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 LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

 di Giovanni Delfino

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Traduzioni poetiche di Luigi Olivero in piemontese e in italiano

Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

Commenti ad alcune poesie di Luigi Olivero a cura di Domenico Appendino 

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Prima parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Seconda parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Terza parte)

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Sergio Maria Gilardino - L'opera poetica di Luigi Armando Olivero 

Poesie di Luigi Olivero dedicate allo sport

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Biografia di Luigi Olivero: primo scenario (Gli inizi)

Biografia di Luigi Olivero: secondo scenario (Prima stagione poetica)

Biografia di Luigi Olivero: terzo e quarto scenario  (Verso la tempesta: diluvio universale ~ Viaggi)

Biografia di Luigi Olivero: quinto e sesto scenario (Attività frenetica ~ Roma: maturità d'un artista)

Biografia di Luigi Olivero: settimo ed ottavo scenario (Incontri, polemiche, viaggi, cantonate ~ Ultima stagione ~ Commiato)

Appendici prima, seconda e terza

Appendice quarta ed ottava

Appendice quinta: gli scritti di Luigi Olivero su giornali e riviste

Giudizi espressi in anni recenti su Luigi Olivero

L'officina di Luigi Olivero

Luigi Olivero legge la sua Ël bòch

Documenti e curiosità

Siti integrativi

 

Polemiche

 

Olivero e Pier Paolo Pasolini

        Più volte Olivero, nella sua difesa della scelta sua, di Pacòt e degli altri poeti della Compania dij Brandé, di poetare in piemontese, si scaglia contro questo o quel critico che, come G. Barberi Squarotti, in morte di Pinin Pacòt afferma: La scomparsa di Pinin Pacòt giunge proprio quando la dissoluzione del dialetto come parlato è arrivata a un punto estremo che par preludere alla riduzione di esso a pochi relitti galleggianti qua e là, sulla compattezza dell'italiano: quindi, in un momento in cui scrivere in dialetto rappresenta o il segno di una protesta solitaria, anarchica, o un sogno in una lingua morta. È quasi un simbolo, se con lui scompare uno degli ultimi teorici della poesia in dialetto come alternativa non popolare, ma dotta, alla letteratura nazionale (Brano tratto da Gazzetta del Popolo, 17 dicembre 1964, riportato da Olivero su 'l caval 'd brôns N° 1 del gennaio 1965 nel suo articolo Pinin Pacòt stàtua fërma ant ël Pantheon ëd nòstra poesìa).

        Nel fascicolo successivo del giornale della Famija turinèisa, N° 2 del febbraio 1965, Olivero ritorna inizialmente sulla polemica con Barberi Squarotti, quindi se la prende  con Pier Paolo Pasolini. Ecco il pezzo tratto dall'articolo  La conversion in extremis al crepuscolarism e la mòrt ëd Pinin Pacòt arpropon-o a la neuva poesìa, l'ardità popolar ëd Nino Costa?

         E, donca, gnun-a maravìa se, fòra dël Piemont, quand che quaichdun a dev ocupesse 'd nòstra leteratura dialetal, sensa trové gnun-a documentassion ò mach trovand una testimoniansa critico-esegética scarsa e aprossimativa, a pija 'd cantonà da Ercole ciocaton. Come cola famosa ch'a l'ha piàit Pier Paolo Pasolini fassotutomi che, ant l'Antologia della poesia dialettale del Novecento publicà da l'editor Guanda 'd Modena ant ël 1952, a l'ha colocà Oreste Gallina, viv e préside dla Scola Statal d'Arona, tra ij poeta mòrt «della vecchia generazione».

        Olivero riprende quindi la polemica con Barberi Squarotti e, ritornando a Pasolini, così conclude: 

        Un crìtich ëd Turin (G. B. Squarotti) che, ant còse squisitament turinèise, a ciapa l'ambëccà da un friulan (che a sà 'l piemontèis come mi conòsso 'l kirghis) e a pija për òr colà ij sò spropòsit pétardeurs da clown dël Circo Togni.

  

Come sia possibile fare cattiva informazione

         Recentemente, sul blog La forza dell'amore gestito da Velena di Ceparana SP, presa pari pari da questo sito, capitolo Poesie in italiano di Luigi Olivero, trovo, inserita in data 10 febbraio 2011, la poesia di Luigi Olivero Per il Norge che salpa. Sarebbe stato opportuno che Velena segnalasse la provenienza della poesia. Questo è però di scarsa importanza. Ben venga che di Olivero si parli.

          La cattiva informazione riguarda il fatto che non si è detto nulla di questa poesia. Quando Olivero la compone non ha ancora 17 anni! È una poesia di circostanza dedicata alla partenza della spedizione Amudsen verso il Polo Nord sul dirigibile Norge, comandato da Umberto Nobile. Spedizione coronata da grande successo e preludio alla susseguente tragedia del dirigibile Italia. La poesia è stata pubblicata sul numero del 15 giugno 1926 della rivista letteraria milanese Giovinezza d'Italia. Senza la citazione di questi dati, a Luigi Olivero non si fa certo un buon servizio!

          Sono lieto se quanto vado mano a mano pubblicando su questo sito viene ripreso in altri siti o opere varie. Gradirei almeno se ne citasse provenienza e  dati bibliografici.

 

La polemica seguita al Premio di Poesia Dialettale Sanremo 1946 ed il suo sviluppo su Ël Tòr

 1)         Armando Mottura vince il Premio Sanremo 1946  per la poesia piemontese (Articolo firmato da Pinion Pacòt) N° 13, 13 aprile 1946

2)         Mareggiata intorno al Premio Sanremo per la poesia piemontese ~ Io, Ponzio Pilato N° 14, 27 aprile 1946

3)         Polemica sul Premio Sanremo per la poesia piemontese ~ Armando Mottura, "Garçonnet frénétique" n° 15, 11 maggio 1946

4)      Due colpi di scena nella polemica sul Premio Sanremo per la poesia piemontese ~ Il poeta Pinin Pacòt si dimette da nostro "Matador" letterario N° 16, 25 maggio 1946

5)         Inchiesta sopra un grande concorso nazionale di poesia vernacola ~ "Dègonflage" del Premio Sanremo ~ Trilussa dichiara "Non ho mai accettato la presidenza della giuria" "Nessuno mi ha mai invitato a leggere una sillaba delle poesie concorrenti" N° 17, 8 giugno 1946

6)         L'allegro scandalo del Premio Sanremo ~ Il giurato Orsino Orsini autore del telegramma trilussiano con barba finta N° 18, 23 giugno 1946

7)         Conclusione della nostra inchiesta sul premio delle beffe 1946 per la poesia dialettale ~ Accusiamo la C.I.R.T. di avere sperperato un milione ai danni della poesia e della ricostruzione N° 19, 7 luglio 1946

 Preludio

 

         Dalle pagine ingiallite de Ël Tòr, seguiamo lo sviluppo della polemica che porterà alla lunga inimicizia tra Luigi Olivero e Pinin Pacòt, iniziata con il numero 14 della rivista, del 27 aprile del 1946, e che avrà termine solo nel 1949, propiziata dal comune amico Furio Fasolo, e che troverà conferma sulla rivista di Pacòt Ij Brandé N° 68 del primo di luglio.

         Su questo numero de Ël Tòr Pinin Pacòt, collaboratore di Olivero, da conto del risultato del Premio Sanremo di poesia dialettale. Leggiamone alcuni stralci:

         Poteva ormai parere, almeno al pubblico distratto, che la Cenerentola della letteratura, la poesia dialettale, dovesse finire in melanconica vecchiezza accanto al focolare, tra tegami unti e pentole affumicate. Invece nò. Proprio in quest'anno di grazia, 1946 ha trovato anch'essa il suo principe azzurro, che l'ha riportata ai più alti onori della pubblicità, dell'interesse e della simpatia. E codesto principe è stato il Premio Sanremo, serie d'oro, bandito dalla Compagnia Italiana di Ricostruzione e Gran Turismo (C.I.R.T.). ....

...      Dopo scrupoloso e attento esame, la Commissione giudicatrice ha fermato la sua attenzione sui seguenti componimenti che verranno proposti per la premiazione:

Primavera an Val d'  Susa del piemontese Armando Mottura ...

...      Ad ognuno dei poeti vincitori venne assegnato un premio Sanremo di L. 20.000. ...

...      La giuria era composta da Trilussa, presidente, assente per malattia, E. A. Mario, Carlo Linati, P. Fortunato Rosti, Domenico Varagnolo, Orsino Orsini, Mario Sogliano, Carlo Folco, Giuseppe Pacotto; e Cesare Beretta, segretario. ...

         Questi i dati salienti, e che daranno inizio alla polemica, riportati nella cronaca di Pacòt, su una colonna in seconda pagina.

 

Inizio della polemica

 

         Numero successivo della rivista, quindici giorni dopo. Articolo firmato dallo stesso Olivero. Eccone i brani salienti:

         La pubblicazione nello scorso numero di questa rivista del corsivo firmato p. p., relativo all'assegnazione del Premio Sanremo per la poesia piemontese, mi ha procurato ventitré violentissime lettere di protesta. Mi correggo. Le lettere sono ventuna, perché due non sono da considerarsi tali - ma piuttosto dei fazzoletti da naso sporchi di muco psicologico - trattandosi di lettere anonime. Tutte queste lettere gridano allo scandalo e le più benevole mi accusano di «omertà» nel «dare pubblicità ad un'assegnazione assolutamente dolosa perché avvenuta  con procedimenti arbitrari e irregolari». Metto tra virgolette quest'accusa non perché figuri con le stesse parole in tutte le lettere, ma perché in tutte le missive il significato della protesta si esprime con un'esasperante identità: corrispondente, appunto,  a questo concetto. Talune insinuano che p. p. sia io, scambiando, cioè, per una nota redazionale uno scritto firmato con le iniziali di un mio notissimo collaboratore e amico del quale ho sempre avuto e ho la massima stima: Pinin Pacòt. A parte le numerose inesattezze, intenzionali o no, del calibro di questa, il diavolio epistolare si può riassumere - mi sembra - in questi cinque punti:

1)      il Premio Sanremo è stato insufficientemente propagandato, tanto è vero che, nonostante la cospicua entità della cifra d'assegnazione (20 mila lire), il numero dei concorrenti è stato esiguo, dato che le modalità di partecipazione non vennero fatte conoscere in tempo utile e con mezzi adeguati alla sua importanza;

2)      il Presidente della Commissione Esaminatrice, Trilussa, non ha preso parte allo spoglio e alla lettura delle opere concorrenti e non era nemmeno presente alla premiazione: mentre, a sua volta, il membro della Giuria Orsino Orsini di Roma è arrivato tardi alla premiazione senza avere avuto il tempo di prendere in visione un solo manoscritto;

3)      il termine di chiusura del concorso per la poesia piemontese è stato abusivamente dilazionato senza informarne il pubblico;

4)      per l'esame e il vaglio delle poesie piemontesi concorrenti era stato annunciato come facente parte della Giuria il poeta Arrigo Frusta il quale venne sostituito all'ultimo istante, "per malattia", dal poeta Pinin Pacòt: arbitrariamente e sempre senza informarne il pubblico;

5)      la poesia piemontese vincitrice, Val d' Susa, venne presentata dall'autore Armando Mottura nel periodo della dilazione chiesta da Pinin Pacòt e quando Pinin Pacòt aveva già sostituito Arrigo Frusta in seno alla giuria.

         Seguono altre accuse di rilievo minore o per me poco chiare. Dico «per me poco chiare» perché mi trovo nella situazione di non poter approfondire la questione, dovendosi anzitutto tener presente che la C.I.R.T., promotrice del concorso, non ha creduto opportuno inviare alla mia rivista né il bando né il risultato della gara: e, come non ha inviato a me questi comunicati, non mi è noto che li abbia inviati alle consorelle rassegne folcloristiche La Pié di Ravenna, Poesia romanesca, Sette Colli, Rugantino di Roma, ecc., nonché ai principali quotidiani italiani e alla Radio nazionale. ...

...      Per quanto concerne il 2°, 3°, 4° e 5° punto, mi ritengo esonerato dal fornire qualsiasi precisazione: sia perché non sarei in grado di fornirla, sia perché il 2° punto riguarda Trilussa e Orsino Orsini, il 3° il Comitato promotore, il 4° Arrigo Frusta, il 5° Pinin Pacòt e tutti e quattro la direzione della C.I.R.T. di Sanremo.

         Ad ogni modo ho fatto confezionare un pacco delle 23 lettere e le ho spedite a Pinin Pacòt, Via San Francesco d'Assisi 11, Torino (al quale potranno dirigersi, d'ora innanzi, tutti gli avveleniti protestatari del Premio Sanremo), perché ne prenda attenta visione e provveda a chiarire ciò che riterrà di dover chiarire su queste colonne oppure in privato.

