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  LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

 di Giovanni Delfino

 delfino.giovanni@virgilio.it

 

Olivero 

Litografia da Ël Tòr

 

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Rondò dle masche L'Alcyone, Roma, 1971

Ij faunèt Il Delfino, Roma, 1955

Articoli di Giovanni Delfino riguardanti Luigi Olivero pubblicati su giornali e riviste

Roma andalusa

Traduzioni poetiche di Luigi Olivero in piemontese e in italiano

Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

Commenti ad alcune poesie di Luigi Olivero a cura di Domenico Appendino 

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Prima parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Seconda parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Terza parte)

Luigi Olivero Giornalista

Luigi Olivero e Federico Garcia Lorca

Luigi Olivero ed Ezra Pound

Olivero e D'Annunzio

Sergio Maria Gilardino - L'opera poetica di Luigi Armando Olivero 

Poesie di Luigi Olivero dedicate allo sport

Pomin  d'Amor (Prima raccolta inedita di poesie di Olivero)

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Poesie dedicate al Natale  e ad altre ricorrenze (Pasqua, Carnevale...)

Bio-bibliografia

Aeropoema dl'élica piemontèisa

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Episodi della vita di Luigi Olivero

Scritti inediti  e non di Luigi Olivero

Lettere ad Olivero

Artisti che hanno collaborato con Luigi Olivero

Biografia di Luigi Olivero: primo scenario (Gli inizi)

Biografia di Luigi Olivero: secondo scenario (Prima stagione poetica)

Biografia di Luigi Olivero: terzo e quarto scenario  (Verso la tempesta: diluvio universale ~ Viaggi)

Biografia di Luigi Olivero: quinto e sesto scenario (Attività frenetica ~ Roma: maturità d'un artista)

Biografia di Luigi Olivero: settimo ed ottavo scenario (Incontri, polemiche, viaggi, cantonate ~ Ultima stagione ~ Commiato)

Appendici prima, seconda e terza

Appendice quarta ed ottava

Appendice quinta: gli scritti di Luigi Olivero su giornali e riviste

Giudizi espressi in anni recenti su Luigi Olivero

L'officina di Luigi Olivero

Luigi Olivero legge la sua Ël bòch

Documenti e curiosità

Siti integrativi

 

Terzo scenario

 

Verso la tempesta: diluvio universale

 

1936: tra giugno e settembre compone la poesia Ël boch destinata all’Armanach piemontèis del 1937. Questa è accompagnata da un bel disegno di Ugo Pozzo (Riprodotto nella pagina degli artisti che hanno collaborato con Olivero.) e dalle seguenti raccomandazioni: 

A DEVO NEN LESE COSTA LIRICA: 

i proprietari ‘d ven-e varicose dla tradission;

i timoros, i brodos, i pedoss dla generassion veja e ‘d cola giovo

ch’a frusto le 5 vocai ëd l’alfabet për ësclamé dë scàndol a la vista ‘d tuta novità d’ispirassion poètica, artìstica, inteletual. 

MA A DEVO LESE COSTA LIRICA: 

i giovnòt san e sportiv ch’a seugno d’enté ‘d gich

sempre pi fòrt l’autin uman dla nòstra rassa; 

A DEVO LESE COSTA LIRICA: 

le mie sorele ‘d perfession,

le mie compagne d’istint,

le mie ideje medésime faìte ‘d lus e ‘d carn viva,

frissonanta d’avnì: le fije moderne.

OLIVERO (1) 

Il primo ottobre del 1937 nasce il dyptykos di sonetti Soa tenebrosa maestà la neuja che non può pubblicare …ant l’ann ëd soa nàssita 1937 e gnanca ant j’àutri sèt ane apress, përchè cola soa invocassion conclusiva “Òh torna, Libertà”etc. a l’avrìa nen sertament propissiame ‘l cadò d’un basin an front da la censura polìtica d’antlora. Li pubblicherà poi nel 1945 su Ël Tòr e li utilizzerà  nell’ultima parte della versione definitiva dell’Areopoema dl’élica piemontèisa risalente al 1993-1994. (2)

1938, primo marzo. Gardone Riviera, il Vittoriale. Muore Gabriele d’Annunzio. Olivero dedica ad Ariel Ël lagh dël poeta, poesia che compare anche con il titolo Ël lagh ëd Garda. In calce alla lirica è il luogo e la data della composizione: dal “Vittoriale”, 20 febbraio 1938.

Ho effettuato ricerche presso l’Archivio Storico del Vittoriale senza purtroppo trovare traccia di carteggi tra i due poeti. Mi piace comunque immaginare Olivero che incontra il Maestro a pochi giorni dalla di lui morte e qui, al suo capezzale, ne compone  l’accorato ricordo.

Tra il 1937 ed il 1939, per il giornale romano Il lavoro fascista, redige le cronache  che giungono dalla Guerra Civile Spagnola tramite la United Press ed i corrispondenti dalla Spagna Jean de Gandt e Sergio Uglioni. Da Parigi i servizi di Fiorino del Padule. Dopo la morte di Gabriele d'Annunzio, 1 marzo 1938, appaiono anche servizi in esclusiva dal teatro di guerra firmati da  Mario Lopez. È sicuramente a San Sebastian per quasi tutto il settembre del 1939 (quattro note d’albergo lo dimostrano), da qui invia  approfondimenti sulla guerra civile sia a Il lavoro fascista che al settimanale napoletano Belvedere. Di due pezzi per Il lavoro fascista do conto nella venticinquesima appendice.

Primi di giugno del 1940, l’Italia sta per fare il suo ingresso nella Seconda Guerra Mondiale, Olivero è a Parigi dove compone la poesia Invocassion a Notre-Dame de Paris cui premette queste considerazioni:

Au pied du Crocifix souvenez-vous des morts de la guerre.

Paròle scrite su l’inginojatore piassà dë dnans al gran Crocifis ch’a j’era ant la sconda navà a drita dël portal d’intrada dla catedral ëd «Notre- Dame de Paris». Ël Crocifis a l’era contornà da na fra ch’a resija quat candelié ‘d diversi brass. Daré dij candelié, da na banda e da l’autra, sinch bandiere listà a deul.

Còsta invocassion a l’è staita inmaginà a Paris, ant ël giugn 1940, pòchi di prima dël crôl militar ëd la Fransa e dl’intrada an guera dl’Italia. (3)

Una curiosità legata a Invocassion a Notre-Dame de Paris. Tra le carte del Fondo Olivero di Villastellone ho rinvenuto un carnet di 5 biglietti del Cinema Quirinale di Roma, tutti sullo stesso foglietto di carta arancio-rossastra con, sul retro, a stampa, le prime 11 strofe di detta poesia.

         Qualche giorno dopo compone Ël diauleri che pubblicherà in seguito contrapposta alla poesia Stravent di Alfredo Nicola con premesse le due quartine che Alfredino gli dedica: 

Invidio ‘l vèrd ombros dël tò vej parch

con le fròle servaje arlongh ël mur,

mentre basà da sàles e sambur

lë Stlon a va, pasi, tranquil e gargh.

 

Invidio ti, ch’it màstie ‘d ciuciamèra

cogià ‘nt un prà, lontan da ògni rabel,

che ‘t guarde lòn ch’ai passa su ‘nt ël cel

e nen lòn ch’ai suced su còsta tera… (4) 

         Ancora nel 1940 compone la poesia L’hai sugnà che meuria che andrà a far parte della raccolta Elegie che apparirà poi su Ël Tòr 29/30 del 1/1/1947. Alla poesia premette questo pensiero di Omar Khayyam:

Ma naissance n’apporte pas le moindre profit a l’univers. Ma mort ne diminuira ni son immensité ni sa splendeur. Personne n’à jamais pu m’expliquer pourquoi je suis vénu, pourquoi je partirai.  

Giugno del 1940. È a Parigi dove svolge incarico di redattore per La nouvelle Italie ~ La nuova Italia. I rapporti tra Italia e Francia si fanno sempre più tesi. Gli scade il permesso di soggiorno che non gli viene rinnovato ed è costretto a rientrare precipitosamente a Torino proprio alla vigilia della dichiarazione di guerra del 10 giugno. Perso il lavoro in Francia, si trova in disastrose condizioni finanziarie. Si rivolge pertanto, con lettera in data 1 luglio 1940, al Ministero della Cultura Popolare. Eccone uno stralcio:

... Faccio presente che durante oltre dieci anni di giornalismo la mia attività ha avuto modo di manifestarsi in tutti i settori della professione - da quello della rivista a quello del quotidiano, dal lavoro redazionale a quello del corrispondente e dell'inviato - e che quindi non dovrebbe essere difficile, in questo particolare momento, assegnarmi a qualche giornale, rivista od organismo di stampa.

Appartengo alla M.V.S.N. (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) da più di dieci anni. Sono regolarmente iscritto al Partito. Ho viaggiato tutta l'Europa e l'Africa del Nord. Conosco tre lingue straniere: di cui francese e spagnolo correntemente. ...

Il posto sollecitato tarda ad arrivare per cui in data 16 novembre, a mezzo telegramma, si rivolge direttamente a Galeazzo Ciano:

         Eccellenza Galeazzo Ciano Roma

         Giornalista professionista già redattore "Nuova Italia" et aiuto corrispondente Parigi "Gazzetta Popolo" rimpatriato inizio ostilità perdendo posto ed ogni suo avere trovasi Italia da quattro mesi disoccupato malato privo mezzi sussistenza abbandonato da tutti alt Frequenti contatti Ministero Cultura Popolare stampa italiana Sindacato Nazionale Giornalisti rimasti inefficaci alt ChiedoVi intervenire urgentemente promuovendo energicamente mia assunzione immediata qualsiasi giornale oppure sussidio mensile Ministero Cultura fino al giorno mia sistemazione alt Pervenuto estremo limite resistenza fisica et morale alt Esistenza divenutami insostenibile alt Devotamente Luigi Olivero Pensione Marini - Via Crispi 55 - Roma

Non sappiamo se Ciano intervenne direttamente, fatto sta che Olivero, a fine 1940, ottiene un posto all'"Ente Stampa" di cui provvede immediatamente a ringraziare con lettera del 3 dicembre Pavolini al Ministero della Cultura Popolare:

         ... Nel mentre Vi ringrazio vivamente del provvedimento che avete adottato in mio favore - provvedimento che, in attesa di una sistemazione, viene ad alleviare sensibilmente la penosissima situazione in cui mi trovo dal giorno del mio forzato rimpatrio da Parigi. Vi comunico che, in data di oggi, ho pure scritto al camerata Preti, reggente l'Ente Stampa, mettendomi a sua disposizione per gli articoli che mi vorrà ordinare. Con molta gratitudine.

