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  LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

di Giovanni Delfino

delfino.giovanni@virgilio.it

 

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Rondò dle masche L'Alcyone, Roma, 1971 

Ij faunèt Il Delfino, Roma, 1955 

Articoli di Giovanni Delfino riguardanti Luigi Olivero pubblicati su giornali e riviste

Roma andalusa

Traduzioni poetiche di Luigi Olivero in piemontese e in italiano

Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

Commenti ad alcune poesie di Luigi Olivero a cura di Domenico Appendino 

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Prima parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Seconda parte)

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Biografia di Luigi Olivero: settimo ed ottavo scenario (Incontri, polemiche, viaggi, cantonate ~ Ultima stagione ~ Commiato)

Appendici prima, seconda e terza

Appendice quarta ed ottava

Appendice quinta: gli scritti di Luigi Olivero su giornali e riviste

Giudizi espressi in anni recenti su Luigi Olivero

L'officina di Luigi Olivero

Luigi Olivero legge la sua Ël bòch

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Luigi Olivero

Olivero (secondo da sx) a Djelfa, Atlante sahariano (250 km a sud di Algeri) nel 1936

(Da Armanach piemontèis 1936)

 

Luigi Olivero

Ij Brandé N° 140 ~ 1952

 

Siti integrativi

 

          Segnalo con piacere un sito a carattere escursionistico, aperto recentemente dall'amico Pierluigi Revelli di Borgo San Dalmazzo, che descrive numerosi itinerari con partenza proprio da Borgo, la cittadina in provincia di Cuneo che Luigi Armando Olivero, dal 1947, aveva scelto come sede delle sue vacanze estive e dove aveva trovato inesauribile fonte di ispirazione per le sue poesie e per i suoi scritti.

www.gigirevel.it

Ca dë Studi Piemontèis  Diretta dalla Dott. Albina Malerba, si occupa della cultura piemontese in generale. Pubblica semestralmente Studi Piemontesi, ampia silloge di autori e studi dedicati al Piemonte.

http://www.studipiemontesi.it/ 

Sito dedicato alla lingua piemontese

Piemunteis.it si articola in diverse sezioni tematiche per approfondire i diversi aspetti della lingua.

Un dizionario della lingua piemontese di oltre 22.000 lemmi, con la coniugazione di tutti i verbi e relative forme pronominali; oltre 12.000 frasi in lingua piemontese con la traduzione in italiano.

Un'antologia di oltre 70 poesie in lingua piemontese, lette da attori professionisti, per un faile abbinamento tra forma e parlata, utile a chi non ha dimestichezza con la lingua piemontese.

Una sezione di studi sulla lingua e letteratura piemontese, la maggior parte scritti o tradotti in lingua piemontese.

La sezione liber-liber è dedicata ai libri in formato digitale, per rendere accessibili al pubblico i testi antichi più significativi per la storia della lingua piemontese.

www.piemunteis.it

NOTA Il sito Piemunteis.it usa una grafia differente da quella della maggior parte dei poeti e scrittori piemontesi. In particolare propone fonemi ö, ü già presentati in passato da linguisti e/o pseudo tali e rigettati. Dissento in particolar modo dall'aver trasferito in questa grafia testi quali quelli del Prof. Sergio Maria Gilardino e Carlottina Rocco.

Nell'antologia poetica sono poi assenti i grandi del '900 piemontese quali Pinin Pacòt, Luigi Armando Olivero, Camillo Brero, Mario Albano, Armando Mottura, Alfredo Nicola (Alfredino) e altri ancora, il tutto per dissapori tra i fautori delle due grafie.

Purtroppo, escluso, forse, Camillo Brero, nessuno degli altri potrebbe autorizzare o meno le proprie opere nella nuova grafia, tutti, da tempo deceduti.

Gioventura Piemontèisa Organizza incontri e corsi di piemontese. Pubblica trimestralmente la rivista omonima con articoli di cultura e politica dedicati al Piemonte. Pubblica libri di interesse piemontese.

http://www.gioventurapiemonteisa.net/ 

Nòste Rèis Anche questa associazione organizza incontri culturali e corsi di lingua piemontese.

http://www.nostereis.org/ 

Piemontèis ancheuj Mensile di poesia e cultura nelle lingue del Piemonte. Editrice CENTRO STUDI DON MINZONI Strada Settimo, 92 10156 Torino. Direttore responsabile Camillo Brero. 

http://piemonteis.xoom.it  

piemonteis.ancheuj@virgilio.it 

Le mille e una carta Libreria on line che tratta prevalentemente  argomenti di interesse piemontese.

lemilleeunacarta@libero.it 

Libreria antiquaria Le Colonne Via Mombasiglio, 20 b 10136 Torino  Specializzata  in testi riguardanti il Piemonte.

colonnelibri@colonnelibri.it

www.colonnelibri.it 

Libreria antiquaria Yelets Via Nomentana 251b (ang. Cso Trieste) 00161 ROMA 06 44202287

Spesso mette in catalogo opere di Olivero o su Olivero.

www.yelets.it

yelets.libreria@gmail.com 

VIVENZIA La scuola di formazione che considera ciascuno protagonista, artefice e custode del proprio apprendimento.

http://www.vivenzia.it/ 

Il negozio di Euterpe 

Euterpe era la musa della musica, secondo la mitologia greca. Questo blog tratta di musica: classica, leggera, pop (come recitava Vanna Brosio presentando "Adesso musica"). Sono quindi presenti nel blog recensioni di dischi e di libri di argomenti musicali, accompagnate da immagini, con un occhio di riguardo (anche se non esclusivo) per la musica prodotta sotto la Mole. 

Il negozio di Euterpe

 
 

Luigi Olivero

Ij Brandé N° 161 ~ 1953

 

Il Punto Casa editrice con vocazione al Piemonte.

http://www.piemonteinbancarella.it/ 

La sloira Associazione culturale di Ivrea. Pubblica trimestralmente la rivista omonima che è la continuazione del Musicalbrandé, rivista fondata nel 1957 e diretta da Alfredo Nicola (Alfredino) noto poeta piemontese.

sloira94@tiscali.it 

Coumboscuro Associazione culturale della Val Grana (CN). Pubblica l'omonimo periodico della minoranza provenzale in Italia diretto dal poeta Sergio Arneodo.

http://www.coumboscuro.org/ 

Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali Italiani (ANPOSDI)Associazione fondata nel 1954, tra gli altri, da Luigi Olivero. Olivero fondò e diresse dal 1956 al 1961 la rivista dell'Associazione Poesia dialettale. Fondò e diresse nel 1970 la nuova rivista quadrimestrale Fiera dialettale che ancora oggi prosegue la sua attività con il nuovo titolo Voci dialettali. Olivero fu a lungo Vicepresidente dell'Associazione che oggi è presieduta dal Dott. Mimmo Staltari.

http://www.anposdi.it/

Nino Costa

Torino 28 giugno 1886 ~ 5 novembre 1945

Nino Costa

     

Nino Costa in un'immagine tratta da Nino Costa - Le pì bèle poesìe

Tipografia Torinese Editrice 1949

         Nino Costa. Settant'anni dalla morte prematura del maestro di poesia per alcune generazioni di poeti piemontesi. Tracciarne un ritratto che percorra la sua vita di uomo e di poeta è impresa che richiederebbe tempi e spazi che, oggi, non ho disponiibili.

         Mi limiterò pertanto ad alcuni episodi tra gli anni '20 e gli anni '40 per poi dedicarmi con maggiore attenzione alla sua vita, alla sua poesia, tra il 1943 ed il 1945.

         Ma una data mi preme di sottolineare subito: 16 agosto 1944. Muore il figlio Mario combattendo da partigiano sul Monte Génévry (Pragelato, Val Chisone) contro i nazi-fascisti. Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi consegna ai parenti la laurea ad honorem alla memoria nel giorno anniversario della morte del padre Nino, con la seguente motivazione: …caduto sul monte Génévry mentre da solo, per aprire la via di salvezza ai compagni accerchiati si lanciava all’assalto di un fortino tenuto dai nazi-fascisti. Nino non si riprende più dal colpo infertogli dall'atroce notizia. Nel gennaio successivo viene colpito da infarto che lo accompagnerà, passo passo, al 5 novembre, giorno in cui si ricongiungerà all'amato Mario e alla cara moglie Ercolina che di lì a poco lo seguirà. Rimarrà a tenerne vivo il ricordo la figlia Celestina che, da pochi anni, anch'essa, è andata a raggiungere i suoi cari.

 Mario Costa

Comandante Mario Costa in un'immagine tratta da Nino Costa Tempesta

Tipografia Aurora - Marzo 1946

Costa: i suoi primi versi - Na mamina

 

         I primi versi di Costa appaiono il 23 dicembre del 1909 su 'L birichin - Giôrnal Piemônteis con la poesia Macetta 'd Natal e la firma Na mamina.

Questo pseudonimo Costa lo utilizza per parecchi anni, a volte solo Mamina, a volte le iniziali N M per poi giungere a N C ed infine al suo nome per esteso. Collaborerà con il giornale torinese fino alla sua cessazione avvenuta nel 1926. Nino raccoglierà poi parte delle poesie pubblicate su 'L birichin, ne aggiungerà di nuove e, per i tipi della Lattes, darà alle stampe, nel 1922, Mamina - Poesie piemontesi.

         ...Prima 'ncôra 'd fiôrì, ti 't ses passìa è la frase riportata in testa al frontespizio e, da sola, ci rivela la genesi di Mamina. Costa si mette nei panni di una giovane diventata mamma troppo presto e lasciata troppo sola. Narra le sue vicissitudini, le sue ansie e timori, ma, soprattutto, la sua voglia di redenzione da ottenersi con le cure e l'amore che riversa sulla figlia.

         Annunciando l'uscita di Mamina 'L birichin dichiara: ...contrariament a tanti d'autri, anvece d'esse la racòlta 'd poesie già staite publicà, 'l volum a l'é na vera stòria d'na fija che, disgrassiatament diventà mare, a cerca la redenssion ant soa citina dësmentiand così ël mond e le soe malvagità.

         Direttore e redattori del giornale ed il pubblico saranno a lungo convinti che le poesie siano dettate proprio da una mamma. Divertente l'episodio che svelerà la vera natura dell'autore. Dalle parole di Mario Albano (poeta de Ij Brandé e caro amico di Nino) pubblicate su Ij Brandé N° 114 del primo giugno del 1951, leggiamo come si svolse la presentazione ufficiale di Na mamina al direttore de 'L birichin Paggio Fernando (Ferdinando Viale) che inizia con la storia della pubblicazionie dei sonetti, della curiosità che l'anonima Mamina aveva suscitato e le pressanti richieste di rivelarne il nome:

E l'incògnita, mandand soe poesie, a rëspondia sempre ch'a la lasseisso an pas, che, dòp tut lòn ch'a l'avia passà, dòp tante disilusion a vivìa mach pi për soa creatura e che dël mond j na fasìa pi gnente.

        Tuta costa manera 'd comportesse, anvece dë sfreidé la combricola birichinòira, a la scaudava ancora 'd pì, e an sel pcit coré l'insistenssa ass fasia sempre pi viva. La tiritela a l'é andaita anans parèj per pi d'un ann. Finalment, vista tanta insistenssa e dcò un pò për compassion, la misteriosa Mamin-a a l'avìa cedù, fissand n'apontament a la diression dël Biri.

Con soa barba faita 'd fresch e tut bin tiflà për l'ocasion, ël diretor a l'ora giusta a l'é trovasse pontual a spetela. Da lì a un pòch dë dnans chiel, ecco ch'ass presenta n'òm nen tant grand dë statura, con na caviera bionda pitòst raira, doi eui color dël cel, che, tranquilament, con bela grassia, ai dis: «Mi son Mamina!» E a l'era Costa.

         Tablò! Col ch'a spetava a l'ha fait n'arssaut, a l'é quasi mancaje 'l fià për la sorpreisa. A la fin son presentasse, e a l'han profità dla bela ocasion për fè conossensa.

         Costa a l'ha rijù 'd cheur, l'autr a l'avrà fait l'istess, ma forsse nen con tanta gòj, përchè dòp tut, a j'è poch da dije, a l'era stait bin giugà.

         E parej a son dventà amis, ma Costa, an confidenssa, a l'ha dime ch'a l'ha mai përdonajla.

            In anni recenti ho conosciuto un collezionista di Margarita (CN) che da parenti di Luigi Olivero ha acquistato molte carte a lui appartenute. Tra queste un piccolo fondo che ad Olivero aveva donato Tito Gantesi, al secolo Tommaso Agostinetti, poeta, saggista, giornalista, ma in particolare uno dei principali bibliofili che il Piemonte abbia avuto. Tra queste carte una poesia inedita di Nino Costa firmata Na mamina in cui la giovane mamma immagina un incontro con il grande poeta piemontese di Castelnuovo Calcea, Angelo Brofferio. Questa poesia, insieme alla sua genesi, l'ho riportata integralmente su questa rivista con il titolo Una poesia inedita(?) di Nino Costa nel N° 5 del maggio 2012.

 

Costa, Pacòt e Ij Brandé

 

         A proposito della richiesta di Pinin Pacòt a Nino Costa di collaborazione per l'Armanach piemontèis 1937 e del rifiuto di Costa con le prese di posizione di Pacòt che ne seguirono, ho già scritto su questa rivista nella decima puntata di Pinin Pacòt tra poesia, prosa ed editoria dal 1926 al 1938 apparso su Piemontèis ancheuj Ann XXXIII N° 1 Gené 2015. Per non ripetermi, rimando pertanto al numero di gennaio di questa rivista chi volesse saperne di più sul dissidio tra Costa e Pacòt.

 

Nino Costa ed il teatro piemontese

 

         Nel 1930 l'autore di teatro Onorato Castellino, con buon fiuto, invita Costa a collaborare con lui nella stesura della commedia musicale Rondolin-a personera. Costa accetta di buon grado e ne compone tutte le canzoni che saranno messe in musica dal M° Carlo Emanuele Croce. La commedia fu molto gradita dal pubblico e vinse anche il concorso teatrale indetto per la stagione 1930-1931 dal Dopolavoro Provinciale di Torino.

Primi interpreti a teatro furono:

La Marchesa de Villeneuve dei Conti Priocca         Italia Brusasco

Jacqueline (sua figlia)                                                Maria Luisa Filippi

Il Barone d'Isola                                                                Rinaldo Rondolino

Margritin                                                                     Anna Roberti

Lafleur                                                                         Carlo Vaudano

Tromlin                                                                       Enrico Cancelli

         L'opera verrà poi stampata dalla S.E.L.P. Studio Librario Editoriale Piemontese di Andrea Viglongo il 31 marzo del 1931 come primo volume della collana Teatro Dialettale Moderno ~ Serie Piemontese.

         Nella prefazione di Onorato Castellino si legge:

All'Editore che mi chiese il parere su questa originale raccolta di produzioni dialettali italiane contemporanee, non assicurai per compenso un grande successo di vendita: sarebbe stata una ingenuità colpevole o una sciocca presunzione. Del resto, egli è troppo intelligente e generoso per aspettarsela senz'altro. Tuttavia sono assai lieto di aver contribuito a scegliere o consigliare il novissimo repertorio, incominciando intanto con questa «Rondolina personera» che egli stesso chiedeva, e mi congratulai vivamente con il suo entusiasmo fattivo e con la sua audacia del rischio. Uno di più. Un fedele, un neofita di più davanti alla stella stellina del teatro dialettale piemontese. Perchè, si, non siamo mica un esercito a volere che la nostra scena riviva, e più d'uno, o stanco o sfiduciato, è tornato indietro dalla strada maestra oppure s'è buttato alle traverse: cosicchè, ogni passo con che faticosamente si riesce a progredire è una gioia e una vittoria.

L'amico fraterno di Nino, Italo Mario Angeloni, buon poeta ligure, tre anni dopo la sua morte raccoglie, nel 1949, in un libro, «Nino Costa le pì bèle poesìe» ormai molto raro, una sua scelta delle poesie di Costa tratte dalle sue sei raccolte. Oltre ad una accurata prefazione-ricordo dell'amico, in coda al volume Angeloni aggiunge il paragrafo Nino Costa ed il folklore. Qui Italo Mario raccorda tutte le canzoni scritte da Costa con il riassunto del tema della commedia. L'Angeloni mi perdonerà se ai suoi scritti aggiungerò, sempre tratti dalla commedia, qualche altro brano di Castellino per migliorarne la comprensione della trama. Ed ecco quindi Rondolin-a personera.

