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 LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

 di Giovanni Delfino

delfino.giovanni@virgilio.it

 

 Vicolo del Borghetto

1983. Luigi Olivero nella sua casa romana di Vicolo del Borghetto 

 

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Rondò dle masche L'Alcyone, Roma, 1971 

Ij faunèt Il Delfino, Roma, 1955 

Articoli di Giovanni Delfino riguardanti Luigi Olivero pubblicati su giornali e riviste

Roma andalusa

Traduzioni poetiche di Luigi Olivero in piemontese e in italiano

Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

Commenti ad alcune poesie di Luigi Olivero a cura di Domenico Appendino 

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Prima parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Seconda parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Terza parte)

Luigi Olivero Giornalista

Luigi Olivero e Federico Garcia Lorca

Luigi Olivero ed Ezra Pound

Olivero e D'Annunzio

Sergio Maria Gilardino - L'opera poetica di Luigi Armando Olivero 

Poesie di Luigi Olivero dedicate allo sport

Pomin  d'Amor (Prima raccolta inedita di poesie di Olivero)

Polemiche

Poesie dedicate al Natale  e ad altre ricorrenze (Pasqua, Carnevale...)

Bio-bibliografia

Aeropoema dl'élica piemontèisa

Poesie inedite

Poesie in italiano

Poesie dedicate a Villastellone ed al Piemonte

Episodi della vita di Luigi Olivero

Scritti inediti  e non di Luigi Olivero

Lettere ad Olivero

Artisti che hanno collaborato con Luigi Olivero

Biografia di Luigi Olivero: primo scenario (Gli inizi)

Biografia di Luigi Olivero: secondo scenario (Prima stagione poetica)

Biografia di Luigi Olivero: terzo e quarto scenario  (Verso la tempesta: diluvio universale ~ Viaggi)

Biografia di Luigi Olivero: quinto e sesto scenario (Attività frenetica ~ Roma: maturità d'un artista)

Biografia di Luigi Olivero: settimo ed ottavo scenario (Incontri, polemiche, viaggi, cantonate ~ Ultima stagione ~ Commiato)

Appendici prima, seconda e terza

Appendice quarta ed ottava

Appendice quinta: gli scritti di Luigi Olivero su giornali e riviste

Giudizi espressi in anni recenti su Luigi Olivero

L'officina di Luigi Olivero

Luigi Olivero legge la sua Ël bòch

Documenti e curiosità

Siti integrativi

 

Quinto scenario

  Attività frenetica

 

           Insediatosi stabilmente a Roma, inanella un vorticoso fiume di esperienze e di collaborazioni giornalistiche (circa 200 testate): 

caporedattore de Le grandi firme di Torino, Il Gazzettino Illustrato di Venezia, L’indice dei fatti e delle idee Roma, Il Cavour rivista mensile della Famija Piemontèisa di Roma; 

caporedattore o semplice redattore dei servizi esteri de Il Messaggero,   di  cui diviene anche critico cinematografico; 

redattore dei servizi esteri de Il Popolo; 

nella redazione del Giornale d'ltalia a Londra; 

nella redazione de L'ltalie Nouvelle e della Gazzetta del Popolo a Parigi; 

redattore di Numidia e della Depeche Algerienne ad Algeri; 

corrispondente dall'estero de Il Resto del Carlino, de Il Giornale di Sicilia  e di altri quotidiani della Capitale (Il Momento, Il Paese, Momento sera, Paese sera); 

corrispondente romano e resocontista parlamentare de L’Italia e The Italian Daily News di San Francisco; 

         negli anni ’40 è direttore editoriale della Colan-a del neuvsent piemontèis per la casa editrice La Sorgente Milano-Torino, dal 1954 è anche redattore della rubrica di poesia dialettale piemontese della rivista Cuneo Provincia Granda e dal 1971 per la casa editrice romana L’Alcyone dirige la collana di volumi di poesia italiana Le Asterie. 

           La sua attività letteraria ed artistica non si limita alla straordinaria produzione poetica in piemontese, ma è copiosa anche come critico volta a volta letterario, artistico, teatrale e cinematografico, negli scritti apparsi su La Fiera Letteraria di Roma, Oggi di Milano, La Carovana di Roma, La tribuna illustrata di Roma, Arte stampa di Genova, La Martinella di Milano, Il Belli di Roma e su molti altri periodici. (1)

           La parte più copiosa della sua produzione letteraria (in poesia e in prosa) è però distribuita su alcune riviste piemontesi che vanno analizzate più compiutamente. 

