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LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

di Giovanni Delfino

delfino.giovanni@virgilio.it

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Rondò dle masche L'Alcyone, Roma, 1971

Ij faunèt Il Delfino, Roma, 1955

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Roma andalusa

Traduzioni poetiche di Luigi Olivero in piemontese e in italiano

Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

Commenti ad alcune poesie di Luigi Olivero a cura di Domenico Appendino 

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Prima parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Seconda parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Terza parte)

Luigi Olivero Giornalista

Luigi Olivero e Federico Garcia Lorca

Luigi Olivero ed Ezra Pound

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Sergio Maria Gilardino - L'opera poetica di Luigi Armando Olivero 

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ELENCO DI TUTTE LE POESIE, AD OGGI CONOSCIUTE, COMPOSTE IN PIEMONTESE, DA LUIGI ARMANDO OLIVERO

 

          Il link, inserito nel titolo di questo paragrafo, da accesso, in formato excel all'elenco di tutte le poesie (531) che ad oggi sono riuscito a rintracciare, composte da Luigi Olivero.

         L'elenco contiene  le poesie, alcune con più titoli, elencate in ordine alfabetico, con anno di composizione (quando indicato da Olivero) o di pubblicazione, il relativo capoverso, dove è comparsa la prima volta, le edizioni successive.

         Il foglio excel può poi essere ordinato per qualsiasi delle sue colonne tramite la funzione dati (ordina) od in esse si può ricercare una qualsiasi parola tramite la funzione dati (filtro).

         L'elenco verrà periodicamente aggiornato in base ad eventuali nuovi ritrovamenti.

 

 

Poesie inedite di Luigi Armando Olivero

 

          Trascrivo tredici poesie di Luigi Armando Olivero che, ad oggi, mi risultano non essere mai state pubblicate. Olivero ha scritto di avere composto oltre 1000 poesie. Ne ho rintracciate 529 sparse in un'infinità di giornali e riviste. Ad altri giornali e riviste Olivero ha collaborato, specie all'estero. Per questo la prudenza nel dichiarare l'inedito è d'obbligo.

          Undici poesie appartengono al Fondo Olivero depositato presso l'AssOlivero di Villastellone. Otto sono manoscritte e tre dattiloscritte.

          Le due rimanenti sono in proprietà privata del Sig. Domenico Appendino di Poirino (TO) che ringrazio di tutto cuore per avermele messe a disposizione.

          Si troveranno discrepanze nella grafia utilizzata da Olivero. Salvo possibili errori di trascrizione, la grafia riprodotta è quella utilizzata da lui stesso. La variante che salta più all'occhio (e non vuol essere un gioco di parole) è proprio l'utilizzo di eui oppure di euj.

          Salvo una (riportata),  le poesie non hanno data di composizione. Dovrebbero essere state composte tra la metà degli anni trenta e i primi anni quaranta.

           La traduzione è mia. Non ha alcuna pretesa letteraria. Solo quella di rendere comprensibili le poesie anche a chi non sia troppo familiare il piemontese. 

           Sto curando l'edizione di questi inediti in calce ad articoli che vado mano a mano  dedicando a Luigi Olivero su vari giornali e riviste. Per ogni poesia viene segnalata l'eventuale già avvenuta pubblicazione.

Giovanni Delfino

 

NOTA. Le poesie che seguono: Le nòsse dl'alba, Oh fé’l dësdeuit su na bochin-a bela…, Ël giarighin, sono manoscritti appartenenti al Fondo Olivero di Villastellone. La prima è stata pubblicata su La sloira, senza la traduzione e con un vistoso errore che modifica profondamente il senso di un verso (evidenziato qui sotto). Le altre due, anch'esse senza la traduzione, su Gioventura piemontèisa. Poesia sensa paròle è stata pubblicata su Ij Brandé armanach ëd poesìa piemontèia 2010; Le tartarughe pubblicata su Agenda AssOlivero 2012 e Voci dialettali, Roma - Anno LIX N° 152 del 17 settembre 2011; Marta pubblicata su Voci dialettali, Roma - Anno LVIII N° 150 del dicembre 2010; Eui pubblicata su Piemontèis ancheuj del maggio 2012; Preghiera al temp present pubblicata su Piemontèis ancheuj del maggio 2012. 

        La sloira, rivista trimestrale che si pubblica ad Ivrea dal 1994, è, in pratica, il seguito di Musicalbrandè, la rivista fondata, diretta ed anche finanziata dal poeta piemontese e grande amico di Olivero, Alfredo Nicola (Alfredino).

        La sloira non brilla certamente di benevolenza nei confronti di Olivero. A parte l'errore segnalato, corretto nel numero successivo, in morte di Olivero ha pubblicato il ricordo di d. p. (Dario Pasero) A l'é mancaje Luis Olivé (settembre 1996).