 

ATTO I

 

         Un grande salone nel castello della Marchesa de Villeneuve Priocca, nel territorio di Mongardino, correndo l'anno 1798, il 24 dicembre. Il Marchese de Villeneuve è stato ghigliottinato a Parigi, e la vedova, nata dei Priocca, che aveva fatto a tempo ad emigrare, vive ritirata da cinque anni nel castello dei suoi avi, unico bene del suo patrimonio e della dote che le sia rimasto. Ha una figlia, Jacqueline, delicata creatura sulla soglia dei venti anni. La Marchesa e la Marchesina sanno, ma non si rendono conto della gravità, che venendo in Piemonte dalla Francia sono cadute dalla padella nella brace: la Repubblica Francese, e per essa il suo rappresentante a Torino, il Ginguenè e poi l'Eymar. pur di dare noie e avere pretesti contro il Governo del debole Carlo Emanuele IV, insiste perchè gli emigrati siano rimandati in Francia. Per di più, come francesi, bande armate avevano l'impunità nel depredarli o ammazzarli. La marchesa ha poi il torto di chiamarsi dei Priocca omonima e parente del Primo Ministro del Re, quel magnifico galantuomo che fu il capro espiatorio di tutte le subdole manovre francesi, approdate alla caduta della monarchia.

         È dunque la vigilia di Natale, e la marchesa ha, di passaggio, in visita, la sua vecchia amica, la contessa di Mombercelli, e per l'occasione ha chiamato presso di sè dal paese d'Isola, distante un'ora di cammino, il barone d'Isola, col quale essa pensa che la figliuola potrebbe unirsi in nozze tranquille e convenienti. Il barone d'Isola non è un'aquila, ma una sistemazione in questi momenti burrascosi rappresenta per lo meno un approdo. La figliuola sa e non sa. Essa si leva da una malattia per cui è stato necessario far venire da Isola il dottor Ferrero, passando sopra ai pregiudizi che dividono i nobili soprattutto dai partigiani delle nuove idee repubblicane.

         Bisognava far festa alla cara convalescente e la si è accontentata nel suo desiderio di celebrare il Natale con la costumanza piemontese del Presepio. Infatti, nel salone è stato approntato in un angolo il Presepio. Margritin, la creada, Lafleur, il cocchiere, giardiniere e domestico e Cichina e Roseta, due villanelle, sono affaccendati negli ultimi preparativi.

         All'ambiente piemontese, in sul finire del tragico 1798, ai casi d'amore della fragile Jacqueline, proprio nel Monferrato di Nino Costa, occorreva questa pennellata di colore locale, questo nesso di ritmi folkloristici che il Poeta, fedele al suo popolo, trovò facilmente in fondo al cuore ed in punta di penna.

         Il primo di tali componimenti mèlici è una Pastorale, a due voci, in distici, a rime tronche, alternati dal corale simile alle strofe ed antistrofe della scena greca. È inserita nel quadro natalizio del Presepe, allestito a Mongardino, nel castello dei De Villeneuve-Priocca, perchè la signora marchesa madre vuole festeggiare insieme la sacra ricorrenza e la guarigione della sua Jacqueline.

 

PASTORAL

 

         Questa composizione a dialogo, come gli antichi canti amebei, comporta una sua rudimentale drammatizzazione. O sei, od otto o dieci che siano i componenti del coro, essi si dividono in due schiere e procedono dal fondo fino all'altezza del Presepio: giunti alla parte corale, si volgono verso il Presepio e cantano avendo le mani giunte. Per la seconda parte, compiono una evoluzione, prima all'indietro e poi verso il davanti, e cantano la seconda volta il coro inginocchiati.

I

PRIMA VOS          -          J'é 'nt ël cel na steila neuva

                                     ch'a sbaluca dë splendor

SECON. VOS -         Ven porté la bona neuva

                                     ch'a l'è naje 'l Salvator.

PRIMA VOS -         Coi pastor per brich e pian-a

                                     dova mai son-ne 'n camin?

SECON. VOS          -         Van cercanda la caban-a

                                     la caban-a dël Bambin.

PRIMA VOS -         Col ciairin an lontanansa

                                     ch'a tramola sota 'l vent?

SECON. VOS -         L'è 'l ciairin ëd la speranssa

                                     l'è 'l sospir dla pòvra gent.

PRIMA VOS -         Passa 'l vent an mes dle piante

                                     con na gran cansson d'amor.

SECON. VOS -         A son j'Angei ch'a la canto

                                     per la nassita 'd Nossgnor. 

 

         La capocoro ha preceduto le compagne alzando una stella cometa tutta d'oro. Al momento del coro la tende e la innalza verso il Presepio:

 

CORO         -         Gesù bel,

                            Re del Cel,

                            ch'it ses fate nòstr fratel,

                            dòp l'afan ëd tanta guèra

                            pòrta pas a nòstra tera.

                            Gesà bel,

                            Re del Cel,

                            ch'i 't ses fate nòstr fratel,

                            't lo ciamoma an ginojon,

                            dane un pò 'd consolassion.

 

II

 

PRIMA VOS          -         Col ninin cogià 'nt la cuna

                                     bianch e ross come na fior?

SECON. VOS -         S'a l'è 'l Re 'd nòstra fortuna

                                     s'a l'è fieul dël Creator.

PRIMA VOS -         Cola santa ch'a lo vija

                                     ch'a lo basa pian pianin?

SECON. VOS -         L'è la Vergine Maria

                                     l'è la mama del Bambin.

PRIMA VOS -         Col ciairin an lontananssa

                                     l'è dventà un brasé lusent.

SECON. VOS -         L'è la fiama dla speransa

                                     l'è 'l confòrt dla pòvra gent.

PRIMA VOS -         Passa 'l vent an mes dle piante

                                     con na gran cansson d'amor.

SECON. VOS -         A son j'Angei ch'a la canto

                                     për la nassita 'd Nossgnor.

 

         La capocoro, memtre le altre s'inginocchiano, voltata verso di esse, alza quasi a segno di benedizione la stella d'oro.

 

CORO         -         Gesù bel,

                            Re del Cel,

                            ch'it ses fate nòstr fratel,

                            dòp l'afan ëd tanta guèra

                            pòrta pas a nòstra tera.

                            Gesà bel,

                            Re del Cel,

                            ch'i 't ses fate nòstr fratel,

                            tlo ciamoma an ginojon,

                            dane un pò 'd consolassion.

 

         Segue nella sesta scena, del primo atto, la canzoncina, con cui il barone d'Isola, futuro sposo di Jacqueline, ricostruisce la salace avventura del conte Fleury e del gaglioffo suo servo. Sono quartine di ottonari piani e tronchi, alterni:

 

'L TONI DEL CONT FLEURY

 

                            Na contëssa un pò anssianòta

                            l'à sposà 'l contin Fleurì.

                            Chiel l'è fresch parèj 'd na tòta

                            chila a l'era 'n bon partì.

 

                            La Contëssa a l'è gelosa

                            lë sposin a fà 'l galèt.

                            Chiel và 'n cerca dla morosa,

                            chila ai pronta ìl trabucètt.

 

                            Vate scotè darè dla pòrta

                            se lë spos a deurm dabon;

                            e 'l rumor a la confòrta

                            perchè a ronfa come 'l tron.

 

                            Ma 'l contin ch'a l'è un disbela,

                            l'è rangiasse sò tran tran;

                            quand ch'a fa quaich marminela,

                            fa vnì a deurme sò traban.

 

                            Na matin për dësvielo,

                            chila aj fa un basin d'amor;

                            quand ch'a sta per ambrasselo

                            a dëscheurv 'l servitor.

 

                            Birichin senssa creanssa,

                            còsa fasto bele sì?

                            Ch'am perdon-a la mancanssa,

                            ten-o 'l post dël cont Fleurì.

 

         Giunti alla scensa settima, assistiamo all'esecuzione della gajarda antica aria di danza, cui Jacqueline aggiunge la romanza che commenta il titolo della commedia e preludia alla fuga dal castello; oramai la rivoluzione sale anche a Mongardino. Il componimento è ritmato da quartine e terzine ottonarie a chiusa tronca.

 

LA RONDOLINA

 

                            Rondanina perzonera

pì nen veuja 'd fesse 'l nì.

Còsa vallo primavera

se me spos a l'è partì?

 

S'a l'è andait a la ventura

per i brich e la pianura

compagnà dai mè sagrin?

 

Mi lo speto d'an sla trassa

tuti i dì con mal al cheur;

a la nìvola ch'a passa

vad contand i me maleur.

 

Bela nìvola ch'it vòle,

vaje a dì le mie paròle,

va parteje i me basin.

 

Rondanina stembrina,

ch'it na vas de dlà dël mar,

se l'amor ch'a me sagrina

tlo 'ncontreisse për asar,

 

O disje 'n pò ch'a torna,

O disje 'n pò ch'a torna,

che mi ij veuj tanta bin.

 

ATTO II

 

         La scena è nella piazza maggiore di Isola, a un'ora di cammino da Mongardino, cioè nel paese, di cui, come sappiamo, è dottore il Ferrero e dove Margritin ha la zia ostessa.

         È passato quasi un mese dagli eventi narrati nel primo atto, e siamo precisamente nel pieno dell'infuriare della Rivoluzione Piemontese, nel momento in cui l'annessione alla Francia provocò i più pazzi disordini a favore della così detta libertà. Moti grotteschi, a considerarli a distanza, nei queli però molti nobili trovarono la morte, e sì aggravarono le miserie del popolo piemontese, ponendo i fermenti di quella reazione che doveva scoppiare di lì a sei mesi coll'avvento degli Austriaci condotti da Souvarow.

         La Marchesa de Villeneuve è fuggita dal suo castello con la figlia, Tromlin si è arruolato; Margritin è venuta a Isola ad assistere sua zia l'ostessa e ad aspettarne l'eredità; il Barone d'Isola ha lasciato come d'obbligo il suo titolo gentilizio, ed ha accettato, bongrè malgrè, di far parte della Municipalità del suo paese, di cui il dottor Ferrero è presidente. Lo consigliò il naturale istinto della incolumità personale, e un poco l'amore. È segno che le de Villeneuve non sono distanti. Lafleur si è messo anche lui a fare un mestiere, quello che era più consentaneo alle sue abitudini. e l'ha cercato nella regione, in modo da non essere lontano dai suoi amici.

 

         Carattere lirico settecentesco riveste, invece, la mattinata Obada inserita a metà della scena prima, del secondo atto. Siamo a Isola, la terra feudale del pretendente di Jacqueline; quivi si sono rifugiate la marchesa e la figliola; anche la servitù ha mutato mestiere. Il giovane Tromlin ha rinunciato al suo posto di sagrestano di S. Rocco e s'è fatto tamburino nella masnada del brigante Maino della Spinetta; giunge ad Isola, all'albergo del «Caval Gris», dove si occultano le fuggitive ed intòna la sua brava Obada in onore della diletta Margritin cameriera di casa De Villeneuve e nipote dell'ostessa. La canzoncina corre vivacissima sulla trama di quadrisillabi e settenari tronchi:

 

OBADA

 

                            Giòia mia

                            per l'anvìa

                            d'ambrassete 'n sël lobiòtt                    

mi daria

                            na tarina

                            na tarina d'agnolòtt.

 

                            O Margrita

                            dla mia vita

                            për un sol d'ij tò basin

                            mi daria

                            na marmita

                            na marmita 'd tajarin.

 

                            O Margrita

                            dla mia vita,

                            venme duna a fè 'n basin.

                            S'i të speto

                            s'it regreto

                            sai pì nen fè 'l tambornin.

 

                            Quand ch'it vëddo

                            con tò ghëddo

                            trafighè tacà 'l fornel,

                            mi me smija

                            ch'am gatia

                            'na furmìa 'nt ël sërvel!

 

                            S'it arsente

                            s'it masente

                            s'it ciapote 'nt ij paireuj,

                            mi friciolo

                            mi tramolo

                            mi vad tut an breu 'd faseuj,

 

                            O Margrita

                            d'la mia vita,

                            venme, duna, a fè 'n basin.

                            S'i të speto

                            s'it regreto

                            sai pì nen fè 'l tambornin.

 

         La scena terza dell'atto secondo è tutta illeggiadrita dal duetto fra Margritin e Lafleur lo spodestato cocchiere divenuto postiglione della repubblica; la forma del duetto è una polimetria metrica:

 

LAFLEUR          -         Ai riva 'l postion,

                                     ch'a pòrta 'l pompon

                                     per tuti i canton!

                                     Colett a feston,

                                     stivaj e trombon

                                     e un cheur da leon!

 

                                     Valett e padron,

                                     për fè 'd comission

                                     mi valo 'n milion.

 

                                     Olà dla locanda,

                                     j'è 'd gent ch'a comanda!

 

MARGRITIN              (Che è uscita di corsa dall'osteria)

                                     Padron riverì,

                                     ch'a resto servì.

 

LAFLEUR          (Presentando un cittadino elegantemente vestito,

                                     il quale guarda coll'occhialetto l'albergatrice e

                                     alle sue offerte risponderà con qualche segno

                                     disdegnoso, finchè non gli viene offerto quello

                                     che desidera)

                                     'L citoyen - veul mangè ben

                                     ai va 'n menù da tranta scù!

 

MARGRITIN              Trifole raire - trote dle giaire

                                     fruta sernua - ròst e capon

                                     na saladina - na geladina

                                     con la fondua - e 'l sambajon.

                                                        Padron riverì

                                                        ch'a resta servì!

 

LAFLEUR          (presenta ora due sposini i quali reagiscono

                                     timidamente, guardandosi e mostrando una

                                     conveniente soddisfazione).

                                     Ai va në stansin - per costi sposin.

                                     Servije, cudije, tratemie dabin!

 

MARGRITIN              'Na salëtta - na stansiëtta

                                     con la porta an sël ripian

                                     la dormeusa - la vijeusa,

                                     l'aqua cauda e 'l suvaman

                                                        Padron riverì

                                                        ch'a resto servì!

 

LAFELUR          (presenta da ultimo un vecchietto, il quale

                                     appare subito molto malandato. Quando si

                                     muove ha bisogno di essere sostenuto.

                                     Sorride intorno tenero e un po' malizioso).

                                     Al vejòtt - malaviòtt

                                     stanssa cauda e bon decott!

 

MARGRITIN              La papëtta - la cotlëtta

                                     la traponta e 'l cuverpiè

                                     camomila, ch'a dëstila

                                     e la cruche al fond d'i pe.

                                                        Padron riverì

                                                        ch'a resta servì!

 

LAFELUR          Adess che 'l servissi - l'è fait con giudissi,

                                     porteje a'l postjon - na pinta 'd vin bon.

 

         Giunti alla scena decima Tromlin ci regala da buon tamburino repubblicano la Tambornada sottolineata dal coro villereccio della folla raccolta intorno all'albero della libertà, sulla piazza di Isola. Metro fuggevole di quinari tronchi e distici ottonari, pur essi tronchi.

 

LA TAMBORNADA

 

TROMLIN (Questa volta entra avendo a tracolla il suo strumento, e lo fa rullare, venendo poi a salire sopra un piccolo sgabello che sarà collocato in mezzo alla scena).

 

TROMLIN          Mi vad d'antorn,

                                     con me tamborn,

                                     sonand dë 'd sà

                                     sonand dë 'd là

                                     le volontà d'j'autorità.

                                               Mi vad da sol,

                                               con pieuva e sol,

                                               per le borgià,

                                               per le sità

                                               portand an gir le novità.

 

REFRAIN (in coro)         Tamborn 'd sà - tamborn 'd là.

                                     Viva 'l tamborn dla libertà.

 

TROMLIN          Mè rataplan

                                     republican

                                     s'a l'è sforsà

                                     'd fè la ciamà

                                     veul pà tradì la verità.

                                               Son sempre pront

                                               per me Piemont

                                               e s'ai rivrà

                                               nòstra giornà

                                               l'è 'l me tamborn ch'av desvijrà!