         Io, ripeto, non so nulla e non ho mai saputo nulla di questo Premio Sanremo che - fin dal primo accenno da me rivolto al telefono e per motivi aridamente cronistici a Trilussa - mi è apparso materiato di sostanza ectoplasmatica come i fantasmi. Ho pubblicato un resoconto non ufficiale, firmato con la sigla di un collaboratore che per avventura era anche un membro della Giuria, unicamente con l'obbiettivo giornalistico di offrire ai miei lettori una notizia che non mi era stata comunicata ufficialmente. Da qui a parlare di «omertà» da parte mia in un «dolo» che non viene nemmeno provato, mi sembra, se non proprio calunnioso, almeno sciocco.

         Personalmente affermo una cosa sola. ... il fatto che il Premio Sanremo sia stato assegnato - regolarmente o irregolarmente - ad Armando Mottura non ha per me maggior importanza di quanta ne avrebbe se fosse stato assegnato - regolarmente o irregolarmente - a Lucio della Venaria. Ciò che importa è che sia stato assegnato ad un poeta vero in 20 mila lire vere e contanti: e che queste 20 mila lire servano - mi auguro - a far stampare un libro di più buona poesia piuttosto che per indire una gara di boogie-woogie fra puttanelle bianche e borsari neri.

         Nell'interesse conclusivo della poesia , esorto, quindi, i dissidenti arrabbiati a non gridare allo scandalo senza fornire le doverose dimostrazioni e reclamando prematuramente, come fanno, la «revisione» o - peggio ancora - l'«annullamento» del concorso.

       L'articolo che ho riportato, praticamente per intero, dal titolo Io, Ponzio Pilato, da inizio alla polemica vera e propria. Al lettore giudicare se quanto scritto da Olivero abbia o meno tirato direttamente in ballo Armando Mottura e Pinin Pacòt. Personalmente mi sembra che Olivero abbia espresso stima ed amicizia per entrambi.

 

La polemica monta

 

         Successivo numero de Ël Tòr. Nuovo pezzo di Olivero dal titolo Armando Mottura "Garçonnet frénétique". Ecco i primi due paragrafi:

         In seguito all'articolo Io, Ponzio Pilato che ho pubblicato nel numero scorso allo scopo di definire chiaramente il mio atteggiamento di allegra impassibilità di fronte alla diatriba epistolare determinatasi intorno all'assegnazione del Premio Sanremo 1946 per la poesia piemontese, mi è pervenuta un'altra lettera. Una lettera dall'unica persona che non era stata chiamata direttamente in causa da nessuno: Armando Mottura.

         Armando Mottura - vincitore del premio di lire 20 mila con la poesia Val d' Susa - mi scrive cinque pagine di prosa intemperante, cucinata in salsa verde con peperoncino rosso, per dirmi, in sostanza, che io ho «osato» mettere in dubbio la correttezza sua e di Pacòt e che - riporto le sue parole testuali -: «dovevi, caso mai, difenderci da accuse che ledono la nostra rettitudine verso dei compagni coi quali abbiamo tanti legami di amicizia e di poesia». ...

         Interrompo momentaneamente l'escursus su questo pezzo di Olivero per riprodurre altra lettera di Mottura, evidentemente successiva, che riguarda ancora direttamente la polemica:

Torino, 3. 9 . 46 .

                                                                   Caro Olivero 

la tua lettera satura di tante piccole stupidità da enfant terrible farebbe sorridere se non dimostrasse quanto le nostre mentalità sono distanti. 

Trovi strano che ci siano ancora degli uomini che si offendono a sentirsi trattare da imbroglioni? 

Scusami, ma questo è forse un piccolo residuo di nordismo rimasto in noi che, forse, nell'aria de Roma non si concepisce. 

Questa pubblicità scandalistica da stampa gialla, neanche autorizzata dalle vittime, non entra nel mio ordine d'idee. 

Io sono convinto che al pubblico non interessino le piccole cose sgradevoli che io ti scrivo come non si accorgerà neanche che la mia firma non apparirà più sul Tor.

Tu non hai capito niente. 

Peccato!! 

Tu, caro poeta, non hai mai pensato che 

tante fior stermà su për le rive

tante cose ch'a resto ndrinta al cheur

bsogna save-je cheuje

bsogna save-je vive

mach për ël nostr boneur!

e poi: fiche moi la paix!

La vita è già tanto faticosa così! 

Saluti

                                       ArMottura

 

         Questa lettera di Mottura è di circa cinque mesi successiva alla prima, dimostra però dei pessimi rapporti tra Mottura ed Olivero a polemica giornalistica ormai da tempo conclusa. E torniamo al pezzo di Olivero Armando Mottura "Garçonnet frénétique":

         ...In poche parole, io - perché amico di Mottura e Pacòt - dovevo - come direttore di un giornale che va al pubblico e cioè ad una massa anonima a cui non importa la capocchia di un fiammifero bruciato delle mia amicizie personali ma vuol vedere chiaro, con ragione, su certi argomenti trattati nel mio giornale che essa paga, per leggerlo, 20 lire a copia - io dovevo, ripeto, o ignorare o combattere a «spada tratta» le proteste che mi sono pervenute. Non avendo compiuto né la prima né la seconda di queste due azioni - ma essendomi limitato a rilevare freddamente i termini della gazzarra, com'è dovere di elementare imparzialità da parte di chiunque pubblichi un foglio di carta stampata avente un carattere indipendente da qualsiasi cricca politica o letteraria -  io mi sono meritato la patente di «fenomeno». «Un fenomeno di ingratitudine verso due dei miei «più fedeli collaboratori». ...

...      E adesso veniamo ai risultati concreti.

         I ventitre protestatari hanno finora ricevuto due risposte decisive alle loro accuse. La mia, pubblicata nel numero scorso, che credo sia stata chiaramente dimostrativa in merito alla nessuna responsabilità da parte mia e della mia rivista nella mancata pubblicazione del bando del concorso. La seconda, questa di Mottura (che non riproduco integralmente perché renderei un pessimo servizio allo scrivente date le intemperanze sintattiche e verbali da garçonnet frénétique che contiene), la quale, tuttavia, afferma categoricamente - e io ne prendo atto con immenso piacere invitando il pubblico a fare altrettanto - che la sua poesia è stata spedita in tempo utile alla Giuria del concorso: vale a dire prima che venisse accordata la dilazione che è stata definita «arbitraria e abusiva».

         Stabiliti ben limpidamente questi due punti, ritengo che io e Mottura siamo da considerare estranei ad ogni sospetto di «dolo». ...

...         Perciò rifiuto di credere che Mottura mi ritiri la sua simpatica amicizia e mi rifiuterei di credervi anche se, per provarmi eterna questa sua impulsiva intenzione, si mettesse a ballare la conga portoricana  a piedi nudi sui fichi d'India. Tanto più che Mottura sa benissimo che io non ho alcun motivo al mondo per essere «invidioso» del suo successo al quale ritengo, anzi, di aver modestamente contribuito pubblicando in modo vistoso scritti suoi meritevolissimi, nonché di altri sull'opera sua, nella mia rivista. ...

         L'articolo di Olivero prosegue con altre considerazioni di minor rilievo e si conclude annunciando che per i doveri che m'impegnano di fronte al pubblico, io non posso ignorare le riserve formulate dal pubblico... E dichiaro, anzi, che, se ne sarò indotto dall'atteggiamento incomprensivo o addirittura ostile dei miei stessi amici e collaboratori, non esiterò a promuovere un'inchiesta particolareggiata sui procedimenti adottati dalla Commissione Esaminatrice del Premio Sanremo. Inchiesta che potrebbe benissimo aprirsi con la pubblicazione di un'intervista originalissima... che alle ore 11.15 del 26 aprile 1946, esattamente ventiquattro ore dopo che avevo ricevuto gli immeritati insulti di Mottura, ho avuto con Trilussa e alla presenza di un poeta romanesco di squisita ispirazione bicerin-a.

         E Olivero ne sarà indotto certamente come vedremo più oltre. Merita solo un accenno a quel garçonnet frénétique del quale Olivero battezza Mottura. Il successivo risentimento di Mottura mi sembra molto chiaro se andiamo a scoprire quando e come precedentemente Olivero aveva utilizzato questo termine e a chi lo aveva rivolto. Mottura ricorda probabilmente  che Olivero, parlando di Mussolini, nel suo Turchia senza harem,   pubblicato nel 1945, l'anno precedente alla polemica, garçonnet frénétique aveva definito lo stesso Mussolini.

 

La polemica esplode

 

         Successiva puntata. Nel nuovo articolo Olivero sintetizza inizialmente il suo precedente scritto. Accenna all'insinuazione di Mottura, nella sua lettera, che le 23 lettere ricevute da Ël Tòr siano inesistenti. Quindi:

         ...il postino mi ha recapitato questa lettera che pubblico integralmente:

23 lettere spedite

         Caro Olivero,

considerando l'aspetto nebbiosamente equivoco assunto dalla polemica sul "Premio Sanremo" che seguo fin dalla tua prima battuta, giornalisticamente corretta e imparziale, desidero dichiarare - e non ho alcuna difficoltà che tu riproduca pubblicamente quanto asserisco - che la sera del 18 aprile 1946, avendoti io fissato al telefono un appuntamento per le ore 20.30 in Galleria, da Berardo, con l'intenzione di mostrarti lo schema del primo numero della mia rivista settimanale d'imminente pubblicazione LA GIRONDA, panorama intenazionale dei fatti e delle idee, e allo scopo di chiederti un articolo sulla Turchia per la rubrica "Foreign Office", tu arrivasti con un plico giallo legato da una cordicella azzurra. Su questo plico era scritto nella tua caratteristica calligrafia in stampatello, questo indirizzo: Ch.mo Giuseppe Pacotto, Via (non rammento bene), Torino; sul lato alla sinistra del plico, a taglio dell'angolo superiore e due volte sottolineata, figurava la dicitura: Manoscritti raccomandati. Ricordo che tu buttasti con un gesto seccato questo plico sul marmo del tavolino, e prima che io ti parlassi della mia iniziativa, mi dicesti che conteneva ventitre lettere di lettori del tuo giornale, i quali protestavano contro un corsivo da te pubblicato con la firma p. p. sull'assegnazione del "Premio Sanremo" per la poesia piemontese. Conoscendo la mia lunga e amichevole intimità con Trilussa, mi chiedesti se potesse corrispondere a qualcosa di vero l'affermazione - per te "paradossale" - contenuta in tutte quelle lettere, e, cioè, che Trilussa, Presidente della Giuria di detto concorso, non avesse esaminato le poesie concorrenti. Avendoti io risposto che non mi risultava nemmeno che "Tri" avesse accettato la presidenza di tale concorso, tu slegasti il plico e mi mostrasti tutte quelle lettere racchiuse nelle loro buste lacerate, recanti rispettivamente i timbri postali in nero sui relativi francobolli. Lessi attentamente i tre quarti di quelle lettere, e con interesse particolare, due anonime: una di due pagine e un'altra di tre e mezzo dattiloscritte e recanti delle brevi correzioni interlineari; in una a penna e nell'altra a matita rossa. In tutte le lettere che ho letto figuravano le accuse che tu hai poi sunteggiato in corsivo nel tuo articolo intitolato Io, Ponzio Pilato, pubblicato nel numero 14 de "Ël Tòr". In tutte quelle lettere figuravano, però, tre particolari che tu, forse, ti sei dimenticato di riprodurre, ma che io rilevai con curiosità. Essi sono:

         1) l'osservazione che sia stato un membro della Giuria, aggiunto all'ultimo istante in sostituzione di un altro membro, dimissionario per malattia, a redigere e firmare la cronaca dell'assegnazione da te pubblicata nel numero 13 (due lettere, fra quelle da me lette, insinuavano, invece, che l'autore della cronaca fossi tu);

         2) la constatazione che questo membro aggiunto è notoriamente legato da intima amicizia con il vincitore del Premio;

         3) ti si invitava a chiedere a ogni singolo autore delle poesie piemontesi concorrenti l'autorizzazione a riprodurre nella tua rivista il testo delle loro composizioni, promuovendo un pubblico referendum sul valore letterario e folcloristico di esse.

Ricordo anche di aver ammesso che questa non era giornalisticamente un'idea disprezzabile e tu mi rispondesti che non intendevi urtarti con la Giuria del Concorso Sanremo promuovendo un'iniziativa chiassosamente contraria al lodo già emesso: lodo che, d'altra parte, tu supponevi "sensato, pur non conoscendo le altre poesie concorrenti".