Ottenuta una certa tranquillità finanziaria, inizia il lavoro di stesura del suo saggio Babilonia stellata. Appena pubblicato, in data 30 giugno del 1941, ne da conto al Prefetto Luciano Celso, Capo di Gabinetto del Ministro della Cultura Popolare:

         Mi permetto offrirVi una copia del mio volume ... Mi lusingo di aver costruito un libro criticamnte sincero sulla vita americana d'oggi, scrupolosamente intessuto sulla trama di documenti, fonti statistiche, testimonianze esibiti a malincuore dagli stessi americani e vagliati dalle mie personali esperienze di studioso e di giornalista.

         Il libro è composto in gran parte di articoli (ampliati e arricchiti di nuova documentazione) che hanno ottenuto successo negli undici quotidiani dell'Ente Stampa ai quali la bontà dell'E. il Ministro e Vostra mi ha aperta la collaborazione. ...

         Lo stesso Ente Stampa ha già interessato l'Ambasciata tedesca per un'eventuale edizione germanica. ...

La lettera prosegue con la richiesta di acquisto, da parte del Ministero, di copie del saggio, il più possibile generoso. Non conosco gli esiti complessivi di questa richiesta, però risulta che per ordine dello stesso Mussolini, a spese del Ministero, venne acquistato un certo numero di copie poi spedite in omaggio, all'inizio del 1942, a tutti i cardinali residenti a Roma di cui, in una nota del Ministero Cultura Popolare - Gabinetto "Appunto per il Duce" del 26 febbraio 1942, vengono elencati tutti i nomi.

Tra il 1941 ed il 1942 ben tre edizioni si susseguono di Babilonia stellata tanto da suscitare interesse da parte dello stesso Mussolini che fisserà un incontro con lo stesso Olivero per il 15 febbraio del 1943. Di quest'incontro Olivero è entusiasta ed il giorno dopo scrive al nuovo Ministro della Cultura Popolare Gaetano Polverelli:

         Desidero ancora esprimerVi tutta la mia riconoscenza per avermi ieri mattina presentato al Duce. Quest'udienza insperata e le parole benevoli che il Duce mi ha rivolte a proposito del mio libro sull'America costituiscono la più luminosa soddisfazione della mia carriera di giornalista-giramondo.

         Mi accingo subito al lavoro per completare il volume nella nuova edizione suggerita dal Duce: e appena avrò concluso i tre capitoli mi farò premura di sottoporli al Vostro illuminato giudizio prima di inviarli all'editore. ...

A dimostrazione dell'interesse di Mussolini per la nuova edizione, in data 19 febbraio 1943 il Capo di Gabinetto del Miniculpop, Angelo Corrias, D'incarico superiore invia ad Olivero una copia del libro di Heinz Hater Der Polypvon New York.

Il lavoro di Olivero è rapidissimo tanto che in data 8 marzo scrive a Gaetano Polverelli:

         Vi accludo i nuovi capitoli da aggiungersi alla 4. edizione del mio libro "BABILONIA STELLATA". I capitoli sono venuti 5 perché la materia suggerita dal Duce, richiedendo un'adeguata documentazione, avrebbe generato tre capitoli troppo lunghi rispetto ai 13 precedenti che costituiscono l'attuale 3. edizione che sto aggiornando.

         Vi sarò grato se vorrete gentilmente sottoporli all'esame del Duce e di comunicarmi il Suo giudizio con quello dell'E.V. Dopo l'approvazione del Duce e Vostra, spedirò all'editore per l'immediata composizione. ...

sarei molto lieto se il Duce volesse favorirmi una Sua, sia pure brevissima, prefazione, o quanto meno un Suo giudizio da pubblicare sulla fascetta. Sia l'una che l'altra avrebbero un inestimabile valore per quella diffusione di cui il Duce ha voluto considerare degno il mio libro.

         Vi sarò, infine, molto riconoscente (ma non vorrei chiedere troppo) se voleste domandare per me al Duce una Sua fotografia con dedica autografa. La vorrei tenere sul mio tavolo in ricordo dell'altissimo onore che ha voluto concedermi ammettendomi alla Sua presenza. ...

La richiesta della foto venne accolta ma l'eventuale prefazione del Duce si ritenne né opportuna né necessaria. In data 17 marzo da parte del Polverelli giunse l'autorizzazione alla stampa con l'assicurazione all'editore che il Ministero avrebbe acquistato un adeguato numero di copie della nuova edizione del volume "Babilonia stellata" di Luigi Olivero.

Dopo questo lungo escursus sulla pubblicazione di Babilonia stellata e sui rapporti di Olivero con il Miniculpop e Mussolini, che mi ha portato ad anticipare alcuni avvenimenti, rieccomi alla cronologia dei fatti. (5)

Nel periodo bellico (6) vive per qualche tempo a Borgo San Dalmazzo, quindi a Roma.

L’Armanach Piemontèis del 1941, tramite il recensore Chionio, annuncia la prossima pubblicazione della raccolta di poesie, che come tante altre opere di Olivero non vedrà mai la luce,  El Diauleri il cui titolo così giustifica Olivero stesso: (7)

 

                           Tuti a l’han n’angelèt biond ch’ai sovagna

                           e mi l’hai un diauleri ch’am compagna.

                           (A l’é për lòn che sàuto d’alegria

                           quand ch’am mando al dijau ch’am porta via!).

                           Se j’autri a smon-o ‘d fior a sò angelèt

                           l’é ‘d cò frànch giust che mi smon-a un bochèt

                           ëd dodes fior bujente ‘d poesìa

                           a me diauleri svicc. E così sia. 

Nel 1942 è sicuramente a Roma alla redazione de Il Messaggero. Ne fa fede una cartolina postale, intestata Il Messaggero appunto, inviata da Olivero a Bologna alla Signora Alberta Maria Vivarelli il 9 luglio 1942 recante le condoglianze per la morte del padre.

Nel 1942 Charlotte Harrer pubblica Japanische Skizzen. Olivero se ne procura una copia e decide di curarne un’edizione inglese ed anche, in seguito, con tutta probabilità, una in Italiano. Vuole anche aggiungervi qualche cosa di suo, sulla letteratura e sulla poesia giapponese. Charlotte Harrer è la figlia di un noto geologo, metereologo ed esploratore tedesco Alfred Lothar Wegener (1880-1930), autore, tra l’altro, della teoria sulla deriva dei continenti. Nel 1938 ha sposato Heinrich Harrer (1912-2006), nazista convinto e noto alpinista austriaco, primo scalatore della parete nord dell’Eiger, autore di Sette anni nel Tibet in cui racconta la sua permanenza in Tibet dal 1944 al 1951 dopo la sua avventurosa fuga da un campo di concentramento inglese in India. Dal libro è stato tratto il recente (1997) 7 anni in Tibet di Jean-Jacques Annaud con la partecipazione di Brad Pitt. Olivero prende contatti con la Harrer e già predispone il nuovo titolo del libro: Japanese Sketches. The Land of God in evening Dress. Titolo del tutto consono al Nostro. Suggerisce anche due altri vocaboli al posto di Dress: in Pijama o in Tight. (La copia del libro della Harrer appartenuta ad Olivero è nella collezione del Sig. Silvio Bonino di Margarita CN. Olivero ha cancellato il titolo del frontespizio con un tratto di penna sostituendolo, scritto a matita rossa, con quello riportato più sopra, aggiungendo poi a macchina il suo nome sotto quello della Harrer.) La passione e lo studio per la poesia giapponese era stato inculcato in Olivero dall’amico Ezra Pound in lunghe conversazioni e scambi di lettere. Così in proposito scrive Olivero in commento alla poesia Trionf dle reuse dij samurai sull’Almanacco Viglongo del 1982:

Fu il mio compianto amico Ezra Pound (1885-1972, stabilitosi a Rapallo dal 1925 al 1945 e poi dal 1958 al 1972 a Tirolo di Merano e a Venezia ov’è sepolto) a iniziarmi alla conoscenza – debbo onestamente precisare  rimastami  tutt’altro  che specialistica  e scientifica  –  di questo (Go Kyogoku) ed altri antichi poeti giapponesi dei quali, comunque, più per curiosità letteraria che altro, ho tradotto in piemontese parecchie Sedoka, bussoku-sekitai (o poesia del piede di Budda), tanke, haikai o haiku e imayo, schemi progenitori, taluni da oltre un millennio, della moderna omeopatica poesia occidentale esistenzialista. Versioni, naturalmente, eseguite sulle trasposizioni grafico-alfabetiche occidentali degli originali ideogrammi orientali, sotto l’illuminata assistenza dell’impareggiabile, enciclopedico, poliglotta, fosforescente poeta americano.

Purtroppo, causa il precipitare degli eventi bellici, il progetto non avrà seguito, privandoci perciò del piacere delle elucubrazioni oliveriane sulla poesia e letteratura giapponese.

Questo quanto scritto prima di venire in possesso di un carteggio tra Olivero e la sua agente londinese Jasmine Chatterton. Non grandi novità ma precisazioni e conferme. In una lettera del 29 settembre 1951 scrive al suo agente:

Di questi giorni sono riuscito a recuperare un libro esauritissimo e di cui dispongo di tutti i diritti editoriali: libro che avevo scritto prima della guerra in collaborazione con una collega bavarese e pubblicato nel 1942 solo in lingua tedesca a Berlino. È un coloritissimo reportage sul Giappone moderno. Non politico. Abbiamo già provveduto ad attualizzarlo. Si intitola "Japanische Skizzen" (titolo che può essere modificato così:"Il Paese di Dio in tight, Schizzi Giapponesi, 1952. Quando la potrà interessare, me lo comunichi e io le spedirò l'unica copia dell'edizione tedesca che possiedo.

Nella successiva lettera, sempre diretta a Jasmine Chatterton del 2 ottobre 1951:

Le spedisco a parte, in plico raccomandato, l'unica copia che mi rimane di THE LAND OF GOD IN EVENING DRESS (o IN PIJAMA, come suona meglio in inglese) che venne pubblicato nel 1942 solo in tedesco: tiratura 350.000. Edizione esauritissima. Il Verlag Karl Curtius di Berlino che lo pubblicò non esiste più. L'opera è quindi liberissima compresa la copertina a colori e le belle forografie intercalate nel testo e la mia coautrice Dr Charlotte Harrer mi ha delegato a trattare direttamente, considerandosi da me rappresentata per qualsiasi contratto di riproduzione all'estero sia in tedesco che in altra lingua.

Il 14 novembre 1951 Jasmine Chatterton così scrive ad Olivero:

Dear Mr Olivero

         I am returning to you herewith JAPANISCHE SKIZZEN. I showed it to Messrs Macdonald but they say that until they know what the sales on ADAM and TURKEY are likely to be it would be usless to consider a third book...

Non se ne farà poi nulla.