 

REFRAIN (in coro)             Tamborn 'd sà - tamborn 'd là.

                                               Viva 'l tamborn dla libertà.

 

         La penultima scena dell'atto si risolve con una melanconica trovata di strofette settenarie con quinari di chiusa tronchi. È imitazione di un Addio che troviamo un po' in tutti gli antichi dialetti dal Piemonte alla Sicilia e che il nostro Poeta ha amabilmente rinverdito, affidando al canto ed all'angoscia della fuggitiva Jacqueline:

 

L'ADIÙ

 

JACQUELINE            Adiù, me vej castel,

                                     cuna d'i me penssè,

                                     ch'i tl'às vedù passè

                                               me temp pì bel.

                                     Adiù mia gioventù,

                                     speranse del me cheur.

                                     Adiù mè sol bonheur,

                                               ch'i l'hai perdù.

                                     Mi vad contra 'd dolor,

                                     travers a le passion,

                                     e i lasso 'ntl'abandon

                                               mè seugn d'amor.

 

ATTO III

 

         Nel terzo atto molte cose sono mutate. Siamo al 1810; con la vicenda napoleonica anche la marchesa De Villeneuve-Priocca è tornata in possesso del castello di Mongardino e la buona Jacqueline sposerà il barone d'Isola, trasformatosi anche lui con i tempi e divenuto «maire» di Isola. Canti napoleonici sono alla moda; nella terza scena ritroviamo Tromlin diventato sergente dei Cacciatori e quindi pronto a regalarci la sua brava arietta, seguito dal coro:

 

'L SOLDÀ 'D NAPOLEON

 

TROMLIN (attacca e gli altri con lui)

                                     Napoleon

                                     pronta ij canon,

                                     manda a l'assaot i batajon.

                                     Al bataclan

                                     d'ij rataplan

                                     marcioma, fieuj, contra j'Alman.

                                     Dë 'd sà, dë 'd là,

                                     per le contrà,

                                     rimbòmba 'l son dle canonà.

                                     E 'ntlë splendor

                                     d'ij tre color

                                     passo ij soldà dl'Imperator.

 

         Ci s'avvia verso la conclusione e non può mancare il canto del ritorno che drammaturgo e poeta affidano ad un garbato duettino fra Tromlin e la sua ritrovata Margritin; è una gustosa contaminazione di lingua e dialetto, giocata con labili novenari ed ottonari:

 

IL RITORNO DALLA GUERRA

 

TROMLIN          Quand ch'i torna dalla battaglia

                                     con la spada, l'è 'nsanguinata.

                                     Se ti tròvo - già maritata,

                                     oh! che pena - oh, che dolor!

 

MARGRITIN              Oh, che pena! oh che dolore!

                                     che bruta bestia         l'è mai l'amore.

Mi voglio fare - la monigheta

                                     se 'l mio amore - non torna più.

        

A DUE                        Mentre adess ch'a l'è tornà,

                                     ij daroma 'na mariolà.                       (bis)

 

         Finalmente, passata è la tempesta, le nozze, come in tutte le commedie a lieto fine, possono coronare l'avventura di Jacqueline; il Poeta le dedica un coro di popolare originalità; siamo ai confetti nuziali, ovvero a:

 

LE GIURAJE

 

Entrati, le ragazze e i giovinotti, tutti vestiti a festa, chi con rami fioriti e chi con cestini, si sono disposti da una parte e dall'altra della scena, e accompagneranno il canto secondo sarà indicato dal direttore di scena.

 

CORO                         Per j'ampromësse d'j'annamorà

                                     soma 'ndait cheuje le fior dij prà;

                                     le nòstre cite l'han bin portà

                                                        le margherite.

                                     Per fè j'auguri del bon umor,

                                     soma 'ndait cheuje i pomin d'amor;

                                     l'oma gropaje con j'autre fior

                                                        per le giuraje.

 

REFRAIN

 

                                     Ohilì... ohilà... jë spos!

                                     Nossgnor ch'aj daga 'd bin,

                                     ch'ai guerna dai sagrin,

                                     ch'ai fassa 'ndè giojos

                                                        fin a la fin del sò camin!

 

MARCHESA -          Passoma 'nt'l salon ch'a peulo disponse 'd mei.

 

MARGRITIN -            Dop l'aotra stròfa. Sìssgnora, marchesa.

 

CORO                        Perchè jë spos as voreisso bin,

                                     soma 'ndait cheuje nt'i nòstr giardin,

                                     për j'ore dosse del sò destin,

                                                        le reuse rosse.

                                     Bela sposina, bochin fiorì,

                                     bianca colomba del sò marì,

                                     l'oma prontaje per fesse 'l nì,

                                                        dontrè buscaje.

 

REFRAIN

                                     Ohilì... ohilà... jë spos!

                                     Nossgnor ch'ai daga 'd bin...

                                     ch'ai guerna dai sagrin,

                                     ch'ai fassa andè giojos

                                                        fin a la fin del sò camin!

 

         Non resta che un bel congedo in cui le voci di Tromlin e Margritin fanno un poco la morale al pubblico e si licenziano con strofette serene in cui vibra veramente tutta l'anima del Piemonte:

 

CONGEDO

 

TROMLIN          L'è costa, Margrita,

                                     la stòria dla vita.

 

MARGRITIN              Seren e tempesta...

                                     Dë 'd sà, j'è na festa...

 

TROMLIN          Dë 'd là, j'è un magon.

                                     Ma còsa ch'ai resta

                                     dla pena? dla festa?

                                     Dop tante passion?

 

MARGRITIN              Na bela cansson.

 

TROMLIN          Da giovnòt con tuta l'anima

                                     l'han cantala i nòstri vej.

 

MARGRITIN              L'è volà parèi dla rondola

                                     sle cassine e s'ij castej.

 

TROMLIN          E noj'autri ch'i cercoma

                                     de slarghesse j'orizont

 

A DUE                        n'autra vòlta i la cantoma

                                     per la glòria dël Piemont.

 

CANSSON FINAL

 

         Nel momento della messa in scena si vedrà se sarà più opportuno questa canzone cantarla o recitarla.

 

I DUE                          'Na cansson dl nòstra tera

                                     'na cansson dël nòstr pais

                                     ch'a l'à dane 'n pas e 'n guera

                                     la carëssa d'un soris.

 

                                               Passa 'l temp con soa faussia

                                               passa l'òm con sò malheur

                                               ma l'antica poesia

                                               resta sempre 'n fond 'l cheur

 

CALA LA TELA

 

NOTA La grafia di Rondolina personera è quella originale dell'edizione S.E.L.P. del 1931.

 

Tre lettere di Nino Costa a Luigi Olivero

 

19 giugno 1941

L’hai risevù ier seira toe doe bele poesìe a la memòria ‘d te ami j alpin. Grassie.

Dë sti temp at suced spiritualment a ti lòn ch’am suced a mi, materialment.

It tramude. It cambie l’alogg dla poesìa. Dì sì n’ann ò doi i tl’avras sernuje a tua Musa piemonteisa n’alogg bin pi seren da col d’adess – ma a sarà l’alògg definitiv e i tlo cambieraj pì nen per tuta la vita. Sarà to indiriss – toa marca – tò stil. As dirà: Olivero – come ‘ncheuj as dis Costa – sensa pericòl ëd confondse. Ti magara adess i tn’ancorse nen, ma a l’é parej. E mi veui augurete ch’a sia n’alògg arios, con tante fenestre duverte sël mond, e na stansiëtta riservà, tuta toa, per j’ore triste, per j’ore grame e per la malinconia e le speransëtte.

E tanto pì bel e pur a sarà cost alògg neu, perché it tl’avraj nen da paghé ‘l fitt ma i’t saraj tì ‘l padron dla cà, e ‘l rè e l’imperator dla toa fantasia.

Corage, Olivero. Adess ti ‘t sej an prima bataja – ma i son sicur che i’t vinceraj – ansi i’t saraj d’ij primi a vince.

Mi ‘m arlegro con ti e con mi, con ti perché i tl’has l’andi e la forssa, la veuja e la costanssa, con mi perché i l’hai compagnate, fermete, conossute e vorssute bin.

 

Nota. Costa, in questa lettera diretta ad Olivero, scrive: Sarà to indiriss – toa marca – tò stil. As dirà: Olivero – come ‘ncheuj as dis Costa – sensa pericòl ëd confondse.

Qualche anno prima, nel 1933, in una lettera diretta ad Alfredino e dallo stesso utilizzata come prefazione alla sua raccolta di poesia Primavere, scriveva: Mi 'nvece am piasrìa che 'n dì ò l'àotr, lesend na poesia senssa firma, as podeissa dì: l'é na poesia d'Alfredino, l'istess come 'ncheuj as dis: l'é na lìrica 'd Pacòt o a l'é 'n Pero 'd Galina.

 

Torino, 29/8 - 41

 

Me car Olivero,

Grassie dla fontan-a 'd Roma. Per fete l'anghicio it mando na fontan-a 'd Turin. Quand ch'it torne a cà? Su tutt a va bastanssa bin. L'Armanach l'è quasi al complet. L'unica dificoltà per adess a l'è il permess dla carta. Ti scriverai ancora per l'òn. E 'ntant bon travaj e ricord-te minca tant dl'amis Nino Costa

 

Da: Le fontan-e 'd Turin

 

                                     Pòrta Neuva

 

Sola, 'n mes ai giardin ëd Pòrta Neuva,

l'acqua a va su 'nt'në spricc: drita, aota, franca,

e peuj a casca 'nt'una s-ciuma bianca

che'n buff d'aria a smasiss parej d'na pieuva.

 

Sota, la vasca, adess che 'l sol ai manca,

së scuriss man a man d'na tinta bleuva;

j'ànie pàsie e domestie a fan la preuva

dë sbaciassé 'nt coi onde aote na branca.

 

E tutt antorn le fior d'ij bei giardin

e j'erbo e i monument son lì sospeis

per col gieugh d'acque fresch come 'n basin...

 

Fontan-a pien-a 'd grassia e senssa peis

- libera come l'anima 'd Turin -

- drita come 'l carater piemonteis -

 

Nota. La poesia Porta Neuva è stata raccolta a pag. 37 in Tempesta. Salvo piccole differenze grafiche (ad esempio ô invece di o come nell'autografo) le due versioni sono identiche. Differisce solo l'inizio della terza strofa. Ma tutt attorn invece di E tutt attorn.

Il riferimento a l'Armanach in preparazione si riferisce a quello per il 1932 che Costa collabora a compilare con la Famija turinèisa e con Pinin Pacòt.

 

Turin, 29 dic 1941

 

Me car Olivero,

la Roma dij Papa, sinchsentesca e baròca a l’ha ispirate forsse la pi bela poesìa ch’it l’abia fait…fin adess. Fòrs avia ëd doe o tre paragon un po’ baroch, lòn ch’a disdòj nen a le catedrai, specialment le Roman-e, ël rest a l’è tutt a fait bel – ansi la scond e ultima part a son pagine ëd vera e fòrta poesia. L’hai già lesula ai mè ‘d ca e a quaiche amis e a son tuti d’acòrdi con mi. A l’Epifania i la lesran ëd cò an casa Orsi – dou soma invità i solit: Baretti – Pacòtt – Talucchi ecc.

Bravo Olivero! It ses prope sla stra granda e tira ananas… ch’it rivrass dou ch’it veule. Dròlo, però, che da le Mistà pagan-e, it vade pòch per volta avsinandje a le Mistà cristian-e, ansi catoliche. Sòn am fa piasì perché i son ‘d cò mi dl’istessa idea. Forsse j’ë sponta l’alba d’un ritorn al Crist e a sò vicari an Roma e a l’è bel che noi i sio a l’avanguardia. In hoc signo…vinces!

L’Armanach a va anansi a posson, ma a rivrà ‘d cò chiel a sò temp e a soa mira. Per le copie ch’i t’ l’has dë bsògn butte d’acòrd con Viglongo…S’it peule mand-me notissie toe, e ‘d toa vita vera – val a di cola dla toa poesìa. E stame gigio. E ricord-me quaich vòlta. Bon ami, me car poeta – e …corage.

 

Notte tra il 13 ed il 14 di luglio del 1943

        

         Inverno del 1942 e primavera del 1943 aono segnati da numerosi bombardamenti su Torino. Il 13 maggio Nino scrive a Luigi Olivero:

Caro Olivero,

fui bombardato – sinistrato – sfollato – malato - migliorato. Tuttavia non mi scordai degli amici poeti e godo delle loro glorie, specialmente delle tue. Di te, ora, si può ripetere il motto dell’Austria di Maria Teresa Bella gerant alii, tu felije Olviginj, nube. (Altri facciano le guerre, tu felice Olivero Luigi, pensa al matrimonio) (Parafrasata la frase autentica: Bella gerant alii, tu felix Austria, nube. Altri facciano le guerre, tu felice Austria, pensa ai matrimoni)

Viva te che ti sposi la tua bella poesia in carne ed ossa. Dio te la conservi e vi doni a tutti e due quella felicità e quella pace che meritate. Dei poeti di Torino non so più nulla. Io vivo ad Asti e viaggio su e giù tutti i giorni. Qualche volta scarabocchio ancora ma il tempo mi manca che molte sono le faccende e le croci.

Un abbraccio a te e un augurio particolare a madamin Cinci.

Se vedi Caballo congratulati per me del premio della Montagna e di tante altre cose belle che fece, fa e farà. Oramai con lui siamo a Caballo e si farà strada. Son lieto che sia dei nostri

            Celestina Costa, in un ricordo del padre tenutosi ad Asti così accenna a quei momenti:

Nel novembre del 1942 i torinesi, non potendo più sopportare gli incalzanti bombardamenti sulla città, incominciano a sfollare e si distribuiscono nei paesi e nelle campagne, con la speranza di riuscire a vivere e a sopravvivere. Anche la mia famiglia decide di allontanarsi, subito dopo un bombardamento che ha distrutto, in parte, la casa di abitazione in Via Giacomo Bove 14. La località scelta è Asti, città sufficientemente comoda per viverci, per continuare gli studi e per raggiungere Torino, dove il papà aveva l’ufficio quale funzionario della Cassa di Risparmio. Da quel momento hanno inizio i nostri rapporti con la gente astigiana e si stabilisce fra noi un sentimento di reciproco affetto e di grande stima.

La RAF, Royal Air Force, nella notte tra il 13 ed il 14 luglio del 1943, mette in atto uno dei suoi più terribili bombardamenti su Torino. La Consolata, la chiesa del Carmine, la chiesa del Monte dei Capuccini, il Cottolengo, l'ospedale San Giovanni e poi la Via Po, Piazza Palazzo di Città sono solo alcune delle gravissime ferite inferte alla città.

Nino Costa tra il 16 ed il 23 luglio compone 14 luj 1943 Cômplènta per la sità 'd Turin che verrà poi proposta nella sua opera postuma Tempesta del 1946. Ecco i versi iniziali della struggente poesia:

 

Piôrôma 'ntl'ôra neira del destin

piôrôma gent, per la sità 'd Turin.

 

Quatordes Luj: na neuit ëd lun-a pien-a

e i nemis sôn rivà 'ntl'aria seren-a.

 

Sôn rivà côn le bômbe sôta l'ala

e la povra Turin l'han sassinala.

 

ed ancora le due strofe finali:

 

Ti t'ij cônosse j'omini dla tera

ch'a l'han prôntà, ch'a l'han vôrssù sta guera,

 

o Nôssgnôr so castigh ... mandijlô Ti...

E Nostr Signôr a l'ha fait segn che 'd sì...

 

La poesia reca in calce queste parole:

Finita di comporre il 23 luglio 1943 due giorni dopo il 25 cadeva Mussolini.

Lo stesso Costa, a proposito del titolo ci fornisce il significato di Cômplènta: canto di compianto termine derivato dal valdostano complainte. (Nota tratta dalla plaquette pubblicata dall'editore Viglongo nel 1993). Nei versi riprodotti si potrà notare un ritorno del poeta, in parte, alla grafia tradizionale che utilizzava nelle sue prime opere Mamina, Sal e peiver, Brassabosc prima di aderire alla grafia proposta da Ij Brandé e da lui utilizzata, con qualche incertezza inizialmente, con Fruta madura e poi con Roba nostra.