Sempre discutendo sul contenuto di queste lettere, tu ricomponesti il plico e ci avviammo al Palazzo della Posta Centrale, in Piazza San Silvestro. Pervenimmo nell'interno che lo sportello delle raccomandate era già chiuso. Il mio orologio da polso segnava, infatti, le ore 21.10 e lo sportello chiude alle 21. Ti consigliai di spedire il plico l'indomani. Ma tu mi osservasti che desideravi far pervenire quelle lettere al tuo "corrispondente torinese" con la massima urgenza. Cancellasti con la mia stilografica la dicitura raccomandati, apponendovi quella espressi. Acquistasti, sempre nell'interno della Posta, sette lire di francobolli normali (ricordo che la signorina ti pesò il pacco e ti disse che non superava i 250 grammi) più due lire e cinquanta per espresso. Incollasti questi francobolli e ci recammo insieme in via della Vite a imbucare il plico nella cassetta degli espressi "direzione per Torino".

E ti accompagnai verso Piazza di Spagna, potendo, finalmente, lungo il tragitto, discorrere con te dell'articolo sulla Turchia che mi urgeva.

Salutandoti all'angolo di Piazza di Spagna con Via Condotti, ti dissi che l'indomani, vedendo Trilussa, gli avrei accennato al fatto delle lettere sul Premio Sanremo; al che tu rispondesti che non era "neanche necessario scocciare "Tri" perché il tuo corrispondente avrebbe subito provveduto "a chiarire con un articoletto documentato e scintillante" la "piccola faccenda, certamente originata da piccole rivalità" che tu, intanto, avresti cominciato "a svuotare del contenuto diffamatorio" con una messa a punto iniziale riguardante la tua "irresponsabilità in merito alla non avvenuta pubblicazione nella tua rivista del bando del concorso".

Quanto sopra risponde alla pura verità e sono lieto di poterlo dichiarare pubblicamente.

Ti stringo le mani con molta cordialità.

                                                                           RENATO TADDEI

 

23 lettere non ricevute

         E ora preciso l'insinuazione di Mottura con le sue stesse frasi: ... le (tue) parole assomigliano stranamente alle incolpazioni fatte dai più o meno anonimi. Dunque, tu ci credi?... Non ho ancora visto le lettere. Se sono firmate veramente...

         Chi ritenesse ormai superata questa allegra insinuazione dalla trasparente testimonianza del collega Renato Taddei, sarebbe un'anima candida, la quale non conosce la pertinacia che sanno impiegare questi immacolati angioletti terreni che si chiamano poeti nel corrodere miseramente, con la verde muffa della sospettosità pettegola, la mandorla zuccherina dell'amicizia.

         Olivero pubblica quindi un lungo articolo di Pinin Pacò che fa seguito al suo Io, Ponzio Pilato. Eccone gli stralci più significativi:

         Egli, Ponzio Pilato, se n'é lavate le mani, lavit manus. ... Secondo l'interpretazione ortodossa della Chiesa, Pilato si lavò le mani, ma non la coscienza. Ora, a parte la sproporzione abissale tra la grandezza tragica della scena evangelica e la inconsistente tenuità della bega alla quale ha dato luogo l'assegnazione del "Premio Sanremo 1946", possiamo dire che l'analogia sia proprio calzante? Non oso affermarlo. Preferisco ritenere che il titolo "Io, Ponzio Pilato", sia stato mal scelto dall'amico Olivero.

         Pacòt quindi riassume i fatti, dichiara che non dovrebbe neanche essere lui a dare giustificazioni di sorta in quanto non promotore né organizzatore del concorso, sottolineando che ...in tutto ciò Olivero non ci ha colpa - e quei signori (gli autori delle lettere) sono ben ingiusti a prendersela con lui. Prosegue dando conto di quanto per lui compete:

         L'accusa che mi concerne è di aver chiesto una dilazione del termine di chiusura del concorso, onde permettere al mio amico Armando Mottura di presentare la sua poesia e vincere il premio.

         Pacòt sottolinea che il termine era il 20 febbraio e che Armando Mottura presentò «Primavera an Val 'd Susa» il 17 febbraio, come risulta dal protocollo della C.I.R.T. il che fa cadere ogni appunto nei suoi confronti. Pacòt si dilunga poi sulla propaganda fatta dalla C.I.R.T. a favore della divulgazione del concorso concludendo Mi pare che la C.I.R.T. non potesse fare di più. Segue forse il punto più importante:

         Inoltre; non è la prima volta che un Presidente di Giuria si ammala prima di iniziare i lavori e i componenti della stessa Giuria e il Comitato organizzatore nominano un Vice Presidente in funzione, che nel caso specifico fu il poeta E. A. Mario. E ciò valga per l'assenza di Trilussa. Il giurato Orsino Orsini poi giunse da Roma in tempo utile per esaurire il compito assegnatogli. Infine, la mia sostituzione nei confronti di Arrigo Frusta avvenne per espresso desiderio di quest'ultimo, su sua indicazione ed a causa di sua infermità, e non avvenne affatto all'ultimo momento come i 23 mittenti hanno pensato. ...

         Quanto precede non è indirizzato ai 23 signori, che non mi interessano, né a lui, Ponzio Pilato, che se ne lava le mani, è invece diretto a quei miei amici che finora mi hanno considerato un galantuomo e che saranno ben lieti di ritrovarmi tale anche in questa circostanza. Avrei ancora alcune piccole osservazioni d'ordine morale, ma le risparmio al lettore, che potrebbe trovarle noiose, mentre qualcuno altro potrebbe trovarle spiacevoli.

         Per finire, invece, desidero soltanto dichiarare che le 23 lettere annunziatemi fin dal 19 aprile come spedite il giorno prima, come "manoscritti espresso", a tutt'oggi 1 maggio, non mi sono ancora state recapitate. Non voglio con ciò insinuare che le lettere non esistano. Non sono arrivate, ecco tutto. ...

         Però, però, la poesia di Mottura era proprio la più bella. Perché Ël Tòr non pubblica le altre? Così tutti ne sarebbero convinti e non se la prenderebbero più con me.

         1 maggio 1946                            PININ PACÓT

         Olivero prosegue il suo scritto  lamentando che Pacòt, con poca discrezione per il segreto epistolare, abbia fatto immediatamente leggere a Mottura la bozza dell'articolo che avrebbe pubblicato (cui fece seguito l'arrabbiata lettera di Mottura ad Olivero). Quindi motteggia sui ritardi della Poste imputando a S. E. Mario Fano, Sottosegretario alle Poste e Telecomunicazioni il pesce d'aprile imputandolo al fatto di avergli presentato, qualche giorno prima della spedizione delle fatidiche lettere, il poeta romanesco Filippo Tartufari il quale con espansività tutta romana gli dava ultramodernamente del tu, sommergendolo sotto una fitta pioggia stellare di sonetti e convertendo il Gabinetto particolare di Sue Eccellenza in un'Accademia di Arcadia dialettale moderna.

         Olivero chiosa poi sulle precisazioni fornite da Pacòt, prendendo atto delle stesse. Aggiunge che Pacòt,  all'invio del suo articolo, ha accluso il seguente biglietto autografo:

         Eccoti la mia risposta, che ti prego di pubblicare integralmente.

         Dopo quanto è successo, non credo sia più il caso che la mia firma compaia sulla tua rivista.

         Saluti                                                       PININ PACÓT

         Olivero così conclude:

         Queste parole victorughiane dovrebbero possedere la singolare virtù esplosiva di farci stramazzare al suolo, fulminati dal dolore improvviso per la perdita del nostro migliore collaboratore di poesia piemontese. Invece ci lasciano tranquillamente seduti nella nostra poltrona, con i piedi sopra il tavolo di redazione alla maniera dei simpatici colleghi nordamericani, con la sigaretta accesa fra le labbra che sorridono mefistofelicamente davanti al fascicolo cospicuo dei pregevoli «pezzi» letterari di Pinin Pacòt: «pezzi» da lui offertici con parole - scritte e firmate - di alta lode per la nostra rivista, da noi accettati, molto apprezzati, in gran parte già convertiti in piombo tipografico e che gli promettiamo - coscienti anche del nostro diritto legale - di pubblicare regolarmente, quando ce ne farà comodo, con tutta la bella evidenza che merita la produzione dell'eccellente poeta Pinin Pacòt che ammiriamo sinceramente e al quale intendiamo, così, dimostrare che ce ne infischiamo col clarino delle incoerenti bizze fanciullesche a cui va soggetta sovente la puerile psicologia dell'omino gaffeur Giuseppe Pacotto.

         Beninteso, potremmo benissimo fare a meno della collaborazione di Pinin Pacòt. Al Tòr egli ha, cautelosamente, cominciato a collaborare solo dal quinto numero, quando, cioè, la rivista aveva già «sfondata» la parete di ghiaccio che la separava dal pubblico. Ma ci diverte questa decisione di farlo collaborare suo malgrado. Noi andiamo matti per le originalità: e questa, di un poeta che collabora intensamente a una rivista contro il suo volere, è davvero una situazione inedita - ed esilarante fino alle capriole - nella storia del giornalismo universale.

 

La polemica al suo apice

 

         Ancora quindici giorni ed ecco, in prima pagina "Degonflage" del Premio Sanremo con sottotitolo Trilussa dichiara: "Non ho mai accettato la presidenza della giuria" e "Nessuno mi ha mai invitato a leggere una sillaba delle poesie concorrenti". Olivero pubblica altra lettera di Taddei in cui, inizialmente, questi riassume i fatti; quindi:

         Olivero, cui è noto il mio grande affetto per «Tri», mi domandò se avessi alcuna notizia in proposito ed io, che nulla sapevo, mi recai il giorno seguente, dal poeta per informarmi. ...

         A scanso quindi di eventuali noie, l'amico Trilussa, su mia richiesta, mi ha decisamente dichiarato:

1) ch'egli non ha mai accettato la presidenza della Commissione  giudicatrice nel «Premio San Remo»:

2) ch'egli non ha letto una sola sillaba delle opere concorrenti, che nessuno gli ha mai sottoposto in esame;

3) ch'egli non si è recato a San Remo non per ragioni di salute come è stato annunciato dalla C.I.R.T., ma unicamente perché una persona non si veste da sposo e non si reca ad una funzione matrimoniale in qualità di protagonista quando non si è nemmeno sognato di fare le pubblicazione di matrimonio.

         Segue una breve cronologia dei fatti in cui Trilussa spiega che Orsino Orsini gli aveva telefonato per offrirgli quella presidenza ma che lui non l'aveva accettata. Poi ancora:

         Orsini mi ha detto che a San Remo sarebbe giunto un telegramma di adesione firmato dal poeta. Ma Trilussa mi autorizza a dichiarare che egli non ha mai inviato telegrammi di sorta alla direzione della C.I.R.T.

         Così stando le cose, mi sia lecito rilevare che le proteste contenute nelle 23 lettere del pubblico circa qualche irregolarità riscontrata nell'organizzazione del concorso, hanno un certo fondamento; e mi sia del pari consentito di deprecare tutti coloro i quali, non autorizzati, si servono di grandi nomi per valorizzare concorsi letterari, che il pubblico, non a torto, accoglie sovente con diffidenza.

                                                                           Renato Taddei

         Olivero quindi inizia una sua dura requisitoria di cui do qui alcuni stralci:

         ...Nel corso della polemica che si è conclusa nel numero scorso per entrare nell'attuale fase di inchiesta - inchiesta provocata dall'atteggiamento di ostinata incomprensione e di ingiustificato risentimento personale assunto dai nostri amici Armando Mottura e Pinin Pacòt, vous l'avez voulu, Georges Dandin, vous l'avez voulu! - siamo stati ripetutamente tacciati di mistificatori, accusati di fare della «stampa gialla», esilarati da umoristici e gratuiti contorcimenti di pipistrelli epilettici.

         Olivero poi riassume ancora i fatti, narra ancora delle sue due conversazioni telefoniche con Trilussa. Del telegramma pervenuto alla C.I.R.T. a nome di Trilussa di cui non è ancora chiara la mittenza (ma toccherà proprio a noi rivelare la storia umoristica di questo telegramma apocrifo con la barba finta?). Infine se la prende con l'organizzazione per le spese del concorso che pare abbiano superato il milione di lire.