Collabora fin dal 1943 con il 1° Gruppo Alpino Val Casotto in qualità di patriota alle formazioni partigiane piemontesi. Elemento di primo piano nell’attività clandestina e di collegamento tra il Piemonte e la zona occupata. (9)

A Roma aiuta ad evitare la fucilazione dell’Avvocato Carlo Emanuele Croce (8), e riesce il 19 marzo del 1944 ad entrare nelle famigerate carceri della Gestapo di Via Tasso 155, a rischio della sua incolumità, per informare il Croce che amici e famiglia sono sulle sue tracce suggerendogli così l’atteggiamento da assumere durante gli interrogatori nei confronti dei suoi collaboratori a piede libero. Croce aggiunge …conservo la più schietta, profonda ed amichevole riconoscenza per il tempestivo intervento dell’amico Olivero che mi ha salvato dall’eccidio dei 320.(10) 

Il Colonnello Alessandro Fossi, Comandante del Gruppo Militare Clandestino omonimo aggiunge: …il giornalista Luigi Olivero ha dato la sua particolare collaborazione all’attività del nostro Gruppo Militare Clandestino. (8)

Si trasferisce a Roma, all’inizio degli anni '40, poco più che trentenne, in Via Maroniti, 7. La Città Eterna  diviene il centro della sua attività e ben presto la sua residenza di elezione. Trasloca poi in Via Condotti, 9 dove assume la residenza dal giorno 11 dicembre del 1942. *

Non   è   chiaro   se la sua venuta a Roma sia stata condizionata dall'apertura dell'atelier romano della futura moglie Felicina Viscardi, detta Cinci, erede di una nota ed affermata pellicceria di alta moda di Torino e sorella della moglie del poeta ed amico di Olivero Renato Bertolotto (11), anch’egli della Compania dij Brandé: 1'impressione è che le loro orbite si siano evolute in modo autonomo, attratte dalle rispettive esigenze professionali, verso la Città Eterna, e che poi lì, forti della pregressa conoscenza e frequentazione torinese, grazie alla comune amicizia, i loro destini si siano intrecciati fino al matrimonio, che contraggono a Roma il 16 maggio 1943. *

Anche Cinci Viscardi - accostandosi all'attività poetica del marito - è poetessa in piemontese, pur se la sua ispirazione non è tale da condurla ad esiti importanti; è inoltre autrice di numerosi articoli sia sulla rivista del marito Ël Tòr, che su numerose altre pubblicazioni quali Armanach piemontèis, Il Cavour, Cuneo provincia granda, Notiziario della Famija Piemontèisa di Roma. Su varie riviste pubblica anche sue opere fotografiche.

         Quasi in contemporanea con il matrimonio tra Luigi Olivero e Cinci Viscardi, il 10 maggio del 1943, per i tipi delle Edizioni Il Verdone, a Torino esce, fresco di stampa, Parnas piemonteis sotto l’egida de Ij Brandè. È un’opera collettiva di nove poeti piemontesi: Alfredino (Alfredo Nicola), Carlo Baretti, Renzo Brero, Aldo Daverio, Armando Mottura, Pinin Pacòt, Carlottina Rocco e i due sposini, Luigi Olivero e Cinci Viscardi. Sei poesie di Olivero e cinque della moglie. Davvero un bel regalo di nozze. Una delle poesie di Cinci Viscardi si intitola, non so quanto a proposito, Nòsse e in tutta sincerità non so se attribuirla a lei o al marito. Tra le carte autografe di Olivero nel Fondo Olivero di Villastellone ne ho rintracciato, senza alcuna indicazione, la copia manoscritta dallo stesso Olivero…

La presentazione del volume è di Onorato Castellino di cui trascrivo alcuni pensieri su Olivero:

Uno solo fa eccezione, stracittadinissimo, anzi cosmopolita, ma nella vicinanza con gli altri la sua voce stride nel contrasto.

L’Olivero, un giornalista che viaggiò e visse in diciotto nazioni  di tre continenti, ed è redattore politico delle radiodiffusioni estere, presenta un saggio del suo Aeropoema con la Lauda dël mar: futurismo e dannunzianesimo interpretati con la favella di Gianduja. Non soltanto, ma dal volume Diauleri, anch’esso di prossima pubblicazione, pigliato lo spunto da due versi di Baudelaire, agita il contrasto gnostico e manicheo dei due principi del bene e del male.

Non c’è brigata che non abbia il suo ribelle, geniale nei gesti e nei malestri, che sdegna la facile ammirazione anzi si fa un piacere di farti montare la stizza, e tuttavia gli vuoi bene, che non ne potresti fare a meno. Nella compagnia dei Brandé si chiama Luigi Olivero, sì, quello che canta la Lauda dël mar. Tutta la sua poesia esorbita dai confini dialettali, e naturalmente egli vi dirà che la poesia vera non ha confini, che si può benissimo, con qualunque mezzo espressivo maneggiato con dignità e sicurezza, parlare a una geisha o tormentarsi, come nell’Autar ëd pera, nella drammatica ascesa dell’uomo verso il mistero.

Volutamente ho riportato questi scritti di Onorato Castellino in quanto difficilmente rintracciabili. Non se ne trova cenno nemmeno nel lungo elenco di giudizi riportati dallo stesso Olivero nel suo Rondò dle masche o da Aldo Capasso nel suo libro su Luigi Olivero. (12)

In una domenica dell’inverno del 1944, nella Roma brulicante degli eserciti alleati occupanti, Olivero è ospite nella biblioteca di un patrizio romano con Gabriellino d’Annunzio, figlio secondogenito di Gabriele, Peppino Garibaldi, nipote di Giuseppe, ed altri convenuti. (13) Accanto al camino parla agli astanti della Torino ancora e sempre più martoriata dalla tremenda guerra aerea. Si scaglia poi violentemente contro Roma che definisce decrepita Taide intossicata dalla libidine immonda di tutte le conquiste e di tutte le rese… arce di tutte le retoriche… brulicante di ciceroni e professori, scatenando così le ire dagli ospiti che solo a stento verranno represse con l’intervento di Gabriellino e della consorte dell’ospite patrizio. (14) 

Note al terzo scenario (Le traduzioni senza indicazione sono dell’autore)  

1) Armanach piemontèis, 1937 Ël boch 

Non devono leggere questa poesia:

i proprietari delle vene varicose della tradizione; i timorosi, i noiosi, i piedi piatti della vecchia generazione e di quella giovane che logorano le 5 vocali dell’alfabeto per lamentarsi dello scandalo alla vista di ogni novità d’ispirazione poetica, artistica, intellettuale. 

Ma devono leggere questa poesia:

i giovanotti sani e sportivi che sognano di innestare con germogli sempre più vigorosi il vigneto umano della nostra razza; 

Devono leggere questa poesia:

le mie sorelle di perfezione, le mie compagne d’istinto, le mie stesse idee fatte di luce e di carne viva, frementi d’avvenire: le ragazze moderne. 

OLIVERO 

2) Luigi Olivero Almanacco piemontese Viglongo 1980 Nota a Soa tenebrosa maestà la neuja.

nell’anno della sua nascita 1937 e neanche negli altri sette anni successivi, perché quella sua invocazione conclusiva “Òh torna Libertà” non mi avrebbe certo propiziato il dono di un dieci e lode con il bacio in fronte da parte della censura politica di allora. (Traduzione di Luigi Olivero dalla nota a Soa tenebrosa maestà la neuja in Romanzìe 1983) 

3) Luigi Olivero Invocassion a Notre-Dame de Paris Ël Tòr I N°5 29/9/1945 e Ël diauleri Ël Tòr II N° 19 6/7/1946 

Ai piedi del Crocifisso rammentatevi dei morti della guerra.

Parole scritte sull’inginocchiatoio posto davanti al grande Crocifisso che era nella seconda navata a destra del portale d’entrata della cattedrale di «Notre-Dame de Paris». Il Crocifisso era circondato da una cancellata che reggeva quattro candelieri a più bracci, dietro i candelieri, da una parte e dall’altra, cinque bandiere listate a lutto.

Questa invocazione è stata immaginata a Parigi, nel giugno del 1940, pochi giorni prima del crollo militare della Francia e dell’entrata in guerra dell’Italia. 

4) Ël Tòr N° 19, 1946. Tutta la poesia (11 quartine) con il titolo Invidia e con dedica a Luigi Olivero è pubblicata su Primavere A l’anssëgna di Brandé Turin 1933. 

Invidio il verde ombroso del tuo vecchio parco

con le fragole selvatiche lungo il muro,

mentre baciato da salici e sambuchi

lo Stellone se ne va, placido, tranquillo e pigro.

 

Invidio te, che succhi dulcamara

disteso su un prato, lontano da tutti i fastidi,

che guardi quello che passa su nel cielo

e non quello che succede su questa terra…

5) Delle notizie e dei documenti citati sono debitore a Roberto Gremmo che nel N° 40 inverno 2014~2015 della sua rivista Storia ribelle ha pubblicato il suo studio Luigi Olivero, Mussolini e la "Babilonia stellata" ovvero "Stelle di Davide e strisce di galera".

I documenti citati provengono dall'Archivio Centrale dello Stato, Ministero Cultura Popolare (Gabinetto busta N° 239) e di questi ringrazio ancora Roberto Gremmo per averli rintracciati e messi a mia disposizione.

6) Luigi Olivero Turchia senza harem Donatello de Luigi Roma  1945 pagg 118-119 e 71-78

Raccontando del comportamento della Turchia nel periodo 1939-1945 Olivero ci esterna questo suo pensiero su Mussolini e la guerra: 

Se Mussolini, invece di rivelarsi in politica estera un garçonnet frénétique, succube della nefasta influenza del teppichfresser (o morditore di tappeti, come gli irriverenti berlinesi definiscono l’epilettico Hitler), fosse stato un uomo di governo riflessivo e calmo come un pascià, avrebbe adottato, di fronte al conflitto universale, l’atteggiamento della neutralità utilitaria mantenuto impassibilmente, durante quattro anni e mezzo, dal Presidente Ineonu e oggi l’Italia non sarebbe un Paese materialmente e moralmente distrutto.

Un giorno - come accade oggi alla Turchia -  l’Italia non si sarebbe potuta esimere dall’entrare in guerra a fianco di una delle due parti belligeranti. È ovvio che la tecnica temporeggiatrice, in tempo di guerra universale, non si può protrarre all’infinito. Ma, quel giorno, l’Italia si sarebbe trovata inevitabilmente a fianco dell’imminente vincitore, con un esercito organizzato, un morale nazionale intatto, un prestigio politico  aumentato: tre elementi  tali da rendere il suo concorso bellico validissimo e da affermarlo idoneo a pretendere la stima e la riconoscenza dei suoi alleati anche a pace vittoriosa conclusa.