 

Verso la Tempesta

 

Come ci ricorda Nino Costa, il 25 luglio cade Mussolini ed il fascismo. Leggiamo ancora dal racconto della professoressa Celestina Costa:

Il tempo ad Asti, scorre senza eccessive scosse; la guerra stende le sue ombre sulla vita di tutti – pochi i sorrisi, ma nel dignitoso silenzio della gente, poche le rivolte e sopportabili le sofferenze. – La popolazione vive in trepida attesa. Noi continuiamo la nostra solita routine: mio fratello ed io gli studi, il papà i viaggi a Torino, la mamma a difenderci e a tenerci nel cerchio del suo amore.

Mio papà e mio fratello, separatamente e all’insaputa l’uno dell’altro, hanno contatti con i movimenti clandestini, ma in casa ancora si tace. Cambiamo sovente abitazione: da piazza Astesano al Leon d’Oro a casa Coffano in Via Brofferio; la censura ufficiale e prudenti controlli non ci isolano ancora e gli amici non ci abbandonano e ci confortano.

Giunge il 25 luglio… tra il tripudio illusorio e la gioia di tutti.

Ma i tempi incalzano e le speranze degli italiani vengono presto distrutte; l’8 settembre 1943 la notizia dell’armistizio fissa una pagina nera della nostra storia; si spengono gli ultimi sorrisi, ma si riaccendono le attività clandestine; troppo eccitante è stato il profumo della libertà per riuscire a soffocarlo. In casa nostra papà e Mario si confidano le loro speranze, ma la mamma ed io confessiamo le nostre paure. Papà scrive pagine di appunti nelle quali esprime i suoi pensieri più nascosti. In quel tragico inverno ’43 il sentimento più forte per lui è quello di aver scoperto in suo figlio il migliore se stesso.

Così commenta lo scoppio di pianto di Mario alla notizia dell’armistizio:   Lo sapevo buon piemontese e buon italiano, ma non supponevo ancora in lui una così ardente passione. Questo suo scoppio di pianto non è, forse, che l’ultimo e più manifesto segno di tutta una evoluzione che si veniva formando nel suo spirito. Mario non è un ragazzo loquace e tanto meno espansivo. Specialmente in casa.

Un pudore, forse esagerato, dei suoi sentimenti più intimi gli impedisce di esprimerli a parole. Alla sua età ero così anch’io, e mi ricordo di averne molto sofferto. Mario è uno di quei caratteri che accumulano in silenzio la loro carica e poi, all’improvviso, esplodono. Noi, la mamma ed io, lo abbiamo naturalmente educato all’amore della patria, ma senza particolari insistenze. Se mai, abbiamo piuttosto insistito sul sentimento religioso, e sul virile dovere della rettitudine e della dignità. Ma si vede che le vicende di questi ultimi anni e lo spettacolo, non sempre edificante, dell’Italia in guerra hanno acceso nel suo cuore la fiamma del patriota.

Tuttavia, e di questo son certo, egli non è né un settario né un partigiano. Non è, neppure, antifascista. Ignora la dottrina del fascismo e forse disprezza i fascisti. Io l’ho sempre tenuto lontano dalla propaganda del regime e sono riuscito a salvarlo dall’infezione. Egli poi ha sempre avuto un concetto fierissimo della sua libertà personale. Fin troppo. Quindi escludo senz’altro che nel suo presente dolore si insinui una punta di passione di parte. Piuttosto, come gli altri giovani della sua età si innamorano, Mario si è innamorato dell’Italia. Converrà tenerlo d’occhio perché non si sa mai dove possano condurre queste passioni giovanili. Peccato che domani io debba partire con Celestina per il Monferrato. Ma tornerò fra pochissimi giorni e allora… vedremo…”.

I tempi peggiorano; le sorveglianze si fanno più attente; gli astigiani, in guardia, attendono lo svolgersi degli avvenimenti; la loro anima fiera non si piega alle imposizioni; i bandi di reclutamento dei militari hanno poco successo. Il governo della repubblica passa alle maniere forti. Così il poeta descrive uno dei tanti momenti tristi della popolazione, che sono gli stessi vissuti nella sua casa:

“In città hanno fermato una sessantina di uomini e li hanno chiusi in un camerone di caserma; una cinquantina di donne le hanno chiuse in un seminario. Agli uomini si dà pane e acqua, però si permette ai parenti e agli amici di soccorrerli. E ciò avviene in larga misura. Le donne sono meglio nutrite, perché a loro provvede il Seminario stesso. I padri e le madri non cedono. Anzi molti genitori si presentano spontaneamente per salvare i figlioli. Tutto sommato, queste rappresaglie non servono a nulla, specialmente qui nell’Astigiano. Infatti dopo una quindicina di giorni i familiari dei renitenti vengono rimessi in libertà. Ma la voce è corsa e forse nelle altre province i giovani, per evitare a padre e madre una lunga detenzione o peggio, si presentano ai distretti. Qui però la maggior parte di loro si nasconde o fugge. Ma dove? E Mario? Urge provvedere per lui.”

E dopo lunghe discussioni, dopo infiniti ripensamenti e dopo tante lacrime, Mario riesce ad ottenere il consenso per trasferirsi in montagna con i partigiani; prima tappa la Val Sangone agli ordini di Silvio Geuna. Qui di seguito il racconto degli ultimi giorni astigiani di Mario.

“In questo ultimo mese, quando i miei doveri d’ufficio me lo consentono, Mario ed io usciamo insieme per Asti e discorriamo di tante cose. In realtà quasi sempre discorro io e Mario ascolta. Parliamo d’arte, di poesia, di musica. Mario è assai acuto nell’indagine, e sensato nel giudizio. Classico fino alla punta dei capelli e piemontese fino al midollo. Tutto quanto sa di improvvisato e di decadente gli ripugna; perciò non intende e disprezza i crepuscolari e gli ermetici. Parliamo spesso di Dio e della dottrina cristiana. Io cerco di avviarlo piano piano, verso la sorgente eterna della verità e della giustizia: il Vangelo. Egli mi segue e mi asseconda. Di certo lo spirito di Rovera veglia su di lui e lo ispira. Anche parliamo dell’Italia e delle sue avventure. Mario ora, è molto più equanime e sereno. Guarda le innumerevoli miserie morali che ci formicolano d’intorno con occhio già distante e superiore. Incomincia a comprendere quali povere anime siano le anime degli uomini e su quanta poca sapienza si regga il mondo.”

Il tempo passa, giunge l’inverno e Mario parte; così scrive il papà:

“Il 30 gennaio, (1944) domenica, Mario si è confessato e comunicato. Alla vigilia della partenza ha voluto mondarsi l’anima, per andare, puro, incontro al suo destino. Nel pomeriggio, verso le 18 andiamo tutti e due a salutare l’amico Can. Luigi Stella, parroco del Duomo di Asti. La mamma e Mario, chissà perché, lo chiamano «Monsignore». Prima di uscir di casa la mamma mi sussurra: «Prega Monsignore di benedirlo». «Va bene». Monsignore rinnova a Mario le sue raccomandazioni di prudenza, di calma, di serietà. Mario consente e promette. Prima di ritornare a casa prego Monsignore di benedire il mio ragazzo. Il sacerdote si alza, si raccoglie un istante, prega in silenzio. Sembra diventato più alto, più ascetico, più solenne. Mario china la testa, con riverenza. Il sacerdote, lentamente, pronunzia le rituali parole della benedizione cristiana.

Mi sembra di rivivere un episodio del Risorgimento. Penso ai Crociati, ai cavalieri Guelfi, a Garibaldi, a Don Giovanni Verità, alla Giovane Italia. Nella penombra della modesta saletta di Monsignore palpita non so quale altissima poesia. Dopo la benedizione siamo tutti e tre un pochino commossi. Salutiamo il canonico, la sua buona sorella, il sorridente vicecurato, e sottobraccio come due amici della stessa età, io e Mario ritorniamo a casa. Prima di andare a letto Mario chiude la sua valigia. Porta seco pochi libri: Il Vangelo, Dante e l’ultimo volume delle poesie di suo padre: «Roba nostra». Gli consegno la mia poesia: «La mia patria l’è sla montagna» e lo invito a leggerla a mezzavoce affinché io senta se la sua pronunzia piemontese è corretta. Quando giunge ai versi:

«e l’ora l’è gnanca lontan-a
ch’i vëddo s’ij brich a sta pian-a
l’Italia ch’a tôrna italiana»

la sua voce trema e Mario singhiozza. Piango anch’io con lui.”

Da allora non l’abbiamo più visto; giungevano notizie abbastanza regolari e nei modi e con le forme più impensati; passavano i mesi con una lentezza esasperante: dalla Val Sangone, attraverso varie vicende Mario era passato in Val Chisone e il 2 agosto 1944 sul monte Génévry veniva ucciso durante un combattimento mentre tentava di aprire la via ai compagni accerchiati. Di lui sono rimasti una medaglia d’argento al valor Militare e le pagine scritte dal papà ritrovate in una tasca della sua giacca.

Alla notizia della morte di Mario, gli astigiani tutti, amici ed avversari, senza distinzione di ceto sociale o di parte politica, sfidando giudizi, critiche e sospetti (che a quel tempo potevano causare gravissime conseguenze) ogni giorno sono venuti a trovare la nostra sventurata famiglia, portando un fiore, un conforto, una lacrima di solidarietà. Non ci sono state da parte di nessuno né remore, né timori; la gente di Asti veniva a salutare il poeta della libertà, il cantore della dignità dell’uomo che aveva, con l’eroica morte del figlio, dato testimonianza dei suoi principi e della sua fede. Fino al gennaio del 1945, quando la mamma ed io abbiamo riportato a Torino il papà colpito da infarto.

 

Tempesta

 

         In questi mesi nascono alcune delle più belle e sentite poesie di Nino, tutte raccolte in Tempesta: La mia patria l'è sla montagna del novembre 1943 dedicata a mio figlio Mario e a tutti i partigiani della Val Chisone, Côi ch'a marciô an prima fila con dedica a Tito Dumontel, a mio figlio Mario, a Giorgio Catti e a tutti i patrioti morti per l'Italia, e ancora la poesia La nôtissia del 16 agosto 1944, eccone la prima strofa:

 

Sëdes d'Agost... al dop mesdì...

Côl dì l'avia mangià per tutt disnè

na mica 'd pan môjà 'nt'un bicer 'd vin...

J'era côntent l'istess. Quasi a dôi bott

ai riva 'l papà 'd Cesare 'ntl'ufissi...

Portô 'd brute nôtisse...

«Mario?»

«... Sì ...»

 

         Seguono, scritte dopo la morte del figlio La prima sosta settembre, La maja ottobre, Le fiôr d'ij patriota con dedica a mio figlio Mario caduto sul Génévry, e ancora La spin-a primavera 1945, La piantin-a dla speranssa, La Madôna d'ij soldà dedicata a tutte le mamme che piangono il figlio caduto.

         Giugno del 1945. Luigi Olivero, a Roma, cerca di dare vita alla sua nuova rivista Ël Tòr - Arvista libera dij Piemontèis il cui primo numero uscirà il 14 luglio. Chiede la collaborazione di Nino che così gli risponderà in una lettera del 23 giugno:

         Torino, 23 giugno 1945

Caro Olivero,

grazie del buon ricordo, delle buone notizie e della fiducia che hai in me. Ma non hai fatto il conto:

 

1° con la mia età – 58 anni

 

2° con la mia salute – assai deteriorata dopo la morte di mio figlio Mario – caduto eroicamente in Val Chisone combattendo contro i repubblicani

 

3° col mio tempo – diviso e suddiviso fra l’ufficio, la casa sempre piena di gente, il Popolo Nuovo e la ricostituenda Famija Turineisa –

4° con la mia capacità di lavoro, molto ridotta da un anno in qua –

 

5° con la mia pigrizia che si accentua di giorno in giorno.

 

E quindi sono costretto a declinare l’incarico che tu volevi con tanta cortesia affidarmi.

Spero che Pacotto, cui ho cercato e cercherò di telefonare, sempre invano, ti possa accontentare.

Da parte mia, quando avrò visto i primi numeri della tua rivista, (perché io ho grande stima del   tuo ingegno e dell’estro che lo infiamma, ma diffido della tua foga di bersagliere e delle tue sempre accese velleità erotiche letterarie) – spero poterti mandare qualche poesia o qualche articolo in idioma italico o allobrogo se ancora sarò capace di scrivere qualcosa che valga la pena di essere letta.

Comunque farò tra gli amici di Torino la propaganda per la tua rivista che può diventare e ti auguro diventi una gran bella pubblicazione.

                                     Cordialmente

                                               tuo

Nino Costa

 Lettera Costa

        Lettera Costa seconda parte

      

Lettera di Nino Costa a Luigi Olivero, appartenente al Fondo Olivero di Villastellone che qui ringrazio per l'autorizzazione alla riproduzione

     Seguono ancora alcune poesie: J'ale bianche, Cioche, La cassôn del merlo, J'acque terbôle con dedica al comandante Piero Catti, La speranssa, A tôrno con dedica al dottor Ignazio David e a tutti gli internati, La crôs d'ij mônti, Turin '945, La dôja suita, per finire con la sua ultima poesia Crisantem .

Così Celestina Costa conclude il convegno di Asti:

Il 5 novembre 1945 a Torino, si spegneva Nino Costa; aveva 59 anni. Pochi anni dopo anche la mamma di Mario raggiungeva la famiglia. Sono rimasta io sola a custodire le memorie…

E di Crisantem eccone alcuni versi in conclusione:

 

 

E se mai da le strà d'ij simiteri

l'è vnuje 'ncôntra a l'anima dla gent

na parola, 'n cônssei, n'avertiment...

sai pà... 'n sôspir surtì dal gran misteri,

 

ch'a sia stavolta per i giôvô e i vei

na parola d'amôr: uman-a e ônesta,

ch'an giuta a vince st'ultima tempesta

ch'an môstra a tôrna diventé fratei.

 

Luigi Einaudi e Nino Costa

 

         Nel 1955, per ricordare degnamente Nino Costa, le cui opere, sempre stampate in limitato numero di esemplari, sono da tempo esaurite, Il Cenacolo di Torino, con la collaborazione di molti Enti ed Associazioni piemontesi, da alle stampe il volume Poesie piemontesi, pomposamente definito come l'Opera omnia della poesia piemontese di Nino Costa, grosso volume di 905 pagine.

In questa sede non mi interessa valutare pregi e lacune dell'opera. Solamente l'introduzione dovuta all'allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi: Incontro con Nino Costa. Eccone la chiusa:
         Poeta dunque, senza aggettivi, poeta che canta, secondo il cuore gli detta, verità e sentimenti universali. Perché dunque, noi piemontesi, gli siamo particolarmente riconoscenti? Forse perché Nino Costa non ha voluto al suo canto dare una espressione formale che egli non sentiva propria a lui? Non so; spontaneamente, istintivamente egli ha cantato in piemontese, perché questa era la sua lingua. Non un dialetto destinato ad essere a poco a poco obliterato; ma vera e propria lingua. E quanto propria, quanto adatta al pensiero! Sicché pare e forse è impossibile tradurre quella poesia dalla sua lingua natale in un'altra qualsiasi. Il pensiero di Nino Costa era paesano, familiare, melanconico, composto di brevi quadri, di problemi quotidiani, sempre gli stessi: l'amore, i figli, il padre, la mamma, i nonni, la terra, il podere, il dovere, la patria, la carità, le persone buone, i benefattori degli uomini, il coraggio, la viltà, il buon senso, don Bosco e il Cottolengo. Forseché questi uomini e queste qualità buone e cattive non sono degne di poesia e non possono essere cantate in qualsiasi lingua? La forma usata da Nino Costa era appropriata al contenuto; le parole usate furono quelle che meglio rendevano la commozione, il sentimento, la musicalità dell'idea espressa dal poeta. Al profano, che non ha mai scritto un verso, ma si annoierebbe a leggere versi italiani tradotti in piemontese, leggendo Costa sembra di vedere scorrere le parole una dopo l'altra disposte così come non parrebbe possibile disporle diversamente a chi voglia pensare e scrivere nella propria parlata materna.