 

Rivelazioni finali: la polemica diventa farsa

 

         Nuovo articolo infuocato: L'allegro scandalo del Premio Sanremo ~ Il giurato Orsino Orsini autore del telegramma trilussiano con barba finta. Rivelatore il sottotitolo:

Il millepiedi delle bugie:

PININ PACÓT "Il giurato Orsino Orsini poi giunse da Roma in tempo utile per esaurire il compito assegnatogli (1 maggio)

ORSINO ORSINI          "Sono arrivato a Sanremo a cose fatte, ma ho firmato ugualmente il verbale per non passare da guastafeste..." (20 aprile, 6 maggio, 9 maggio)

         Olivero apre il suo nuovo articolo con la notizia di un organetto di stampa pseudo-umoristica che ha attaccato Renato Taddei per le notizie fornite ad Olivero e pubblicate con la sua lettera del numero precedente de Ël Tòr. Pubblica quindi una nuova lettera del Taddei in risposta tralasciando l'introduzione polemica... perché riteniamo opportuno non soffermarci in discussioni oziose con gentarella balbuziente che tenta, con vuota petulanza, di farsi della pubblicità a nostre spese, distraendoci, forse non disinteressatamente, dall'argomento. E riproduciamo, invece, la parte documentaria di questa seconda, limpidissima, controllata testimonianza.

         Ed ecco la lettera del Taddei:

         ...Scrivevo dunque, nella mia precedente nota, che Orsino Orsini mi aveva dichiarato di un telegramma firmato da Trilussa, pervenuto a Sanremo alla Segreteria della Commissione giudicatrice.

         - Lo escludo assolutamente! - obbiettai ad Orsini.

         - Ma se quel telegramma l'ho spedito io... - finì per confessare il mio interlocutore.

         - Lei!? E chi l'ha autorizzata?

         - Beh, non l'avrò fatto di mia iniziativa...

         - Forse, - ribattei - Ma è certo che "Tri" non ha mai spedito, né incaricato lei od altri d'inviare lettere o telegrammi a Sanremo. Tant'è vero che Trilussa mi ha indirizzato a lei per avere delucidazioni i proposito.

         Orsini divagò dicendomi che, del resto, pur essendo convinto che la Commissione giudicatrice aveva esaminato le opere dei concorrenti con correttezza ed imparzialità, egli, personalmente, non aveva visto un solo verso in quanto era «arrivato a San Remo a cose fatte». (Difatti, ciò che mi ha onestamente dichiarato Orsini, mi era già stato riferito per telefono, due ore prima, dal collega Sebastiano di Massa che aveva accompagnato Orsini a San Remo).

Orsini mi dichiarò altresì «di avere firmato il verbale, è vero, ma per solidarietà di buon collega e per non assumere l'atteggiamento del guastafeste».

         Ecco, dunque, che un altro giurato non ha partecipato all'esame delle opere concorrenti e, conseguentemente, alla formulazione dei giudizi finali.

         Il colloquio che ho riportato fedelmente, è avvenuto, tra me e Orsino Orsini, nello stabilimento tipografico della Società Editrice Italiana in via del Tritone, n. 62, alle ore 13 di giovedì 9 maggio.

         Non conoscevo Orsino Orsini e mi recai da lui, quel giorno, soltanto perché Trilussa gli aveva precedentemente telefonato, in mia presenza, per invitarlo a fornirmi qualche chiarimento sul "Premio Sanremo", del quale egli, presunto presidente, non sapeva assolutamente nulla di concreto.

         Questa è la verità.

         Come sia andata poi la cerimonia della...

                                                                                     RENATO TADDEI

         Olivero interrompe qui la riproduzione della lettera del Taddei con queste parole cronaca che non concerne direttamente la nostra inchiesta e che intendo quindi sottrarre, almeno per ora, al divertimento dei lettori...

         Olivero si dilunga poi dando conto di giorni ed orari in cui Orsini ha fornito le sue confessioni. Quindi lamenta che Orsini abbia trascinato nel suo comicissimo capitombolo molte degne persone a partire da Trilussa stesso e, lo dice con molto dispiacere, purtroppo (dico purtroppo perché mi dispiace per la figuraccia variopinta che fa) Pinin Pacòt.

         L'articolo prosegue ritornando sulle gaffes di Pacòt che sono come i baci e le ciliege del mio amico poeta-musicista Alfredino: una tira l'altra.

         A proposito della sostituzione di Trilussa quale Presidente della Giuria aggiunge le parole che lo stesso Trilussa ha autorizzato alla pubblicazione: «Non ho mai accettato la Presidenza del Premio Sanremo. Nessuno mi ha mai invitato a leggere una sillaba delle poesie concorrenti. Il giorno dell'assegnazione io stavo benissimo».

         Olivero si sofferma poi sul fatto che Pacòt lo aveva invitato nel suo articolo a pubblicare su Ël Tòr le poesie del Premio Sanremo dimenticando che lo stesso Pinin gli aveva annunciato che stava lavorando alla pubblicazione delle stesse in volume:

         ...volume che infatti, ho qui sott'occhio aperto a pag. 31 recante la scritta :«Finì dë stampé il 20 d'avril 1946 an Turin da la Tipografia Montebello an Piassa Montebello 40». E questo significa che o Pinin Pacòt è più stordito di una farfalla ubriaca di papaverina o è un nullatenente integrale di senso giornalistico (e questo mi rifiuto di pensarlo) oppure si illude (e questo mi rifiuto recisamente anche soltanto supporlo) di tendermi un tranello del capperi consigliandomi a convertire la mia rivista - affermatasi soprattutto in virtù della pubblicazione in ogni numero di inediti dei massimi scrittori dialettali vivi e defunti- in una scimia cartacea e a screditare, così, me stesso e la mia pubblicazione.

         Olivero poi torna sul fatto che sia stato lo stesso Pacòt con lettera autografa del 6 ottobre 1945 ad offrirgli la sua collaborazione: «Che ne diresti se si creasse una redazione torinese del Tòr? Se vuoi ti offro il mio indirizzo. Così potrei accentrare la collaborazione piemontese e trasmetterti il materiale dopo una prima selezione. Mi pare che potrebbe servire».

         Segue la minaccia: ...e, se me ne saltasse il ghiribizzo, potrei anche pubblicargli quei deliziosamente parnassiani nonché raffinatamente goderecci Sonèt ëd j'ole nel fac-simile della cartoline sulle quali, nell'inverno 1931-1932, egli me li ha scritti ed indirizzati.

         Questa minaccia frutterà immediatamente, inviata dall'avvocato di Pacòt, una lettera di diffida alla pubblicazione. Olivero non pubblicherà poi quei sonetti, dichiarando molti anni dopo, che il suo pubblico non sarebbe stato preparato e probabilmente non avrebbe gradito. I sonetti (6 di Pacòt e 6 di Olivero) vedranno la luce solo nel 2005 su Piemontèis ancheuj ad opera del Prof. Giuseppe Goria che li trasse dalla copia posseduta da Alfredino (Alfredo Nicola).

          I dodici sonetti, dal titolo Le reuse ant j’ole, dedicati al Dott. Giocondo Dino Piccaluga,  ex capitan dël 3s Alpin ant la guèra 1915-’18, peui spëssiari a Vilastlon…ël  grand seigneur ëd col ësplendrient giardin ëd reuse (dont le pì ràire e voajante dedicà ai nòm dij sò soldà mòrt al front) andoa ch’a spompavo cole ole argin-e, rosse e pansarùe…, sono presenti, in questo stesso sito, alla pagina    Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

         Per finire Olivero si scaglia ancora contro la C.I.R.T., organizzatrice del concorso e a proposito dell'organizzazione di questi certami conclude: Sia però una cosa seria, organizzata da persone serie, in una parola: morale dall'estremo esile filo del sistema pilifero all'ultimo infinitesimale segmento di unghia dell'alluce.

 

Ed ora tocca alla C.I.R.T.!

 

         Successivo numero 19 della rivista. Il nuovo articolo è tutto dedicato alle gaffes dell'organizzazione ed occupa ben un'intiera pagina della rivista ed ulteriori due colonne, che riassumo soltanto con l'elenco fornito da Olivero in riquadro:

BILANCIO CONSUNTIVO DELLE «GAFFES»

TRILUSSA, PRESIDENTE INVENTATO - SU NOVE GIURATI, CINQUE ASSENTI E ILLEGALMENTE SOSTITUITI - UN GIURATO CONFESSO DI OMERTÀ - UN ALTRO GIURATO CONFESSO DI INCOMPETENZA - DEFICIENZE DI PROPAGANDA - PREMI INVENTATI E PREMI RINVIATI ABUSIVAMENTE - RIVOLUZIONE DELLE NORME BANDITE - UNA TORNATA SOPPRESSA - QUINDICI REGIONI RIMANDATE A SETTEMBRE - APOTEOSI DELL'ARBITRIO E DEL CAOS - DONDE PROVIENE IL MILIONE DI LIRE DILAPIDATO?

         Sul N° 25 del 15 ottobre del 1946 Olivero ritorna ancora sull'argomento C.I.R.T. con una altro lungo articolo non riguardante però più direttamente il Premio Sanremo: Lampante dimostrazione della piena legittimità di una nostra polemica ~ 65 milioni truffati e 50 milioni bluffati ~ dal principale promotore del Premio Nazionale Sanremo 1946 per la poesia dialettale.

 

Rileggendo le pagine de Ël Tòr, la rivista fondata nel 1945 da Luigi Olivero

 

        Per questo viaggio tra quanto ha preso vita su Ël Tòr, inizio con la lettera inviata da Giuseppe Rossi, Pinòt Ross, a Luigi Olivero in relazione ad un trafiletto apparso nella rubrica Diligensa:        

Turin 20/10/946

Car Olivero

                        Chiel an sël sò N° 25 dël "Tòr" a l'à vossù ripete l'esperiment ëd "collettivismo letterario" ant ël qual già na volta a l'é stà batù; così a l'à arfilame ël premi d'Ast ëd la cansson, mentre che mi a col concòrss i l'ài mai mandà gnente!

                        Un giornal turineis parland-ne a sò temp, a l'à scrit che 'l premi a l'era tocaie al "torinese Pinin del Rossi".

                        Mi ant l'ora l'ài chërdù ëd nen arbàte përché an italian im firmo Giuseppe Rossi e an dialèt le mie poesie ij firmo tute "Pinòt Ross"; ma adess chiel a scriv che col premi i l'ài pialo mi e così am buta ant l'ambarass dë studié se 'l coletivism cantà da Maldacea a presenta sì o nò i sò inconvenient! Come la pensa car Olivé?

                        Ëspetànd ch'ai seurta me "Cit Turin" i son tentà ëd mandeie un sonèt për vëde 'n po' ssà crèd ëd felo seurte prima, e magara con la firma dël vincitor dël premi 'd la canssòn d'Ast!

                        Cola a peul esse n'autra bela facessia!

                        Ch'a rija 'd cò chiel d'coste me parole scherssòse, coma mi i l'ài rijù a lese me nom ant la rùbrica an coa a la diligenssa.

                        E da dì che a esse daré na diligenssa a j'é mach sempre da mangié 'd pover!

                        Sempre për la pel e për la piuma, im diciaro sò aff.im

Pinòt Ross

        Ecco il pezzo cui accenna Pinòt Ross:

        Ad Asti, il 17 settembre, è stato assegnato il «Premio della Canzone».

        Per la proclamazione del vincitore, sono stati prescelti quattro testi cantati dalla signorina Tina Toso, di Asti, accompagnata dall'orchestra Sileo. Il pubblico, con un interminabile applauso, ha proclamato vincitore il torinese Pinòt Ross, nostro collaboratore. La canzone è stata musicata dal maestro Berta, di Nizza Monferrato, e porta il titolo «Vendumìa».

 

        Devo dar conto di due precisazioni.

Maldacea: macchiettista che ai primi del '900 a teatro cantava 

        Forzosamente vogliono

        chiamarmi socialista

        non son quel che si dicono

        io son collettivista;

 

        cioè sono discepolo                                                                           

        di Marx, genio immortale,

        ed ho studiato «funditus»

        e adoro il capitale.

 

        Il tuo non è più tuo

        il mio non è più mio,

        producete voi

        debbo produrre anch'io? 

 

        Avete dei risparmi?

        Embè, mettite ccà.

        Bisogna riconoscere

        la collettività.

            Nella stessa pagina de Ël Tòr in cui si annuncia la vittoria (errata) di Pinòt Ross al premio di Asti, Olivero pubblica anche il suo pezzo dal titolo Nostro fallito esperimento di collettivismo letterario, cui Ross accenna, in cui cita appunto Maldicea  e i suoi «couplets» satirici più sopra riportati.

        Olivero ricorda nell'articolo di aver commesso un grossolano errore sul N° 22 della sua rivista attribuendo ad Angelo Biancotti un sonetto di Attilio Spaldo ricevendone ovviamente in cambio le vibranti proteste dei due interessati.