        Qui Pasero torna ad una vecchia polemica a proposito dell'opera di Olivero_Viglongo Tutte le canzoni e poesie satiriche piemontesi del Padre Ignazio Isler Edilibro, Torino 1967. A parte quel Luis Olivé del titolo, che sicuramente Olivero non avrebbe gradito, scrive:

        ... a l'ha lassane (an collaborassion con Andrea Viglongh) l'edission ëd le canson e dle poesìe piemontèise dël pare Isler (1968), euvra 'd caràter divulgativ e 'd sigur nen tra le mej dij nòstri studi literari da la mira sientifica e filòlogica...

        Critiche analoghe, ed anche molto più pesanti aveva rivolto nel 1968 su Musicalbrandé Gianrenzo Clivio (deceduto alcuni anni or sono) che Olivero in una sua piccata risposta, rintuzzando puntulamente  le critiche punto per punto, definirà professorino... (Il Cavour N° 4, 1968). Altra critica avevano mosso su 'l caval 'd brôns  Camillo Brero e Giovanni Tesio. Anche qui pronta risposta su Voci dialettali N° 1, 1970.

         Fosse stato ancora vivo, che avrebbe scritto a Dario Pasero e a La sloira? 

Aggiunta dell'ultima ora

        Nuovo sgarro ad Olivero sul numero di settembre 2010 de La sloira. Vedere quanto scrivo in proposito nel capitolo Polemihe.

 

Le nòsse dl’alba

Albe inossente su le strà dël mond:

ciumì dë stèile al fià ciair ëd la vita,

frissoné d’eve sui cussin ëd nita,

òstie ‘d farfalle: comunion dël mond.

 

Tuti j’anei del sol tra feuje e rame,

tute le perle dla rozà tra j’erbe,

l’han coronà le primavere acerbe:

vint primavere mie sbëfiarde e grame.

 

Veuje sensa confin, mal d’ lontananze!

Albe dëstèise ansugnachìe, sul mar

cheujve an brass al galòp: caval dl’azar

di ciapin d’òr ch’a sgnaco ‘l destin ranse.

 

Albe di me vint ani an cò dël mond!

Tante fior rosse a macio la campagna,

tante parpèile a bato sla montagna.

E me cheur l’è un farchèt ch’a sgrinfia ‘l mond.

 

Un farchèt con j’eui ross, ch’a s’aussa e a crija

e a vòla, con un vòl sensa confront,

për la gabia celesta dl’orizont.

A sbat contra i confin dl’azur e a crija.

 

I ragg dël sol a lo trapasso e a crija.

A crija e a piomba - ant l’aria ch’alo spela -    (Speta su La sloira)    

sle pupe reusa dla matin novela.

a rangoté la gòi d’un’agonìa.

 

L’agonìa di vint ani ampestà ‘d veuje…

I gran a canto – e ‘l sol d’ mesdì l’è fort -

l’anlev dla vita da la smens di mòrt.

L’alba a l’è mare e as fa na cun-a ‘d feuje.

 

Le nozze dell’alba 

Albe innocenti sulle strade del mondo: / scintillare di stelle all’alito chiaro della vita, / brividi d’acque sui cuscini di fango, / ostie di farfalle: comunione del mondo. //

Tutti gli anelli del sole tra foglie e rami, / tutte le perle della rugiada tra l’erbe, / hanno incoronato le primavere acerbe: / venti mie primavere beffarde e stentate. //

Desideri senza confini, mal di lontananze! / Albe distese sonnacchiose, sul mare / cogliervi in braccio al galoppo: cavallo dell’azzardo / di ferri d’oro che schiacciano il destino rancido.//

Albe dei miei vent’anni in capo al mondo! / Tanti fiori rossi colorano la campagna, / tante palpebre battono sulla montagna. / E il mio cuore è un falchetto che graffia il mondo. //

Un falchetto con gli occhi rossi, che s’invola e gracchia / e vola, con un volo senza confronti, / attraverso la gabbia celeste dell’orizzonte. / Sbatte contro i confini dell’azzurro e gracchia. //

I raggi del sole lo trapassano e gracchia / gracchia e picchia – nell’aria che lo spiuma – / sulle mammelle rosa della primalba / a rantolare la gioia d’un’agonia. //

L’agonia dei vent’anni impestati di desideri… / Le messi cantano – e il sole di mezzogiorno è forte - / il nutrimento della vita dalla semente dei morti. / L’alba è madre e ci fa una culla di foglie. 

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone 

La slòira Anno XV N° 59, settembre 2009

  

Oh fé’l dësdeuit su na bochin-a bela…                       

Oh fé’l dësdeuit su na bochin-a bela…

ch’at fa na gòi… (l’è un rapolin ‘d cerese!)

e pura tant sovens at fa ‘l disperse

‘d neglesse, con n’arietta barivela!

 

‘Mbrancheje a l’improvis la soa facin-a,

dësverseila andaré ‘n mes ai tò brass.

Tenla reide a la vita, s-ciass ë-s-ciass,

anche s’a sfeudra j’onge – la gatin-a!