         Armanach piemontèis annuari pubblicati a Torino sotto l’impulso di Pinin Pacòt ed in pratica come un seguito alla prima esperienza della rivista Ij brandé del 1928.

Il primo uscirà nel 1930 (Armanach piemontèis 1931) A l’ansegna d’j Brandè; il secondo dedicato all’anno 1932 manterrà l’indicazione “A l’ansegna d’j Brandè” ma sarà stampato, per mancanza di fondi della Compania, dalla Famija Turineisa che imporrà le sue condizioni relative alla grafia e all’inserimento anche dei poeti a lei legati; dall’annata del 1933 a quella del 1938 ritornano ad essere pubblicati esclusivamente  A l’ansegna d’j Brandè; dopo una pausa di due anni ritornano ancora le annate 1941 e 1942 questa volta edite da Andrea Viglongo.

 (Anche se non compare segnalato nel fascicolo,  il numero del 1931 era stato edito con il contributo essenziale della SELP di Andrea Viglongo). Olivero è presente con poesie, articoli, recensioni in tutti e dieci gli almanacchi. (2) 

         ‘l caval ‘d brôns giornale settimanale torinese (la periodicità diventa in alcuni periodi  quindicinale,  mensile) della Famija Turineisa che nasce nel 1923 e viene pubblicato fino al 1933 quando, per le leggi del regime fascista dell’epoca, la Famija viene soppressa. La pubblicazione riprende al rinascere della Famija  nel 1946. Olivero vi collabora fin dal 1931; nel numero del 27 giugno 1946 il segretario della Famija, Arturo Gianetto, si rivolge ad Olivero con queste parole:

It ringrassio côn tut ìl cheur dël to pensé gentil për la Famija Turinèisa, e për ‘l caval ‘d brôns. Amiròma la tôa imparzialità e diritura magnifica e pi che aut l’opera tôa ‘d piemontèis purissim che a ten auta la nostra bandiera a Rôma.

L’apostôlato che it l’as così côragiôsament afrôntà për teni viv ‘l sentiment nôstran fra tuti i nostri cômpatriota residenta a Roma a l’è encômiabil.

Olivero collabora a ‘l caval ‘d brôns con innumerevoli poesie ed articoli fino al maggio del 1968. Sul successivo numero di giugno compare una favorevolissima recensione, a firma Adriano Musso, del lavoro di Olivero-Viglongo su Padre Ignazio Isler. Nel febbraio e nel luglio 1969 compaiono poi due brevi articoli sullo stesso tema che mettono in dubbio affermazioni di Olivero. In particolare il Noterelle a firma Camillo Brero e Renzo Gandolfo indispettisce Olivero che risponderà punto su punto alle critiche sul primo numero della rivista da lui fondata e diretta La fiera dialettale del 1970, organo dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali di cui Olivero è tra i fondatori e all’epoca Vicepresidente.

Olivero riprende la collaborazione nel 1983 dopo l’intervista pubblicata su due numeri (maggio e dicembre) che concede nella sua casa romana ad Albina Malerba. Tra il 1984 ed il 1985 Olivero invia poesie e traduzioni. Poi qualche cosa si rompe nuovamente. Nel numero di luglio del 1985 viene pubblicata una poesia a lui dedicata dall’amico Umberto Luigi Ronco Van Gògh Van Gògh. Sul numero di novembre integralmente la commemorazione di Pinin Pacòt tenuta a Palazzo Lascaris di Torino da Renzo Gandolfo. L’anno successivo ‘l caval ‘d brôns cambia formato (più piccolo), veste grafica ed impostazione editoriale. Nel numero di settembre del 1992 troviamo ristampata la poesia Prim frisson. In quello di settembre-ottobre del 1996 il necrologio accompagnato da Mè faunèt. Con il dicembre del 1997 ‘l caval ‘d brôns chiuderà definitivamente i battenti. 

