla lapide della sua tomba queste parole: 

NON NOBIS, DOMINE, NON NOBIS, 

SED NOMINI TUO

ET PROVINCIAE NOSTRAE 

DA GLORIAM.

Mio caro Spruzzetto, perchè non mi scrivi? 

Bisognava proprio che ti scrivessi prima, perché ti ricordassi di me?

Se è così, son qui che ti scrivo; ma mi sembra che tra amici non si dovrebbe tenere la contabilità della corrispondenza. Dare e avere. Diavolo. Sarai un po' moschino per caso? 

Bene! Allora veniamo al sodo.

L'Almanacco è deciso. Ci siamo messi d'accordo con la "Famija Turinèisa", che prosegue lei. Ben inteso che collaborerà qualcuno dei suoi, quelli che abbiamo segnalato noi. La redazione e la responsabilità letteraria resta nostra. Voglio dire che siamo noi che lo facciamo, e la Famija paga e, naturalmente, l'Almanacco resta suo. Sarà intitolato: 

ANN 2 

Famija Turinèisa

ARMANACH PIEMONTÈIS 

1932

TURIN 

-a l'Ansegna di Brandé

Va bene così? Altrimenti non potremo farlo, perché non so chi si sarebbe assunta la responsabilità di due o tre biglietti da mille.

Tu sarai una colonna dell'Almanacco. Vero? Manda ciò che vuoi, se credi a casa mia. Prose, come ti sembra; Poesie, quelle che vuoi. (Non dimenticare "musica" e "Cantarane dla neuit, due veramente belle cose). 

Come va la vita? e l'amore? e la Spagna? e il signor Dino? (salutamelo tanto) E la poesia? Lavori sempre, vero? Scrivimi qualche cosa, e se vieni a Torino, accidenti! vienimi a trovare. Non bisogna dimenticare gli amici sinceri. 

Non ho fatto più nulla; ma ho tante idee, e prego solo Nostro Signore che mi mandi un poco di buona volontà: come diceva Mistral: 

                   Non nobis, Domine, sed provinciae nostrae... 

Se mi avessi avvertito che saresti andato in Catalogna, t'avrei dato un indirizzo; se ci andassi ancora, conosco la moglie del Vice console a Barcellona. Ciao. Tante belle cose, scrivimi e fa delle belle poesie. Ciao.  Pinin  

In tanti mesi non ho abortito che questo:  

In mezzo ai nuvoloni  tutto ombra e pena, 

s'annuncia tremolando una piccola stella. 

Basta quel leggero batter di ciglia 

per rendere la notte serena.

Stammi bene. 

 

§§§

  

Senza data. (1931, si discute della preparazione dell'Armanach piemontèis del 1932 che vedrà la luce sotto l'egida della Famija turinèia). In questa lettera è interessante l'uso di Pacòt della h in Cantaranhe e in dificilinha. In altre lettere Pacòt non la utilizza, in altre poi adotterà il trattino.

Mè car Vigin, i rëspondo sùbit a toa litra. 

L'armanach a marcia, a j'é 'n pòch ëd bora di pojeta dla "Famija" e ch'is n'ambrigna! Basta ch'as fassa, noi peui i butoma lòn ch'i voroma. T' ses content ch'ij buto i tò doi sonèt "Cantaranhe dla neuit" e "Canta con tut l'argent"? 

"An mùsica" (1) a l'é 'n po' dificilinha per nòst pùblich, a meno ch'i venjo "epater", e alora... giù! 

Për la prosa a bsognerìa che 'l profil su Onetti (2) a fussa 'n po' curt; fa cheich còsa d'autr ëd cò ò 'd leteratura ò d'imaginassion. Fa come ch'it veule, libertà completa! 

Fòrsa 'd deje i son dësvijame e i l'hai fait queicosucia; quelch poesiòla curta 'd pòca importansa, e queicosa d'autr ch'i chërdo ch'a deva nen esse mal.

I l'hai intension ëd fé na scapada a la Vila (Villastellone): un dòp disné o na seira, e antlora i ciaciareroma bondos.