 

Sente, sota i tò làver, coi dentin

ch’a s-cianco, ch’a rifuso ‘l tò basin…

E un cheur! Un cheur ch’a bat precipitos

 

come ‘d na rondolin-a spaventà:

ël cheur – an fin di cont – dla toa morfela.       

Oh fé’l dësdeuit su na bochin-a bela…

 

O fare lo sgarbato su una boccuccia bella… 

O fare lo sgarbato su una boccuccia  bella / che ti fa una gioia… ( è un grappolino di ciliegie!) / eppure tanto spesso ti fa lo sgarbo / di negarsi, con un’arietta birichina! // Afferrarle all’improvviso il suo visetto, / rovesciarla all’indietro in mezzo alle tue braccia. / Tenerla forte alla vita, stretta stretta, / anche se sfodera le unghie – la gattina! //

Sentire sotto le tue labbra, quei dentini / che rompono, che rifiutano il tuo bacio… / E un cuore! Un cuore che batte precipitoso //

come quello d’una rondinella spaventata: / il cuore – in fin dei conti – della tua mocciosetta. / O fare lo sgarbato su una boccuccia bella… 

(Altro titolo Vigliacucio)         

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone 

Gioventura piemontèisa N° 4, ottobre 2009

 

Ël giarighin                       

Ti ìt ses un giarighin

candi, inossent

che t’amgrumlisse davsin

a me cheur

e ‘t tramole ‘d sentiment.

 

Mi l’hai fate una nicia con mia bin,

l’hai ambotila ‘d gòi për tò boneur

e i rijo

e i son content 

s’i scoto ch’a dësgrun- i tò dentin

le mandòle salà di me basin.

E quand ch’it raspe j’onge

reusa

e it l’has paura

përchè na pen-a ancreusa

smìa ch’at tortura;

ò giarighin d’ mia vita e d’ me boneur,

mi sento un grop an gola e un tonf al cheur.

 

Ant la conca ‘d mie man,

për consolete

ël tò facin uman

preuvo a cunette

e am ven ant j’eui n’azur ëd paradis

se tò museto a fa bogé ‘n soris;

e i rijo torna dël mè rije s-clin

se i tò dentin

arpijo a dësgruné

- crocand, sensa pensé -

le mandòle salà di me basin.

 

Ò cit ferfoi ëd carn, ò maravia 

viva d’amor,

che con i tò sospir ëd gelosia

e lë vlu ‘d tò calor

t’has ansopì ‘l dolor

dl’anima mia;

it porterai con mi

për tuta grama strà dla vita mia:

e it lasserai mai pì

né neuit né dì

fin che ‘nt ël mond ai sia

una carëssa e un sofe ‘d poesia.

 

…Perché

ti ‘t ses un giarighin

candi, inossent,

che t’amgrumlisse davsin

a me cheur

e të më scaudi i seugn dël sentiment.

 

Il topolino 

Tu sei un topolino / candido, innocente / che ti raggomitoli vicino / al mio cuore / e tremi di sentimento. //

Ti ho fatto un nicchia con il mio amore, / l’ho imbottita di gioia per la tua felicità / e rido / e son contento / se ascolto i tuoi dentini che sgusciano / le mandorle salate dei miei baci. / E quando sfreghi le unghie / rosa / e hai paura / perché una pena profonda / sembra che ti torturi; / o topolino della mia vita e della mia felicità, / io sento un nodo in gola e un tonfo al cuore. //

Nella conca delle mie mani, / per consolarti / il tuo visetto umano / provo a cullarti: / e mi empie gli occhi un azzurro di paradiso / se il tuo musetto smuove un sorriso; / e rido nuovamente del mio ridere squillante / se i tuoi dentini / riprendono a sgusciare / - scroccando senza pensare – / le mandorle salate dei miei baci. //

O piccolo frugoletto di carne, o meraviglia / viva d’amore, / che con i tuoi sospiri di gelosia / e il velluto del tuo calore / hai assopito il dolore / dell’anima mia; / ti porterò con me / per tutta la cattiva strada della vita mia: / e non ti lascerò mai più / nè notte nè dì / finchè nel mondo ci sia / una carezza ed un soffio di poesia. //

…Perché / tu sei un topolino / candido, innocente, / che ti raggomitoli vicino / al mio cuore / e mi riscaldi i sogni del sentimento. 

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone 

Gioventura piemontèisa N° 4, ottobre 2009

 

Mè cheur a l’è na reusa rossa                   

Mè cheur                                                           

a l’è na reusa rossa                                               

ch’a profuma ‘d boneur                                            

e la soa porpra a mossa                                             

bëschìa da un’ongia rossa:                                              

l’ongia rossa ‘d toa man                                       

ch’a la sgraffigna pian.                                      

 

Mè cheur                                                           

(reusa rossa fiorija),                                                    

s’anrubin-a ‘d boneur                                                 

se l’ujon d’un’anvija                                                        

lo fora ‘d gelosìa:                                                    

la gelosìa dl’amor                                                    

l’è la spin-a ‘d na fior.                                              

 

Mè cheur                                                           

a l’é na reusa rossa                                               

ch’a tëm nen ël maleur                                            

ch’a resist a l’angossa                                               

versand, a gossa a gossa,                                              

‘d lacrime profumà                                                   

sui tòrt che il mond ai fa.                                          

 

Mè cheur. 