          Ij Brandé rivista quindicinale fondata da Pinin Pacòt a Torino nella sua “seconda serie” (la prima serie nasce ad opera dei primi Brandé per soli cinque numeri nel 1928), che avrà vita dal N° 1 del 15 settembre del 1946 al numero doppio 267/268 del 15 dicembre 1957 per un totale di ben 1060 pagine. Olivero  vi  collabora  dal  N°  68  del 1 luglio 1949, data della ricomposizione ad opera di Furio Fasolo delle polemiche sorte tra Olivero e Pacòt qualche anno prima (di cui tratto nel successivo scenario), fino al N° 175 del 15 dicembre  1953; non sarà forse che la fine della collaborazione si debba al fatto che il Pacòt è stato invitato a partecipare a Roma il giorno 11 gennaio 1954, nel salone della Dante Alighieri alla conferenza, tenuta dal Prof. Renzo Gandolfo della Famija Piemontèisa di Roma alla presenza del suo Presidente On. Giuseppe Pella e di molte altre autorità, dal titolo La poesìa e la personalità ‘d Pinin Pacòt, poeta piemontèis, seguita il giorno dopo dalla cena di gala ancora in onore di Pinin Pacòt al Grand Hotel di Roma alla presenza di tante autorità e di ben duecento invitati?

Dalla nascita della rivista al citato numero della riappacificazione, Olivero viene citato indirettamente dieci volte. N° 3 15/10/1946 nell’articolo La giornà dla poesia piemontèisa dove viene elencato tra i non partecipanti ma che hanno inviato la loro adesione;  N° 6 1/12/1946 con la notizia della morte della mamma; N° 9 15/1/47 nella risposta di Remo Formica a Gigi Michelotti (polemica sulla consistenza numerica dei poeti de Ij Brandé) è indicato tra gli appartenenti alla Compania; N° 11 15/2/1947 in …e le nos son pa ninsòle (risposta a Gigi Michelotti) dove viene indicato come appartenente a Ij Brandé e come fondatore de Ël Tòr a Roma; N° 12 1/3/47 Alfredo Nicola cita il concerto tenutosi a Villa Malta in Roma dove il M° Davico ha presentato cinque liriche su testo di Olivero poi anche radiodiffuse; N° 13 15/3/1947 Remo Formica nel suo articolo Perché tradurre in piemontese elenca traduzioni di Olivero da Federico Garcia Lorca, da Paul Eluard e da Friedrich Nietzsche; N° 24 1/9/1947 Pinin Pacòt in Ij Brandé  traccia brevemente la storia del sodalizio e la rinascita nel dopoguerra concedendo ad Olivero e al suo Ël Tòr la primogenitura della ripresa; N° 34 1/2/1948 Alni (Alfredo Nicola) presenta il nuovo album della Colan-a Musical dij Brandé “Stèilin-e con musiche di Vincenzo Davico e parole di Luigi Olivero; N° 36 1/3/1948 presentazione di Stèilin-e in concerto all’associazione La Piemontèisa di Torino; N° 37 15/3/1948 recensione più dettagliata dell’album Stèilin-e a cura del M° Ettore Desideri.

Dopo la conclusione della collaborazione di Olivero con il N° 175 del 15/12/1953 la rivista proseguirà  le pubblicazioni per altri 4 anni in cui il nome Olivero viene citato sette  volte e, nuovamente, solo indirettamente. Nel N° 192 del 1/9/1954 compare il nome della poetessa Cinci Viscardi, moglie di Olivero, tra i segnalati del 3° Premi ‘d Bene del 1954; nel numero successivo 193 del 15/9/1954 si da notizia della ricezione di una raccomandata a firma Luigi Olivero che comunica la rinuncia  alla  segnalazione da parte di Cinci Viscardi; nel N° 199 del 15/12/1954 nell’articolo Canson d’Alfredo Nicola di Aldo Daverio, si citano le quattro poesie di Olivero musicate appunto da Nicola nell’Album dij  seugnReusa servaja,  La cadnëtta, Barcaròla singhëira, Sola; nel  N° 208  del 1/5/1955 si da notizia che Luigi Olivero ha vinto il Premi ‘d j’Amis Bielèis di 20.000 lire per la poesia Tera paisan-a nell’ambito del concorso dedicato a Nino Costa dal Cenacolo di Torino per il 1954; il N°213 del 15/7/1955 ospita l’articolo di Renato Bertolotto, facente parte della giuria, Poeta, pitor e bele fije dedicato al premio di poesia e pittura tenutosi a Boves segnalando Olivero tra i premiati per la  Cantada dla sità d’Alba  ed il premio ricevuto consistente in un abito offerto dalla FACIS; il N° 222 del 1/12/1955 nel Leturil  annuncia, a cura di Aldo Daverio, la pubblicazione di Noi soma Alpin del poeta borgarino Callisto Ghibaudo, si da notizia  della  prefazione  e del  sonetto di Olivero per detto  volume; N° 248 1/2/1957 nell’articolo Des ane Pinin Pacòt tesse per l’ennesima volta la storia del sodalizio ed elenca Olivero tra i primi amis poeti che a l’han formà la Companìa dij Brandé. 