La parte soccombente non avrebbe avuto ragioni plausibili per lagnarsi di lei: perché, in sostanza, quella parte aveva,  - fino al giorno dell’inizio della propria disfatta – acquistato la neutralità dell’Italia per proprio tornaconto e con l’obbiettivo di trasformarla in belligeranza al momento opportuno, non appena, cioè, la sorte delle armi le si fosse dichiarata decisamente favorevole nel quadro generale della guerra e il concorso di quella potenza di riserva le fosse tornato utile per affrettare la propria vittoria. Avrebbe agito, in definitiva, né più né meno, come agisce attualmente la parte avviata al successo.

In un mondo di vincitori e di vinti - gli uni indeboliti dall’immane sforzo bellico compiuto, gli altri prostrati e probabilmente annientati dalla sconfitta -, l’ultimo partecipante al conflitto avrebbe avuto il privilegio su tutti gli altri partecipanti di conservare le proprie forze immuni  da ogni usura e in grado di incutere rispetto, anche fisico, allo stesso alleato vincitore: sul quale, inoltre, avrebbe potuto contare molti punti di vantaggio nella immediata  ripresa della competizione pacifica sul terreno economico internazionale del dopoguerra.

Il lettore italiano di molti scrupoli può trovare semplicemente affaristico e spregiudicato il mio ragionamento. Ma, in politica, la spregiudicatezza e l’affarismo costituiscono le due molle propulsive al balzo verso il successo. Non è con il supremo disinteresse  e con l’onestà ideale che si guidano i destini di un popolo. E l’Italia, che con Macchiavelli, ha insegnato teoricamente al mondo, fin dall’epoca del Risorgimento, l’arte spregiudicata di ghermire il successo in politica, nella realtà ha sempre lasciato  che altri mettessero in pratica i suoi insegnamenti.

Strano fenomeno di super-intelligente  lazzaronismo atavico, quello fornito dal popolo italiano attraverso i secoli della sua disgraziata storia tutta rintronante di tragici, formidabili mea culpa! 

(Circa un anno dopo su El Tòr N° 15 del 1946, definirà, allo stesso modo in cui aveva appellato, nel brano qui sopra riportato da Turchia senza harem, Mussolini  garçonnet frénétique, Armando Mottura, scatenandone le ire.) 

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Nello stesso saggio, Olivero dedica buona parte di un capitolo, tra le pag. 71 e 78 al plagio nelle sue varie forme e manifestazioni. Qui sono racchiuse alcune interessanti notazioni dell’Olivero sulla sua gioventù. Eccone trascritto l’inizio:

Graziose lettrici, intelligenti lettori.

Vi farò una divagazione sul plagio.

Voi direte: che c’entra il plagio con la Turchia?

Vi rispondo: c’entra. C’entra come un bacio sopra una bella bocca, un fiore sopra la chioma di una ballerina andalusa, un raggio lunare sopra la tastiera di un mandolino napoletano.

D’altra parte, a me piace divagare. La divagazione è la passeggiata digestiva nel libro. E fa bene ai lettori come i cinque minuti d’intervallo fanno bene ai radioascoltatori.

Bisogna saper divagare.

Il mio sogno è di scrivere un libro di politica in cui si parli molto di gastronomia, un volume di poesia ermetica che contenga il prontuario delle radici quadrate e cubiche, un trattato di esemplare vita coniugale in cui siano inserite lezioni teoriche di pugilato e di jiu-jitsu.

………………………………………………………………………………………………………… 

            Tra i quattordici e i diciott’anni, io ero un lettore famelico. Leggevo di tutto. Dai cataloghi farmaceutici ai poemi classici. Mi imbottivo il cervello di parole stampate. Leggevo soprattutto i libri che non capivo, e, perché non li capivo, mi ostinavo a rileggerli. La conclusione era che la gran parte di quelle parole stampate finivano per imprimersi meccanicamente nella cera vergine della mia materia cerebrale: come i caratteri di piombo di una macchina da scrivere si imprimono sopra un foglio sensibile per ciclostile.

            Poiché avevo una memoria tenace, come tutti gli adolescenti avidi di imparare, fu in quegli anni che scopersi parecchi plagi di diversi scrittori.

            Alcuni di questi plagi non sono mai stati rivelati. 

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Olivero cita plagi di Flaubert, D’Annunzio, Graf, Louys, del fascismo e di Mussolini con il motto squadrista  me ne frego che figurava già nel 1886 sulla carta da lettere di Olindo Guerrini (vedere in proposito il bell’articolo di Olivero su Ël Tòr N° 24 del 1946 Lorenzo Stecchetti studente a Torino), e poi ancora Brofferio, Haendel  che nel suo Corso di storia musicale Bourgault definisce  Il più grande ladro di musica che sia mai esistito. Per finire al plagio di Hegel da parte di Benedetto Croce ripreso dallo stesso Olivero che conclude così:

            Insomma, il plagio non costituisce reato.

            L’importante è plagiare bene.

            Ciò che conta è il successo.

            E, dicendo questo, per una volta tanto voglio essere un plagiario anch’io. Plagio Benedetto Croce. Il quale, a sua volta, ha plagiato il suo maestro, Hegel, per il quale la verità è data dal successo.

A proposito di plagio, plagio anch’io dallo stesso Olivero e da… e da… riportando una frase di Stalin detta quando gli era stato riferito che archeologi avevano ritrovato l’impianto di riscaldamento uso termosifoni nel palazzo di Gengis Khan:

            Cercate meglio: troverete anche la stilografica con cui un antenato di Gengis Khan ha scritto Il capitale di Carlo Marx. 

7) Liber an vista Armanach Piemontèis 1941 Viglongo Editore Torino 

Tutti hanno un angioletto biondo che li accudisce

e io un diavoletto che mi accompagna.

                                                (È per questo che saltello d’allegria

                                                quando mi mandano al diavolo che mi porti via!).

                                                Se gli altri offrono fiori ai propri angioletti

                                                è per questo certamente giusto che io offra un mazzolino

                                                di dodici fiori ribollenti di poesia

                                               al mio diavoletto vispo. E così sia.                  

8) Note tratte da due documenti autenticati originali in possesso dell’AssOlivero Leja G. B. Gennero, 5 10029 Villastellone (TO); documenti che  trascrivo integralmente.

Torino, 27 aprile 1945
D I C H I A R A Z I O N E 

Il sottoscritto in qualità di Comandante di Banda (1° Gruppo Alpino Valcasotto), Comandante del 1° Settore Divisione Comando Formazioni Giustizia e Libertà  e di Capo di Stato Maggiore della 2^ Divisione Alpina dichiara quanto segue:

il giornalista Dr. LUIGI OLIVERO abitante a Roma – Via Condotti, 6 ha collaborato attivamente sin dal 1943 in qualità di patriota alle formazioni partigiane piemontesi.

Elemento di primo piano nell’attività clandestina e di collegamento tra il Piemonte e la zona occupata.

                                                                                    IL COMANDANTE

                                                                           (Dr.Carlo  Ruvi di San Mauro) 

GRUPPO MILITARE CLANDESTINO “F O S S I”

                        Io sottoscritto Colonn. Alessandro Fossi, capo del Gruppo Militare Clandestino omonimo, dichiaro di aver ricevuto in data 7 giugno 1944 dall’Avvocato Carlo Emanuele Croce la comunicazione qui sotto riportata per esteso, il contenuto della quale ho potuto accertare rispondere a perfetta verità:

“Molto volentieri dichiaro che il giornalista Luigi Olivero si è molto efficacemente adoperato con immediata azione per la mia scarcerazione da via Tasso 155, riuscendo tra l’altro con pericolo della sua stessa incolumità a penetrare il 19 marzo 1944, con abile sotterfugio, nei locali delle stesse carceri politiche della Gestapo ed a farmi pervenire nella cella n. 25 piano quarto, riservato ai destinati alla fucilazione, la comunicazione che gli amici e la famiglia erano sulle mie tracce. Comunicazione che mi è oltremodo servita per l’atteggiamento che ho poi potuto assumere durante gli interrogatori e nei confronti dei miei collaboratori rimasti a piede libero.

Di quanto sopra ho fatto regolare comunicazione inviando copia della presente ai dirigenti della organizzazione politica e personalmente conservo la più schietta, profonda ed amichevole riconoscenza per il tempestivo intervento dell’amico Olivero che mi ha salvato dall’eccidio dei 320.

In piena fede.

Firmato: Carlo Emanuele Croce” 

                        In aggiunta dichiaro che il giornalista Luigi Olivero ha dato la sua particolare collaborazione alle attività del nostro Gruppo Militare Clandestino.

                                                                                     Il Ten. Colonnello Capo Gruppo

                                                                                                (Alessandro Fossi)

Roma, 15 giugno 1944 

(Firma del Colonnello Fossi autenticata con Atto Notarile Notaio Trapanese Vincenzo fu Giuseppe Roma, 7 novembre 1944) 

9) Carlo Emanuele Croce, valente musicista oltre che avvocato, ha messo in musica la poesia di Luigi Olivero ‘L cocolino d’oro  pubblicata nella “Colan-a Musical dij Brandé” Vol. 12, 1943. 

10) In carcere in seguito all’attentato contro le forze tedesche occupanti Roma, compiuto in Via Rasella il 23 marzo 1944 e poi messi a morte alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. 

11) Renato Bertolotto Valdellatorre 4 ottobre 1902 – 8 aprile 1982. Poeta piemontese tra i fondatori, con Pinin Pacòt, della Compania dij Brandé. Direttore amministrativo della rivista Ij Brandé di Pinin Pacòt dal 1946 al 1957. Fu a lungo sindaco del suo paese natale. Scrisse in tutto tra le venti e le trenta poesie, pubblicate, per la gran parte, sugli Armanach piemonteis e sulla rivista Ij Brandé; l’unica sua raccolta di poesie è stata pubblicata postuma. Di lui ebbe a dire Pacòt:

Un ëd costi – coma dì? – mìstich ëd la poesìa, a l’é Renato Bertolotto, che, dòp un dësbut brilant, rimarchévol e rimarcà, ant ël camp ëd la poesìa piemonteisa (e ‘d cò, tra parèntesi, dla mùsica piemonteisa) a l’ha preferì posé soa piuma për abandonesse al godiment dla poesìa ‘d j’autri poeta. Dij poeta sò amis. Sò amis, përchè poeta; poeta, përchè sò amis. (Ij Brandé N° 153  15 gennaio 1953) 

Uno di questi – come dire? – mistici della poesia, è Renato Bertolotto, che dopo un brillante debutto, rimarchevole e rimarcato, nel campo della poesia piemontese (ed anche, tra parentesi, della musica piemontese) ha preferito posare la sua penna per abbandonarsi al godimento della poesia degli altri poeti. Dei poeti suoi amici. Suoi amici perché poeti; poeti perché suoi amici. 