A l'arvista e tante bele còse.

Saluta toa mama e tò papà e tochje la patanua a monsù Dino. Sursum corda!

                                                                                Pinin Pacòt 

NOTE

(1) Le due poesie verranno pubblicate sull'Armanach del 1932 con titoli rispettivamente Neuit a la Vila, Le tre fôntane. An musica vedrà la luce sull'Armanach del 1934 completata da altri due sonetti dal titolo generale Tre cotlà d'òr a la luna. 

(2) Il pezzo su Onetti non verrà pubblicato né sostituito.

 

 Mio caro Luigi, rispondo subito alla tua lettera. 

L'almanacco cammina, c'è un po' di fermento dei poeti della "Famija" e chi se ne preoccupa! Basta che si faccia, noi poi ci metteremo  quello che vorremo. Sei contento che si pubblichino i tuoi due sonetti  "Cantaranhe dla neuit" e "Canta con tut l'argent"?

 "An mùsica" è un po' difficilina per il nostro pubblico, a meno che vengano "epater", e allora... giù! 

Per la prosa bisognerebbe che il profilo di Onetti fosse un po' più corto; fa qualche cos'altro sia di letteratura che d'immaginazione. Fa come vuoi, libertà completa! 

A forza di dargli mi son svegliato e ho fatto qualcosuccia; qualche poesiola corta di poca importanza, e qualcosa d'altro che credo non debba esser male. 

Ho intenzione di fare un salto a la Vila: un pomeriggio o una sera, e allora chiacchiereremo abbondantemente. 

Arrivederci e tante belle cose. 

Saluta tua mamma e tuo papà e tocca la pelata al signor Dino. Sursum corda!

                                                                                       Pinin

§§§     

Senza data

Sono contento del giudizio che ha espresso Pitigrilli sulla tua poesia, che sta formandosi in un’opera veramente bella. Circa il suo Tilgherismo, non me ne stupisco. È perfettamente logico, positivo e sperimentale. Quello che non capiscono né Piti né tantomeno quella specie di filosofo del Tilgher, è che scrivere in dialetto – in lingua piemontese! – per noi non è un semplice e banale fatto letterario, ma un profondo atto di fede, un pertinace atto di volontà. E questo lo sentiamo noi, lo viviamo noi, i Brandé dall’inestinguibile fiamma.

Bien parler sa langue est dèjà une sante morale. C’est soumettre les choses à la vertù traditionelle de son pensé. (Joachim Gasquet)

La nostra lingua è la piemontese, e il nostro popolo è il piemontese; come necessari elementi integrativi, la prima della lingua italiana, il secondo del popolo italiano. E perciò  la necessità, piuttosto che l’opportunità di poetare in piemontese, perché soltanto attraverso il nostro potenziato linguaggio, sarà possibile per noi fare della poesia italiana.

Questo in povere parole, quello che tu sintetizzi in un’unica parola: aristocrazia!

 Pacòt

Originale manoscritto del sonetto IX del poemetto a quattro mani Le reuse ant j'ole di Pacòt ~ Olivero

 

Nino Costa 

 

19 giugno 1941 (Lettera)

L’hai risevù ier seira toe doe bele poesìe a la memòria ‘d te ami j alpin. Grassie.

Dë sti temp at suced spiritualment a ti lòn ch’am suced a mi, materialment.

It tramude. It cambie l’alogg dla poesìa. Dì sì n’ann ò doi i tl’avras sernuje a tua Musa piemonteisa n’alogg bin pi seren da col d’adess – ma a sarà l’alògg definitiv e i tlo cambieraj pì nen per tuta la vita. Sarà to indiriss – toa marca – tò stil. As dirà: Olivero – come ‘ncheuj as dis Costa – sensa pericòl ëd confondse. Ti magara adess i tn’ancorse nen, ma a l’é parej. E mi veui augurete ch’a sia n’alògg arios, con tante fenestre duverte sël mond, e na stansiëtta riservà, tuta toa, per j’ore triste, per j’ore grame e per la malinconia e le speransëtte.