         Cuneo Provincia Granda quadrimestrale (poi trimestrale ed infine bimestrale) fondato e diretto a Cuneo da Gino Giordanengo. Olivero vi collabora fin dal primo numero del 1952.

Cessa la sua collaborazione con il numero tre del 1968 in corrispondenza con l’uscita della nuova rivista Il Cavour di cui è caporedattore ed impaginatore, su cui appaiono alcuni articoli già pubblicati su Cuneo Provincia Granda.

La rivista non riferirà neppure della morte di Olivero del 1996, nonostante la sua poesia Cartagloria ‘d San Fransèsch dël Desèrt sia stata pubblicata a piena pagina sul primo numero  uscito nel 1952. Solo nel secondo numero del 1998 (dopo una mia lettera inviata in proposito alla rivista) a firma di Ettore Ferrero comparirà l’articolo Il poeta dialettale numero uno al mondo Luigi Olivero. 

         Musicalbrandé rivista trimestrale fondata e diretta a Torino (in gran parte a sue spese) da Alfredo Nicola (Alfredino) dal 1959 al 1994.

Prosegue poi dal 1995 come La Sloira edita ad Ivrea. Olivero vi collabora dall’inizio fino al 1968 e quindi dal 1979 al 1990.

La lunga interruzione è dovuta alla pubblicazione sul numero di marzo del 1968 dell’articolo di Gianrenzo Clivio Poesie d’Isler che è la recensione molto negativa del lavoro appena pubblicato di Olivero-Viglongo Tutte le canzoni e poesie satiriche piemontesi del Padre Ignazio Isler; Olivero risponderà piccato al Clivio con l’articolo apparso sulla rivista Il Cavour N° 4 del 1968 Pseudocritica beat su Padre Ignazio Isler  e se la prenderà pure con Alfredo Nicola, reo di aver pubblicato l’articolo, non collaborando più per 10 anni a Musicalbrandé. 

         Ij Brandé Armanach ëd Poesìa Piemontèisa  annuario fondato e diretto a Torino da Pinin Pacòt dal 1960 e dopo la sua morte, del 1965, da Camillo Brero, come continuazione, adesso annuale,  della rivista quindicinale Ij Brandé.

Pubblica solamente le poesie di Olivero, dal 1960 al 1965,   premiate in vari concorsi regionali (come evidenziato, trattando della rivista Ij Brandé, Olivero non collabora più con Pacòt dal dicembre del 1953): Armanach 1960 Diluvi  Midaja d’òr dl’E. P. T. ‘d Coni, Armanach 1961 Balada dle ombre 1958, Armanach 1962 Ven l’ora… 17 dicembre 1955 e Cantada dla Sità ‘d Mondvì Premià a Vì, Armanach 1963 An mez a un prá… 1961 Copa Sità ‘d Seto, Armanach 1964 Madrigal dle fije ‘d mè paìs Premi ‘d Fossan e La prima neuit d’Adam 1961, Armanach 1965 “Vana passio” terzo premio Terzo Concorso «Brut e Bon» di Fossano e Ël pont 1963 Primo premio Primo Concorso Poesia di Asti. 

Dopo la morte di Pacòt e sotto la direzione di Camillo Brero, riprenderà ad inviare poesie ed articoli solo  con il fascicolo del 1978, collaborazione che proseguirà fino al 1992. 

         Almanacco piemontese annuario fondato e diretto nel 1969 a Torino da Andrea Viglongo  e dopo la sua morte dal 1988  dalla moglie Giovanna Spagarino Viglongo e dalla figlia Franca. Olivero collabora senza interruzione dal 1973 al 1992.

Della fine del rapporto tra Olivero e la casa editrice Viglongo ci danno notizia Franca Spagarino Viglongo e la figlia Franca nell’accorato ricordo pubblicato sull’Almanacco del 1997:

…dopo un’amicizia più che cinquantennale, dopo che per una ventina d’anni ci ha ininterrottamente mandato sue poesie per gli Almanacchi – e ciò sino al 1992 – dopo aver fraternamente lavorato alla edizione criticamente rielaborata delle poesie di Ignazio Isler – cui Olivero, per grandezza, va affiancato – poesie da lui superbamente ritrascritte, ecco che, nel 1993, qualcosa si è inceppato, la liaison d’amitié si è sciolta e il «bel sivalié» è partito al gran galoppo sul cavallo d’Orlando.  