Piace talvolta sognare e, riandando agli anni passati, rivedere la nonna che prepara il caffè alla moda vecchia, avanzando e ritirando sulla brace del caminetto la coccoma perché la schiuma non trabocchi e frattanto consiglia, rimbrotta e racconta ai nipoti. Il suo dialetto era la lingua propria e fine usata da Nino Costa nel poetare; epperciò ancora lo ringrazio per avermi fatto rivivere, dopo tanti anni, tra la gente vissuta alla fine del secolo scorso, e se gli uomini d'oggi paiono diversi, giova sperare serbino, mutate le apparenze, le virtù le quali fanno durare nei secoli le famiglie e i popoli.

                                                                 Luigi Einaudi

Dogliani, agosto del 1955.

 

delfino.giovanni@virgilio.it

 

Filippo Tartùfari

Roma 1884 ~ Torino 1956

 Filippo Tartufari

Filippo Tartùfari in un'immagine tratta dalla sua raccolta

Er cappio ar collo del 1947.

La vita 

I primi anni

 

        Luigi Olivero a proposito della prima raccolta di poesie di Tartùfari Du' risate e un sospiro:

         Ecco un libro di cui non sai se più apprezzare i versi flùidi, vispi, cordiali o le illustrazioni che li commentano: morbide, agute, dilettosissime. La ragione di questa spontanea aderenza fra la parola e la figura è dovuta ad un elemento molto semplice e nello stesso tempo molto raro: all'amicizia che lega due temperamenti di poeti. Un poeta della penna, Filippo Tartùfari. E un poeta della matita, Felice Vellan.

... Scrocchiarello, proprio così: croccantino. Uno squisito rettangolino di Torrone d'Alba. Ecco cos'è il sonetto romanesco di Tartùfari.

... Questo libro veramente indovinato sembra scritto con un rametto temperato di ciliegio in fiore, intinto in una làcrima agrodolce, nel chiaro azzurro del nostro cielo alpino.

                                                    (da Ël Tòr N° 15 del 11 maggio 1946)

 

         Filippo Tartùfari nasce a Roma nel 1884. Il nonno ne trae un oroscopo per lui: sarebbe stato un uomo fortunato. Non può prevedere che quella generazione sarebbe passata tra ben quattro guerre.

Di padre proveniente da Osimo, nella Marche, impiegato di banca; di madre romana, orfana da piccola e accolta dai nonni a Novillara, vicino a Pesaro, Clarice importante romanziera di fine ottocento, inizio novecento.

         Su consiglio della madre si laurea in ingegneria cui poco dopo fa seguire anche lauree in matematica ed elettrochimica. Rifiuta un impiego all'Officina del Gas di Roma. Per breve tempo nel 1910 è a Lecce come Allievo Ispettore delle Ferrovie dello Stato. Si trasferisce quindi a Torino dove vince un concorso per ingegnere della Casa Reale. Lavora al Castello di Moncalieri per rimodernare, su incarico della Principessa Clotilde, un salone del castello da lei stessa abitato. Qualche critica sul lavoro del Tartùfari da parte della Principessa, ma anche lodi tanto che, da allora, è il solo ingegnere che ella chiama per i lavori nel castello.

         Lo scoppio della prima guerra mondiale lo trova a San Rossore dove lavora al rimodernamento dell'appartamento reale al Casino del Combo. Nominato Tenente del Genio diviene Capo Ufficio delle invenzioni.

         A guerra finita torna a Torino dove prende moglie nel 1919, una torinesina di origine valsesiana mia cara e fedelissima compagna, affettuosa mamma del mio figliolo Giovanni.

         Brevemente a Roma al Ministero delle Belle Arti come il più giovane capodivisione di allora. Ufficio piccolissimo e mansioni che non gli si confanno lo spingono a chiedere la liquidazione e tornare a Torino dove apre uno Studio Tecnico in Cso Vittorio all'angolo con Via della Rocca. I clienti latitano. Ma, poco a poco, il lavoro prende corpo in particolare nel ramo dell'utensileria meccanica. In breve apre un magazzino in Via dei Mille. Così per qualche anno fino all'avverarsi della profezia del nonno. Entra nel suo magazzino un ingegnere ungherese con una misteriosa valigetta. Ne trae un piccolo apparecchio radio ad una sola valvola. Filippo ne fa alcune prove, con scarsi risultati, ne intuisce però i possibili sviluppi futuri. Fa subito degli ordini, trasforma completamente la ditta dedicandosi anima e corpo al commercio della radio. Per un anno risultati quasi nulli ma, nel 1926, Torino è dotata di una potente stazione trasmittente. Tartùfari inizia a costruire apparecchi a galena, ma piuttosto voluminosi per attrarre la psicologia del compratore ancora inesperto di questa nuova tecnologia. Era un piacere vedere uscire a frotte i compratori con i loro grossi pacchi.

         Nuova idea e colpo di fortuna: costruire un'antenna facilmente trasportabile e adatta ad ogni tipo di apparecchio e che potesse ridurre, se non eliminare, i fastidiosi disturbi che all'epoca rendevano sgradevole la ricezione. Antenna schermata la chiama ed il successo è notevole.

         Si divide tra il negozio, la direzione di una scuola pratica di radiotecnica prima, l'Istituto Professionale di Torino con la cattedra di radio poi, che dovette abbandonare per una disposizione fascista che vieta l'insegnamento nelle scuole pubbliche ai non tesserati.

 

La passione per la montagna

 

        Così Tartùfari ci racconta del perché abbia preso la decisione di fermarsi a Torino:

         ... un giorno m'imbattei in una bella creatura: era una bionda di quelle bionde torinesi che ... levati. Come imbambolato mi fermai a guardarla e mentre mi passava davanti la urtai con ardore un po' troppo giovanile. Attesi trepidante il giusto rimprovero e invece

 

         La bionda se vortò, fece un soriso

         e me disse un «pardon» così carino

         che ner sentillo ce rimasi scosso.

 

         Gridai: - Ma che città, che paradiso!

         Nun parto più, me fermo qui a Torino...

         E da quer giorno non me son più mosso!

 

         Studente a Roma conosce una piccola torinese che soprannomina la piemontesina; questa, con nostalgia, gli parla spesso della sua Torino e della sua poetica collina, delle superbe montagne del Piemonte. Una mattina di maggio, passeggiando malinconico per Torino si sente chiamare; è l'antica amica la piemontesina. Convenevoli. Filippo confessa della sua scarsa attività fisica, di essere diventato ben grasso. La piemontesina lo invita ad una gita alla Sagra di San Michele la domenica successiva con appuntamento alle sei del mattino alla stazione di Porta Nuova ed aggiunge che così sarebbero finite anche le sue paturnie.

         Con un amico che ne sa di montagna corre ad equipaggiarsi. La domenica mattina giunge per tempo alla stazione bardato come avesse dovuto arrivare in punta al Cervino ed è accolto da uno scoppio di ilarità.

         E in questo modo è nata la passione che lo accompagnerà per il resto della vita. Partecipa a tutte le gite domenicali nelle valli vicine a Torino. Poi, conosciuto e fatta amicizia con un biellese, con lui inizia tutta una serie di gite alpine. L'amico prende l'abitudine di portare nel suo sacco un barattolo di vernice rossa ed un piccolo pennello. Nei punti più panoramici scrive su un qualche sasso Tartùfari-Radio, sorta di pubblicità a buon mercato, così dice l'amico.

         Un giorno però Filippo riceve visita di un milite della Finanza con una bella contravvenzione! Corre da un amico colonnello della Tributaria, giura di non essere stato lui a fare quelle scritte; la cosa si accomoda con la battuta da parte del colonnello Neh, ingegnè ccà nisciuno è ffesso. Nelle gite degli anni a venire con piacere incontra ancora qualcuna di quelle iscrizioni seppure un po' sbiadite.

         Le gite si susseguono nel tempo e si fanno più impegnative fino all'agosto del 1933 quando il destino prepara un'amara sorpresa per Filippo.

 

La morte dell'adorata mamma

 

         È a Valtournanche con un gruppo di amici per belle gite in alta montagna. Un telegramma Mamma malata, parti subito. Al più presto giunge a Santa Fiora, nell'Appennino ai piedi dell'Amiata, accolto dalla sorella. La mamma si è sentita male a seguito degli sforzi compiuti per portare a termine il suo ultimo romanzo L'uomo senza volto la cui edizione curerà Filippo qualche anno dopo.

Merita ricordare l'ultimo incontro di Clarice e Filippo con le sue parole :

- Senti Filippo, ascoltami attentamente.

- Non ti affaticare, mamma.

- Mi sento meglio, non temere. Ascolta: tu sai che io non sono stata mai visionaria né suggestionabile; ebbene io ti dico con la più completa calma e in piena conoscenza che, quando sono stramazzata al suolo, papà mi ha aiutata a rimettermi sulla sedia e mi ha detto: - Coraggio Clarice. Poi è sparito.

         Mi tornò un tratto alla mente la fisionomia dolce e bonaria di mio padre che improvvisamente, cinque anni prima, era sparito dalla vita terrena, e guardai mia madre con una espressione di dolore e stupore. Ella, forse, vide nel mio sguardo anche un'ombra di melanconico dubbio per cui riprese:

- Credimi, è vero! Ricordati Filippo, esiste un'altra vita, ora ne sono sicura e io nei momenti più importanti della tua esistenza ti sarò a fianco. Quando un grave dispiacere ti affliggerà, pensami intensamente, e rivedrai la tua mamma.

         Questo fu l'ultimo raggio della sua bella e serena intelligenza, ed io ancora oggi sento risuonare le sue parole nel profondo dell'anima.

         Il 2 settembre del 1933 Clarice Tartùfari lascia questa vita e Filippo, sbrigate le dovute formalità a Roma, fa ritorno alla ora sua Torino.

        

         Ricordi di vita famigliare

 

         Ancora giovinetto Filippo accompagna la madre a Milano per la rappresentazione della sua commedia L'eroe, lavoro che diviene cavallo di battaglia per la compagnia veneziana di Ferruccio Benini che la presenta con il titolo tradotto in Quelli che comanda.

         In quell'occasione, con la mamma, si reca a far visita alla poetessa Ada Negri. Costei, ad un certo punto dice alla madre:

- Perché pure te, Clarice, non scrivi con il nome da nubile? Se non erro esso è Gouzy il cui sapore, un po' esotico, non dispiacerebbe al pubblico.

        La madre rimane un attimo pensosa, poi:

- Cara Ada, io farò piuttosto poco che molto nella mia carriera artistica, ma quel poco desidero che serva a rendere sempre più conosciuto il nome di mio marito, che è quello del mio figliuolo.

         E nel pronunciare quelle parole carezza e da un bacio al figlio.

         Nei momenti bui per le finanze famigliari Clarice scrive di getto novelle. Novelle delle tasse le definirà poi Filippo in quanto utili al pagamento delle tasse scolastiche per lui e la sorella Luisa.

         In ricordo della madre accende un'assicurazione a favore del figlio. Somma che potrà ritirare compiuti i 40 anni ma che dovrà destinare alla ristampa, a sua scelta, di qualche romanzo della madre e se quella ristampa non ti rifarà materialmente della spesa, poco male; anche in tal caso essa ti procurerà il vantaggio di crescere nella estimazione degli amici, perché colui che cerca di onorare i propri congiunti veramente meritevoli, riscuote sempre ammirazione e rispetto.

         Clarice è deposta provvisoriamente in un loculo prestato da amici a Santa Fiora. Poiché il nonno materno di Filippo è stato Comandante a Roma delle truppe pontificie ha tomba di famiglia nella zona del Verano denominata Pincetto poiché elevata e ricca di alberi e piante, appare al visitatore come un melanconico Pincio attraversato da vialetti ombrosi. Dure le vicissitudini incontrate dalla sorella per ottenere il trasferimento della tomba alla propria famiglia. Amici e parenti concorrono al rimodernamento e lo scultore Nicola D'Anterio scolpisce un riuscitissimo medaglione. Funerali a Roma in Santa Maria degli Angeli con enorme concorso di folla,   gli sollevano maggiormente il cuore le parole di una semplice popolana: Era una grande poetessa!

         Filippo cerca quindi consolazione nella rilettura dei brani dei romanzi della madre dedicati ai cantucci reconditi e poetici di Roma. Dopo aver letto un capitolo che si svolge sullo sfondo del Bosco Sacro della Via Appia Antica, sente il desiderio di rivisitare quei posti da cui da tanti anni manca. Porta San Sebastiano, la chiesa di San Callisto, la Via Appia Antica con le tombe romane che, sebbene morse dal tempo, e spogliate del fulgore dei marmi, stanno ancora a testimoniare della potenza e della fastosità dei nostri avi.

         Commozioni sconosciute lo turbano, si stupisce dei suoi nuovi sentimenti e prova la medesima impressione di quando, studentello, frequentando le esercitazioni di astronomia, vedeva trasformarsi la massa scura e grigia del cielo in una superficie costellata di luci vive e brillanti. Sente la poesia forte e solenne della storica via. È nel Bosco Sacro che cerca di esprimere con frase rapida e serrata quanto gli turbina d'intorno. E qui risolve che sempre, quando cercherò di fermare nel verso una mia impressione, sarò portato a svolgerla nella forma poetica del sonetto.

         Come più volte racconterà in seguito è proprio l'episodio della morte dell'adorata madre che lo ha condotto sulla via della poesia che da allora lo seguirà per il resto della vita.

 

         Gli anni della maturità

 

         Rientrato a Torino trova che gli affari languono. Le vendite stentano, si accresce la concorrenza. Si convince che è necessario spostarsi nel centro della città. Si decide al grande passo ed eccolo nei locali di Piazza Carignano dove, dalle vetrine del suo nuovo negozio, può ammirare Palazzo Carignano.

         La sorella gli scrive pregandolo di portare di persona alcuni libri della mamma a Benedetto Croce, in quei giorni in vacanza con la moglie in quel di Meana. Aveva espresso il desiderio di rimediare alla mancanza di nulla aver scritto su Clarice Tartùfari, ella vivente, e di voler scrivere uno studio sulla sua opera da pubblicarsi nella rivista Critica. Croce aggiunge: Clarice Tartùfari è una delle figure più caratteristiche della sua epoca e alcuni de' suoi libri sono molto interessanti per la storia della letteratura nel periodo tra l'ottocento e il novecento.

         Un vero monumento innalzato alla memoria della donna e della scrittrice è il lungo e denso articolo che il Croce scrive per Critica. Durante questo incontro Tartùfari declama alcuni suoi sonetti in lingua, il Croce glieli fa ripetere e poi con brutalità esclama: Questi sonetti letterariamente non mi vanno, per la ragione che hanno troppo colore: possono paragonarsi a una bella popolana forte e rubiconda, imbellettata e vestita con abiti cittadini e alla moda; se ne ritrae una sensazione curiosa, pure comprendendone la bellezza sostanziale. Perché voi, Tartùfari, non vi esprimete nei versi come nel vostro parlare così vivo e colorito; perché non scrivete per ora in dialetto romanesco? Codesto eccesso di colore, che in lingua pura è un difetto d'incontinenza, diverrà una qualità in vernacolo e voi diverrete un buon poeta dialettale se darete alla poesia la personale impronta del vostro carattere.

         Tartùfari segue l'illuminato consiglio trattando in lingua da allora in poi esclusivamente soggetti di concezione popolaresca. A circa dieci anni di distanza dal colloquio con Croce, Tartùfari gli invia la sua prima raccolta di sonetti in romanesco Du' risate e un sospiro e ne riceve in cambio una lunga lettera il cui giudizio sulla sua poesia è così possibile sintetizzare: Ella ha un'anima semplice e limpida.

 

Alcune amicizie

 

Nino Costa

 

         Un consiglio della madre è stato quello di studiare i grandi della letteratura. Per tre anni dopo la sua morte a questo si dedica. Inizia dai poeti dialettali, Belli, Porta, Meli, Pascarella, Barbarani, Trilussa. Giunge infine alla poesia piemontese di Nino Costa.

         Gli viene spontaneo il desiderio di conoscerlo. Tramite un amico ha un appuntamento. Subito fraternizzano, scambio di recitazione di poesie. Filippo chiede a Nino aiuto nello studio della poesia dialettale piemontese. Due volte la settimana per circa un anno Costa gli commenta le più caratteristiche poesie dei suoi conterranei mettendone le bellezze in evidenza. Costa si presta a parecchie dizioni con Tartùfari di cui alcune al Circolo degli Artisti.