        Passiamo  ad un'altra lettera inviata ad Olivero da Salvatore Ferrero: 

1 novembre 194

                Me car Olivero,

               Tant temp fà, forse n'ann, l'avia mandate  na mia poesia scrita ant ël Brut temp dla gùera ma l'é nen staita publicà, forsse perché a meritava nen l'onor, e gnanca l'hai nen avù rispòsta a la mia letera, con la qual it ringrassiava dla commemorassion, faita sla toa interessanta arvista, 'd me pòver Papà, completament dësmentià da "La Famija Turineisa" perché, come i l'hai scritie a l'avv. Colombin, ël giudice d'ii poeta e dla poesia dialetal, 'd cola Società o mei Famija dla qual son nen sòcio, a l'é 'l Segretari Gianeto, bon antenditor dë stofe.

              L'avria e vorria colaboré a la verament important Arvista "Ël Tòr" da ti fondà e così ben direta, ma sicome son ampegnà fina al col ant l'organisassion d'ii Garibaldin (anssian e giovo) come President dla Session Regional Piemontèisa, i treuvo propi nen ël temp dë scrive 'd neuve poesie. Dato però ch'i ricevo generosament a gratis la toa Arvista la qual sincerament, dato lë stipendi d'ades ch'a basta nen a vive, i peus pròpi nen aboneme, i të scrivo për ciamate se i podria contracabié la generosità con quaiche mia poesia 'n po' veiota (ma mai publicà) e quindi nen d'ocasion come costa. 

        Grassie e tanti salut 

                                                        Salvator Ferrero

        Qui Ferrero accenna alla commemorazione del padre Alfonso fatta da Olivero sulla sua rivista. Infatti sul N° 7 del 24 novembre del 1946, a firma di Pinin Pacòt appare l'articolo Crisantem an sla tomba d'Alfonso Ferrero accompagnato dalla sua poesia inedita Ij mòrt ch'a vivo. La poesia è preceduta dalla dedica:

        A mia Musa, për ch'a j' òfra 

        gentilëssa për gentilëssa, costi vers 

        ai dotor del Manicòmio 'd Racunis. 

L'articolo è preceduto da questa frase di Alfonso Ferrero: 

        VOI  

seve dë strasson

         MI 

son poeta!...

        Nel numero doppio del Natale N° 9/10 del 22 dicembre 1946, Olivero pubblica ancora Un poemèt inédit d'Alfonso Ferrero «La comedia dla vita».  

          Nel N° 13 del 13 aprile 1946 de Ël Tòr, Olivero pubblica questo annuncio: 

        Un mese e mezzo fa, nelle colonne di un tòrbido giornale milanese della sera. è stata insultata la memoria di

EMILIO SALGARI

        Vent'anni or sono, il direttore fascista della Biblioteca Civica di Torino aveva soppresso dal catalogo, «perché deleteri alla gioventù studiosa», i libri di

EMILIO SALGARI

guardandosi bene, tuttavia, dal sopprimere i volumi di Romero, Bertolini, Altieri, Landucci, che sono semplicemente i vari pseudonimi sotto i quali Salgàri pubblicava altri libri presso editori diversi.

        I tempi mutano. Guerre, rivoluzioni e cataclismi cambiano la faccia del mondo. Ma i fessi rimàngono. Resistono incrollabilmente a prova di bomba atomica.

        Noi onoriamo la memoria di questo grande scrittore veneto che ha trascorso la maggior parte della sua durissima esistenza di «forzato della penna» a Torino e che si considerava piemontese di elezione.

PUBBLICHEREMO PROSSIMAMENTE

«I 105 ROMANZI d'AVVENTURE SCRITTI in  PIEMONTE da EMILIO SALGARI»

avvincenti rievocazioni bio-bibliografiche del figlio Omar. 

        Sul N° 16 della rivista, il 25 maggio del 1946, appare il lungo articolo, a firma Omar Salgari 35 anni fa moriva il padre di Sandokan Vita torinese del "forzato della penna".

        Olivero introduce così il pezzo di Omar Salgàri:

        Il Corriere Lombardo del 1-2 marzo, in un articolo di cronaca nera illustrante le gesta del rapinatore Mariolino, ha pubblicato queste incredibili parole:

«...tutto si può spiegare nel regno di quella lecitazione che ha preso già due generazioni alla lettura del Salgari. A un certo punto questa lecitazione sfocia nella criminalità intesa nel suo più nero significato».

        Emilio Salgàri istigatore a delinquere e corruttore dei costumi di ben due generazioni? In argomento giornalistico, noi siamo vaccinati contro tutte le sorprese: non ci meraviglieremmo se un giorno ci accadesse di leggere che Alcide de Gasperi è il sorvolatore del Polo Nord e che Umberto Nobile è il leader della Democrazia Cristiana. Tuttavia, quando abbiamo letto queste  righe del Corriere Lombardo,  ci siamo chiesti cosa aspettasse Carlo Albanese, direttore di quel giornale, ad invitare quel suo formidabile cronista a sfogliare un'enciclopedia  per assicurarsi che Emilio Salgàri  e il Marchese de Sade  non sono state la stessa persona e che, soprattutto, Emilio Salgàri non ha mai collaborato al Corriere Lombardo. Pertanto abbiamo chiesto al nostro amico Omar Salgàri, unico superstite della disgraziata famiglia del grande scrittore veronese che ha tanto vissuto e lavorato nella nostra Torino, alcuni ricordi sulla vita del Padre; ed egli ci ha accontentato inviandoci questo studio dal quale i nostri lettori - specie i giovanissimi - potranno conoscere quanto mite e persino eccessivamente evangelica fosse l'anima di questo scrittore-educatore di straordinarie prolificità e fantasia che qualsiasi Paese si onorerebbe di aver avuto e che purtroppo l'Italia non ha mai adeguatamente apprezzato, abbassandosi, anzi - e non è questa la prima volta - a denigrare con un malgusto degno di un trattato di schizofrenia.         

        Concludo con l'ultimo paragrafo dell'articolo che Omar ha dedicato al papà Emilio:

        Così, tra fantasticherie vertiginose e sogni splendidi, sempre egli visse, e quelle e questi furono gli unici conforti della sua tormentosa esistenza 

Alla fine, neppure fantasia e sogno valsero a fargli scordare il martirio d'ogni giorno. Mia madre cadde ammalata di mente: davanti a questa realtà terribile Emilio Salgàri si arrese. Non gli restava che il vero mondo, quello che lo tradiva ad ogni ora. L'uomo che aveva vissuto nella casetta di corso Casale come sui brigantini pirateschi e nelle giungle misteriose fu abbattuto. La spada del Corsaro Nero non seppe più parare l'ultimo colpo. E fu la fine.

        Ma il destino non fu pago. Continuò ad infierire contro coloro che Emilio Salgàri aveva amato fino all'adorazione e per i quali aveva tanto sofferto: i suoi cari. La compagna della sua vita martoriata non trovò più la luce della ragione. Fatima ci lasciò stroncata dal male che non perdona: Nadir e Romero, tornati dalla guerra col petto fregiato dei segni del valore, morirono nell'orrore di due drammi. 

        Resto ancora io a ricordarli tutti, mentre cresce la giovane vita del figlio di Romero, il bimbo che porta il nome dello sventurato nonno. Che il destino sia placato e sorrida almeno a lui!

Omar Salgàri   

        Emilio Salgàri ha pubblicato 105 romanzi d'avventure e 130 novelle. Ha lasciato 95 trame di romanzi e di soggetti cinematografici  all'opera di continuazione del figlio Omar.

 

La sloira e Luigi Olivero

     Questo capitolo prende lo spunto da un articolo apparso nel numero del settembre 2010  della rivista di Ivrea La sloira. L'articolo, a firma Dario Pasero, è Pare Ignassi Isler ~ Poesìe piemontèise. In bibliografia, a pag. 3, si cita il lavoro Tutte le canzoni e poesie piemontesi ... Torino Viglongo 1968. Opera a cura di Luigi Olivero ed Andrea Viglongo. Per un giudizio su quest'opera Dario Pasero rimanda in nota 4) allo scritto di Gianrenzo Clivio apparso su Musicalbrandé del marzo 1968 con il titolo Poesìe d'Isler. La critica del Clivio, avallata dal Pasero, è piuttosto malevola, in un punto addirittura diffamatoria. Olivero risponde puntualmente a tutte le critiche mossegli nel numero 4 del giugno 1968 della rivista della Famija piemontèisa di Roma Il Cavour con l'articolo Pseudocritica beat. Il Clivio non mi risulta aver confutato questo scritto.

     Oggi ho inviato all'amico Pasero la mail che riporto integralmente qui sotto, come integralmente riporto i due articoli, quello di Gianrenzo Clivio e quello di Luigi Olivero.

     Naturalmente verrà pubblicata un'eventuale replica che mi pervenisse da Dario Pasero e da La sloira. 

Alla cortese attenzione del Sig. Dario Pasero. 

Caro Dario,

                   questa mattina ho avuto occasione di leggere il numero di settembre de La sloira.

                   Innanzitutto permettimi un sentito e vivo elogio per la nuova impresa che hai iniziato, Pare Ignassi Isler ~ Poesie piemontèise, senza dubbio altamente meritoria. Spero possa anche essere pubblicata in volume.

                    Ritorno però su un argomento che mi sta a cuore e che avevamo affrontato di persona durante il nostro incontro del giugno 2009 presso la Ca dë Studi.

                     Le critiche al lavoro di Olivero-Viglongo del 1968 che avevi espresso nel ricordo di Olivero, appena deceduto, su La sloira del settembre 1996.

                      Oggi di peggio. Citi l'opera in bibliografia e non fai che aggiungere (nota N° 4 di pag. 3): A propòsit ëd costa ùltima edission vëdde lòn che a në dis G. Clivio ant ël Leturil Poesìe d'Isler, an Musicalbrandé nr. 37, mars 1968, pag.27.

                      Nessun'altra aggiunta, testuali parole, il che fa supporre l'incondizionato accoglimento di quanto scritto dal Clivio. Recensione piuttosto malevola ed in un punto addirittura diffamatoria nei confronti di Olivero tacciato di "crassa ignoranza".(Testaule del Clivio.)

                      Mi stupisce che tu non accenni minimamente alla puntuale, precisa e circostanziata risposta di Olivero che rintuzzava tutte le critiche esposte dal Clivio. Risposta che si trova sulla rivista della Famija piemontèisa di Roma, Il Cavour N° 4 del settembre 1968. Nel caso ti fosse sfuggita, e me lo auguro, la allego integralmente alla presente.

                      Tra l'altro dare tutta questa attendibilità al "Professorino" come lo definisce Olivero, all'epoca da poco laureatosi ad Harvard e appena ventiseienne (Torino, 18 gennaio 1942 ~ Toronto, 22 gennaio 2006), mi sembra eccessivo. Mi sono anche stupito che Alfredo Nicola abbia ospitato questo scritto così come appare su Musicalbrandé, il che ha fruttato l'inimicizia di Olivero e di Alfredino durata più di dieci anni (quante belle cose abbiamo perso nelle mancate pubblicazioni!). L'idea che se ne ha oggi, rileggendo lo scritto del Clivio è proprio di un neoprofessorino che cerca di mettersi in mostra a spese di qualcuno che dal punto di vista letterario non riuscirà neppure ad avvicinare. La solita cosa. Olivero in Piemonte è inviso a molti. Vuoi per il caratteraccio, polemiche a tutto spiano. Soprattutto però per l'invidia che ha suscitato la sua opera, stimata in tutta Italia e nel mondo, eccetto che dal suo Piemonte che lui ha tanto e sempre  amato.

                        Che l'edizione Olivero-Viglongo non fosse un'edizione critica lo sappiamo bene. L'editore mica agli studiosi si rivolgeva. Ha avuto il merito di mettere in mano al lettore un'edizione agile, trascritta nella moderna grafia con una pregevole introduzione (40 pagine circa di Olivero) e note molto puntuali di Viglongo. Questo quanto nei desideri dei due curatori. Che altro allora si poteva volere di più?

                         Chiudo con una noterella. Una tesi di laurea è stata discussa sulla poesia di Olivero nel 2008. Guarda caso presso l'Università Sophia Antipolis di Nizza!

                          Mi auguro che abbiate l'accortezza su uno dei prossimi numeri della rivista di citare anche il riferimento bibliografico della risposta di Luigi Olivero a Gianrenzo Clivio!

                          Vi avevo comunicato l'apertura di un mio sito completamente dedicato a Luigi Olivero. luigiolivero.altervista.org Oggi contiene già oltre 220 poesie (non da Ij faunèt o dal Rondò dle masche). Prossimamente, in apposito capitolo, inserirò questa mia lettera, la critica integrale di Gianrenzo Clivio e la risposta, sempre integrale, di Luigi Olivero.