                                                        

Il mio cuore è una rosa rossa 

Il mio cuore / è una rosa rossa / che profuma di felicità / e la sua porpora zampilla / scalfita da un’unghia rossa: / l’unghia rossa della tua mano / che lo graffia piano. //

Il mio cuore / (rosa rossa fiorita), / s’arrossa di felicità / se il pungiglione d’un’ape / lo perfora di gelosia: / la gelosia dell’amore / è la spina d’un fiore. //

Il mio cuore / è una rosa rossa / che non teme la sventura / che regge all’angoscia / versando, goccia a goccia,  / lacrime profumate / sui torti che il mondo gli fa.

Mio cuore.

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone

 

L’anvija (Un prus tra doe boche)                

Mòrd ant la polpa che veuj vëde ‘l gius                

bagné i tò lavèr e lustreite i dent!                   

L’hai un cheur da masnà ch’a l’è content         

d’ogni tò gest: ànche s’it mange un prus.              .

Na splùa galupa at passa ant j’euj rijent         

                                                                                                                                             

e tut me sangh a l’ha come un sarus                       

d’amor për còl licor fresch ch’a lo ancioca:         

perché ti ‘t morde un prus parei ‘d mia boca!

                                                                                                                  

Perché ti ‘t morde un prus parei ‘d mia boca…                                                                                                                        

e mi mordria toa boca come un prus!                  

  

Il desiderio (Una pera tra due bocche) 

Mordi nella polpa che voglio vederne il succo / bagnare le tue labbra e lucidarti i denti! / Ho un cuore da fanciullo ch’è felice / d’ogni tuo gesto: anche se mangi una pera. / Una ghiotta scintilla ti attraversa gli occhi  ridenti// 

e tutto il mio sangue ha come un brivido / d’amore per quel fresco liquore che l’ubriaca: / perché tu mordi una pera come fosse la mia bocca! 

Perché tu mordi una pera come fosse la mia bocca... / e io morderei la tua bocca come una pera!

 L’ultimo verso, aggiunto  alla fine della poesia,  proviene da una versione precedente manoscritta, contenuta in un libretto d’appunti con altre sedici poesie, oggi in proprietà privata.

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone

  

Poesia sensa paròle                            

Na poesia per ti. Na poesia

scrita con ël sangh ross ch’am beuj ant cheur.

Ant j’ore ‘d perla, ch’a deurm tut maleur,

l’ànima a tas parej d’una cuchija      

përdùa an fond al mar ciair dël boneur :

ël mar di seugn ch’as seugno cheur a cheur. 

 

Vorrìa pudèite fé na poesia  

sensa paròle uman-e, sensa vos,

ma con tuti i rifless pi misterios

ch’as visco ant ël profond  dl’ànima mia

quand che fisso i tò euj càud, luminos,

color dle gensianele al sol gioios

 

Putèite dì ch’a j’è una gòi d’amor

fàita ‘d silensi pontinà ‘d basin

parej d’un cel  stèilà sui brich alpin

Gòj silensiosa ch’a san mach le fior:

le fior dle gensianele che ‘d matin,

coma i tò euj,  as tenso ‘d cel turchin.

                                                                                              

Pudèite dì, sensa parlé d’amor,

le paròle incantà ch’as dijo tra lor

                  j’euj ëd le fior!

                                                         

Poesia senza parole 

Una poesia per te. Una poesia / scritta con il sangue rosso che mi ribolle in cuore. / Nelle ore di perla, che dormono tutte le sventure, / l’anima tace come una conchiglia / perduta in fondo al mare chiaro della felicità: / il mare dei sogni che si sognano cuore a cuore. //

Vorrei poterti comporre una poesia / senza parole umane, senza voce, / ma con tutti i riflessi più misteriosi / che si accendono nel profondo della mia anima / quando fisso i tuoi occhi caldi, luminosi, / colore delle genzianelle al sole gioioso. //

Poterti dire che c’è una felicità d’amore / fatta di  silenzi puntinati di bacini / come un cielo stellato sui picchi alpini / Felicità silenziosa che sanno solamente i fiori: / i fiori delle genzianelle che di mattino, / come i tuoi occhi, si tingono di cielo turchino. //

Poterti dire, senza parlare d’amore, / le parole incantate che si dicono tra loro / gli occhi dei fiori! // 

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone

Pubblicata su Ij brandé Armanach ëd poesìa piemontèisa 2011

  

Le tartarughe                                   

Tartarughe d’eujin giaunis e smòrt,                                   

mi, ‘nt me giardin, l’hai vistve a fé l’amor!                        