Bibliografia 

Come un vòl ëd rondolin-e  Colan-a «Ël mej dij mej» N° 6 Ca dë Studi «Pinin Pacòt» Turin 1992. 

Pelliccerie Viscardi  Il primo atelier viene fondato da Giuseppe Viscardi a Torino nel 1904. Nella spumeggiante Torino, tutto un fermento nell’industria, ma soprattutto nell’arte e nella moda, l’iniziativa del Viscardi ha un grande sviluppo nei primi decenni del XX secolo. A metà degli anni ’30 Giuseppe Viscardi coglie l’occasione dell’appena rinnovata e centralissima Via Roma per trasferirvi il negozio. All’inizio degli anni ’40 apre una succursale a Roma diretta dalla figlia Felicina Viscardi (detta Cinci) che avrà vita fino alla metà degli anni ’50. Alla morte del fondatore, succede nella direzione dell’azienda il figlio Luigi che alla pellicceria di alta moda «su misura» affianca anche una linea più industriale. Il boom dell’attività coincide con il dopoguerra ed il miracolo economico di cui la pelliccia costituisce lo status symbol. Luigi fonda a Torino l’Associazione dei pellicciai che presiederà a lungo. Inaugura anche un negozio a Milano. Muore precocemente e la sua scomparsa segna il declino della maison che non regge al clima animalista e alla nuova moda allergica per molto tempo alla pelliccia. L’attività cessa del tutto nei primi anni ’90. 

12) Onorato Castellino Bra 22 marzo 1880 – Torino 30 ottobre 1952. Commediografo e drammaturgo sia in lingua che in piemontese. Insegnante di latino al Liceo Gioberti di Torino, docente di letteratura e critico teatrale. Diresse 'l caval 'd brôns giornale della Famija turinèisa negli anni 1927 e 1928.

 

Bibliografia 

Il miracolo di Lourdes (sacra rappresentazione in 3 atti, musica del M° Michele Mondo) Chieri S.D.; La satira di sua eccellenza (commedia brillante in un atto) Ed. Inter. P. Viano Torino 1908; Carlo Goldoni Paravia 1932; Interpreti dell’Alfieri SEI Torino 1949; Rondolina personera SELP Torino 1931; Competente mancia (commedia brillante in 3 atti) Palatina Torino 1924; La bela giardinera (bizzarria vaudeville in un atto, musica del M° Michele Mondo) Chieri 1924; Il burbero benefico (commedia in 3 atti) San Benigno Canavese 1934; Prime splue (dramma storico in 3 atti) San Benigno Canavese 1905. 

13) Gabriellino D'Annunzio, è il figlio secondogenito del poeta Gabriele (Mario, Gabriellino, Veniero), nato dal matrimonio riparatore (tenutosi a Roma nella cappella di Palazzo Altemps)  di D'Annunzio con la duchessa Maria Hardouin di Gallese (Provincia di Viterbo tra Orte e Civita Castellana). Il ragazzo, animato da una forte vocazione teatrale, debuttò nel piccolo teatro settecentesco del liceo "Francesco Cicognini" di Prato, dov’era convittore, ed in età matura si dedicò definitivamente alla vita di spettacolo. Regista del lungometraggio – kolossal, tratto dal dramma del padre, La nave con la celebre Danza dei sette candelabri (1921), di La rondine (1920) e Quo vadis? (1924). 

14) Gabriellino D’Anninzio Epistula exordii del 21 maggio 1945 in Roma andalusa di Luigi Olivero Editore Calandra Moretta (CN) 1947.

Ricordo bene quel pomeriggio domenicale del primo inverno romano tumultuante degli innumeri e policromi eserciti vincitori.

Nella sala di quella biblioteca patrizia, tu eri appoggiato al caminetto cinquecentesco in cui crepitava un braciere effimero di vecchie carte, di consunte rilegature, che diffondeva bagliori pallidi sulle belle gambe delle signore assise a semicerchio, e parlavi della tua Torino ancora e sempre più martoriata dalla tremenda guerra aerea.

Inattesa ti sfrecciò l’invettiva atroce:

“Ma questa Roma, questa decrepita Taide (nota in calce)  intossicata dalla libidine immonda di tutte le conquiste e di tutte le rese, dovrà sempre far ricadere su altri le colpe delle sue innominabili lussurie?”… “Città arce di tutte le rettoriche, brulicante di ciceroni e di professori.”

Ricordo. Fulminea avvampò la diatriba. Se la povertà, sofferta da tutti in quei giorni e anche dal nostro Ospite patrizio, non consentiva il confortevole ceppo nel camino scolpito, il calore delle nostre anime arroventate dalle troppe ansie creò tosto un’atmosfera satura di torrida ira a pena repressa dalla educazione.

………………………………………………………………………………………………………………

“Se il tuo padre vivesse ancora, è a questa Roma che dovrebbe dedicare l’orribile quadro dell’Atene moderna che egli dipinse liricamente a fuoco nel libro di Maia. Egli ripudierebbe certo le Sue fulgide Elegie romane”

Ed oggi che leggo i tuoi canti subalpini per Roma, i soli versi per Roma di tutta la tua rude letteratura pedemontana, più salda diviene la mia convinzione che tu, quel giorno d’infausto tumulto salottiero, inveisti per tanto dolore, per tanto dolore che percoteva il tuo animo e che ti rendeva acre la voce. Roma andalusa è la tua. 

Taide, secondo la leggenda, era una cortigiana greca che seguiva Alessandro nelle sue spedizioni. Nel 330 a.C. avrebbe indotto Alessandro ad incendiare la reggia di Serse. Sposò poi un Tolomeo faraone egiziano e pare gli abbia dato dei figli.

Dante ne parla nel 18° canto dell’inferno: qui, nella seconda bolgia sono gli adulatori. Seppellito in un mare di merda nota Alessio Interminei da Lucca. Di questo personaggio della nobile famiglia lucchese degli Interminelli, guelfa di parte bianca, storicamente si sa ben poco,. Alessio dice a Dante:

“Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe

ond’io non ebbi mai la lingua stucca.”

Poi indica a Dante poco discosta Taide. Dante, poco persuaso della di lei conquistata regalità, e si può ben immaginare a quale prezzo, ce la presenta con le parole di Alessio:

Appresso ciò lo duca « fa che pinghe»

mi disse «il viso un poco più avante

sì che la faccia ben con l’occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante (fante: bagascia dallo Zingarelli) 

che là si graffia con l’unghie merdose

e or s’accoscia e ora in piedi stante.

Taide è, la puttana che rispose

al drudo suo quando disse “ho io grazie

grandi apo te?”: “anzi meravigliose!”.

E quindi sien le nostre viste sazie».

N. d. A. 

Per documentare l’affetto di Olivero per Roma, già testimoniato da Gabriellino D’Annunzio, si riporta un autografo di Olivero sul primo foglio di una copia di Roma andalusa inviata in omaggio all’amico scrittore Giggi Huetter, copia oggi in mio possesso. 

Allo scrittore chiarissimo

GIGGI HUETTER 

Questa piccola guida

(rompi) tascabile di Roma

compilata da un subalpino

innamorato del suo cielo

e dei suoi giardini.

Con molta cordialità 

Luigi Olivero

Roma, 15 aprile 1947 

Luigi Huetter Scrittore romano che si è  dedicato in gran parte alla storia ecclesiastica di Roma e particolarmente alle sue chiese. Oggi gli è dedicato il Centro Luigi Huetter nella Arciconfraternita Romana di Santa Maria dell’Orto. 

Bibliografia 

Le università artistiche di Roma 1925; Poeti da strenna nella Roma che fu 1929; Storia romana 1932; Sant’Onofrio al Gianicolo 1933; Come vide Roma il Chiabrera 1934; San Vitale 1936; Santa Maria dell’Orto 1945; San Salvatore in Onda 1945; San Giovanni Calibita 1958; Sacro Cuore del Suffragio al Lungotevere Prati 1963; San Lorenzo in Lucina 1965; Divertimenti e capricci romani 1975. 

* I dati anagrafici relativi a Luigi Olivero provengono dal Servizio Demografico del Comune di Villastellone.

 

Quarto scenario

 

Viaggi,  esperienze,  amicizie

 

 

L'attività di Olivero all'estero, colta  con spirito apertamente dannunziano, è quanto mai ricca e poliedrica; in questa digressione se ne elencano alcune tappe. 

Si reca in Catalogna nel 1931 per assistere e commentare le   sollevazioni autonomistiche che portarono alla nascita dell’effimera Generalitat del Cataluña e poi in Galizia a La Coruña per seguire la conferenza di Federico Garcia Lorca su l’Arquitectura del cante Jondo, dove conosce e stringe amicizia con il poeta che intervista; seguono quindi alcuni altri incontri tra i due. Olivero  ricorda l’interesse del poeta andaluso per alcune poesie in piemontese che gli fece ascoltare, in particolare per una, di estrazione popolare, che Lorca avrebbe voluto trascriversi e che Olivero, non ricordandone bene i versi improvvisa in modo del tutto suo a comporre quella che sarà Melopea.

Dopo quest’ultimo incontro Olivero non rivede più Lorca che se ne va in America, Olivero in Africa ed altrove. Ogni tanto si scambiano cartoline di saluto, quelle di Lorca infiorate di bizzarri disegni surrealistici in matite colorate. L’amicizia  e la corrispondenza poi durerà fino alla morte del poeta andaluso, avvenuta per fucilazione da parte dei franchisti, il 17 agosto 1936. (1) 

         Sul finire del 1931 è a San Francisco proprio nei giorni in cui muore la vamp ungherese Lya de Putti ( 29 novembre). In un lungo articolo Nel regno di celluloide. Colloquio con una giovane attrice (apparso sull’Italian Daily News di San Francisco) intervista Virginia Bruce, fino ad allora nota interprete di operette e di commedie, che nelle intenzioni della Paramount avrebbe dovuto prendere il posto dell’attrice appena scomparsa. Nel settembre dello stesso anno è a Washington dove , sempre per l’Italian Daily News scrive l’articolo Il proibizionismo storico e le leggi americane contro i fumatori. 