                           Naturalmente aggiungerò anche qualsiasi precisazione tu voglia fare in merito a questa mia.

                            Ancora complimenti per il tuo benemerito lavoro. A disposizione per materiale di Olivero che Vi servisse per pubblicazioni su La sloira.

                             Cordiali saluti a Voi tutti. 

Giovanni Delfino                              Santa Caterina di Rocca d'Arazzo, 10 novembre 2010 

Nota del 4 febbraio 2011 

          La lettera riprodotta qui sopra non ha avuto, ad oggi, riscontro alcuno.

          Questa mattina sono passato alla Biblioteca Civica di Torino dove ho potuto sfogliare il numero di dicembre (64) de La sloira. È presente la seconda puntata dell'edizione critica di Pare Ignassi Isler ~ Poesìe piemontèise. Nessun accenno alla richiesta di precisazione che avevo inviato alla rivista. Il tutto non ha bisogno di ulteriori commenti!

Nota del 4 maggio 2012

Nessuna precisazione mi è pervenuta o è apparsa su La sloira  a tutto oggi! 

 Gianrenzo Clivio

Gianrenzo Clivio - Musicalbrandé - Marzo 1968

Il Cavour

Il Cavour

Il Cavour N° 4 1968

 

Pseudocritica

Luigi Olivero - Il Cavour N° 4 - Giugno 1968

 La "vis polemica" di Luigi Olivero.

        Ancora a proposito del lavoro di Olivero-Viglongo Tutte le canzoni e poesie satiriche piemontesi del Padre Ignazio Isler Edilibri di Andrea Viglongo 1967 Torino.

        Dopo la polemica con Gianrenzo Clivio per l'articolo su Musicalbrandé, se ne apre un'altra con Camillo Brero e Renzo Gandolfo, rei di aver pubblicato, sulla rivista della Famija turinèisa  "'l caval 'd brôns", un trafiletto in cui i due mettono in dubbio alcune affermazioni dell'Olivero.

        Questi è fondatore e direttore della rivista La fiera dialettale, organo ufficiale dell'Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali della quale è stato tra i propugnatori e a lungo ha ricoperto la carica di Vicepresidente. Su questa rivista pubblica, nel N° 1 del 1970, una lunga e dettagliata replica dalla quale stralcio uno scoppiettante paragrafo.

        Va da se che Olivero, per oltre dieci anni, come fa anche per Musicalbrandé, non collabora più a 'l caval 'd Brôns.

        Dopo aver puntualmente rintuzzato le critiche dei due, ecco come Olivero si rivolge ai due amici-nemici:

         ...per quanto mi concerne, accordo gratuitamente una stima così assoluta, cieca e illimitata all'infallibile perspicacia e all'onnisciente competenza critica di Brero e Gandolfo (per i quali Vittorio Amedeo Peyron e Andrea Peyron sono stati la stessa persona e come tale l'hanno fatta figurare in una loro antologia) al punto che, se essi mi facessero la sensazionale rivelazione che quegli «inediti in volume» (fulcro della polemica n.d.a.) sono del Lucio della Venaria, di Giuseppe Garibaldi o di Costante Girardengo, anziché dell'Isler, crederei loro immediatamente sulla parola. E crederei loro incondizionatamente, senza batter ciglio, invitando i tre miliardi e mezzo di uomini e donne viventi sul globo terràqueo a fare altrettanto, se quei due imbattibilissimi recordmen dell'erudizione piemontese ad alto livello mi accusassero di aver rubato la Mole Antonelliana per farmene un accendisigari; di essermi truccato da Don Rodrigo e aver fatto rapire dai miei bravi, alla Galleria d'Arte Moderna di Roma, la casta Paolina Borghese del Canova per assoggettarla alle mie brame; e magari di aver attribuito ad Albert Einstein la geniale formula matematica secondo la quale cinque meringhe più due rotaie del tram dànno per totale tredici pastiglie Valda. La ragione è che, a fradicio dispetto delle apparenze, io sono tanto mite, remissivo e generoso con i pargoletti: anche se con barba finta e anche quando rischiano di mettere a repentaglio la propria e l'altrui incolumità maneggiando inconsultamente armi arrugginite come il latinismo «illècebra» raccattato nell'armeria sotterranea dei più rancidi e scellerati barocchismi.

         Ecco il trafiletto di Brero-Gandolfo, pubblicato su 'l caval 'd brôns del luglio 1969, sotto il titolo Noterelle, che ha fatto definitivamente infuriare Olivero.

Brero Gandolfo

          Ed ancora la trascrizione di altro brano, pubblicato anonimo, nel Leturil,  sempre su 'l caval 'd brôns del febbraio 1969, iniziatore della polemica.

         ... È un'opera meritoria i cui valori sarebbero stati anche meglio apprezzati se meno indiscretamente strombazzati dal pur valente curatore in una esagitata prefazione della quale il Richelmy - citiamo per nostra discarica - su «Stampa Sera» ha fatto giustizia liberandosene con questo glisson: «una prefazione in lungo e in largo». ...

        ...Alcuni criteri possono essere discutibili e discussi, ma questo è pregio del lavoro; alcune attribuzioni dovranno essere, con mente pacata, definitivamente scartate (vedi per l'«Assedio di Alessandria», ad es.), alcune vanterie per testi dati come inediti e invece già pubblicati, lasciate cadere. ...

 

        Nelle accuse di errate attribuzioni e di pubblicazione di falsi inediti, sia l'anonimo che il duo Brero-Gandolfo dimostrano di non aver assolutamente letto l'introduzione di Olivero. In questa si pongono riserve sull'attribuzione all'Isler pur citando autorevoli autori, quali Pacotto, che la danno per certa. Quanto agli inediti, Olivero scrive ben chiaro che si tratta di inediti in volume e citava le edizioni già apparse su almanacchi e riviste.

        Quanto al giudizio del Richelmy, e dell'anonimo, sulla ponderosa prefazione di Olivero, qui trattasi di un loro parere, sempre rispettabile, ma sicuramente discutibile.

 

Incontro con il piemontese (1):

 Sergio Gilardino e la differenza tra lingua e dialetto

luglio 12, 2011 di Sara Bauducco

 “Io parlo, leggo e scrivo il piemontese prima di tutto perché è la lingua dei miei genitori e dei miei antenati, secondariamente perché – tra tante lingue studiate ed utilizzate – è l’unica che mi sia veramente spontanea e, in terzo luogo, perché mi alimenta con una letteratura che è densa dei luoghi della mia infanzia, dei detti della mia gente, delle figure retoriche classiche, ma risonanti di vita radicata in un luogo, perché mi rigenera e mi salva dall’alienazione e dall’estraneamento. È lingua mia, fatta poesia. Senza il piemontese sarei letterariamente, identitariamente e linguisticamente solo una frazione di quello che invece mi sento di essere con questa lingua abbinata alle altre nel mio dialogo ininterrotto con popoli e scrittori”. Così Sergio Gilardino, cittadino canadese e grande conoscitore di lingue ancestrali, descrive la propria passione per il piemontese.

Nato in una cascina della bassa vercellese al termine della seconda guerra mondiale, in ambiente esclusivamente piemontofono, Gilardino alle elementari è stato ripetutamente bocciato come “afasico e incapace di imparare la lingua nazionale”; nonostante ciò, è diventato il primo della sua graduating class, ha ottenuto il diploma di media superiore a San Francisco nel ’63 e poi il diploma di liceo linguistico nel ‘65 in Piemonte, con la media del 9. Il suo percorso scolastico è proseguito con la laurea in Lingue e Letterature germaniche alla Bocconi nel ‘70 e con il dottorato in Lingue e Letterature romanze ad Harvard nel ‘76; da allora, e fino al 2005, ha tenuto la docenza di Lingue e Letterature comparate all’università McGill di Montréal. Già direttore dei lavori per il grande dizionario enciclopedico della lingua Walser (2008), ora è impegnato nella compilazione del dizionario della lingua provenzale alpina e per questo ha scelto di vivere a Comboscuro, dove questa lingua è quotidianamente parlata e insegnata ai più piccoli.

Perché studiare il piemontese o altre lingue locali e dialetti in un’epoca in cui impera l’inglese come “lingua senza frontiere”?

La lezione sull’importanza sociale ed economica, prima ancora che culturale, delle lingue ancestrali l’ho ricevuta in Canada, Paese che ha conosciuto una révolution tranquille alla fine degli anni Sessanta per il riconoscimento del francese come lingua paritaria non solo nel Québec, ma dovunque nella federazione canadese. Il Canada, nei suoi cinquant’anni di bilinguismo ufficiale, ha grandemente beneficiato di questa politica multilinguistica, estesa rapidamente al riconoscimento di varie lingue amerindiane e minoritarie (tra cui l’italiano).

L’eredità linguistica italiana, in fatto di lingue ancestrali, non ha confronti in Europa e ancor oggi – nonostante la morte di moltissime delle sue lingue minoritarie nel corso degli ultimi 150 anni – essa primeggia per varietà, ricchezza e specificità di lingue regionali. Rivitalizzarle o ritardarne la perdita almeno fino a quando siano state debitamente codificate, significa – da un lato – salvare una parte integrante del patrimonio etnico-culturale dell’Italia, dall’altro offrire ai giovani un valido stimolo al multilinguismo. La conoscenza e/o lo studio di una lingua ancestrale hanno riverberazioni immediate sulla capacità dei giovani ad affrontare il mondo multilingue che li aspetta al di fuori dei sempre più angusti confini nazionali, al di fuori dei quali parlare più lingue, grandi e piccole, non è solo un’expertise, ma un’attitudine mentale indispensabile per la sopravvivenza.

L’inglese è anche una lingua ancestrale, ma a livello internazionale è un codice per alberghi, aeroporti e borse valori: la lingua ancestrale non solo non ne ostacola l’apprendimento, ma lo facilita enormemente, perché a confronto della sua straordinaria ricchezza idiomatica il globish (global English) è una lingua relativamente povera e facile da imparare.

Lei ha vissuto in diversi Paesi, per molti anni è stato docente in Canada, ma da piemontese è innamorato di questa lingua…

Vi sono due modi assai diversi di intendere l’espressione “lingua piemontese”. Come avviene con tutte le lingue, dalle più prestigiose alle più piccine, nella cerchia familiare i bimbi imparano solo un certo numero di parole e di espressioni. Mentre per le lingue nazionali la frequenza scolastica, la società e i mass-media, via via, forniscono ampliamenti lessicali notevoli, che integrano la base fornita dall’ambiente domestico, per il “dialetto” questo non è oramai più il caso: né la scuola, né l’ambiente circostante, né stampa-radio-tv-internet, lo arricchiscono in prosieguo di tempo. Ciò induce molti (inclusi quelli che parlano il piemontese in una delle sue varianti) a ritenere che non esista altro lessico che quello imparato in casa. Da qui il famigerato discrimine “lingua/dialetto”: si parla in dialetto di poche cose con poche persone, si parla in lingua di molte cose con molte persone. La realtà è che già i dizionari del piemontese nell’Ottocento (Sant’Albino, Zalli, Ponza, Pasquali, Gavuzzi, ecc.) ci presentano una panoplia lessicale di diecine e diecine di migliaia di parole, anche tecniche, politiche, militari e giuridiche, che esorbitano del tutto dalla gamma lessicale di chi il piemontese l’ha sempre e solo conosciuto come lingua dell’oralità. Gianfranco Gribaudo, autore di uno dei più ricchi ed utili dizionari del piemontese nei nostri tempi, ha annotato a mano 10.000 aggiunte alla quarta edizione del Neuv Gribàud e altrettante ne ha annotate Tòni Baudrìe (noto lirico in provenzale e in piemontese) all’ultima edizione del Gavuzzi.

Questo è l’altro volto del piemontese: lingua codificata (dizionari, antologie e grammatiche dalla fine del Settecento), lingua di re, di eserciti, di nobiltà e borghesia, di giornalismo, di romanzi, di prosa d’arte, di teatro, di civiltà e identità “nazionali”. Questo è il volto molto meno conosciuto, per cui quando si parla di “lingua sabàuda” molti non capiscono neppure a cosa si allude, inclusa la maggior parte di coloro che parlano il piemontese. Non sanno che ci sono grammatiche, dizionari, opere e studi sulla sintassi, sulla stilistica, sulla metrica. Il problema è che non lo sanno neppure i docenti e gli insegnanti, e questo è più grave, anche perché i pareri, le convinzioni, le scelte che contano sono i loro. Non sanno e non si curano di sapere che per “lingua sabauda” ci si riferisce ad una lingua millenaria (i primi documenti sono datati tra la fine del decimo secolo e l’inizio dell’undicesimo) che possiede più di centoventimila lemmi, sparpagliati in più di 70 dizionari compilati sull’arco degli ultimi tre secoli (Sette, Otto e Novecento), con un patrimonio letterario di tutto riguardo.