E tanto pì bel e pur a sarà cost alògg neu, perché it tl’avraj nen da paghé ‘l fitt ma i’t saraj tì ‘l padron dla cà, e ‘l rè e l’imperator dla toa fantasia.

Corage, Olivero. Adess ti ‘t sej an prima bataja – ma i son sicur che i’t vinceraj – ansi i’t saraj d’ij primi a vince.

Mi ‘m arlegro con ti e con mi, con ti perché i tl’has l’andi e la forssa, la veuja e la costanssa, con mi perché i l’hai compagnate, fermete, conossute e vorssute bin.

 Ten da ment.

     Indiriss neuv ëd Costa

Via Giacomo Bove 14

                       Prim pian

A proposit: dopdoman l'é S. Luis. Tanti bei auguri - a l'antica. Mi devo avei a peu pré l'età 'd tò papà - per lòn i peus anche augurete... (due parole illeggibili) 

Ho ricevuto ieri sera le tue due belle poesie alla memoria dei tuoi amici  gli alpini. Grazie.

Di questi tempi accade a te spiritualmente quello che a me sta accadendo materialmente.

Tu traslochi. Cambi la casa della tua poesia. Da qui ad uno o due anni avrai scelto alla tua Musa Piemontese una casa ben più serena di quella odierna – ma sarà la casa definitiva e non la cambierai più per tutta la vita. Sarà il tuo indirizzo – il tuo timbro – il tuo stile. Si dirà: Olivero – come oggi si dice Costa – senza pericolo di confondersi. Tu magari oggi non te ne accorgi, ma è così. E io voglio augurarti che sia una casa spaziosa, con tante finestre aperte sul mondo, e una stanzetta riservata, tutta tua, per le ore tristi, per le ore cattive e per la malinconia e le piccole speranze.

E tanto più bella e pulita sarà questa casa nuova, perché non ne dovrai pagare l’affitto ma ne sarai tu il padrone, e il re e l’imperatore della tua fantasia.

Coraggio, Olivero. Adesso sei alla prima battaglia – ma son sicuro che vincerai – anzi sarai tra i primi a vincere.

Mi rallegro con te e con me, con te perché hai l’abbrivio e la forza, la voglia e la costanza, con me perché l’ho accompagnata, ti ho fermato, conosciuto e voluto bene.

§§§

 29/8 - 41 (Cartolina postale) 

Al poeta

Luigi Olivero

Via dei Maroniti 7

Roma 

Me car Olivero,

Grassie dla fontan-a 'd Roma. Per fete l'anghicio it mando na fontan-a 'd Turin. *

Quand ch'it torne a cà?  A Turin tutt a va bastanssa bin. L'almanach l'é quasi al complet. L'unica dificoltà per adess a l'é 'l permess dla carta. Ti scriverai ancora per l'òn. E 'ntant bon travaj e ricord-te minca tant dl'amis

Nino Costa 

* Sul retro della cartolina, manoscritta:

Da: Le fontan-e 'd Turin

Porta Neuva 

Mio caro Olivero,

Grazie della fontana di Roma. Per farti invidia ti invio una fontana di Torino.

Quando torni a casa? A Torino tutto va abbastanza bene. L'almanacco è quasi al completo. Unica difficoltà per adesso è il permesso per la carta. Ti scriverò ancora per questo. Intanto buon lavoro ed ogni tanto ricordati dell'amico

Nino Costa 

§§§

Turin, 29 dic 1941 (Cartolina postale) 

Me car Olivero,

la Roma dij Papa, sinchsentesca e baròca a l’ha ispirate forsse la pi bela poesìa ch’it l’abia fait…fin adess. Fòrs avia ëd doe o tre paragon un po’ baroch, lòn ch’a disdòj nen a le catedrai, specialment le Roman-e, ël rest a l’è tutt a fait bel – ansi la scond e ultima part a son pagine  ëd vera e fòrta poesia. L’hai già lesula ai mè ‘d ca e a quaiche  amis e a son tuti d’acòrdi con mi. A l’Epifania i la lesran ëd cò an casa Orsi – dou soma  invità i solit: Baretti – Pacòtt – Talucchi ecc.