           Fonda e dirige quattro riviste: 

Ël Tòr Arvista lìbera dij Piemontèis   Quindicinale Roma, 1945-1946 numeri da 1 a 30 più un numero doppio 31/32 15 dicembre 1948 / 1 gennaio 1949; 

Il Garibaldi Arte Costume Storia Turismo delle Regioni d’Italia e del Mondo Latino  Quindicinale Roma 1952. Uscì per sei numeri dal 15 maggio al primo agosto; (3) 

Poesia dialettale Rassegna semestrale dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali (ANPOSDI)

                              Roma 1956 ~ 1961 

La Fiera dialettale  Rivista trimestrale dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali

                                   (ANPOSDI) Roma 1970

  

Della prima di esse è anche, in qualche modo, editore, nel senso che non ha alcun vero finanziatore a suo sostegno. Con lui collabora  alla rivista il pittore e scrittore Pier Demetrio Ferrero, di cui molte opere pittoriche figurano nei Musei Vaticani ed in altre importanti raccolte. (4)

Fu sostenitore e mecenate de Ël Tòr il Senatore Pier Carlo Restagno. La rivista  godette della considerazione di Luigi Einaudi.

Benedetto Croce ha definito Ël Tòr  “La più bella rivista fokloristica italiana, tale da assumere risonanza  europea.”

Camillo Brero scrive a proposito:

«Noi, comsissìa i chërdoma giust e doveros arcordé cola data dël 14 ëd Luj dël 1945, che a l’ha portà ant j’edìcole ‘d Piemont e ‘d tuta Italia (un Piemont e n’Italia delabrà da la guèra pen-a finìa) ël nùmer 1 d’«Ël Tòr».

Da cola data – ògni quìndes di – fina al 1 ëd Gené dël 1947 ( e peui con ël nùmer 31/32 dël 15-12-1948/1-1-1949), «Ël Tòr» a l’ha esprimù ‘l mej ëd la produssion leteraria piemontèisa ‘d coj temp.

Luigi Olivero a scrivìa che: Disdeut ani fa, tre scritor giovo, - Pinin Pacòt, Oreste Gallina, Alfredo Formica – a viscavo, con ij sinch nùmer dl’arvista Ij Brandé… la prima ciaira fiamà ‘d leteratura piemontèisa  moderna ch’a duvìa esse slargà da  j’Armanach Piemontèis dij Brandé: citi anuari ‘d Poesia che tanti àutri giovo e tanta bela leteratura a l’han fàit conòsse al pùblich ant j’ani trist comprèis tra ‘l 1931 e ‘l 1938. (5)

Ël Tòr as vanta d’esse una continuassion ëd cost moviment leterari, e, disuma pura, una continuassion  pi nervosa, pi ambissiosa e pi intransigenta ancora. (Da: «Ël Tòr» - Ann I – N. 9/10 dël 22-12-1945)

A l’è pròpi cost caràter neuv che a l’ha fàit d’«Ël Tòr» una Arvista svicia, inteligenta, dinàmica e rica coma dificilment as treuva an un giornal leterari.” (6) 

          Il periodo romano per Olivero è fecondo di incontri, amicizie, esperienze in gran parte legate al suo lavoro di giornalista che lo porta ad intessere rapporti con moltissime personalità che poi collaborarono con lui alla sua opera, in particolare per l’iconografia  dei suoi volumi poetici, ma anche per le poesie pubblicate singole o a gruppi, nelle più svariate riviste e giornali o per i suoi scritti, anch’essi sparsi per ogni dove.

Giuseppe Macrì, Gabriele Cena, Orfeo Tamburi, Giovanni Consolazione, Gregorio Prieto, Johan Castberg, Eugenio Dragutescu, Josè Escassi, Sergei Horn, Henri Matisse, Corrado Cagli, Jean Cocteau ed altri ancora resero con lui  indissolubile e  potenziarono in una sorta di simbiosi la poesia con l’immagine, il tutto  servito con una sobria, ma sempre elegante ed accattivante veste tipografica. (L’elenco, sicuramente parziale, degli artisti che collaborarono con Olivero è alla quattordicesima appendice.) 