Nel 1932  è nelle località di Amenokal  e  Tass Oua-u-Ahaggar nel Sahara algerino dove  compone L’ùltima neuit ëd Hàmed òm-ipopotàm ciocaton sacrìlegh e scanagat dël paìs dij Tuàregh; si sposta poi ad Algeri, Djelfa, Ghardaïa, El-Goléa e a Ain Salah sempre in Algeria, a Tebourba in Tunisia, a Tombouctou in Niger, a Bangala e Èquateurville in Congo da dove tornerà con numerose composizioni poetiche. È anche a Kankan nell’allora Guinea francese dove compone Dansa  dla neuit bajadera; in questa poesia i due versi: 

Ëd gëmme Selenìe

splend sò colìé. Sui sen, rez doe cuchije. 

sono da spunto per Olivero ad introdurci la selenite, pietra magica dalle dimensioni del fiore del biancospino,  che varia di colore e di riflesso a seconda delle fasi della luna. Olivero fa sfoggio di erudizione raccontandoci che il primo a parlare di questa gemma fu Proclo, eccellente filosofo platonico, nel suo trattatello Del sacrificio e magia degli antichi. Preso l’avvio Olivero seguita con il racconto che ne fa Antonio Milzaud nel suo libro del 1571 I segreti della luna il quale, dopo aver affermato di aver posseduto una di tali gemme, descrive particolareggiatamente come sulla superficie della selenite fosse perfettamente visibile il succedersi delle fasi lunari; l’immagine lunare appariva come un piccolo grano di miglio alla sommità della pietra per poi scendere lentamente ingrandendo giorno per giorno fino a raggiungere la grandezza di un pisello al centro della selenite, annunciando così la luna piena, per poi lentamente ritornare al punto e alla grandezza di partenza e quindi ricominciare un nuovo ciclo. Olivero narra di aver visto una di tali gemme mostratagli “da un anziano mistagogo (iniziato ai, e interprete  di, misteri) guineano che mi disse di averla ereditata dai suoi avi cui era pervenuta dall’Arabia: e che, quindi, egli la serbava gelosamente, come un talismano, tramandandola ai suoi posteri. Fui effettivamente abbagliato dalla cangiante fulgidezza di questa pietra. Ma non ebbi il tempo di osservarne il  fenomeno della rifrazione lunare da lui descrittami e in modo in tutto e per tutto corrispondente alle versioni degli autori sopracitati  e che individuai nel corso di mie successive ricerche in biblioteche marocchine, algerine e tunisine. (2)

Ad Algeri incontra Eduardo Bianco, il re del tango che gli rilascia un’intervista che apparirà sul quindicinale le grandi firme diretto da Pitigrilli sul numero del 1 luglio 1934. 

Ancora da Algeri, nell’ottobre del 1932, invia un pezzo di colore che apparirà il 14 dello stesso mese su Stampa Sera. Il reportage ha titolo “Monsieur Marcel” gran domatore. I ricordi di un predone arabo. Trattando di alcuni personaggi di un certo interesse ed essendo tra i primi scritti oliveriani di stampo prettamente giornalistico, vale la pena riportarne un ampio passaggio.

Boulevard la Ferrière, Grande Poste. All’angolo di rue d’Isly la scritta luminosa accende nella notte l’argento fuso di tutti i suoi kilowatts per raccontare, a caratteri cubitali, le «ultime notizie» intercalate da sapiente pubblicità ai prodotti e alle merci indigene. La Stampa Italienne a attaché le discours du ministre Herriot – Le vin est une gourmandise bienfaisante…

Proprio qui, sul limitare del vicolo che si incontra tra la Grande Poste e il palazzo moresco che ne è l’integrazione burocratica, ho conosciuto Ibrahim ben Ambarek, l’arabo segaligno dalla gamba di legno e dalla barba rossa sul viso arso di sole e di vino, il quale mi ha parlato del domatore Marcel e degli anni dei fastigi mondiali del Circo di Nouma Hava di cui, egli mi disse, ha fatto parte come garzone di ménagerie perdendovi anche la sua gamba destra amputatagli in seguito a ferite gravi prodottegli da un feroce leopardo: Porthos.

Porthos, mi spiega, era la belva più terribile del Circo di Nouma Hava.

Nel 1907, dopo quattro anni di cattività si avventò al collo del domatore, gli asportò mezzo orecchio e gli infranse l’osso nasale che gli venne poi sostituito con una piccola lamina in platino…

Questo Ibrahim ben Ambarek costituisce il tipo drôle della malavita algerina. Dopo un’esistenza avventurosa di predone, di cacciatore di leoni, di soldato (è decorato al valor militare), di vagabondo in tutte le cosmopoli europee, ha finito con l’incanaglirsi importando ad Algeri, al termine della sua carriera, qualche buon elemento che si è incaricato di aggiornare la malavita continentale nei quartieri bassi della metropoli coloniale.

Ibrahim ben Ambarek è possibile incontrarlo, nella stessa notte, nei punti più disparati della città. Ma più facilmente nei pressi del quartiere musulmano. Questa corte dei miracoli algerina è la sua roccaforte. Egli ne è la sentinella che vigila in silenzio e batte, coll’estremità della sua gamba di legno, il selciato della notte quando il colpo si avvicina sotto forma di un incauto passant europeo.

Ibrahim ben Ambarek ha 64 anni, gli anni di monsieur Marcel, mi dice, che egli ha servito per molti anni quale aiutante di gabbia e di cui è rimasto un entusiastico ammiratore. Mi racconta come il celebre domatore italiano (Marcello Giulio  Vannuzzi), un autentico artista del frustino, percorse la sua carriera al fianco della Nouma Hava, della bionda mademoiselle Emery e della bruna signorina Luisa, distinguendosi nell’arte del dominio sino ad essere invitato, nel febbraio 1908 a piazzare in Vaticano i leoni che Menelik aveva donato a Papa Pio X e a tenere a battesimo, al cospetto del Sindaco di Roma e di due deputati, il leoncino nato dalla ferocissima coppia Caesar e Mirka.

La vita nomade e brillante del domatore italiano passa nella voce roca di questo ossuto teppista del deserto. Favori di donne e clamori di trionfi in tutte le grandi città del mondo. Lotte sanguinose seguite da vittorie acciaiate di orgoglio, ma segnate spesso da epiloghi tristissimi all’ospedale. Il cipay che mi sta vicino fuma avidamente dei caporals pestilenziali e scuote le mascelle in segno di gioia cannibalesca.

Raduno le idee. Ibrahim ben Ambarek ci racconta l’annedoto del trasformista Fregoli il quale, nel 1908, a Roma, si introdusse nella gabbia dei leoni vuotando una coppa di champagne «alla salute delle signore». Mi narra sommesso, curvo sul bastone e quasi rannicchiandosi sulla scalinata della Grande Poste, la fine del domatore avvenuta nella clinica Morgagni di Roma il 30 marzo 1925. Il suo corpo, osserva, era crivellato da più di trenta ferite…

Ibrahim ben Ambarek si aggiusta con le mani scarne il chachia sulla testa sformata;

-         Vous êtes italien! Connaisez vous sa femme ?

-         No – rispondo. – Ma mi viene alla mente la figura di una signora quarantacinquenne, alta e bionda, dallo sguardo melanconico, che ho conosciuta qualche anno fa a Torino in circostanze eccezionali.

-         Elle etait son ange ! L’ho vista assisterlo nell’agonia e comporlo nella pace della morte. Elle etait son ange! –

Ibrahim ben Ambarek si asciuga una lacrima sincera, che gli scende fra le rughe del volto, e gli occhi gli scintillano ancora di nostalgia felina… Ma intasca, con la mano ossuta, i cinque franchi che gli ho lasciati cadere sul baracano. 

Nel 1933 è in Inghilterra (primo soggiorno giornalistico, seguito da vari altri), dove compone il trittico di poesie Hampton Court (Ël castel dij rè d’Inghildon, Su la stàtua d’un’amorosa sconossùa ‘d Henry VIII, Ël parch ëd j’èrbo dij seugn. 

Càdice, autunno del 1933. Impiantito di legno di un padiglione estivo. Carlos Gardel, «el artista suave del tango», bel giovane, sorriso aperto, fazzoletto rosso al collo, cappello «alla guappa», danza con una fanciulla bruna dagli occhi di una lucentezza meravigliosa, battendo il ritmo coi tacchi degli stivali. Orchestra Bachicha: argentinismo al completo, pampa coreografica, fisarmoniche e bandoneón. Terminata l’esibizione notturna, ecco Gardel ed Olivero ad un tavolo, dove, addentando con voracità un panino farcito di mortadella, il tanghero rilascia una lunga intervista sull’origine e sullo sviluppo, nonché sull’esportazione nel mondo intero del tango argentino. Questa la poetica chiusa dell’articolo apparso sulla rivista il dramma del 15 novembre 1933:

Dal fondo dell’ampio pergolato giungono, sopra un largo accordo di chitarre sivigliane, le note dell’Inno Nacional della terza Repubblica Spagnola… È il segnale della chiusura. Saluto Gardel e scivolo sul viale di palme tra gli ultimi smokings e il sommesso frusciare di qualche mantiglia. Strada lungomare fra gli aranci. Fuga di automobili lussuose sull’asfalto umido di rugiada. Càdice bianca, con le torrette-periscopio di tutte le sue case, sotto la campana violetta di un cielo di crepuscolo. Sull’Atlantico le stelle incominciano a impallidire.

Tardo autunno del 1934. È a Londra a China Town in una fumeria d’oppio accompagnato dall’amico poeta gallese Dylan Thomas (3), cui dedicherà la poesia Le stra; “…quattro-cinque consecutive, ma rimaste poi senza alcun sèguito, fumate sperimentalistiche di oppio (Sidenham: nolem esse medicus sine opio) che avevo aspirato da una sottile pipetta di bambù - lunga 56-60 centimetri, avente al centro un minuscolo fornelletto, munito di un foro laterale, contenente una pallottolina di questa droga impastata con semi aromatici di datura e avvolta in foglie di rosa -; Olivero se ne esce dalla fumeria con un terribile mal di testa, con le tasche vuote di sterline, ma con una poesia in tasca scritta su uno dei suoi tanti taccuini di viaggio; avrebbe voluto intitolare, in memoria dell’episodio, Optium-party dream (Sogno di un’orgia d’oppio) la poesia, ma, come spesso gli accade, smarrisce il taccuino che ritrova solo negli anni ’80; pubblicherà la poesia, con un ampio commento e il titolo  Trionf dle reuse dij samourai, sull’Almanacco piemontese del 1982 e la dedicherà a Ezra Pound, il compianto amico che aveva conosciuto nel periodo, tra il 1925 ed il 1945 in cui questi  era stabilito a Rapallo, e che lo aveva iniziato al fascino e mistero della poesia giapponese, di cui è figlia questa sua Trionf dle reuse dij samurai. (4) 

Nel 1934 è a Oxford nella Biblioteca Bodiciana a ricopiare, dal fondo Digby, il manoscritto 23 lettera O, frammenti in anglo-normanno dell’undicesimo    secolo    da     La chanson de Roland,    documentazione

utilizzata per gli otto versi (o laisses) introduttivi alla sua Sirventeisa. (5)

Per documentare i molteplici interessi di Olivero nei più disparati campi dello scibile ecco l’incontro di Olivero in Inghilterra, in questi anni, con tre cavallini bianchi. Sono i cavalli di grandezza parecchie volte superiore al naturale che si stagliano sulla collina di Bratton Hill, Clovelly in Cornovaglia, il primo che Olivero scorge dall’aereo, volando a bassa quota; il secondo lo ammira presso Uffington nel Leicestershire presso Stamford; il terzo nello Yorkshire, vicino all’Abbazia di Byland. Olivero ci informa pure che ne esiste un quarto vicino a Calne nel Wiltshire.