Sla greuja dla fumela a monta ‘d zor,                    

ël mascc, e peui as buta a raspé fòrt. 

                  

Chila a smiraja con ël còl bèstòrt                                  

da sòta sò cuvercc – tramess le fior -                            

e chiel, për dije tut so grand amor,                                    

ai picòta ‘l testin: fòl dë sconfòrt.                               

 

Ma chila – no! – s’artira sòt la greuja                      

(parej d’una sposin-a tròp tëmrosa                                 

che daré dël cussin stèrma soa veuja)                          

 

e a tërla via con ël mascc ansima…                              

Fin che na tampa ai dësversa la greuja                          

e ìl mas-c la coata – giust – come na rima.                  

                                                                                                                 

Le tartarughe 

Tartarughe dagli occhi giallognoli e smorti, / io, nel mio giardino, vi ho visto fare /  l'amore! Sullo scudo della femmina monta sopra, / il maschio, e poi si mette a raspare forte. //

Lei  fa capolino con il collo ritorto / da sotto il suo coperchio – in mezzo ai fiori - / e lui, per dirle tutto il suo grande amore, / le becca la testina: folle di sconforto. //

Ma lei – no! – si ritira sotto lo scudo / (come una sposina troppo timorosa / che dietro al cuscino nasconde il suo desiderio) //

e saltella via con il maschio sopra… / Finchè una buca rovescia lo scudo / e il maschio la ricopre – giusto – come una rima. // 

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone

Pubblicata su Agenda AssOlivero 2012 e Voci dialettali N° 152 del 17 settembre 2011

 

Manoscritto Olivero

Manoscritto conservato presso il Fondo Olivero, AssOlivero, Villastellone 

          La poesia che segue, Marta, è stata pubblicata recentemente sul numero 150/15 del dicembre 2010 della rivista Voci dialettali, in un mio articolo dedicato agli inizi dell'opera poetica di Luigi Olivero. 

Marta                                  

Ansema, ant la sèira,                                                

navigavo an boneur                                         

vers colin-e spàlie.                                            

La faussìa dla lun-a                                           

durmìa su mè cheur…                                   

 

L’avìa j’euj pien ‘d rosà                                    

parèj ‘d chi ch’a seufr;                              

l’avìa ùmid ij làver                                            

parèj ‘d chi ch’a prega;                            

la fàcia ‘nvisca ‘d reuse                            

come chi ch’a veul bin…                                    

 

La faussìa dla lun-a                                         

durmìa su mè cheur…

                                     

Voria esse për chila                                          

col che gnun l’era stàit:                             

la gioventù, la gloria,                                         

l’argioissansa, la vita.                                              

Ma son stàit un ilus:                                      

la domora d’na sèira.                                       

 

La faussìa dla lun-a                                         

durmìa su mè cheur…                                

L’avìa un rije ‘d pèrla                                              

ch’am balìa ‘nt le ven-e                                     

e na boca soav                                                

con un deuit d’educanda.                                    

 

«Come ‘v ciame?» l’hai dije.                              

«Marta» a l’ha rijù pian.                             

La faussìa dla lun-a                                         

durmìa su mè cheur.                                        

 

Mesaneuit a sonava                                          

e a l’ha nen dime adiù.                            

L’avìa un grop an gola,                             

na suitin-a ancreusa                                         

‘n anvìa ‘d seugné                                            

un grand lagh ëd parole.                                  

 

As ciamava Marta.                                             

 

Për doe strà diverse                                              

l’oma portà ‘nt noi                                        

una greva tristëssa.                                         

L’hai nen vorsùje bin                                              

a gnun’àutra fija:                                       

mach al nòm ëd silensi                                   

mach al nòm ëd Marta...                                 

 

La faussìa dla lun-a                                         

a deurm ’d zora mè cheur.                                    

 

Marta 

Insieme, nella sera, / viaggiavamo felici / verso pallide colline. / La falce della luna / dormiva sul mio cuore…//

Si chiamava Marta. //

Aveva gli occhi pieni di rugiada / come di chi soffre; / aveva umide le labbra / come di chi prega; / il viso splendente di rose / come chi ama… //

La falce della luna / dormiva sul mio cuore… //

Vorrei essere per lei / chi nessuno era stato: / gioventù, gloria, / tripudio, vita. / Ma sono stato un illuso: / il trastullo d’una sera. //

La falce della luna / dormiva sul mio cuore… //

Aveva una risata di perla / che mi ballava nelle vene / e una bocca soave / con un garbo da educanda. // «Marta» ha riso piano. /

«Come vi chiamate?» le ho detto. / La falce della luna / dormiva sul mio cuore. //

Mezzanotte rintoccava / e non mi ha detto addio. / Avevo un nodo in gola, / un’arsura profonda / un desiderio di sognare / un grande lago di parole. // Non ho voluto bene /

Si chiamava Marta. //

Per due differenti strade / abbiamo portato in noi / una tristezza greve. / a nessun’altra fanciulla: / solamente al nome del silenzio / solamente al nome di Marta... //

La falce della luna / dorme sopra il mio cuore. // 

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone

Pubblicata su Voci dialettali, Roma - Anno LVIII N° 150/15 del dicembre 2010

  

Pan - Daemonium                                            

Con mila coe bërlusente 'd brasa

ò demòne andiaulà dla poesia,

t'anvërtuje ant un reu l'anima mia

che, con un crij d'amor, as tòrz e at basa.