 

Note al quinto scenario (Le traduzioni senza indicazione sono dell’autore) 

1) Per una panoramica più esauriente sulle collaborazioni a giornali e riviste di Luigi Olivero si veda quanto riportato nella sesta appendice ed inoltre nel mio saggio  Inventario e cronologia negli Atti del Convegno di Studi Luigi Olivero cantore della sua terra, poeta dell’umanità Alba Fondazione Piera, Pietro e Giovanni Ferrero 17-18 marzo 2007. 

2) Dopo l’Armanach del 1932 stampato con il concorso finanziario della Famija turinèisa, Pacòt decide per il 1933 di rendersi autonomo. Ecco in proposito che cosa comunica in una lettera ad Olivero appartenente al Fondo Olivero di Villastellone: 

I soma poi butasse d’acòrdi an sla publicassion d’J BRANDÈ 1933, sensa apòj dla Famija e sensa tua ‘d gnun. I l’oma decidù ‘d quotasse a 10 lire al meis a pr’un, per podei formesse  un cit fondo da paghé la stampa, ch’as sarà completà… 

Ci siamo poi messi d’accordo sulla pubblicazione de IJ BRANDÈ 1933, senza appoggio della Famija e senza la tutela  di alcuno. Abbiamo deciso di quotarci a 10 lire al mese per uno, per poter formare un piccolo fondo per pagare la stampa, che sarà completata… 

3) Il primo numero de Il Garibaldi è pubblicato a Roma il 15 maggio del 1952 con l’indicazione di anno XCII Quarta serie. Ciò merita una spiegazione. Il Garibaldi di Luigi Olivero, nelle intenzioni del suo direttore, vuole essere la continuazione del giornale uscito a Napoli per la prima volta il 20 luglio 1860 con cadenza trisettimanale ed in semi-clandestinità fino al 6 ottobre 1860 per suscitare da Napoli l’atmosfera rivoluzionaria  favorevole alla liberazione garibaldina delle Due Sicilie. A liberazione felicemente compiuta si trasferì il 10 febbraio 1861 a Palermo come “giornale del popolo” per poi ritornare a Napoli , dal 1881 al 1883, trasformato in periodico politico-letterario di chiarificazioni ideali sotto il segno della concordia nazionale e latina.

Nel primo numero Olivero ristampa la dichiarazione d’intenti “Programma” come appariva sul numero del 20 luglio 1860 

PROGRAMMA

 

Questo periodico avrà a suo scopo illuminare la pubblica opinione sulle vere condizioni  d’Italia travisate dalle menzogne governative; e mai sempre fedele sostenendosi allo spirito del vero Progresso, generato da alto concetto, mirerà a ricordare al Popolo i doveri che oggi gli corrono. E il massimo di tutti è concorrere a far l’Italia quale i destini la vogliono, e quale i tempi l’aspettano. Né vi sarà speranza di quiete in Italia finchè questo punto non sia raggiunto, né mai potrà esservi fiducia in amministrazioni e in Governi  che non rappresentino il sentimento e l’opinione dell’universale. Noi dunque propugneremo la  santa causa d’Italia  e queteremo solo quando sarà definitivamente in trionfo. Manifesteremo all’opinione tutto ciò che può  leggittimar la disfiducia del paese, nel che non saremo facili a raccogliere fatti poggiati solo su voci.  Fuggiremo le declamazioni, né serviremo ad ambizioni: non avrem di mira gli uomini ma le cose. Ornamenti non useremo perché l’Idea che propugnamo è splendida di per sè. Co’ principi e co’ doveri nostri non transigeremo mai; né i pericoli ci spaventeranno, o le seduzioni ci commoveranno. La nostra fede è incrollabile, la nostra coscienza salda, e il completo trionfo d’Italia coronerà le nostre aspettative. 

          A conclusione del programma del 1860, a grandi caratteri, Olivero: 

E ABBIAMO NULLA DA AGGIUNGERE. 

Nell’ultima pagina del N° 6 de Il Garibaldi uscito il 1 agosto del 1952 Olivero scrive le seguenti note: 

        IL CALDO ESIZIALE

                          e

      GLI SCIOPERI TIPOGRAFICI

                A SINGHIOZZO 

hanno  fatto crescere   la barba e perdere

                    la pazienza a

              “IL GARIBALDI” 

il quale, iniziato in     perfetta    salute il

suo   93°    ANNO DI VITA   (20 luglio

1860 – 20 luglio 1952), vi saluta e va in

vacanza    – da oggi 1 agosto    fino    al

15 settembre –   in compagnia di questa

         gaia vergine del ciclamino

augurandone una simile ai    suoi amici

lettori affinchè possano fare  altrettanto. 