Bravo Olivero! It ses prope sla stra granda e tira ananas… ch’it rivrass dou ch’it veule. Dròlo, però, che da le Mistà pagan-e, it vade pòch per volta avsinandje a le Mistà cristian-e, ansi catoliche. Sòn am fa piasì  perché i son ‘d cò mi dl’istessa idea. Forsse j’ë sponta l’alba d’un ritorn al Crist e a sò vicari an Roma e a l’è bel che noi i sio a l’avanguardia. In hoc signo…vinces!

L’Armanach a va anansi a posson, ma a rivrà ‘d cò chiel a sò temp e a soa mira. Per le copie ch’i t’ l’has dë bsògn butte d’acòrd con Viglongo…S’it peule  mand-me notissie toe, e ‘d toa vita vera – val a di  cola dla toa poesìa. E stame gigio. E ricord-me  quaich vòlta. Bon ami-me car poeta – e …corage. Multa messa (illeggibile)…  

Mio caro Olivero,

la Roma dei Papa, cinquecentesca e barocca t’ha ispirato forse la più bella poesia che tu abbia fatto…fin’adesso. Forse avrà due o tre paragoni un po’ barocchi, quello che non disdice alle cattedrali, in special modo alle Romane, il resto è tutto fatto bene – anzi la seconda ed ultima parte sono pagine di vera e forte poesia. L’ho già letta ai miei di casa e a qualche amico e son tutti d’accordo con me. All’Epifania la leggeranno anche in casa Orsi – dove siamo invitati i soliti: Baretti – Pacott – Talucchi ecc.

Bravo Olivero! Sei proprio sulla strada maestra e tira innanzi… che arriverai dove vuoi. Strano, però, che dalle Immagini pagane tu vada poco alla volta avvicinandoti alle Immagini cristiane, anzi cattoliche.  Questo mi fa piacere perché sono anch’io della stessa idea.  Forse spunta il giorno d’un ritorno al Cristo e al suo vicario in Roma ed è bello che noi si sia all’avanguardia. In hoc signo…vinces!

L’Armanach va avanti a strattoni, ma arriverà anche lui al suo tempo e al suo traguardo. Per le copie di cui hai bisogno mettiti d’accordo con Viglongo:.. Se puoi mandami tue notizie, e della tua vita vera – vale a dire quella della tua poesia. E stammi allegro. E ricordami qualche volta. Buon amico-mio caro poeta – e…coraggio. Multa messa (illeggibile)

§§§

Torino, 13/5/1943 (Lettera)

Caro Olivero,

fui bombardato - sinistrato - sfollato - malato - migliorato. Tuttavia non mi scordai degli amici poeti e godo delle loro glorie, specialmente delle tue.  Di te, ora, si può ripetere il motto  dell’Austria di Maria Teresa Bella gerant alii, tu felije Olviginj, nube. (Altri facciano le guerre, tu  felice Olivero Luigi, pensa al matrimonio) (Parafrasata la frase autentica: Bella gerant alii, tu felix Austria, nube. Altri facciano le guerre, tu felice Austria, pensa ai matrimoni)

Viva te che ti sposi la tua bella poesia in carne ed ossa. Dio te la conservi e vi doni a tutti e due quella felicità e quella pace che meritate. Dei poeti di Torino non so più nulla. Io vivo ad Asti e viaggio su e giù  tutti i giorni. Qualche volta scarabocchio ancora ma il tempo mi manca che molte sono le faccende e le croci.

Un abbraccio a te e un augurio particolare a madamin Cinci.

Se vedi Caballo congratulati per me del premio della Montagna e di tante altre cose belle che fece, fa e farà. Oramai con lui siamo a Caballo e si farà strada. Son lieto che sia dei nostri. 