 

Pan - Daemonium 

Con mille code fiammeggianti di brace, / o demonio indiavolato della poesia, / avvolgi in un cerchio l'anima mia / che, con un urlo d'amore, si contorce e ti bacia. 

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone

 

 Le stra                                                 

 

                                     Y yo soy el que me voy

                                        Góngora

 

"(I piemontesi) escono raramente dal loro paese, essendo persuasi che non esiste nulla di simile in Europa. Il Principe di Piemonte mi diceva un giorno che il piemontese divide il mondo geograficamente così: L'Asia, l'Africa. l'America, L'Oceania ed il Piemonte". 

UN EMIGRÀ FRANSÈIS

a la fin dël '700

 

Ventàj dë stra  

'd mia gioventù sfrandà

del mè bon temp passà

che svantajo an sël cheur

për rinfreschelo 'd boneur

ant le cative giornà...    

 

Le strade 

Ventagli di strade / della mia gioventù scatenata; / del mio buon tempo passato / che sventagliano sul cuore / per rinfrescarlo di felicità / nelle giornate cattive... 

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone

  

Eui 

Eui ëd gretchen, ëd miss, ëd señorita?

Nò. I tò grand eui cangiant l'han i color

maravijos dla primavera an fior

quand che, fra tèra e cel, a rij la vita

 

Ant le sèire d'istà rosse 'd calor

i tò eui son doi lagh ciair, sensa nita,

ch'a specio le doe stèile dla mia vita:

còla di vagabond - cola dl'amor.

 

D'otonn, ti 't l'has j'eui bleu d'una masnà

che, sperdùa 'nt ël seugn, a l'ha guardà

j'eui dël diauleri ant un bòsch ancantà

 

Ma, d'invern, it l'has j'eui freid-irisà

fiss come còi d'un àngel esilià...

Eui ch'a l'han tuti j'eui dl'umanità!

 

Occhi 

Occhi di greca, di inglese, di spagnola? / No. I tuoi grandi occhi cangianti hanno i colori / meravigliosi della primavera in fiore / quando, fra terra e cielo, la vita ride.//

Nelle sere estive rosse di calore / i tuoi occhi sono due chiari laghi, senza limo, / che rispecchiano le due stelle della mia vita: / quella del vagabondo - quella dell'amore.//

D'autunno hai gli occhi blu di una fanciulla / che, persa nel sogno, ha guardato / gli occhi del diavolo in un bosco incantato. //

Ma, d'inverno, hai gli occhi freddi-iridati / immobili come quelli d'un angelo esiliato... / Occhi che hanno tutti gli occhi dell'umanità! 

Manoscritto Fondo Olivero Villastellone

Pubblicata su Piemontèis ancheuj del maggio 2012

  

Gloria 'd Savoia 

Òh sota l'eui dël sol d'or luminos

pudei esse cangià 'nt na preus ëd fior

sla colin-a 'd Superga: e seurbe i pior

dij re 'd Savoja con ij brass an cros!

 

Re 'd nostra rassa, a pioro e pioreran

sle tombe 'd brasa dle nostre sità.

Bej sivalié vestì 'd 'd fer dël passà,

për un cit re ij grandi re spariran.

 

Sprofonderan ant un gran lagh ëd sangh:

sangh dël Piemont con le ven-e tajà.

Glòria 'd Savoja - 'd neuv sècoj - strossà

da le man fòle d'un vei sensa sangh...

  

Gloria di Savoia 

Oh sotto gli occhi splendenti del sole d'oro / poter essere cambiato in una striscia di fiori / sulla collina di Superga: e assorbire i pianti / dei re di Savoia con le braccia in croce! //

Re della nostra razza, piangono e piangeranno / sulle tombe di brace delle nostre città. / Bei cavalieri vestiti del ferro del passato, / per un piccolo re i grandi re spariranno. //

Sprofonderanno in un grande lago di sangue: / sangue del Piemonte con le vene tagliate. / Gloria di Savoia - di nove secoli - strozzata / dalle mani folli d'un vecchio senza sangue...    

Dattiloscritto Fondo Olivero Villastellone

  

Preghiera al temp present 

Ò temp present, mi 't seufro ant ògni ven-a.

T'ëm fonghe drinta ìl cheur ross, con i dent

d'una bestia ch'a sbran-a 'l me torment

T'ëm grope i pols parèj d'una caden-a.