          Risulterà questo l’epitaffio a Il Garibaldi che cesserà così la sua breve vita. 

4) Pier Demetrio Ferrero  Pittore e scrittore piemontese Torino 12 luglio 1906 – Roma 21 novembre 1990. La mamma, Costanza, è figlia dell’eroe ungherese Francesco Mennyey, rifugiatosi a Torino nel 1849 con Kossuth mentre il padre Giacinto nel 1870 a Roma è allievo di Cesare Mariani, presidente dell’Accademia di San Luca.

A Torino è prima allievo del pittore ed acquafortista Mennyey e quindi dello scultore Giovan Battista Alloati. A Roma dal 1936 si lega con amicizia a Renato Guttuso, Corrado Cagli, Giovanni Omiccioli.

Numerosissime mostre in Italia e all’estero.

Luigi Olivero gli dedicherà l’articolo apparso sul N° 161 del 15/5/1953 de Ij Brandé Un Pitor Piemonteis a Roma. 

Bibliografia 

Presentimenti e Illuminazioni raccolta antologica di aforismi, pensieri, massime Edizioni dell’Ulivo Roma 1954; Sette e altre foglie rosse romanzo con prefazione di Giancarlo Vigorelli Cappelli Bologna 1958; Pagine aperte (“Pensieri letterariamente felicemente espressi. Non c’è una riga che non rifletta serietà” Zavattini) Stamperia romana Roma1987. 

5) Luigi Olivero non cita  gli ulteriori due fascicoli degli “Armanach Piemontèis” del 1941 e del 1942 editi direttamente da Andrea Viglongo  in cui compaiono molti  articoli e poesie   sia suoi  che della  moglie Felicina (Cinci) Viscardi. 

6) Camillo Brero  40 ani fa “Ël Tòr” arvista lìbera dij Piemontèis Ij Brandé Armanach ëd Poesìa piemontèisa 1985. 

Noi, in ogni modo crediamo giusto e doveroso ricordare quella data del 14 luglio 1945, che ha portato nelle edicole del Piemonte e di tutt’Italia (un Piemonte e un’Italia rovinati dalla guerra appena finita) il numero 1 de «Ël Tòr».

Da quella data – ogni quindici giorni – fino al 1 gennaio 1947 ( e poi con il numero 31/32 del 15-12-1948/1-1-1949), «Ël Tòr» ha espresso il meglio della produzione letteraria piemontese di quei tempi.

Luigi Olivero scriveva che: Diciotto anni fa, tre giovani scrittori – Pinin Pacòt, Oreste Gallina, Alfredo Formica – accendevano, con i cinque numeri della rivista Ij Brandé… la prima limpida fiammata di letteratura piemontese moderna che doveva essere ampliata dagli Armanach Piemontèis dij Brandé: piccoli annuari  di poesia che tanti altri giovani e tanta bella letteratura hanno fatto conoscere al pubblico negli anni tristi compresi tra il 1931 ed il 1938…

Ël Tòr si vanta d’essere una continuazione di questo movimento letterario, e, diciamolo pure,  una continuazione più nervosa, più ambiziosa ed ancora più intransigente. (Da: «Ël Tòr» - Ann I – N. 9/10 del 22-12-1945).

È proprio questo carattere nuovo che ha fatto de “Ël Tòr” una rivista vivace, intelligente, dinamica e ricca come difficilmente si trova in un giornale letterario. 

           Sempre a proposito della rivista di Olivero Ël Tòr  riporto qui di seguito alcune lettere di poeti e letterati piemontesi appartenenti al Fondo Olivero di Villastellone. 

Salvatore Ferrero, 1 novembre 1946

Me car Olivero,

Tant temp fà, forse n’an, l’avia mandate ‘na mia poesia scrita ant ël brut temp dla gòera ma l’é staita nen publicà, forsse perché a meritava nen l’onor,  e gnanca l’hai avù risposta a la mia letera int la qual it ringrassiava  dla comemorassion, faita sla toa interessanta Arvista, ‘d mè pòver Papà, completament dësmentià da “La Famija Turineisa” perché come i l’hai scritie a l’avv. Colombin, ël giudice d’ii poeta e dla poesia dialetal l’è nen  cola Società o mei Famija dla qual son nen Socio, a part ‘l Segretari Gianeto (sic), bon antenditor dë stofe e ‘d pachet.