§§§

Torino, 23 giugno 1945 (Lettera) 

Caro Olivero,

grazie del buon ricordo, delle  buone notizie e della fiducia che hai in me. Ma non hai fatto il conto: 

1° con la mia età – 58 anni 

2° con la mia salute – assai deteriorata dopo la morte di mio figlio Mario – caduto eroicamente in Val Chisone combattendo contro i repubblichini 

3° col mio tempo – diviso e suddiviso fra l’ufficio, la casa sempre piena di gente, il Popolo Nuovo e la ricostituenda Famija Turineisa – 

4° con la mia capacità di lavoro, molto ridotta da un anno in qua – 

5° con la mia pigrizia che si accentua di giorno in giorno. 

E quindi sono costretto a declinare l’incarico che tu volevi con tanta cortesia affidarmi.

Spero che Pacotto, cui ho cercato e cercherò di telefonare, sempre invano, ti possa accontentare.

Da parte mia, quando avrò visto i primi numeri della tua rivista, (perché io ho grande stima del   tuo ingegno e dell’estro che lo infiamma, ma diffido della tua foga di bersagliere  e delle tue sempre accese velleità erotiche letterarie) – spero poterti mandare  qualche poesia o qualche articolo in idioma italico o allobrogo se ancora sarò capace di scrivere qualcosa che valga la pena di essere letta.

Comunque farò tra gli amici di Torino la propaganda per la tua rivista che può diventare e ti auguro diventi una gran bella pubblicazione.

                                     Cordialmente

                                               tuo

                                                                           Nino Costa

Nino Costa

 

Camillo Brero

 

Pinareul 10-11-1946

Carissimo Diretor,

                              ringrassiandlo an ritard dla gentilëssa ‘d publiché la mia poesìa “Piemont” e continuand prima ‘d tut a ringrassielo, ma propi ëd cheur e scias, ës-cias, dël giornal sò cha continoa a mandeme con tanta bontà, im përmëtto (- sempre ël sòlit rompaciap -) ‘d mandeje coste due poesie mie, perché s’a chërd bin, aj publica (bum !?!)… Sarai content e onorà d’arsseive da chiel quai osservasion e quai consej.

                              Grassie ëd tut, torna e sempre, e ‘d cheur.

                        Sò amprendis tut d’un tòch piemonteis

                                           Camillo Brero

Carissimo Direttore,

                                ringraziandola in ritardo della gentilezza di aver pubblicato la mia poesia “Piemont” e continuando prima di tutto a rigraziarla, ma proprio col cuore in mano, del suo giornale che continua ad inviarmi con tanta bontà, mi permetto (- sempre il solito rompiscatole-) di mandarle due poesie mie, perché se lo crede bene, le pubblichi (bum!?!)… Sarei contento ed onorato di ricevere da lei qualche osservazione e qualche consiglio.

                   Grazie di tutto, ancora e sempre, e di cuore.

                    Il suo apprendista tutto d'un pezzo piemontese.

                                          Camillo Brero 

§§§

Viterbo, 3 – 12 – 48

Carissimo Sig. Olivero,

                                     da un po’ di giorni volevo scrivere, e poi un po’ lo studio ed un po’ mille pasticci mi hanno distolto dal mio proposito. Ora che trovo il tempo, voglio innanzitutto ringraziare della sua graditissima visita: non può comprendere, né immaginare  quanto bene mi abbia potuto fare, in questi primi tempi d’ambientamento il sentirmi vicino delle persone amiche…

Grazie dunque, a Lei e al gentilissimo e pazientissimo Sig. Bertolotto.

Chiedo scusa se non sono stato alla debita altezza vostra!

Devo poi ringraziarLa del gentilissimo costante invio de “Il Popolo Nuovo” che mi tiene un po’ più vicino al mio (vostro, prego) Piemonte, che così nostalgicamente rimpiango.

Non so proprio come farò a rendermi degno di tanta bontà, come ricambiare tante gentilezze.

Faccio, finora, il mio possibile: prego il Signore, che ricambi Lui in modo centuplicato il bene che ricevo, alle persone che mi beneficano…

Invio pure, (se a tempo) la miserella mia traduzione di “Falce di luna calante” del D’Annunzio: guardi Lei e faccia quel che vuole e crede meglio. La saluto e ringrazio e con Lei sua moglie e Bertolotto, sperando presto di rivedervi.