In analogia è anche la visita fatta da Olivero intorno al 1944-1945 alla grotta Giusti a Monsummano, presso Montecatini dove ammira un rudimentale busto di Garibaldi, un’effigie rocciosa di Napoleone, un coccodrillo al naturale, oltre a zampe e dorsi di cinghiale perfettamente modellati; ed ancora nella grotta Maona, sempre nei pressi di Montecatini, dove lo stillicidio delle volte ha costruito un òrgano, in una piccola nicchia, perfetto nella forma e che risuona armonicamente quando soffia il vento. (6)                 

Nel 1935 è in Turchia, dove  intervista Kemal Atatürk, capo di Stato e grande leader politico (padre della moderna Turchia morto  nel 1938); a Istànbul scrive Balada dle reuse sultan-e; grazie a questo viaggio pubblica il suo saggio Turchia senza harem. 

1936, clima di guerra. L’Italia cerca il suo posto al sole in Etiopia. Le nazioni impongono sanzioni all’Italia fascista. In questo contesto Olivero parte da Torino in aereo per il suo lavoro di giornalista. Dall’articolo Chi ha rubato la Mole Antonelliana? apparso sulla rivista della Città di Torino, Augusta Taurinorum, del febbraio 1936, estraggo queste sue note:

L’apparecchio decolla sul prato del «Gino Lisa» intriso di sole. Solleva agilissimo la sua carlinga rossa, e , con un frusciare armonioso d’eliche e di motori, squarcia rettilineo lo scampolo di seta azzurra del cielo di Torino. Tra i fiocchi di bambagia delle nuvole sforbiciate, la città dilaga, si allarga, emerge freschissima come dal letto di un lago prosciugato tra le colline. C’è una stellina d’oro che sovrasta tutte le guglie le ciminiere i campanili e quella stellina mi sale negli occhi in un barbaglio di sole stemperato. Afferro quella stellina e l’attiro a me col suo bulbo d’oro e col suo stelo d’acciaio. Premo tra le palme delle mie mani le estremità di quell’immenso fiore metallico che si rannicchia a spirale e che freme con degli echi sonori per la sofferenza che gli ho inflitto nel divellerlo. E lo chiudo nella mia valigetta di fibra antisanzionista etichettata come una sala futurista di Biennale Veneziana. (7) 

Ancora in Spagna tra il 1937 e il 1938 durante la Guerra Civile, inviato da un'agenzia giornalistica inglese: conosce ed intervista André Malraux allora coroned (comandante) di una squadriglia di vecchi velivoli al servizio degli antifranchisti denominata Escuadrilla España. (Vola con Malraux ed il di lui pilota, Malraux non aveva mai imparato a pilotare, come d’altra parte il d’Annunzio, dall’aeroporto Barajas di Madrid per circa duecento miglia in ricognizione sulle linee avversarie). (8) 

Di nuovo a Madrid nei primi mesi del 1939 come redattore di Fotos e di Marca (il generalissimo Franco gli rilascia un 'intervista). Invia pezzi al giornale italiano di cui cura la redazione dei reporteges dalla guerra civile spagnola: Il lavoro fascista. Un pezzo del 4 marzo Catalogna di ieri e di oggi – Gastronomia “Barcelona la gorda” mette in risalto la situazione disastrosa lasciata dall’esercito rosso, in particolare quella alimentare. Un altro pezzo del 26 marzo Un ospedale da campo legionario descrive gli eroismi e l’abnegazione del personale medico e paramedico al seguito dei legionari italiani. 

Vive anche negli Stati Uniti, non si sa quanto a lungo, dove dirige la stazione radio K.D.I.A. di San Francisco e collabora al The Italian Daily News sempre di San Francisco; il soggiorno produce il saggio Babilonia stellata gioventù americana d’oggi e il  romanzo di costume femminile Adamo ed Eva in America alla vigilia del secondo diluvio universale. 

1939. Viaggia attraverso l’Iran e a Isfahan compone Shéhérazade e Trè Gazalï’yät. 

È a Parigi nello stesso 1939, in primavera,  dove conosce il poeta e diplomatico francese, ma d’origine uruguaiana, Jules Supervielle col dël sens  musicàl sutilìssim – squasi ‘d lontan-a mùsica dë stèile – ch’a frisson-a an tuta soa poesìa… cost grand e strìzol poeta gentilòm, a l’era piasùje, dle dontrè poesìe soe che l’avìa voltà an piemontèis (e che peuj l’hai përdù ant mia vita vagabonda, cola d’un so Cant dël gal che, come a l’ha dit giustament Georges Anex ant ël nùmer dël 1 otòber 1960 dla Nouvelle Revue Française, “monte des profondeurs de la géologie et trouve l’oreille du poète à travers la nuit noire”. (9) 

Dal 5 settembre del 1939 al 29 dello stesso mese è a San Sebastian (Hotel Niza e Hotel Family). Scrive numerosi pezzi sull’avanzata delle truppe franchiste: presa di Barcellona e marcia verso Madrid. Questi articoli, che da poco ho potuto visionare manoscritti, non mi risultano pubblicati, almeno in Italia.

Alla fine di settembre attraversa i Pirenei e si sposta a Marsiglia dove scrive un bel pezzo di colore sulla vita cittadina, anche questo mi risulta inedito. 

 Ancora  in Spagna nella primavera del 1940. Di questo soggiorno abbiamo un ricordo di vita famigliare venuto alla luce recentemente tra le carte di Olivero in possesso di un collezionista di Margarita di Cuneo, Il Sig. Silvio Bonino.

Trattasi di un telegramma inviato ad Olivero il 15  marzo del 1940 mentre si trova in una pensione di Siviglia. La provenienza è Torino. Il testo:

Ricevuto Palma Cadice Siviglia. Sta calmo. Bacioni. Cin

Con tutta probabilità, il messaggio è rivolto a tranquillizzare un irrequieto Olivero in difetto di notizie provenienti dalla sua futura moglie. 

Maggio  del 1940, nuovamente a Parigi. Qui intervista  Doroty Thompson, moglie dello scrittore americano, Sinclair Lewis, cui dedicherà il suo saggio Babilonia stellata.

All’inizio di giugno lo troviamo nell'ufficio di corrispondenza parigino della Gazzetta del Popolo dove “ch’i travajava pericolosamènt”, pochi giorni prima dell’ingresso dei tedeschi nella capitale francese; è di cattivo umore, con il permesso di soggiorno in scadenza e la Prefecture de Police che gli  nega il visto per il rientro in Italia: qui, su una bancarella del Quai de Gève, arlongh ai muràss ëd la Seine ch’a l’han ansima tute cóle carateristiche cassiëtte di famos bouquinistes venditor ëd lìber usà e dë stampe antiche, trova il volumetto del Parnas Piemontèis del 1849 (ultimo della serie ed ultimo mancante alla sua collezione). Così Olivero ci racconta l’episodio:  Am fa vëde sinch ò ses àutri citi lìber e tra cói, còsa ai saut-lo pa fòra?, ël Parnas Piemonteis dël 1849. Na cuvertin-a legera celesta con ëd fregi disegnà d’antorn; doi amorin, con j’ale larghe, setà un ‘d zóra un cravòt e l’autr ‘d zóra un pavon; un «cartiglio», con ël titol e la data, an mes; doi osej, sóta; e na testa d’amorin, con le doe ale d’acant, centrà a la base. Ant l’ùltima pagina dla cuvertin-a, na sena d’amorin ch’a sijo ‘l gran mentre osej e levròt a scapo an sa e an là për nen fesse tajé j’ale e le piòte. An drinta, poesie, fàule, racont ë-stòrich an piemonteis, caricature politiche, stampà e impaginà con grassia e bon gust. Col pòvr omnèt a l’ha dime, mentre mi sfojava ‘l libretin al sol: - Ça doit être de l’argot. Je ne suis pas reussi à bien comprendre qu’est que c’est ce petit livre là. Je vous le donne pour un franc. - E, con meno ‘d des sòld di nòstri, l’hai completà la prima e l’ùnica colession dël Parnas Piemonteis. (10)

Il 9 giugno, vigilia della dichiarazione di guerra dell’Italia fascista alla Francia, ottenuto finalmente il permesso dalla Prefecture, è sul treno che lo riporta in Italia in compagnia della studentessa d’ingegneria al Politecnico di Parigi ed ora soldatessa turca al rientro in patria, Nerminè (dolce al tatto). (11)  

Nel 1946 è a Vienna dove compone Wiener Weinwaltzer. 

4 ottobre 1958, è in Svizzera dove viene intervistato alla radio in qualità di resocontista parlamentare italiano. Gli viene chiesto se sia al corrente che alla Camera del Parlamento italiano sieda un deputato poeta dialettale e sia possibile conciliare la poesia dialettale con i dibattiti parlamentari. Olivero risponde che anche al Senato siede un poeta dialettale: Aldo Spallicci, ex garibaldino, emerito clinico, storiografo, scrittore mazziniano ed il primo a dar vita ad una vigorosa poesia vernacola romagnola. Per quanto riguarda la Camera dei Deputati, precisa di conoscere benissimo l’on. prof. Nino Pino, docente di Veterinaria all’Università di Messina  e comunicativissimo poeta nel suo natìo armonioso dialetto siciliano. Olivero aggiunge che sarebbe  un errore credere che, sia a Palazzo Madama che a Montecitorio, domini un’atmosfera esclusivamente ed aridamente politica. Questi due uomini di scienza, i quali, per avventura, sono anche due letterati ed ottimi patrioti, recano nell’arengo parlamentare, oltre che il concreto contributo della loro fede, e della loro preparazione politica, una strana aura della gentilezza popolare caratteristica delle regioni cui essi appartengono.

In quella circostanza Olivero lumeggia sinteticamente la figura dell’on. Nino Pino. Notizie radiofoniche che sono poi riprese da numerosi quotidiani elvetici ed italiani e che giungono persino sul lontano The Italian Daily News di San Francisco del 20 dicembre 1958. (12) 

Viaggia nuovamente, nel 1972, in Grecia, dove è già stato in gioventù nel 1930 (compone in Tessaglia L’òstia ‘d sang sul Mont Olimp), nel 1934 (in volo sul cielo di Atene compone Vòl ëd neuit an sl’Acropòl) e nel 1941 quando, in navigazione sul Mare Egeo, compone La romansa dël marinar ch’a sèrca la speransa an fond al mar. 