 

Temp ëd guèra che 't sëmne lë spavent

andoa 'l paisan slargava la man pien-a

për vantelé 'nt ël sòrch d'ògni moren-a

la bon-a smens di chichin d'òr e argent

 

Temp ëd ràbia che 't vèrse giù dal cel

tempeste 'd bombe e d'àquile d'assel

viscand ògni paìs, ògni sità;

 

lassa un po' 'd sosta për le fomne e i vej,

lassa na pugnà 'd rame ant i fornej:

lassje un po' 'd sangh al cheur dl'umanità...

 

                  Ò temp sensa pietà.

për la fam inossenta dle masnà

lassje un brujon ëd gran al sorch laurà!

  

Preghiera al presente 

O tempo presente, ti soffro in ogni vena. / Mi scavi dentro il cuore rosso, con i denti / d'una bestia che sbrana il mio tormento. / M'annodi i polsi come una catena. //

Tempo di guerra che semini spavento / dove il contadino allargava la mano piena / per sventagliare nel solco d'ogni morena / la buona semente di chicchi d'oro e d'argento. //

Tempo di rabbia che rovescia giù dal cielo / tempeste di bombe e d'aquile d'acciaio / incendiando ogni paese, ogni città; //

lascia un po' di sosta per le donne e i vecchi, / lascia un pugno di rami nei fornelli: / lasciagli un po' di sangue al cuore dell'umanità...//

             O tempo senza pietà, / per la fame innocente dei fanciulli / lasciagli un sussurrio di grano al solco lavorato! 

5 aprile 1941 

Dattiloscritto Fondo Olivero Villastellone

Pubblicata su Piemointèis ancheuj del maggio 2012

  

Sercc d'aria reusa                   

J'euj reusa dle colombe            

a son giajètt da cheuje                

për anvlupé 'nt le feuje

'd reusa.

 

La smens giàuna dla reusa

a l'é un tabach da cheuje

për anvlupé 'nt le feuje

'd menta.

 

Una ramëtta 'd menta

l'é un bastonin da cheuje

për sopaté le feuje

'd reusa.

 

Le feuje 'd reusa a lasso

robaté 'd cite greuje:

cucionilie con pleuje

'd reusa.

 

Le cucionilie reusa

al sol a taco a beuje.

Colombe tra le feuje

ai bëcco.

 

E, 'nt un sercc d'aria reusa,

torno a fissé le fior

euj 'd colombe an amor:

euj reusa.         .

 

Cerchio d'aria rosa 

Gli occhi rosa delle colombe / sono lapislazzuli da cogliere /per avvolgere nelle foglie / della rosa. //

La semente gialla della rosa / è un tabacco da cogliere / per avvolgere nelle foglie / della menta. //

Un ramoscello di menta / è un bastoncino da cogliere / per scuotere le foglie / della rosa. //

Le foglie di rosa lasciano / cadere piccoli gusci: / coccinelle con la buccia / della rosa. //

Le coccinelle rosa / al sole cominciano a ribollire. / Colombe tra le foglie / le beccano. //

E, in un cerchio d'aria rosa, / ritornano a fissare i fiori / occhi di colombe in amore: / occhi rosa 

Dattiloscritto Fondo Olivero Villastellone

  

Ross come un cheur 

Ross come un cheur,  

sutil come un gatij d’avja:

la maravia

d’un basin d’amor!

 

Ùnich boneur

ùnica adoss dla vita mia

anvelenia

dai mòrs del dolor.

 

Drinta me cheur

j’è na stèilin-a benedia,

la poesia,

ch’as visca al calor

 

d’un basin d’amor!

 

Rosso come un cuore

 

Rosso come un cuore, / sottile come un bisbiglio d'ape: / la meraviglia / d'un bacio d'amore! //

Unica felicità / unica sorgente della mia vita / avvelenata / dai morsi del dolore. //

Dentro il mio cuore / c'è una stellina benedetta, / la poesia, / che s'accende al calore //

d'un bacio d'amore! 

Manoscritto appartenente alla raccolta del Sig. Domenico Appendino, Poirino (TO).

         

Carëssa 

Carëssa,

ti ‘t passe come un’aria ‘d nostalgia

e it porte via

ògni tristëssa

ògni malinconia.

 

Carëssa,

ala ‘d colomba su mia front bujenta;

acqua rijenta;

sospir ëd blëssa;

parpajòla innosenta.

 

Carëssa,

të scoto sui me eui ch’as saro adase.

Tant i t’ëm piase!

Carëssa

che ant ël dolor t’ëm crase:

 

të sgrafigne me cheur ch’a peul nen tase

 

 

Carezza 

Carezza, / passi come un'aria di nostalgia / e ti porti via / ogni tristezza / ogni malinconia. //

Carezza, / ala di colomba sulla mia fronte bruciante / acqua ridente; / sospiro di bellezza; / farfalla innocente. //

Carezza, / di percepisco sui miei occhi che si chiudono adagio. / Tanto mi piaci! / Carezza / che nel dolore mi annienti: //

graffi il mio cuore che non può tacere...