           Dev. Camillo Brero

Saluti ed ossequi da parte del mio Direttore e confrat. Piemontesi.

 

Nota. Le due lettere qui sopra, appartengono, come ben si può evincere, al periodo del Camillo Brero seminarista.

Camillo Brero

 

Armando Mottura

 

          Lettera di Armando Mottura a Luigi Olivero. Fa seguito alla polemica sorta in merito al Premio di Poesia Sanremo bandito dalla C. I. R. T. (Compagnia Italiana Ricostruzione e Gran Turismo) che a lungo trova spazio tra le pagine della rivista di Olivero Ël Tòr a partire dal N° 15 del  maggio del 1946 fino al N° 25 del 15 ottobre del 1946. In particolare Mottura risulta particolarmente seccato del termine garçonnet frénétique che Olivero gli affibbia nel titolo dell'articolo che dedica al Premio Sanremo proprio sul numero della rivista che apre la disputa  Polemica sul Premio Sanremo per la Poesia Piemontese ARMANDO MOTTURA, "GARÇONNET FRÉNÉTIQUE".

          Forse Mottura ricorda anche che Olivero, parlando di Mussolini, nel suo Turchia senza harem, da poco pubblicato, garçonnet frénétique aveva definito lo stesso Mussolini.  

Torino, 3. 9 . 46 .

                                                                   Caro Olivero 

la tua lettera satura di tante piccole stupidità da enfant terrible farebbe sorridere se non dimostrasse quanto le nostre mentalità sono distanti. 

Trovi strano che ci siano ancora degli uomini che si offendono a sentirsi trattare da imbroglioni? 

Scusami, ma questo è forse un piccolo residuo di nordismo rimasto in noi che, forse, nell'aria de Roma non si concepisce. 

Questa pubblicità scandalistica da stampa gialla, neanche autorizzata dalle vittime, non entra nel mio ordine d'idee. 

Io sono convinto che al pubblico non interessino le piccole cose sgradevoli che io ti scrivo come non si accorgerò neanche che la mia firma non apparirà più sul Tor.

Tu non hai capito niente. 

Peccato!! 

Tu, caro poeta, non hai mai pensato che 

  tante fior stermà su për le rive 

tante cose ch'a resto ndrinta al cheur 

bsogna save-je cheuje 

bsogna save-je vive 

mach për ël nostr boneur!

e poi: fiche moi la paix!

La vita è già tanto faticosa così! 

Saluti

                                       ArMottura

 

Salvatore Ferrero

  

1 novembre 1946 

(Su carta intestata dell'Associazione Reduci Garibaldini "Giuseppe Garibaldi" Sezione Regionale per il Piemonte Torino Via del Carmine, 13) 

                Me car Olivero,

Tant temp fà, forse n'ann, l'avia mandate  na mia poesia scrita ant ël Brut temp dla gùera ma l'é nen staita publicà, forsse perché a meritava nen l'onor, e gnanca l'hai nen avù rispòsta a la mia letera, con la qual it ringrassiava dla commemorassion, faita sla toa interessanta arvista, 'd me pòver Papà, completament dësmentià da "La Famija Turineisa" perché, come i l'hai scritie a l'avv. Colombin, ël giudice d'ii poeta e dla poesia dialetal, 'd cola Società o mei Famija dla qual son nen sòcio, a l'é 'l Segretari Gianeto, bon antenditor dë stofe.

              L'avria e vorria colaboré a la verament important Arvista "Ël Tòr" da ti fondà e così ben direta, ma sicome son ampegnà fina al col ant l'organisassion d'ii Garibaldin (anssian e giovo) come President dla Session Regional Piemontèisa, i treuvo propi nen ël temp dë scrive 'd neuve poesie. Dato però ch'i ricevo generosament a gratis la toa Arvista la qual sincerament, dato lë stipendi d'ades ch'a basta nen a vive, i peus pròpi nen aboneme, i të scrivo për ciamate se i podria contracabié la generosità con quaiche mia poesia 'n po' veiota (ma mai publicà) e quindi nen d'ocasion come costa.