Molti italianisti, dottissimi nel proprio campo, ma punto in quello delle lingue ancestrali, si ritengono autorizzati a parlare ex catedra dei “dialetti”, come se questi fossero un aspetto degenere del linguaggio degli italiani cui essi debbono rimediare. Parlare il “dialetto” o parlare l’italiano, intercalando parole dialettali, è parlare male. Il rimedio è lo studio dell’italiano. Sono fermamente convinti che il piemontese, o qualsiasi altra lingua regionale, si riduca a quelle poche parole superstiti che ancora si intendono sulle labbra degli anziani. Proprio per questo lo definiscono il piemontese un “dialetto”.

Di dialettale, in queste valutazioni, c’è solo la loro cultura monolingue, ferma a vetusti principi rinascimentali, già ampiamente superati da Charles De Brosses, Melchiorre Cesarotti e Samuel Johnson nella seconda metà del Settecento e del tutto risibili se parametrati agli insegnamenti dei grandi field linguists britannici, statunitensi, canadesi, russi dei giorni nostri. Mentre la comunità scientifica internazionale ha prodotto e continua a produrre diecine di libri sulle lingue ancestrali e sulla loro conservazione, la linguistica campale italiana non ha prodotto una sola opera di breccia sulla rivitalizzazione/resuscitazione linguistica.

Quando Luca Serianni (Accademico della Crusca e dei Lincei) afferma che il “dialetto non deve essere insegnato nelle scuole”, Umberto Eco che il “dialetto” usato per argomenti seri lo fa ridere, Roberto Benigni che i concetti che lui esprime a proposito della Divina Commedia non possono essere detti in “dialetto”, rivelano un concetto che è simile a quello di chi, per farsi un’idea dell’italiano, andasse ad ascoltare i nipotini degli emigranti italiani in Australia o in Canada e pensasse che quelle poche frasi spezzate e parole residue siano tutto l’italiano.

Il malinteso è così grossolano, banale, madornale, che passa anche la voglia di mettersi a dare schiarimenti: la cultura accademica italiana è preparata e aggiornata in molti campi, ma decisamente non in quello della linguistica ancestrale. I giovani linguisti italiani veramente preparati (ve ne sono diversi e con diversi intrattengo un carteggio) hanno studiato all’estero e lì vivono ed insegnano. In patria non hanno né accoglienza, né futuro.

Beninteso, il problema è più radicato e ben più vasto. È ombelicalmente connesso con la nozione che gli intellettuali italiani hanno di “popolo”: ci potremmo tirare dentro il concetto del latino “lingua che sola può esprimere l’eccellenza letteraria” e, quello ad esso strettamente collegato, della chiesa che non riteneva che le lingue del popolo fossero atte a veicolare i messaggi biblici. Sono visioni che – con vari adeguamenti e apparenti concessioni – sono arrivate fino ai nostri giorni.

Gli intellettuali responsabili per le politiche linguistiche italiane hanno un concetto completamente errato delle lingue ancestrali: non sanno cos’è il nucleo lessicale storico, non sanno cos’è la specificità lessico-idiomatica, non parlano, non leggono e non scrivono nessuna lingua ancestrale, non hanno mai passato anni delle loro vite a codificare con metodologie induttive e sinonimiche i tesori già segnalati da Graziadio Isaia Ascoli 150 anni fa, ma – nonostante tutto ciò – si sentono autorizzati a dare pareri in qualità di esperti ai legislatori e ai dirigenti scolastici senza avere per guida altro che il loro inveterato horror dialecti.

Il problema si perpetua perché chi non sa è chiamato a prendere decisioni e chi sa viene ostracizzato come “dialettofono”: e nel frattempo svaniscono nel nulla gli ultimi tesori del patrimonio linguistico italiano.

Incontro con il piemontese (2):

 Comboscuro, patria del provenzale con monoclasse plurilingue

luglio 15, 2011 di Sara Bauducco

Tra i monti della Valle Grana, in provincia di Cuneo e sotto il comune di Monterosso, vi è un borgo di appena una quarantina d’anime che lotta per far sopravvivere e tramandare la propria lingua, il provenzale. Comboscuro (nella scrittura locale, Coumboscuro), riesce a mantenere in vita la scuola, Escolo de Sancto Lucio, costituita da una sola monoclasse in cui bambini delle elementari e ragazzi delle medie studiano utilizzando il plurilinguismo. In questo borgo ha sede l’associazione Coumboscuro Centre Prouvençal, fondata nel 1958 per valorizzare tradizioni e cultura popolare, che gestisce il museo con la più ricca raccolta etnografica delle Alpi Occidentali e dal 1961 pubblica testi di cultura alpina, letteratura provenzale e produzioni di musica tradizionale; la sede del centro, realizzata con il contributo di privati e il lavoro di volontari, ospita una biblioteca, una sala musica e una espositiva.

Visitando Comboscuro, magari in occasione di una delle sue feste tradizionali denominate Roumiage, si nota come l’uso del provenzale sia del tutto naturale per bambini e adulti e caratterizzi la vita quotidiana; anche i cartelli e gli avvisi sono scritti in provenzale. Si può inoltre incontrare il maestro Sergio Arneodo, anima e cuore della frazione, che nel 1956 ha creato il gruppo spontaneo d’avanguardia “Coumboscuro” per l’identificazione della civiltà alpina d’influenza provenzale e poi ha avviato l’omonimo giornale della minoranza provenzale in Italia; ancora, nel 1976 è divenuto responsabile del Movimento Coumboscuro di Autonomia e Civiltà Provenzale Alpina, poi trasformato in Coumboscuro Centre Prouvençal.

Il professore Sergio Gilardino, piemontese di nascita ma cittadino canadese e noto studioso di lingue ancestrali, ha scelto di trasferirsi a Comboscuro proprio per sviluppare la ricerca sulla lingua provenzale e dirigere i lavori per il grande dizionario della lingua provenzale alpina (a questo link, la prima parte dell’intervista al docente, che pone l’accento sulla differenza tra lingua e dialetto). “E’ un lavoro che richiede costanza e che non può attendere altrimenti si rischia di perdere degli elementi del ricco patrimonio lessicale – racconta Gilardino, anche insegnante presso l’Escolo – Ogni giorno raccogliamo oltre una ventina di lemmi, così poi si catalogano e studiano”.

Quale particolare realtà linguistica si incontra a Comboscuro e come questa si riflette sulla vita della gente che abita il borgo?

Vi è una scuoletta in cui i bimbi imparano a leggere e a scrivere simultaneamente in provenzale, francese e italiano e posseggono, in ciascuna di queste tre lingue, un lessico che è molto più copioso e articolato di quello dei loro coetanei monolingui nella scuole statali a valle. Una scuoletta nella quale gli stessi bimbi hanno insegnanti che insegnano geografia e storia in inglese come se essi fossero dei bambini anglofoni. A Coumboscuro non si insegnano le lingue, si insegna in lingua.

Se l’Italia, che su 27 Paesi dell’Unione Europea, detiene il 27esimo posto in fatto di bilinguismo (in Svezia, Islanda e Lussemburgo 89 persone su 100 parlano correntemente l’inglese, in Italia meno di 17), fosse valutata sulla scorta delle conoscenze linguistiche di questi bimbi si classificherebbe tra i primi tre Paesi multilingui europei. Ma a pochi chilometri da Coumboscuro, a valle, mamme e papà reagirebbero orrefatti alla sola proposta di inviare i loro bambini in una scuola dove si insegna “in dialetto”.

Questo dovrebbe far riflette sul ruolo che può giocare una lingua ancestrale nel creare un clima stimolante e propizio al multilinguismo e al ruolo fondamentale che i “dialetti” potrebbero svolgere nel togliere all’Italia quella vergognosa maglia nera dell’incompetenza linguistica e sbalzarla tra i primissimi posti della classifica e, quel che più conta, dell’efficienza comunicativa.

A Coumboscuro vi è pure la ferrea volontà di non lasciar perdere la lingua ancestrale. I bimbi, fin dai primi anni, sono avviati a comporre poesie in provenzale e da questi vivai emerge immancabilmente chi di lingua e di poesia ne fa una professione permanente. Per questo la piccola borgata ha un salone per conferenze, un museo etnografico, una biblioteca specializzata: nulla di simile nei tre villaggi a valle di Coumboscuro. La conservazione della lingua ancestrale comporta dunque un diverso sviluppo delle attrezzature legate alla cultura ancestrale e, da quest’ultima alla cultura in senso lato, il passo è breve.

Sia però detto a chiare lettere: la Escolo de Sancto Lucìo de Coumboscuro non è il prodotto delle direttive ministeriali italiane, ma piuttosto della civil disobedience alle stesse. Si aggiunga a questo il fatto che delle tre squadre che lavorano alla compilazione del dizionario della lingua provenzale, ben due sono composte da giovani del luogo: e questa non è che una delle tante ricadute economiche legate alla conservazione della cultura ancestrale.

Professore, ci descriva il lavoro della piccola scuola di questo paese che ha solo una monoclasse dove i bambini imparano a leggere e scrivere nella più antica lingua provenzale. Quale ricchezza linguistica possono trarne e cosa dicono gli studi a riguardo?

La scuola, quando i bambini erano tutti nativi della zona, funzionava soprattutto in provenzale, in piena “illegalità” rispetto alle direttive ministeriali. Si imparava anche a scolpire il legno e a suonare uno strumento musicale. Ne uscivano allievi che conoscevano alla perfezione la lingua d’oltralpe (a due chilometri in linea d’aria c’è la Francia) e che in essa conversavano alla pari con i cugini per tutti i mesi dell’estate (la pacifica invasione estiva continua tuttora). Il loro italiano era impeccabile, anche se un po’ libresco (come avveniva anche nelle scuole italiane dei tempi passati). Il provenzale era la lingua madre. Ora i bimbi vengono anche dalla valle e quindi l’enfasi si è spostata verso il multilinguismo equiparato: tre lingue di base con l’aggiunta dell’inglese, unica lingua percepita come “straniera”, ma utilizzata per l’insegnamento di alcune materie.

Mentre i più piccini recalcitrano per un po’, immersi in questo mondo di lingue strane, e richiedono mesi per rassegnarsi allo “scomodo” di non poter comunicare più agevolmente nella sola lingua che conoscevano, i più grandi (dalla terza elementare in poi) passano da una lingua all’altra senza neppure accorgersi di essere diventati quadrilingui.

Certe tecniche per questa nuova fase sono state importate dal Canada, Paese guida per questo tipo di esperienze didattiche. L’intenzione è quella di consegnarli al liceo che li accoglierà dopo la terza media (livello più alto a Coumboscuro) con nozioni scientifiche, storiche e letterarie che essi possono istintivamente e agevolmente esprimere in una qualsiasi delle quattro lingue utilizzate per “fare la scuola” a Coumboscuro.

In cosa consiste esattamente la ricerca che sta conducendo a Comboscuro?

Verso il X secolo la lingua della Provenza, dalla zona costiera, si espande verso il nord, verso l’entroterra, e da qui verso l’est, cioè le Alpi. La popolazione aumenta e occorrono nuove terre. Esattamente come i colonizzatori dell’estremo (i Walser) si insediano sulle testate delle valli del Rosa, qui i coloni si adeguano alle altitudini estreme ed ai climi freddi. Ben 15 vallate in Piemonte (11 in Provincia di Cuneo, 4 in Provincia di Torino) e 4 in Francia (Ubaye, Ubayette, Quéyras, Alto Delfinato) parlano varianti molto prossime della stessa lingua, che è sostanzialmente il provenzale adattato alla zona alpina. Da cui l’appellativo Provenzale Alpino: decadono i termini di mare, nascono e si moltiplicano quelli di montagna.

Noi, qui a Coumboscuro, stiamo compilando un dizionario contenente non solo tutte le parole di questa lingua, ma anche tutte le varianti apofoniche di ogni parola, con indicazioni in esponente che consentono di ricondurre ogni variante ad una valle o ad una parte di essa (alta, media, bassa) o ad uno specifico informatore. Ricaviamo le informazioni da due fonti: tutti i dizionari – piccoli o grandi – che sono stati pubblicati (a volte si tratta di lemmari manoscritti gentilmente messi a nostra disposizione) e un centinaio di informatori linguistici, collegati via internet e contattati periodicamente dai nostri ragazzi con precisi quesiti formulati dalla nostra squadra filologica.