 

Note al quarto scenario (Le traduzioni senza indicazione sono dell’autore) 

1) Luigi Olivero Romanzie Nota a Melopèa 

Federico Garcìa Lorca  Fuentevaqueros 5 giugno 1898 – Viznar alba del 18 agosto 1936 (Lo scrittore e biografo di Lorca, Eduardo Molina Fajardo, categoricamente afferma invece il 17; altri il 19). Poeta e drammaturgo spagnolo facente parte della cosiddetta generazione del ’27, cui apparteneva un gruppo di scrittori  che affrontò apertamente le Avanguardie europee con eccellenti risultati, tanto che la prima metà del ‘900 della letteratura spagnola viene definita Edad de Plata (età d’argento). Quando scoppiò la guerra civile spagnola, fu apertamente dalla parte delle forze repubblicane e, per questo, fu ucciso dai falangisti seguaci di Francisco Franco. 

Bibliografia 

Impresiones y paisajes 1918, Libro de poemas 1920, Poema del Cante jondo scritto nel 1921-22 ma pubblicato solamente nel 1932, Romancero gitano 1928, Poeta en Nueva York 1929-30 ma postumo nel 1940, Seis poemas galegos  Editorial Nòs 1935. Altre raccolte di poesie usciranno poi postume dopo la morte di Francisco Franco.

Commedie da farsa: La zapatera prodigiosa (La calzolaia meravigliosa), El amor de don Perlimplin con Belisa en su jardin, Los titeres de cachiporra (I burattini di legno), Retablillo de don Cristóbal (Teatrino di don Cristóbal)

Tragedie: Bodas de sangre, Yerma, La casa de Bernarda Alba.

Ultime opere: El pùblico 1930 ed il frammento Comedia sin titulo 1936, inediti fino agli anni ottanta, affrontano il primo il tema dell’omosessualità, il secondo la funzione dell’arte e della rivoluzione sociale. 

2) Luigi Olivero Romanzìe Nota a Dansa dla neuit bajadera pag. 32. 

3) Dylan Thomas (1914-1953) Dullan in gallese che, a detta del Thomas significherebbe Principe delle Tenebre mentre a detta di altri Figlio dell’Onda, durante l’incontro con Olivero del 1934 era ancora alle sue prime armi in poesia e nel consumo di stupefacenti dei quali egli mi vantava le supreme virtù stimolatrici dell’ispirazione. Di li a poco vedrà la luce il suo primo volume di versi 18 poems. 

4) Luigi Olivero Almanacco Viglongo 1982 Nota a  Trionf dle reuse dij samouraj.

Nella nota Olivero richiama l’amicizia con Ezra Pound, in particolare negli anni  in cui questi soggiornò a Rapallo (1925-1945)  e a Tirolo di Merano e Venezia dove è sepolto (1958-1972) ed il di Lui magistero verso i poeti e l’arte poetica giapponese (di cui del tutto onestamente ammette che la conoscenza gli è rimasta tutt’altro che specialistica e scientifica)

 

Ezra  Weston Loomis Pound  Hailey, Idaho 30 ottobre 1885 – Venezia 1 novembre 1972. Poeta e critico americano vissuto per lo più in Europa, ed in gran parte in Italia a Rapallo, Tirolo di Merano e Venezia. Fu uno dei protagonisti del modernismo e fu forza trainante di movimenti quali l’imagismo e il vorticismo. Dal 1941 al 1943 realizzò trasmissioni per la radio italiana in cui difendeva il fascismo e accusava angloamericani e banche ebraiche di aver voluto la guerra.  Queste trasmissioni gli valsero da parte del governo americano l’accusa di tradimento. Durante la Repubblica Sociale Italiana (ottobre 1943 – aprile 1945) continuò la sua attività giornalistica in cui ribadiva la sua solidarietà al fascismo. Il 3 maggio del 1945 fu arrestato da partigiani italiani  e consegnato a militari U.S.A. che lo rinchiusero in un campo di prigionia e rieducazione a Metàto presso Pisa. Per circa tre settimane fu rinchiuso in una gabbia di ferro posta all’aperto, al sole di giorno e alla luce accecante dei riflettori la notte. A fine novembre fu trasferito a Washington per il processo. Gli fu diagnosticata un’infermità mentale e fu recluso fino al 1958 nell’ospedale federale criminale St. Elizabeths di Washington. Il governo americano lasciò poi cadere l’imputazione di tradimento e sotto tutela e custodia della moglie riacquistò la libertà il 18 aprile del 1958. Rientrò in Italia a luglio sulla Cristoforo Colombo. 

Bibliografia 

A lume spento poesie 1908, A Quinzaine for this Yule poesie 1908, Personae poesie 1909, Exultations poesie 1910, Provença poesie 1910, The Spirit of Romance saggi 1910, Canzoni poesie 1911, Rispostes of Ezra Pound poesie 1912, The fourth Canto poesie 1919, Le Testament opera musicale 1923, A Draft of the Cantos 17-27 poesie 1928, A Draft of XXX Cantos poesie 1933, Cavalcanti opera musicale 1933, Homage to Sextus Propertius poesie 1934, Cantos LII-LXXI poesie 1940, The pisan Cantos poesie 1948 (Canti pisani 74-84 1953), Seventy Cantos poesie 1950, Section Rock-Drill 85-95 de los Cantares poesie 1956, Thrones 96-109 poesie 1959, The Cantos 1-109 poesie 1964, Drafts and Fragments: Cantos CX-CXVII poesie 1968. 

Presso la Yale University, tra le carte conservate di Ezra Weston Loomis Pound, nella sezione General Corrispondence Serie I sono presenti tre lettere autografe di Ezra Pound indirizzate a Luigi Olivero. Trovansi al N° 1607 di catalogo, con la data 1943 seguita da punto interrogativo. (In terza appendice alla voce Babilonia stellata) 

5) Luigi Olivero Almanacco piemontese Viglongo 1976 Nota a Sirventeisa. 

6) Luigi Olivero Turchia senza harem Donatello de Luigi Roma 1945  pag. 75-77. 

7) Nel 1936 la Città di Torino disponeva di due aeroporti. Quello della FIAT acquistato nel 1927 dall’Ansaldo e denominato FIAT Aeronautica d’Italia S. A. poi abbreviato in Aeritalia. L’altro aeroporto era quello di Mirafiori sud che, dopo la guerra del 1915-1918 fu intitolato a Gino Lisa, pilota volontario deceduto in combattimento aereo sulla Val d’Astico il 15 novembre 1917 all’età di ventun anni ed insignito di medaglia d’oro al valor militare. 

8) Luigi Olivero Almanacco piemontese Viglongo 1980 Nota a Soa tenebrosa maestà la neuja. 

André Malraux scrittore e politico francese. 3 novembre 1901 – 23 novembre 1976. Come uomo politico fu al seguito del Generale De Gaulle. Nel suo governo fu ministro della propaganda e dell’informazione in un breve periodo tra la fine del 1945 e il maggio del 1946. Fondata da De Gaulle nel maggio del 1958 la V repubblica, ne divenne il cantore. Fu ministro della cultura ininterrottamente dal 1959 al 1969. 

Bibliografia 

La voie royale 1930, La condission umaine 1933, Le temps du mépris 1935, L’espoir 1937, Les voix du silence 1951, Le musée imaginaire 1947, Les chênes qu’on abat 1971, Le miroir des limbes 1976. 

9) Musicalbrandè marzo 1961 Diábolus.

…è quello dal senso musicale sottilissimo – quasi di una lontana musica di stelle – che provoca brividi in tutta la sua poesia… a questo grande e mingherlino poeta gentiluomo,  era piaciuta, delle due o tre sue poesie che avevo tradotto in piemontese (e che poi ho perso nella mia vita vagabonda) quella di un suo Canto del gallo che come giustamente ha detto Georges Anex nel numero del 1 ottobre 1960 della Nouvelle Revue Française, “sale dalle profondità della terra per raggiungere l’orecchio del poeta attraverso la nera notte.”  

Jules Superville Montevideo 1884 – Paris 1960. 

Bibliografia 

E l’hombre de la Pampa Sampere Valencia 1925; La noia d’alta mar Rosa des Vents Barcellona 1937; A la nuit La Baconniere Paris 1947. 

10) Luigi Olivero Parnas Piemontèis Armanach Piemontèis 1941 

… sul Quai de Gève, lungo i murazzi della Senna che hanno sopra tutte quelle caratteristiche cassette dei famosi bouquinistes  venditori di libri usati e di stampe antiche. 

Mi fa vedere cinque o sei altri piccoli libri e tra quelli che cosa ti salta fuori?, il Parnas Piemonteis del 1849. Una copertina celeste leggera con dei fregi disegnati intorno; due amorini, con le ali spiegate, seduti uno sopra un capretto e l’altro sopra un pavone; un «cartiglio», con il titolo e la data, nel mezzo; due uccelli, sotto; e una testa d’amorino, con le due ali accanto, centrato alla base. Nell’ultima pagina della copertina, una scena d’amorini che falciano il grano mentre uccelli e leprotti scappano in qua e in là per non farsi tagliare le ali e le zampe. All’interno, poesie, favole, racconti storici in piemontese, caricature politiche, stampate e impaginate con grazia e buon gusto. Quel povero ometto mi ha detto, mentre sfogliavo il librettino al sole: - Questo deve essere dell’argot. Non sono riuscito a capire bene cosa sia quel piccolo libro. Ve lo do per un franco: - E, con meno di dieci dei nostri soldi, ho completato la prima e unica collezione del Parnas Piemonteis. 

Per la composizione esatta della collana dei Parnas Piemontèis di cui disquisisce Olivero nell’articolo citato, si veda la risposta ad Olivero pubblicata sull’Almanacco piemontese di Viglongo del 1969 da Luis Còra e dallo stesso Andrea Viglongo. 

11) Luigi Olivero Turchia senza harem Donatello de Luigi Roma 1945  pag. 130-1.

L’INVIO è trascritto integralmente nella terza appendice nel corpo della recensione del saggio di Olivero. 

12) Luigi Olivero Una voce lirica siciliana che si espande nel mondo: Nino Pino Poeta Scienziato e uomo d’azione ‘l caval ‘d brôns N° 7 1964.

L'amicizia di Olivero con Nino Pino è confermata dalla presenza  nel Fondo Olivero a Villastellone della raccolta di poesie U tamburu con bella dedica dell'autore trascritta in XXVII appendice. 

 

Ël Tòr

Ël Tòr N° 20 1946