        Grassie e tanti salut

                                                        Salvator Ferrero

                                                        Cso Umberto, 44

                                                        Torino

  

Giuseppe Rossi (Pinòt Ross)

  

                                    Turin 10/1/1946

Rossi Giuseppe

Torino

Via Principi d'Acaja 30

                                                     Me car Tòr

                        A sôñ quasi vint'ani (i n'aj 43) che am diverto a ciapé le Muse për ji strass, 'ñ po' për esprime d'cose ch'ass señtô e  

'ñ po' a fé d'pôesie "su misura" che j'amiss am ciamo për diversse circôstañse.

                        Pochi meis prima ch'a mañcheisa, i l'ai cônôssù "Barbaciñ" (Pangella) 'l qual a l'a dame d'côñseij 'ñ côragiandme a përseveré.

                         Mi i l'ài përseverà ma i chërdô che neñ sempre i sôn stait bôn a buté 'ñ pratica i côñssei ricevù. 

                        Come filôdramatich l'ài peui 'ñ côñtrà Drovetti, Castellino, Laudi (Dario Cesulani) ma sôñ mai 'ñ calame  a preseñteie ij me "corpi di reato" a dann d'la Musa Piemôñteisa.

                        Adess butô bôñ becch (perché a dijô ch'a l'é metà vive) e iv mañdo për 'l vostr giudissi dôñtré saggh'. A l'é 'n po' tardòt? 

                        Se chërde d'ônôreme d'la vostra cômpetèåssa, a sarà për mi 'l pi bel 'ñ côragiamèñt për sërché d'fé meij e cônquisté peui 'ñ cit post s'le vostre côlone. 

                        Iv ringrassio d'l'atenssiôñ e 'v salutô.

 

 

Turin 20/10/946 

                        Chiel an sël sò N° 25 dël "Tòr" a l'à vossù ripete l'esperiment ëd "collettivismo letterario" ant ël qual già na volta a l'é stà batù; così a l'à arfilame ël premi d'Ast ëd la cansson, mentre che mi a col concòrss i l'ài mai mandà gnente! 

                        Un giornal turineis parland-ne a sò temp, a l'à scrit che 'l premi a l'era tocaie al "torinese Pinin del Rossi". 

                        Mi ant l'ora l'ài chërdù ëd nen arbàte përché an italian im firmo Giuseppe Rossi e an dialèt le mie poesie ij firmo tute "Pinòt Ross"; ma adess chiel a scriv che col premi i l'ài pialo mi e così am buta ant l'ambarass dë studié se 'l coletivism cantà da Maldacea (*) a presenta sì o nò i sò inconvenient! Come la pensa car Olivé? 

                        Ëspetànd ch'ai seurta me "Cit Turin" i son tentà ëd mandeie un sonèt për vëde 'n po' ssà crèd ëd felo seurte prima, e magara con la firma dël vincitor dël premi 'd la canssòn d'Ast!

                         Cola a peul esse n'autra bela facessia! 

                        Ch'a rija 'd cò chiel d'coste me parole scherssòse, coma mi i l'ài rijù a lese me nom ant la rùbrica an coa a la diligenssa. 

                        E da dì che a esse daré na diligenssa a j'é mach sempre da mangié 'd pover!

                        Sempre për la pel e për la piuma, im diciaro sò aff.im 

Pinòt Ross  

(*) Maldacea: macchiettista che ai primi del '900 a teatro cantava «couplets» satirici.

NOTA 

Queste due lettere di Pinòt Ross, scritte a meno di un anno di distanza l'una dall'altra, denotano un notevole cambio di indirizzo nella grafia, la prima che segue quella de 'l caval 'd brôns portavoce della Famija Turinèisa, la seconda più aderente a quella della Compania dij Brandé.

 

 

El Tor

 Ël Tòr N° 29~30 1946