         Tartùfari pubblica sul giornale dell'Associazione Pietro Micca venti sonetti in romanesco nei quali un immaginario Sor Totò racconta al figlio Romoletto la storia degli eventi del famoso assedio. L'Associazione decide poi di riunire in fascicolo i venti sonetti. Costa si presenta a Filippo con un manoscritto dicendo:

Sono poche parole che ho scritto per il tuo primo libro; è una presentazione ai miei concittadini torinesi de' tuoi sonetti in romanesco.

         Lo scritto figura come prefazione a Pietro Micca ('Na scampagnata a Superga) del 1942.

         Quando Costa passa in Piazza Carignano non manca una scappatina nel suo negozio. Faceva capolino all'uscio e diceva scherzosamente: c'è il bottegaro poeta? Ed è così che quel soprannome lo ha adottato rimanendogli cucito addosso.

         Una sera i due passeggiano in Piazza Castello, sui loro capi sfrecciano stormi di rondoni nell'ora che più inteneriva il cuore di Guido Gozzano. Parlano del poeta canavesano, Nino ricorda un pensiero letto in Contemplazioni e che come Guido avrebbe voluto esser nato lontano da Torino per poterla osservare con occhi nuovi.

- Vedi Tartùfari? I tuoi sonetti romaneschi che trattano del Piemonte e di Torino, mi commuovono, perché tu guardi a queste bellezze con occhio differente dal mio, con maggiore indipendenza ed obbiettività, procurandomi nuove sensazioni e rivelandomi impensate bellezze.

         Poi la guerra, gli incontri si diradano. La morte del figlio Mario sul Genevris, una delle prime vittime della guerra di liberazione. Ancora un breve incontro una sera, già minato dal male che a breve lo avrebbe condotto a incontrare Mario. Recita alcuni versi desolati. Chiede a Filippo se avesse scritto qualche cosa di nuovo. Filippo gli risponde di aver variato l'ultima terzina del sonetto Er fijo tuo

Ma tu ritroverai un antro maschietto

che te consola; er fijo de tu fijo

un giorno te dirà:«So qui nonnetto!»

A queste parole Nino gli si getta singhizzando tra le braccia: È vero, è vero! Ma io non potrò più essere consolato dal figlio di mio figlio, del mio Mario!

        

         Luigi Olivero

 

         La pubblicazione di Pietro Micca ('Na scampagnata a Superga) segna forse la personale conoscenza con Luigi Olivero.

Un dopopranzo mi trovavo al Pincio presso una aiuola che sovente è il punto di ritrovo dei subalpini residenti a Roma, tanto che io l’ho battezzata l’aiuola dei piemontesi, perché in tale angolo poetico, un giorno si trovava il busto di Angelo Brofferio che fu rimosso ed oggi ricollocato di nuovo.

Ero seduto su di una banchina e ammiravo dalla balaustrata il viale degli oleandri che sale dal piccolo piazzale, dov’è il monumento ai Cairoli.

Vicino a me c’era un signore piccolo, bruno, occhi neri e brillanti. Teneva sotto braccio uno scartafaccio. Accesa la sigaretta, ecco che si mette a correggere dei fogli, evidentemente bozze di stampa.

Non so resistere alla tentazione di rivolgergli la parola:

Mi racconta che è redattore politico di un giornale romano e che le bozze in correzione sono quelle del suo ultimo libro sull’America. Olivero è un uomo dinamico, pieno di brio e, quando parla, si muove come avesse dentro una molla. Io, invece, sono più pacioso e fu forse per effetto dei contrasti che simpatizzammo e ci legammo in seguito d’una amicizia sincera.

In quel periodo del mio soggiorno romano ci vedevamo quasi tutti i giorni e ci leggevamo i nostri versi. Curioso: io ho scritto dei sonetti romaneschi su Torino e lui invece, da buon Gianduja, delle liriche su Roma, in piemontese.

È un caro e fedele amico pieno d’ingegno, ma bisogna saperlo prendere per il suo verso poiché, molte volte, si lascia vincere dalla mania del sarcasmo e allora i suoi apprezzamenti divengono pungenti. Molti autori gli sono rimasti nemici, perché tutti non sanno comprendere che sotto quella ironia, forse troppo spinta, batte un cuore buono e schietto.

Nel suo volume autobiografico Un bottegaro poeta a Torino Tartùfari ci offre un bel quadretto della Pasquetta romana del 1952 con alcuni Piemontesi a Roma.

Roma è insolitamente grigia in questo pomeriggio di Pasquetta ed io tutto solo, discendendo per la via delle Quattro Fontane:

 

… So scocciato

senza sole me sento sconsolato!

 

         Arrivo alla Chiesa di Trinità dei Monti, ed invece di prendere come di consueto la strada alberata che porta a Villa Medici ed al Pincio, discendo per l’ampia scalinata che porta a piazza di Spagna e mi siedo su di un pilastro della magnifica fontana, la Barcaccia del Bernini.

         Mi guardo intorno e vivo per alcuni istanti nella dolce illusione di una Roma settecentesca.

         Ecco là via Condotti, con il suo antico Caffè Greco, ricco di nobili antiche tradizioni, ma ahimè quanto oggi diverso.

 

                                     Povero Caffè Greco è no squallore!

                                     Me l’arivedo co la fantasia

                                     quanno, nell’Ottocento, Roma mia

                                     era piena d’artisti e de sprennore.

 

                                     Tempi beati, tempi ormai lontani

                                     quanno Gioacchino Belli cor sonetto

                                     faceva gode e ride li romani.

 

         Mi sembra che giunga dal caffè lo scoppiettio delle risate dei tranquilli romani, mentre in un cantuccio solitario il povero Giacomo, pensoso e pallido gobbetto, rimane serio ed accigliato pur prestando orecchio alle pasquinate del giorno e alle facezie rimate di Gioacchino Belli, dalla faccia arguta e dal prestante fisico in contrasto con l’esile figura del poeta.

         Mi pare di udire per Piazza di Spagna lo scalpitio dei cavalli che conducono al galoppo sfrenato i signori del tempo; le voci degli staffieri annuncianti il passaggio dei loro padroni. – Largo, largo, al gran Conte di Espinosa de Valera – e sorrido alla vista di un povero scagnozzo di campagna, che a stento riesce a schivare gli schizzi di fango, mentre un altro Giacomo, veneziano, dal naso adunco, dal portamento elegante e fastoso, prodiga a destra e a sinistra il suo sorriso di geniale avventuriero.

         Vedo lo sciame degli abatini attillati e saltellanti come quei cagnolini neri che deliziano le signore eleganti; ammiro gli opulenti fianchi delle floride «minenti» romane avvolte in ampi e preziosi scialli a fiorami dai colori vivaci e il codazzo dei moscardini che mormorano parole procaci, veri pappagalli dell’epoca; popolani agghindati a festa con il giubbetto di velluto, calzoni corti e scarponcini a fibbie argentate. Sento lo scampanellio degli infiorati carretti a soffietto, che, tirati da cavalli adorni sul bastio e sulle briglie di campanelli, portano l’ambrato vino dei castelli romani e vanno e vengono da Porta del Popolo.

         Questi fantasmi di altri tempi mi rasserenano.

         A un tratto interrompe il mio sogno una voce:

Mi volto di scatto e riconosco un antico compagno di scuola. Ma

come cambiato!

         Ritrovo questo amico, fatto calvo, panciuto, con il pallore caratteristico del lavoratore intellettuale. Che differenza da allora! Lo rivedo sui banchi del Politecnico, quando, come tutti gli altri condiscepoli, anch’io lo chiamavo «signorina», tanto era biondo, esile e sentimentale.

vecchi amici se ne sono andati, dispersi dall’ala del tempo. Questo pomeriggio così grigio mi rende melanconico.

         -   Sei dunque diventato poeta? Andiamo dal sor Augusto qui a via della Vite e con un buon bicchierotto di Frascati riacquisterai di nuovo il buonumore.

         Entriamo: il locale è insolitamente affollato per la Pasquetta. Mentre giro lo sguardo per trovare un posto libero mi sento chiamare:

È il poeta piemontese Luigi Olivero che mi fa cenno con la mano. Andiamo al suo tavolo dove egli sta con alcuni artisti, giornalisti e soci della “Famija Piemontèisa” di Roma.

         Presentazioni, cordiali strette di mano.

e rivolgendosi ai suoi compagni esclama:

giornalista e profondo conoscitore della musa romanesca, ed io a lui:

 

Perché te meravija che un romano

baccaja sempre che Torino è bella!

È inutile che fai sta risarella,

lo strillo a tutti, bé, che c’è de strano?

 

sai meglio di qualunque altro che il “bougianen” sente la nostalgia della sua “bela Turin” specie in queste ricorrenze. Oggi, giorno di festa, la nostra melanconia aumenta; lassù Pasquetta è una vera giornata di gioia, ma qui per noi… Suvvia, levaci di dosso questa cappa grigia, facci rivivere per qualche istante fra i viottoletti di Valsalice e di Santa Margherita; dì a noi, poveri esiliati, qualche tuo sonetto. In compenso, io pago la merenda a tutti; mi mangio i diritti di autore che ho riscosso proprio ieri dall’editore per il mio nuovo libro.

         E si batte soddisfatto la tasca della giacca.

         -   La cosa mi lusinga e poi mi conviene   - rispondo sorridendo -   ma voi capite che, più di un poeta, io sono un cantastorie e me ne vanto. Vengo dal popolo, e canto per il popolo. S’io fossi nato al tempo dell’Angiolieri, mi si sarebbe sentito cantare in mezzo alle brigate come queste, gli stornelli romaneschi ispirati dagli avvenimenti del giorno. È curioso, che io «romano de Roma» canti a voi torinesi le bellezze della Collina. Ma tu, caro Olivero, non mi hai deliziato con le tue rime piemontesi sulle bellezze delle fontane romane?

         Bevo un bicchiere del buon vinetto dei castelli, indi comincio.

Piazza Castello e per Via Po, Piazza Vittorio, vi condurrò a vedere il tramonto a Superga. Prima però di cominciare, andiamo a prendere le sigarette sotto i portici di Piazza Castello, dalla famosa Gina.

         Filippo recita la poesia dedicata alla tabaccaia, riprodotta più avanti, quindi il sonetto Piazza Vittorio Veneto, qualche altro verso, poi:

Vedo er Sor Augusto, che tutto dignitoso porta sopra un vassoio una grande coppa colma di vino di Frascati e me la offre mentre gli amici intorno con il bicchiere alzato m'invitano a compiere la cerimonia del «glu-glu» simile a quella che avevo celebrato nella Tampa del Circolo degli Artisti a Torino.

Il poeta accosta il calice

al suo labbro: scende giù

schietto il vino dei Castelli,

mentre ognuno fa: «glu-».

Alla fine Olivero, versandomi sulla testa una goccia di vino, esclama enfaticamente:

- Filippo Tartùfari, io qui, vate piemontese, ti consacro nella Città Eterna, Bottegaro poeta a Torino! - Bevi!

Grida, risate, abbracci affettuosi ed io rimango mezzo stordito non tanto per l'onore prodigatomi, quanto per la copiosa bevuta nella coppa tradizionale. Tuttavia riprendo

- Ed ora amici, come vi avevo promesso, vi porto ad ammirare il tramonto a Superga e così avrà termine la nostra passeggiata sentimentale

         Tatrufari recita Tramonto a Superga, quindi:

Un'altra bevuta e poi ci lasciamo. Io sento il desiderio di camminare a lungo, il vino dei Castelli mi ha stordito.

 

Trilussa

 

         Ecco il resoconto dello stesso Tartùfari relativo al suo primo incontro con Trilussa:

         Una mattina a Roma mi incontro con Taddei, un giornalista, buon dicitore delle poesie di Trilussa. Andiamo insieme a casa del poeta a Via Maria Adelaide tra Piazza del Popolo e la sponda alberata del Tevere.

         Sulla portoncina a pianterreno leggo su di una targhetta d'ottone: Trilussa. Entriamo e Taddei dice ad una donna che ci introduce:

- Si è levato?

- Si, aspettate un momento, vado ad avvertirlo.

Entriamo in uno stanzone altissimo che mi fa l'impressione di un magazzino di antiquario. Mentre attendiamo guardo incuriosito.

         Due grandi pareti sono tappezzate con stoffa dipinta a guisa di mattoni. Su una specie di fregio, che corre lungo la parete di fronte, a cinque o sei metri di altezza, sono riprodotti gli eroi delle favole trilussiane. Altri animali, di svariato aspetto e in atteggiamenti curiosi, stanno disseminati ovunque. Si vedono soprammobili, scaffali di libri, ceramiche, vasi di vetro pieni di fiori e foglie, pupazzi romani, siciliani, armi e strumenti esotici e nostrani, preziose statuette di Capodimonte e di Sèvres, vecchie stoffe, terrecotte, lambicchi medievali, clessidre, damaschi.

         Il soffitto, in cemento armato, fa contrasto col pavimento coperto d'un soffice tappeto rosso cosparso di pelle di tigri, leoni, orsi, zebre, rettili. Due enormi coccodrilli imbalsamati, con le fauci spalancate chiuse da tappi di bottiglie di champagne, pare che facciano la guardia sotto gli occhi ironici di un gran Budda di bronzo.

         Tutto l'immenso studio è ingombro di mobili, oggetti d'arte, cianfrusaglie, quadri e quadretti di Mancini, Michetti, Dudovich; acqueforti di Roeder, Sartorio; caricature con le firme di Robida, Gandolin, Musacchio, Gec, Crespi, Bompard ecc., e anche di alcuni busti di Trilussa in cera, gesso, marmo e bronzo.

         In un angolo, quasi nascosto, è il vano di una porta chiusa da un cancelletto di ferro battuto: si direbbe l'interno d'una pagoda indiana, dove un giorno deve aver regnato una strana atmosfera di galanteria e di mistero.

         All'altro angolo, una scaletta di legno conduce ad una specie di ballatoio con balaustrata che gira sul fronte dello stanzone all'altezza di circa sei o sette metri dal suolo e si apre su strane cabine. Trilussa, che è un abilissimo falegname, si è fabbricato lassù, a tre o quattro metri dal soffitto, un appartamentino pensile: una cameretta da letto, uno spogliatoio, uno stanzino da bagno: qualche cosa che somiglia alle abitazioni costruite nella jungla di certe isole del Pacifico.

         Vedo uscire dalla porticina del ballatoio una specie di gigante in veste da camera. Taddei lo saluta e gli dice:

- Tri, c'è qui Tartùfari, il bottegaro poeta di Torino che ti vuole dare l'ultimo suo libro.

- Va bè - risponde Trilussa in pretto romanesco - mo pijo er canestrino.

Fa scendere con una cordicella un panierino tutto a colori.

- Butta er libro dentro.

Trilussa lo sfoglia.

- Dimme quarche sonetto.

         Mi accingo a soddisfare il desiderio del Poeta. Mi sembra di essere alle prove in un teatro. Trilussa dall'alto m'incoraggia. Taddei, seduto con le gambe incrociate su di un cuscino ha l'aspetto di un idolo indiano, la governante che toglieva la polvere si ferma ad ascoltarmi a bocca aperta, e Poppea la «bambaciona» gatta del Poeta, mi fa l'occhietto.

         Dico li Tre crienti de montagna, poi La Società Anonima e infine Er pollo. *

         Dopo di che Trilussa dice:

- Va bè, aspettateme un momento. Me vesto e vengo giù.

Taddei mormora sottovoce:

- Ahò, sei fortunato, perché in genere Tri, non fa tanti complimenti.

Dopo poco Trilussa scende. Il poeta esclama:

- Caro Tartùfari, tu sei stato per me un buon aperitivo. M'è venuta la voja d'un ber pollo arrosto. V'invito a desinare: magneremo puro le puntarelle alla insalata e se sciropperemo quarche bon bicchiere de Frascati.

         Saluta la governante e le dice:

- Oggi nun magno a casa. Arrivederci.

         Mi sembra di vedere incedere un principe romano, tanto il suo portamento è pieno di nobiltà.

E usciamo.