Ne sta emergendo un dizionario che, nel suo formato finale, consisterà di sei volumi da più di mille pagine ciascuno, con tutti i proverbi, i modi di dire, le usanze, le tradizioni, i toponimi e i microtoponimi, i rinvii interni, le schede enciclopediche e più di 4.000 illustrazioni di ogni cosa rappresentabile, dai volti ai costumi, dall’architettura agli attrezzi.

È la prima volta che una lingua ancestrale viene registrata con tutte le sue varianti e con lemmi che accolgono le categorie grammaticali, le forme flesse, le accezioni e i sinonimi. Mentre si prevedono circa 120.000 lemmi, il numero totale delle parole del provenzale alpino supererà le 200.000 unità. Eppure ci sarà ancora chi dirà che “i dialetti non hanno parole”.

Incontro con il piemontese (3):

dall’orgoglio alla tutela

mercoledì 20 luglio 2011  di Sara Bauducco

Dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri si sono perse diverse lingue ancestrali e la legislazione italiana riconosce solo alcune parlate come lingue; inoltre, quasi non ci sono misure per tutelare le lingue ancestrali e, soprattutto, vi è molta disinformazione sull’argomento. Questo il quadro dalle tonalità grigie che tratteggia il professor Sergio Gilardino, ex docente di Lingue e Letterature comparate all’università McGill di Montréal e studioso di piemontese che coomenta: “Finché genitori, direttori didattici, docenti universitari, legislatori e Chiesa non cambiano il loro atteggiamento verso tutto ciò che è lingua e cultura di popolo non si potrà arrivare ad un clima, se non di capillare competenza, almeno di mutuo rispetto”. E cosa dire dell’italiano che si sta impigrendo, imprestando parole ma non formando più neologismi? Le riflessioni di Gilardino si spandono in un’analisi che dalla lingua utilizzata oggi conduce alle implicazioni di stili di vita e modelli culturali. Così, la ricetta per tornare a parlare la “vera propria lingua” pare abbia come ingrediente base l’orgoglio per la propria terra…

Questo articolo fa seguito ad un primo con un’intervista allo stesso Gilardino sulla differenza tra lingua e dialetto (Incontro con il piemontese 1) e ad un secondo che racconta la particolare realtà linguistica di un borgo sulle montagne cuneesi che cerca di tutelare il proprio patrimonio (Comboscuro: patria del provenzale con classi monolingue).

Ci sono autori che hanno scritto in lingua piemontese di grande importanza ma pressoché sconosciuti a molti: come incentivare la diffusione della loro opera? Esistono progetti editoriali estesi in merito o si resta in un ambito di nicchia?

Sto terminando proprio in questi mesi l’edizione filologica, in due grossi volumi di 500 pagine l’uno, sul più grande lirico di questa letteratura, Luigi Armando Olivero (autore di qualcosa come 700 composizioni poetiche di varia lunghezza). Olivero era giornalista ed ha scritto centinaia di articoli in italiano, francese e inglese, per i più prestigiosi giornali europei, americani, africani. Ha pure scritto tre romanzi, uno dei quali ha venduto in traduzione inglese 800.000 copie. Era amico di Garcìa Lorca, di Ezra Pound, di Dylan Thomas, con i quali ha scambiato poesie e dediche. Dire che una traduzione delle poesie di Olivero aiuterebbe a farlo conoscere sarebbe errato: una sua deliziosa raccolta di poesie, Ij Faunèt, con illustrazioni – tra gli altri – di Matisse, è apparsa con traduzioni magistrali in italiano e in francese e ciò non ha cambiato nulla.

Case editrici scrupolosissime dal punto di vista filologico, come il Centro Studi Piemontesi, hanno dato alle stampe edizioni impeccabili di diecine e diecine di classici, reperibili nelle biblioteche comunali e universitarie. Non è servito a nulla. Si sono fatti convegni internazionali (i famosi Rëscontr) sulla lingua, la letteratura, la civiltà e la storia del Piemonte, con studiosi di tutto il mondo, molti dei quali si sono espressi in lingua sabauda, con voluminosi atti dei convegni puntualmente pubblicati ogni anno e corredati da ampie bibliografie e traduzioni in italiano e in francese. Non è servito a nulla.

Non serve a nulla (o quasi) perché gli italiani chiamano la lingua ancestrale “dialetto” (facendosi puntualmente ridere dietro ai convegni internazionali, dove la parola “dialetto” significa “variante di una lingua”) e considerano tutto ciò che è scritto in “dialetto” poco meno che ciarpame. Non sono i poeti, i prosatori, i favolisti piemontesi che devono fare di meglio, ma la mentalità italiana che deve aggiornarsi.

Quanto delle trasformazioni subite dalla lingua piemontese si può osservare anche in altre lingue e dialetti che caratterizzano le diverse zone d’Italia? Come tutelarle e cosa fanno a riguardo enti e Governo?

La letteratura in piemontese presenta generi letterari e fenomeni di diastratia, diafasia, diatopia e diacronia che non hanno paralleli nelle altre letterature regionali. La lingua si è straordinariamente arricchita e purificata dagli anni Venti in poi ad opera di una scuola di poeti-filologi (Ij Brandé) che da Pinin Pacòt e Luigi Olivero fino a Camillo Brero, Tòni Baudrìe, Bianca Dorato e Tavo Burat ha regalato alle muse piemontesi una serie di capolavori e una panoplia lessicale che nessun’altra lingua regionale possiede. La linguistica (studiosi canadesi, inglesi e tedeschi come Gebhard, Lütke, Clivio, Mayr Parry), la filologia (Gasca Queirazza, Tavo Burat) e la critica letteraria (Gilardino, Pasero, Gorlier) sono andate di pari passo. Ma il Piemonte, si sa, ha sempre fatto storia a sé e questo per tutti i mille anni della sua esistenza. L’idioma piemontese possiede anche una ricca produzione in prosa (racconti, romanzi, petits poèmes en prose, giornalismo) che è pressoché assente dalle altre compagini letterarie regionali.

La Legge 482 ha escluso la lingua del Risorgimento (gli eserciti piemontesi ricevevano ordini solo in piemontese) dal novero delle lingue riconosciute. Un minimo di conoscenza delle dinamiche delle lingue ancestrali (senza cioè tener conto della civiltà letteraria) avrebbe potuto evitare al legislatore italiano l’errore imperdonabile di riconoscere alcune parlate come lingue e altre no: dal punto di vista scientifico è un’affermazione che procurerebbe la bocciatura immediata anche ad un esaminando del primo anno di linguistica negli atenei stranieri.

Nonostante l’articolo 6 della Costituzione italiana (tutela delle minoranze linguistiche), la perdita di lingue ancestrali dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri è stata esponenzialmente più rapida che non negli otto decenni che l’hanno preceduta. Coloro che in Italia hanno salvato una lingua ancestrale sono pochissimi e l’hanno fatto lottando con le unghie e con i denti, soprattutto contro leggi, regolamenti, direttive, scuola, mancanza di aiuti o di sovvenzioni.

Le misure in atto al momento attuale sono risibili e del tutto inadeguate, scoordinate, disinformate. Bisogna apprestare un manuale che spieghi cos’è una lingua ancestrale, quale valore ha, che valori rappresenta, come si concilia con l’apprendimento della lingua nazionale e delle lingue internazionali, come si rivitalizza, come si può al limite risuscitare, come si leggono i capolavori delle letterature regionali, come si dialoga con le altre minoranze linguistiche, e così via. Ma questo manuale non c’è.

I POLITICI ITALIANI, numerosissime volte sollecitati da questa sede con proposte di legge, piani, sunti, richieste NON HANNO FATTO NULLA, anche quando il fare qualcosa non implicava nessun dispendio.

Spesso si sente dire che l’italiano si sta impoverendo: considerando che l’evoluzione della lingua è un “fenomeno naturale” e in stretto rapporto con fatti storici e trasformazioni sociali, da cosa dipende questo impoverimento e, soprattutto, come ci si può porre rimedio? 

La lingua inglese, forse quella che ha assimilato più parole straniere di qualsiasi altra lingua al mondo, può permettersi di continuare a farlo (ha di recente adottato in modo permanente, con migliaia di altre parole da altre lingue, “cappuccino”, “caffelatte”, “latte macchiato”, ecc.) perché la sua struttura paratattica, la sua sintassi per periodi diretti, la sua fondamentale ossatura anglo-sassone non vengono sminuite di una iota dai continui imprestiti. È arrivato Google? Bene, nel giro di pochi giorni è nata l’espressione “google it”: il nome è diventato verbo e significa “fai una ricerca del significato di quella parola tramite Google”. Le parole arrivano, alcune rimangono, altre svaniscono, ma la natura fondamentale dell’inglese non cambia.

Non è così per l’italiano. Ciò è dovuto non solo alla natura del suo lessico prevalentemente romanzo, o alla sintassi ipotattica, ma al fatto che culturalmente gli italiani vogliono evadere dalle angustie della cultura nazionale e credono di farlo servendosi, spesso a sproposito, di espressioni americane. Ne consegue che il numero di parole straniere introdotte negli ultimi dieci anni nella parlata di ogni giorno, negli articoli di giornale, nei servizi radiofonici e televisivi, è anchilosante: l’italiano sta perdendo la sua capacità neologica: non forma più neologismi, semplicemente impresta altre parole.

Ma gli italiani non sono solo a disagio nei riguardi della loro cultura. Sono anche mediamente indotti: mediamente leggono poco e scrivono ancora meno. Ripeto: mediamente. Una lingua nazionale non è un fenomeno linguisticamente naturale. È il frutto di un modello centrale, cui tutti i locutori di una determinata area politica accettano di adeguarsi e che da un’autorità politica, culturale ed economica riceve costanti moniti all’adeguamento. Se non si legge e non si scrive le “deviazioni” rispetto ai modelli si moltiplicano. Abbiamo cominciato male, con un monarca che non parlava la lingua nazionale, e continuato peggio, offrendo come modello una lingua dalle parole astruse, incomprensibili, incastonate in una sintassi prolissa, dalle cento frasi dipendenti, coordinate, subordinate. Inoltre la letteratura italiana è gravemente carente di classici popolari, a differenza di quella francese e inglese, che ne rigurgitano.

Risultato: gli italiani non hanno mai sentito come proprio quel modello di lingua e non hanno mai raggiunto nella lingua nazionale la spontaneità, idiomaticità ed espressività che invece possedevano nelle rispettive lingue regionali. Hanno scordato quest’ultime, senza imparare a dovere la prima. Se a questo aggiungiamo il disdoro delle istituzioni, delle scuole, delle università e dei poteri centrali, che non si pongono più come modelli e come dispensatori di sicurezza economica e di identità nazionale, capiremo come anche gli stimoli stiano venendo meno.

Siamo di fronte ad un rigetto vero e proprio. Una cultura che è tutta erogata tramite lo schermo (televisivo/telematico), un Paese che è avvertito come asfittico, una cultura che non affascina i giovani, un’economia periclitante, degli uomini-guida e dei religiosi di dubbia moralità, hanno fatto perdere al popolo italiano il concetto di orgoglio per la propria terra e per la propria lingua. Bisogna ricominciare da dove ci eravamo interrotti un secolo e mezzo fa: dalla regione. La cultura italiana non è mai stata “nazionale” nel senso francese, tedesco o inglese del termine, ma locale.

Bene, diamo alle scuole più libertà e più spazio per insegnare e valorizzare le caratteristiche locali, regionali: storia, personaggi, cose del proprio luogo. Incoraggiamo – in un’unità politica e territoriale che oramai più nessuno mette in discussione – il concetto di “patria pcita”, incluso lo studio della lingua ancestrale. Come per i bambini amerindiani del Canada, che accanto al francese e all’inglese parlano, leggono e scrivono la propria lingua ancestrale, con libri di storia parametrati alla loro storia e alla loro ancestralità, diamo anche ai bambini italiani l’occasione di scoprire chi veramente sono. Basta con il letto di Procuste di una cultura centrale, con Roma capitale politica e Firenze capitale linguistica. Questo non è un programma politico, ma un semplice consiglio linguistico: per parlare bene la lingua degli altri bisogna prima conoscere bene la propria.

La lingua vera degli italiani, anche se oggi più del 90% la parla quasi esclusivamente, non è l’italiano, ma i mille anni di storia dietro ad ogni cultura e lingua ancestrale. È dall’orgoglio che inevitabilmente ognuno sente per la propria terra che deve rinascere il desiderio di parlare lingue piccole e grandi, nostrane e straniere, con la competenza di chi sa di essere cittadino di una terra straordinariamente ricca e straordinariamente svariata. Senza quell’orgoglio non vi sarà nessuna rinascita, né linguistica, né sociale.