 

Nota al testo Il manoscritto, presente su un quadernetto con fogli a righe giallognoli, presenta, nell'ultima strofa, numerose correzioni a matita autografe, purtroppo quasi illeggibili, che ne modificherebbero profondamente la struttura. Qui è data la prima stesura composta con penna stilografica ed inchiostro blu. 

Manoscritto appartenente alla raccolta del Sig. Domenico Appendino, Poirino (TO).

 

            Ancora due poesie rintracciate di recente. Entrambi presenti su cartoncino a stampa contenente anche la fotografia di un Alpino, probabilmente il poeta borgarino Calisto Ghibaudo, amico di Olivero.

          Paròle 'n sla pera, così come qui trascritta, mi risulta del tutto inedita. Olivero l'ha ripresa modificandola notevolmente ed aggiungendovi altri versi e facendola precedere da  ulteriori dodici versi, suddivisi in quattro strofe. La nuova versione è stata pubblicata in Rondò dle masche con il nuovo titolo «Stabat Mater» an sla tomba dl'ùltim partisan alpin mòrt ant la guèra 'd liberassion e la nuova data di composizione 1960.

          L'Alpin è una versione profondamente variata rispetto alle due già pubblicate (anch'esse differenti tra di loro), una ad aprire la raccolta di poesie Noi soma Alpin di Calisto Ghibaudo, Bertello Borgo San Dalmazzo 1955, l'altra su 'l caval 'd brôns del giugno 1969 con il titolo cambiato in  A un vej Alpin.

          Il cartoncino originale è di proprietà del Sig. Silvio Bonino, collezionista di Margarita (CN), che ringrazio sentitamente per avermelo messo a disposizione.

 

Paròle 'n sla pera

 I  nòstri eui son sensa pior.

 Frèid, ëd pera, 'l nòst dolor.

 La toa cros veul gnun-e fior.

 

Cros ëd giovo mòrt an guèra.

Cros ch'a slarga na frontièra.

Cros ch'a cheurb tuta la tèra.

 

Mòrt su l'arma dël dover.

Con un gest ëd ràbia. Fier.

Mòrt da Alpin mas-c e sincer.

 

Mòrt tra j'ale dla vitòria.

Mòrt basà 'n front da la glòria.

Viv etern ant la memòria.

 

La toa fin veul gnun lament.

La toa cros a sfida 'l vent.

Scrit sul marm l'é 'l nòst torment. 

29 avril 1941 

Nota. La poesia è tutta composta in monostici (versi tutti conclusi da un punto). Forse la prima poesia composta da Olivero in questa forma.

 

Parole sulla pietra. 

I nostri occhi sono senza lacrime. / Freddo, di pietra il nostro dolore. / La tua croce non vuole alcun fiore. //

Croce di giovane morto in guerra. / Croce che allarga una frontiera. / Croce che copre tutta la terra. //

Morto sull'arma del dovere. / Con un gesto di rabbia. Fiero. / Morto da Alpino, maschio e sincero. //

Morto tra le ali della vittoria. / Morto baciato in fronte dalla gloria. / Vivi eterno nella memoria. //

La tua fine non vuol alcun lamento. / La tua croce sfida il vento. / Scritto sul marmo è il nostro tormento. //

 

L'Alpin 

La barba a rùsia la toa facia brun-a 

(la barba dura sla toa fòrsa uman-a) 

ò bel gigant che ant una neuit lontan-a 

it vije sol e drit sòta la lun-a.

 

Gravà 'nt la pera dla virtù nostran-a

toa testa a l'ha 'l profil ëd la fortun-a.

Ò gigant an grisvèrd sòta la lun-a

che 't vije sol ant una neuit lontan-a.

 

E 'l tò cheur piemontèis a l'é d'assel

(dl'assel forgià 'nt ël reu dla nòstra glòria,

temprà da le tempeste dël nòst cel).

 

Ò gigant an grisvèrd dla nòstra Stòria,

fa fiusa.  It vinceras. Sul tò capel

a j'é na piuma dl'ala dla Vitòria.

7 mars 1941

 

 L'Alpino

La barba rode il tuo viso bruno / (la barba dura sulla tua forza umana) / o bel gigante che in una notte lontana / vegli solo e diritto sotto la luna. //

Scolpita nella pietra della virtù nostrana / la tua testa ha il profilo della fortuna. / O gigante in grigioverde sotto la luna / che vegli solo in una notte lontana. //

E il tuo cuore piemontese è d'acciaio / (dell'acciaio forgiato nel cerchio della nostra gloria, / temprato d dalle tempeste del nostro cielo). //

 Oh gigante in grigioverde della nostra Storia, / Fidati. Vincerai. Sul tuo cappello / c'é una piuma dell'ala della Vittoria. //

  

Manoscritto 

 

Libretto