 

* La Società Anonima è a pag. 114 della raccolta Er cappio ar collo riportata in Un bottegaro poeta e Torino con numerose varianti. Er pollo, con titolo Er pollo de guera è a pag. 66 di Du' risate e un sospiro anche questa con parecchie varianti.

Qui di seguito Tre crienti de montagna che non fa parte delle poesie di Tartùfari raccolte in volume:

 

Quer cucciolotto scuro che m'abbaia

me fa le feste come un regazzino;

lo dovessi vedè com'è carino,

me smiccia da lontano e nun se sbaja.

 

Più giù me fa le poste un ber purcino

che becca li compagni e poi se squaja;

è un criente scontroso, viè vicino

vo robba da magnà, se no baccaja.

 

C'è un frate poi che viè da la montagna,

l'invito a cena, poverello, è stanco,

ma sarvete fratello quanto magna!

 

Dice che fa miracoli all'ingrosso:

Defatti beve sempre er vino bianco,

e invece er naso je diventa rosso.

 

Gli ultimi anni

 

         Tartùfari pubblica il suo Un bottegaro poeta a Torino, da cui ho tratto moltissimo per tracciarne la vita, il 15 giugno del 1952.

Da quando ha dato sfogo alla sua vena poetica ha pubblicato Pietro Micca nel 1942, Du' risate e un sospiro nel 1946, Er cappio ar collo nel 1947, Montagna mia e La Tampa del Circolo degli Artisti di Torino nel 1948, Torino bella nel 1951.

         Una breve pausa poi, in rapida successione, come se sentisse l'approssimarsi della fine, si susseguono, nel 1955 e nel 1956, Rapsodia torinese, Un gomitolo d'oro, Quadretti senza cornice e Torino in romanesco che sancisce il distacco del Poeta dal suo pubblico.

         Proprio da quest'ultima raccolta ecco

 

L'urtimo "bogianen" ar monte de li Cappuccini

 

D'estate la domenica matina

va prima a sentì Messa a l'Annunziata

e fa in grazzia de Dio na passeggiata

pe le viuzze su de la Collina.

 

S'aggusta quel'arietta frizzantina,

se ferma un tantinello a la spianata

" dei Capuccini " e vede de facciata

la sù piazza Vittorio mattutina.

 

Poi guarda più lontano: " Che città,

ma come è granne, nun finisce più!

e quela Fiat dove arriverà? "

 

Sente ner core un struggimento fino,

ricorda er tempo de la gioventù

e ripensa a la sua vecchia Torino.

Filippo Tartùfari

Roma 1884 ~ Torino 1956

 

Le opere

 Copertina Pietro Micca

Pietro Micca ('Na scampagnata a Superga)

Associazione Torinese "Pietro Micca" Torino, 1942

Tre edizioni tutte nello stesso anno, la seconda e la terza con aggiunta di 6 sonetti della serie Romoletto a Torino.

Volumetto in 8° piccolo di pag. 36, 20 sonetti, una presentazione di Nino Costa, una introduzione dello stesso Tartùfari e 26 disegni più la copertina di Felice Vellan.

Trattasi della prima raccolta di sonetti dati alle stampe da Filippo Tartùfari e Nino Costa ce la presenta da par suo:

Madonna poesia non soffre del mal del paese. Anzi, quando non varca i confini della provincia o della regione tanto più acquista in potenza e venustà.

Oggi noi assistiamo al curioso fenomeno di un poeta romano il quale esprime nel suo linguaggio romanesco sensazioni e, starei per dire, sentimenti schiettamente piemontesi.

         Egli è Filippo Tartùfari.

         Il gusto delle umane lettere gli discende per... li rami dalla tradizione familiare. All'amore della Poesia venne educato da quella nobilissima anima d'artista e di scrittrice che fu la madre sua: Clarice Tartùfari. La simpatia verso la nostra città, la nostra regione, la nostra gente, si andò mano a mano formando in lui durante i molti anni della sua dimora in Piemonte.

         Filippo Tartùfari si riconobbe poeta dopo una grande sventura: la morte della Mamma. La fiamma della poesia, d'allora in poi, non si è più spenta nel suo cuore.

         Studioso dei classici italiani e dei migliori poeti romaneschi, da Gioacchino Belli al Pascarella ed al Trilussa, egli condensa e fissa il suo fantasma poetico specialmente nella forma chiusa del sonetto: «breve ed amplissimo carme». La natura gli diede, squisitamente, il senso del ritmo e del metro, arricchito da una straordinaria facilità nel foggiare l'endecasillabo, tanto che di lui si potrebbe ripetere quello che di se stesso disse Ovidio nell'esametro famoso; Quidquid tentabam dicere versus erat.

....

         Ora egli ha voluto affrontare, nei venti sonetti che seguono, un altissimo tema: Pietro Micca, argomento che finora nessun poeta piemontese dialettale osò compiutamente trattare.

         La figura dell'Eroe biellese, nella sua semplicità scultoria, è così lineare e definita che vieta ogni lenocinio di forma, qualsiasi accorgimento rettorico e di più impone al poeta una potenza epica che fa tremare le vene e i polsi. Forse, perciò, anche i nostri migliori si sentirono impari al grande soggetto.

         Filippo Tartùfari, invece, risolse il problema con una genialità spiccatamente romana. E come l'abbia risolto egli spiega in modo egregio nelle poche righe da lui anteposte al poemetto.

         Noi piemontesi dobbiamo riconoscere a malincuore che, finora, il solo poeta in vernacolo che abbia cantato l'Eroe dell'Assedio di Torino con vivacità di accenti e con dignità d'arte è stato proprio lui:

         Filippo Tartùfari, poeta romano, nel dialetto di Roma.

 

Gennaio XX                                                                                    Nino Costa

 

         Ed ecco come, nei chiarimenti al lettore lo stesso Tartùfari ci narra della nascita di questa sua opera:

         ...Ed allora, sia per diminuire le grandi difficoltà, sia per non fare una cosa barbosa, preferii ritrarre di scorcio il Micca, inquadrandolo nella descrizione di una passeggiata sulla meravigliosa Collina di Superga piena di ricordi di quell'epoca. Introdussi il personaggio er Sor Totò, tipo di romano, colto, moderno e faceto, fervente ammiratore di Torino e nella novella rimata feci raccontare da lui al figlio Romoletto i punti salienti dell'assedio famoso.

...

Gennaio XX                                                                          Filippo Tartùfari

        

         Così Furio Fasolo, in un articolo pubblicato su L'Italiano - Gazzetta del Popolo della Sera del 27 febbraio 1943 dal titolo Torino d'oggi vista da un poeta romano descrive il lavoro del Tartùfari:

         Le cose più carine e lusinghiere, e forse anche le più acute sul conto di Torino e dei torinesi sono state dette sempre da forestieri e da stranieri; giunti qui e colti dal fascino della nostra città, essi possono poi dare libera espressione al loro entusiasmo, non essendo trattenuti dal ritegno costituito dal timore (insopportabile in noi) di essere o apparire autoelogiativi.

         E codesti giudizi - perché non confessarlo? - sono fonte di inesauribile compiacimento per noi torinesi.

         Che Torino sia una città per cui si può fare una grande passione è ormai verità lapalissiana. I poeti poi non possono sottrarsi a questo misterioso fascino. Fra i molti esempi merita di essere citato quello di Filippo Tartùfari.

         Tra parentesi, il caso è alquanto fuori del comune. Questo scrittore ormai noto e caro al pubblico in un suo scritto confessa che nello studiolo del suo negozio

quando gli affari battono la fiacca

me metto a sonettà dietro bottega;

er magone se scioje e me se slega

'na vena de poesia che mai se stracca.

Perché si tratta di una poeta che è al tempo stesso ingegnere e negoziante: Apollo, Minerva e Mercurio fusi insomma in società. Ma il paradosso appare meno sgargiante e sconcertante quando si sa che Tartùfari è figlio di Clarice Tartùfari.

         Come egli senta Torino si può comprendere dalla lettura di un solo sonetto: Tramonto da Superga

 

Guarda: Cala la sera. Er celo piagne!

Ma Superga te fa n'improvvisata:

T'avvicina tarmente le montagne

Come Torino fosse lì appoggiata.

 

A poco a poco, giù pe' le campagne

Se fa scuro, ma ancora è illuminata

La punta der Monviso e le montagne

So' accese de 'na luce un po' sfumata.

 

Lontano da Torino che tristezza!

Tutto te sembra griggio, inconcrudente.

Che nostargia si penzi con dolcezza

 

A un ber visetto, a 'sti tramonti rosa!...

Quando ritorni a vive fra ' sta gente

Senti l'anima tua che s'ariposa!

 

         E con quattro pennellate, ecco il ritratto dei torinesi ne Er piemontese:

 

Ch'er Piemontese, credi, fijo mio,

Ce l'ha quarche difetto: È biccerino,

È un bôgianen, je piace arquanto er vino

E cor foresto è sempre un po' restìo;

 

Ma di fronte ar dovere, caro mio,

Nun indietreggia mai e lotta insino

A la morte se questo è er su' destino.

Nun lo smove gnisuno, manco Dio.

 

Accussì Pietro Micca. Er su' dovere

Era difenne er passo. E lo difese!

Co' l'animo strazziato e cor penziere

 

Vidde er fijo, la moie sconsolata.

Strillò: «Pensate a la cratura!» Accese

La miccia e restò lì ne la fiammata!

 

Du' risate e un sospiro - Sonetti romaneschi

Du risate e un sospiro

Fiorini - La Palatina 30 marzo 1946

Volume in 16° di pag. 160, 120 sonetti, una breve presentazione di Filippo Tartùfari, un dotto saggio di Giovanni Gargiulo Alcune considerazioni sull'ortografia e sull'ortoepia del dialetto romanesco e 16 disegni di Felice Vellan.

I sonetti datano dal 12/1/1942 al 30/7/1943.

       Da Poche parole al lettore:

         Questa pubblicazione rappresenta il mio primo tentativo per la realizzazione di un sogno che potrebbe essere soltanto presuntuoso, quello, cioè, di tramandare nel tempo una serie di quadretti che diano le sensazioni del nostro popolo durante l'epoca eccezionale nella quale il Destino ci fa vivere. Queste impressioni sono state da me raccolte con profonda attenzione, osservando uomini e cose, esaminando fatti e circostanze, e raccogliendo, ovunque, spontanee e naturali espressioni. ...

         Ho volutamente scartato i sonetti   di carattere politico, satirico, o drammatico, relativi agli ultimi periodi turbinosi della nostra vita nazionale, perché siamo ancora troppo vicini al ciclone che si è abbattuto sull'Italia per essere obbiettivi nei nostri giudizi. Questi sonetti faranno parte di altre pubblicazioni che ho intenzione di far seguire. Molti di essi, specialmente i satirici, andarono perduti in una perquisizione da me sofferta nel periodo repubblichino; ma di ciò non mi lamento, perché la satira è un'arma che si spunta nella ferita. ...

         Ho prescelto la forma poetica del sonetto il breve ed amplissimo carme perché più adatto ad esprimere con rapidità i fatti che mi hanno impressionato, sorpreso o commosso.

         Ringrazio l'amico fraterno Felice Vellan, pittore vivace, che ha voluto dare risalto ad alcuni miei sonetti con la sua magica matita.

 

         Un sonetto della raccolta:

 

La bottega del fumo

 

Fra quele gabbie di Piazza Castello

c'è un bucetto a Torino, arinomato

pe' sigarette, sigari e trinciato,

pippe, bocchini e quarche giocarello.

 

Sto negozietto credi, è tanto bello!

Lustro, pulito, allegro e rassettato;

magari ce sarai, forse, pelato,

ma si lo fanno è in modo aggrazziatello.

 

Lì c'è Gina, famosa tabaccara

che 'r fumatore furbo se la deve

fassela amica e, poi, tenella cara.

 

Tié 'n visetto appuntito e sbarazzino,

cià li capelli bianchi come neve

co 'no sbuffo sfumato de turchino.

 

7/4/1942Insegna bottega della Gina

 

         Il negozietto della signora Gina si trovava sotto i portici di Piazza Castello in quei bugigattoli affettuosamente appellati le gabbie dai torinesi. Questi negozietti nacquero nel XVII secolo come baracche provvisorie per concessione del Marchese Ludovico San Martino d'Agliè in occasione delle due fiere che si tenevano a Torino, quella di carnevale e quella di maggio. Poco alla volta quelle baracchette occuparono sempre altri spazi sotto i portici, tra le colonne, finché nel 1832, con regie patenti, vennero riconosciute stabili. Come tutte le cose, nate provvisorie, in questa nostra Italia, eccole ancora qui oggi le gabbie da poco rimodernate per dare più lustro alla piazza per le Olimpiadi invernali del 2006.

         Il sonetto dedicato alla signora Gina è stato ripreso dal Tartùfari con nuovo titolo La Gina de Piazza Castello nella raccolta Quadretti senza cornice del 1955 di cui mi occuperò più avanti. Le varianti sono parecchie pur senza modificare la fisionomia del testo. L'illustrazione di Vellan, qui sotto, proviene dalla raccolta del 1955.

Er cappio ar collo - Sonetti romaneschi

Petrini, Torino, senza data, ma 1947.

Er cappio ar collo

Volume in 16° di pag. 160. Contiene 104 sonetti datati dal 5/8/1943 al 30/12/1944, il saggio Scritti e forme della poesia romanesca di Vittorio Clemente, e un ritratto fotografico di Filippo Tartùfari.

         I temi di questa seconda raccolta di sonetti in romanesco di Filippo Tartufari sono simili a quelli di Du' risate e un sospiro. Dato però il periodo abbracciato si affacciano poesie dedicate agli avvenimenti del 1943 Er cappio ar collo, L'armistizzio, alla guerra partigiana Er partiggiano, Partiggiani in montagna, Er bersajeretto partiggiano, Li partiggiani, La fucillazione.

         Un sonetto è dedicato a Nino Costa.

 

A Nino Costa

 

Er Palazzo Madama di Torino

ne li tramonti a maggio, in quel chiarore,

pija un aspetto strano: cià er colore

d'un ber cesello antico d'oro fino.

 

E lì che la tu' rima, o caro Nino,

me commove deppiù, me parla ar core

e m'arilegra tale e quale ar fiore

che brilla de ruggiada ar mattutino.

 

Rivedo cor pensiero la collina,

er torrente che rùzzica dar monte,

la Consulà, le Steile, la Mamina.

 

E in quel dialetto tuo cusì marcato

sento 'sta razza forte del Piemonte

e l'arpino dar passo cadenzato.

 

Montagna mia

Casanova & C. Editori, Torino, 20 febbraio 1948.

Montagna mia

Volume in 8° di pag. 48 con testo impresso, per le

poesie, solamente al recto delle pagine.

Contiene 12 sonetti, dedica a stampa a Nino Costa, saggio di Vittorio Clemente Musa romanesca in montagna, 12 vignette tratte da incisioni di Felice Vellan più l'illustrazione in copertina.

Raccolta definita dalla rivista Torino "Una trovata originale".

         La raccolta si apre con la dedica:

Alla cara memoria di NINO COSTA amico dilettissimo che con le sue belle liriche piemontesi rese più intenso il mio affetto per Torino e trasformò in poesia il mio amore per la montagna.

La campanella

 

Ar primo sole, co na voce fina

sono la sveja a tutta la vallata:

butto dal letto quarche regazzina

che se stiracchia mezza addormentata.

 

So ficcanasa e ciò na parlantina

che sturbo tutti! Da la chiacchierata

de le commare, so che stamattina

la pastorella bionna s'è sposata.

 

Guardate sta regazza co quer fiore:

ha detto ar padre che veniva giù

pe sentì messa, e invece fa l'amore.

 

La sera, sta qui sotto cor regazzo,

pareno appiccicati: da quassù

m'aggusto quela scena e me spupazzo.

 Casolare di montagna

 

La Tampa del Circolo degli Artisti di Torino

Casanova & C. Editori,Torino, settembre 1948

La tampa del circolo degli artisti

Volume in 8° di pag. 32, con testo impresso, per le poesie, solo al recto delle pagine. Otto poesie goliardico-conviviali in lingua, celebrative del torinese Circolo degli Artisti, composte ognuna da tre quartine più due versi in coda che, riuniti, vanno a comporre l'inno della Tampa, Cicalata proemiale di Arrigo Frusta, otto illustrazioni di Felice Vellan a guisa di testatine, più l'illustrazione in copertina.

La Cicalata del Frusta appare pari pari, escluso il paragrafo riguardante Tartùfari, sulla rivista Ij Brandé del 15 ottobre 1948 e verrà poi ripresa su Ij sent ane dël Cìrcol dj'Artista pubblicato da Ij Brandé nel 1951.

Due brani dalla Cicalata proemiale di Arrigo Frusta:

Immagine da La tampa

         Più anni fa due bravi figlioli, che tornavano dalle trincee del Carso, con in gola il sogno anelante d'un piatto d'agnellotti, si dissero: - C'è qui, schiacciato tra il suolo del salone e le gran volte del pianterreno, un mezzanino di quattro stanze, ripiene di rottami di sedie e di salaccai polverosi. Nessuno ci caccia mai il naso. Perchè non leviamo i ragnateli, non diamo aria tutt'intorno, non pitturiamo muri e soffitti? E in cost'angolo non tiriamo su una gran cappa di camino? E in cotest'altro non fabbrichiamo una cassaforte, piena di bottiglie sigillate? L'Ellade, lo sai, glorificò il buon vino: è ghè melaina pinei... Così, cacciato via il buio, metteremo per tutto la luce e la gaiezza. E così nacque la Tampa degli artisti. ...

         Ma io dimenticavo una cosa. Già, questa cicalata vuole un'appendice. E per questo effetto resta da dire che, oltre gli altri meriti grandi, la Tampa faceva accoglienza. Ci capitò un poeta romanesco, che aveva amore alla sua parlata e a Torino. Si crogiolò al foco, ammirò l'arguzia di Caio, apprezzò il barbera di Tizio, sgranò panini spalmati d'azzurro, ci provò gusto, non se n'andò più.

         Non se n'andò più: sotto la gran cappa ruminò versi, rime e strofe. Poi certa sera diede fuori il canto conviviale della Tampa. Nella quale composizione, dabbene e saporita, dove scorre una fresca vena, lucente di festività, tre figure più specificamente risaltano sopra le altre, simbolo direi quasi, poetica interpretazione delle essenziali virtù della Tampa. E sono l'affetto fratellevole degli artisti, la tradizionale ospitalità torinese, l'amore che questi pittori hanno alle nostre belle montagne.

         Dopo di ciò mi tiro in diparte.

         Entri il poeta.

Nello storico quartiere

già dei nobili a Torino

sbocca ai Portici di Po

la tranquilla Via Bogino.

                            Nel Palazzo del Graneri,

                            bel gioiello del seicento,

                            c'è quel Circolo d'artisti,

                            fiore del Risorgimento.

Se tu vuoi goder la sera

fra gli artisti spensierati,

va nel Sabato alla "Tampa":

quattro stanze agli ammezzati.

                            Viva la "Tampa" dell'amicizia

                            dove l'artista vive in letizia.

 

         E qui di fila gli altri distici finali:

 

                            Viva la "Tampa" del buonumore:

                            dei piemontesi cervello e cuore.

Viva la "Tampa" dell'allegria

esempio raro d'economia.

                            Viva la "Tampa" lieto convito,

                            dove la mancia diventa un mito.

Viva la "Tampa" dell'uomo colto:

si paga poco, si gode molto.

                            Viva la "Tampa" lieto ristoro,

                            viva l'artista, la Lupa e il Toro.

Viva la "Tampa" della montagna:

molto si beve, poco si magna.

                            Viva la "Tampa"! Viva il buon vino!

                            Viva gli artisti! Viva Torino!

 

Torino bella (Le Piazze)

Edizioni Rattero Torino, 1951.

Torino bella

Volume in 8° di pag. 48. Contiene 15 sonetti più uno Er Po e la Fiat con ulteriori tre versi a conclusione, Il pensiero d'un piemontese di Gigi Michelotti, Il giudizio di un romanista di Ceccarius e 15 disegni a piena pagina di Felice Vellan più uno di copertina.

Le piazze: Carignano, Castello, San Giovanni, Palazzo di Città, Porta Palazzo, Maria Ausiliatrice, Statuto, Savoia, Solferino, San Carlo, Carlo Felice, Cavour, Maria Teresa, Vittorio Veneto, Sabotino.

Così Gigi Michelotti da Il pensiero d'un piemontese:

         ... Le piazze sono ciò che ha di più bello Torino ed è di esse che, complice Felice Vellan, egli vuole disporre. E non contento di mirarle, rimirarle, di mettere in luce ciò che hanno di singolare, le scopre, le scruta, le interroga. le fa parlare e su ognuna dice la sua: qua una osservazione, là una arguzia, qui un richiamo, lì una impertinenza. E vuole che me ne compiaccia! Grossa pretesa e ne avrei dispetto se non dimostrasse con cosa, e mi prende, con la mente, il cuore che a Torino, la mia città, vuol bene quanto me; e certo di più di coloro che ci sono nati, ma non ne sono innamorati. E lui lo è, non meno di me. ... È un panorama, il panorama di una città, della mia città con le sue piazze, i suoi palazzi, le sue strade, i suoi uomini, la sua storia che mi si stende innanzi, e ne godo.

Torino, luglio 1951                                                               Gigi Michelotti

 

         La raccolta si apre con questa terzina:

Torino bella, chi l'ha vista un giorno

magara un giorno solo, ha un'impressione

che non la scorda più: sogna er ritorno.

 

Piazzetta Maria Teresa

 

La sera quanno er celo se scolora,

me fo na capatina a sta piazzetta:

è come s'incontrassi na vecchietta

co lo scuffiotto e li riccetti fora.

 

Adesso è decaduta e m'addolora

de vedella così, senza toletta:.

me guardo intorno e penso: "È poveretta,

ma cià quer nunsocchè de la signora".

 

Tante vorte seduto ner giardino,

rivivo l'anni mia de primavera,

poi m'arzo e dico come un regazzino:

 

"Cerea, nonnetta", e me ne vado via.

Lei pare che me risponna: "Quarche sera

viemme a trovà, se famo compagnia".

Immagine da Torino bella

Un bottegaro poeta a Torino

Edizioni Rattero, Torino, 15 giugno 1952.

Un bottegaro poeta

Dedica di Filippo Tartufari

Volume in 16° di pag. 238 con prefazione di Angelo Pastore e un ritratto della madre Clarice Tartùfari con un sonetto a lei dedicato.

 

         Il volume apre con queste parole del Tartùfari:

Pagine di vita vissuta che narrano la

mia avventura nel campo della poesia.

Ritratto di Clarice Tartufari

         Di una vera e propria autobiografia trattasi. Il racconto è inframmezzato da una lunga serie di sonetti e rime sparse che ne arricchiscono il contenuto. Ne ho tratto un'infinità di notizie e riprodotto lunghi brani nella parte dedicata alla sua vita.

Rapsodia torinese

Indudtria dolciaria Ruggero & Tortia, Torino 1955.

Rapsodia torinese

Opuscolo in 8° oblungo di pag. 8 con 7 disegni in rosso del pittore Felice Vellan.

         Piccole prose e cinque poesiole sulla città e sulla vita torinese arricchite dai disegni del pittore Felice Vellan. Opuscolo commissionato dall'Industria Dolciaria Ruggero & Tortia da utilizzarsi quale omaggio alla clientela.

         Un breve accenno del contenuto di Rapsodia torinese:

La più centrale e moderna arteria di Torino, via Roma, nel primo tratto è come un filo di perle che congiunge due gemme: piazza Castello e piazza San Carlo. Di notte essa indossa una veste di gala, sfolgorante di luci, d'insegne al neon, si pavoneggia come una bella signora in «pompa magna». Forse il nostalgico torinese la troverà troppo moderna e forse un po' stridente, forse penserà che quell'abbacinante sfolgorio è come un foruncolo infiammato sul viso della

sua Torino vecchiotta in falpalà.

Ma via Roma è bella! È bella di giorno, di notte, quando è popolosa, quando è quasi deserta, quando il sole la indora o la luna l'inargenta, rendendo fantasmagorico «el Caval 'd Bronz». E quando si trasforma in una Mostra d'Arte, per la geniale iniziativa del pittore Giovanni Bussa, Presidente dell'Ente Provinciale del Piemonte, tutte le vetrine dei negozi dànno ospitalità a pitture, sculture, ceselli di qualsiasi tendenza. Tutta Torino accorre a discutere ad ammirare: è un avvenimento che rinnova quel periodo rinascimentale, quando popolo, artisti, compratori e mecenati, s'incontravano per i fondachi fiorentini.

Disegno di Vellan

 Disegno di Vellan

Un gomitolo d'oro

Edizioni Rattero, Torino, 15 giugno 1955.

Un gomitolo d'oro

Volume in 16° di pag. 136 che contiene 3 sonetti e 82 poesie a metro libero con numero variabile di versi, un disegno di Felice Vellan raffigurante una monca statua a Roma ritenuta del Pasquino che si divertiva a mettere alla berlina i personaggi del suo tempo e alla quale i romani appendevano scritti denuncianti le malefatte del governo e dei potenti del tempo.

         Questa raccolta di Tartùfari è introdotta da queste sue parole:

Il titolo del presente libro

e quello delle parti nelle quali

è divisa questa raccolta di versi

sono i titoli di alcuni

romanzi di mia Madre: Clarice Tartùfari

 

         Le poesie hanno temi molto vari. In appendice 21 pasquinate, eccone un paio:

 

La pasquinata

 

La vera povesia

se forma dentro ar core;

nasce dar bonumore

e da la botta tipo romanesco.

Ma se la vòi pepata e de sapore

méttece dentro er vino

mischiato assieme cor peperoncino.

 

Er governo e le tasse

 

Marforio

C'è poco da rugà,

er cittadino è inutile che strilli

che le tasse le deve da pagà.

Pasquino

Quanno però son troppe viè la crisi:

er commercio e l'industrie vanno a male,

nascheno un mucchio de disoccupati

e fa cilecca pure er capitale.

Ma c'è di peggio assai, caro Marforio:

er Governo se becca li quattrini,

pe incompetenza se li spenne male

e se ne frega de li cittadini.

 

         Nota. Sembrerebbe scritta oggi. Al penultimo verso oltre incompetenza bisognerebbe aggiungere malaffare.

Quadretti senza cornice

Edizioni Rattero Torino, 12 dicembre 1955.

Quadretti senza cornice

Volume in 16° di pag. 192 con 104 sonetti, 24 disegni di Felice Vellan e la riproduzione di un sonetto manoscritto dedicato a Tartùfari da Nino Costa.

         Il volume si apre con questa dichiarazione:

Nella distribuzione di questi miei sonetti mi sono attenuto a quello che scrisse a suo tempo il nostro gran poeta Gioacchino Belli in una sua prefazione:

... Distinti quadretti, e non fra loro congiunti aggiungeranno assai meglio al fine principale, salvando insieme i lettori dal tedio di una lettura troppo unita e monotona. Il mio è un volume da prendersi e lasciarsi come si fa de' sollazzi, senza bisogno di progressivo riordinamento d'idee. Ogni pagina è il principio del libro, ogni pagina è il fine.

 

         Ecco la riproduzione del sonetto che Nino Costa ha dedicato a Filippo Tartùfari e posto in testa alla raccolta:   

Sonetto autografo di Nino Costa

Ed ora alcuni sonetti che Tartùfari ha dedicato a noti personaggi:

 

Govi

 

Allegro, bassottello de statura,

sgambetta e zompa come un ber grilletto

e senti in quela voce de farsetto,

una cadenza genovese pura.

 

Domeneddio j'ha dato p'avventura

un naso strano a forma de farcetto

che je fa ne l'assieme quel'aspetto

comico e origginale de natura.

 

St'attore tiè la botta ridanciana:

è spiritoso senza esse amaro

e quanno ride pare na campana.

 

Er su teatro è vivo, divertente,

è questa la raggione., frater caro,

perchè ce trovi sempre tanta gente.

 

Pare (al poeta Frusta)

 

Se chiama «Pare», ma Torino sa

che nun cià fiji, armeno apertamente.

Grosso, ma sverto, cor un gran da fa

dove er guadambio c'entra poco o gnente.

 

Scontroso, criticone, un po' saccente,

pieno de vita e de genialità,

su li «Brandè» racconta alegramente

quello che succedeva un tempo fa,

 

Se nato fosse a l'era mediovale,

a queli tempi de cavalleria,

quanno fra mazze, spade e martingale,

 

sopra li scudi se scopriva un motto,

quello che avrebbe scerto in fede mia,

sarebbe stato questo: «Me ne fotto».

 

Macario

 

Vorpe fina, ma bon piemontesone

d'una statura piuttosto bassetta,

s'avanza con na certa pretenzione

d'esse venuto su da la gavetta.

 

È un comico impresario e maneggione

su le scene gesticola, sgambetta,

s'impunta apposta come un tartajone,

fa du sberleffi assieme a la mossetta.

 

Che festa quanno viè sopra le scene,

ridi, sbatti le mano, li ginocchi

te score l'alegria dentro le vene.

 

Se l'incontro e se mette a ricordà

la pòra Mamma sua, vedo in quell'occhi

na lagrima e lo sento sospirà.

Felice Vellan 

Un pittore de la tampa (al pittore Felice Vellan)

 

Capelli ar vento, viso ridanciano,

che t'aricorda con quer sorrisetto

la penna de l'arpino valdostano

e li pennacchi de barzajettiero.

 

St'amico è sempre pronto a dà na mano

a chi je serve: è naturale, schietto,

come quer vino gajardo, nostrano

che dà l'estro e a l'artista core in petto.

 

Su la faccia abbronzata e montanara

de sto pittore, ce vedi scherzà

no sguardo che sbrilluccica e s'affiara.

 

Ne le pitture sue, la neve, er monte,

e prati e fiori fanno ripensà

a le fresche vallate dei Piemonte.

 

Un artista carozziere (al comm. Pinin Farina)

 

Una bella criniera griggio-argento,

no sguardo fino pieno d'espressione,

piccolotto, occhialuto, robbustone,

sportivo, bocciatore e cor contento.

 

È un «bojanen» de quelli in movimento;

all'estero tiè arto er gonfalone

de l'industria italiana; in concrusione

è farina nostrana, è bon frumento!

 

Quanno se parla de carozzeria

corre er pensiero a sto lavoratore,

che s'è fatto da se, senza arbaggia.

 

E i n quelo sguardo franco e ridarello,

ce leggi er compagnone tutto core

er nonnetto, l'amico, er bon fratello.

 

Torino in romanesco (impressioni)

Edizioni Rattero, Torino. Senza data ma 1956.

Torino in romanesco

Volume in 8° di pag. 50 con 16 sonetti e una poesia composta da sei quartine, 16 disegni di Felice Vellan a piena pagina più uno, in copertina, due terzine di Nino Costa (le due del sonetto che apre Quadretti senza cornice), la prefazione Il pensiero di un poeta romanesco di Vittorio Clemente.

         Questa raccolta è nella veste e nell'iconografia del tutto analoga a Torino bella e ne rappresenta il complemento. Lasciate le piazze ecco il Teatro Carignano, Via Roma, Via Garibaldi, la Consolata, lo zoo di Parco Michelotti, il Monte dei Capuccini, Superga, il Salone dell'Automobile, il Po, Torino, la collina, il Parco di Cavoretto.

In antiporta la dedica:

 

A Pina

compagna nel viaggio della vita.

Piazza Vittorio da Torino in romanesco

Piazza Vittorio a carnovale

 

Strilli, cagnare, tromme, imbonitori,

"du lire al bicchio", "guarda che torrone!"

un miscujo de soni e de colori,

du coccodrilli a mollo in un cassone.

 

Sartimbanchi, pajacci, scimmie, mori,

le giostre, un nano, la donna cannone,

li studenti, le "tote" arubbacori,

li sordati e qua e là, quarche servone.

 

Gianduja e Giacometta impimpinita

se fanno un ballo. Annamo gente mia,

scordamo qui l'affanni de la vita!

 

Forse domani scade la cambiale,

ma per oggi vivemo in alegria.

Viva Piazza Vittorio a carnovale!

 

Firma

Armanach piemontèis 1936

Luigi Olivero

Ij Brandé N° 151 ~ 1952