L’avria e vorria  colaboré a la verament important Arvista Ël Tòr da ti fondà e così ben direta, ma siccome son ampegnà fina al col  ant l’organisassion dii Garibaldin (anssian e giovo) come President dla Session  Regional Piemonteisa, i treuvo propri nen  ël temp dë scrive ‘d neuve poesie.

Dato però ch’i ricevo generosament a gratis la toa Arvista a la qual, sincerament, dato lë stipendi d’ades ch’a basta nen a vive, i peus propri nen aboneme, i të scrivo për ciamete se i podria contraccambié la generosità mandandte qualche  mia poesia ‘n po’ veiota (ma mai publicà prima) quindi nen d’ocasion come costa.

Grassie e tanti salut.

                                                                                              Salvator Ferrero 

La lettera è su carta intestata dell’ Associazione Nazionale Reduci Garibaldini (Sezione regionale per il Piemonte) 

Mio caro Olivero,

Tanto tempo fa, forse un anno, ti avevo inviato una mia poesia scritta nel brutto tempo della guerra ma non è stata pubblicata, forse perché non ne meritava l’onore, e non ho neanche avuto risposta alla mia lettera nella quale ti ringraziavo della commemorazione, fatta sulla tua interessante Rivista, del mio povero Papà, completamente dimenticata da “La Famija Turineisa” perché come ho scritto all’avv. Colombin, il giudice dei poeti e della poesia dialettale non è quella Società o meglio Famiglia della quale non sono Socio, a parte il Segretario Gianeto (sic), buon intenditore di stoffe e di pacchetti.

Avrei e vorrei collaborare alla veramente importante Rivista Ël Tòr da te fondata e così ben diretta, ma siccome sono impegnato fino al collo nell’organizzazione dei Garibaldini (giovani ed anziani) come Presidente della Sezione Regionale Piemontese, non trovo proprio il tempo di scrivere nuove poesie. Dato però che ricevo generosamente a gratis  la tua Rivista alla quale, sinceramente, dato lo stipendio di oggi che non basta a vivere, non posso proprio abbonarmi, ti scrivo per chiederti se potrei contraccambiare la generosità inviandoti qualche mia poesia un po’ vecchiotta (ma mai pubblicata prima) quindi non d’occasione come questa.

Grazie e tanti saluti.

                                                                                                          Salvatore Ferrero

 

Giuseppe Rossi (Pinòt Ross), 10/1/1946

Me car Tòr.

            A sòñ quasi vint’ani (i n’aj 43) che añ diverto a ciapè le Muse për i strass, iñ po’ për esprime d’ cose ch’ass señto e po’ a fé d’ poesie “su misura” che j’amiss am ciamô per diverse circostansse.

            Pochi meis prima ch’a mañcheisa, i l’ài cônôssù “Barbaciñ” (Pagella) ‘l qual a l’a dame d’côñseij ‘ñ côragiandme a pèrseveré.

            Mi i l’ai pèrseverà ma i chërdô che neñ sempre i sôñ stait bôn a buté ñ pratica i côñssei ricevù.

            Come filôdramatich l’ài peui ñcoôñtrà Drovetti, Castellino, Cesarino Laudi (Dario Cesulani) ma sôñ mai ñ calame a preseñteie ij me “corpi di reato” a dann d’la Musa Piemôñteisa

Adess, butô bôñ becch (perché a dijô ch’a l’é metà vive) e iv mandô për ‘l vostr giudissi d’ôñtré saggi. A l’e ‘n po’ tardòt?.

Se chërde d’ônôreme d’la vostra cômpeteñssa, a sarà për mi ‘l pi bel ñcôragiamèñt për sërché d’fé mèj e cônquisté peui ‘ñ cit post s’le vostre côlone.

Iv ringrassiô d’ l’atenssiôñ e ‘v salutô.

                                                                       Pinòt Ross

Mio caro Tòr.

                        Sono quasi vent’anni (ne ho 43) che mi diverto a prendere le Muse per gli stracci, un po’ per esprimere cose che sento e un po’ per fare poesie “su misura” che gli amici mi chiedono per diverse circostanze.

                        Pochi mesi prima che morisse, ho conosciuto “Barbacin” (Pagella) che mi ha dato dei consigli incoraggiandomi a perseverare.

                        Ho perseverato ma credo di non essere sempre stato in grado di mettere in pratica i consigli ricevuti.

                        Come filodrammatico ho poi incontrato Drovetti, Castellino, Cesarino Laudi (Dario Cesulani) ma non ho mai osato presentar loro i miei “corpi di reato” a danno della Musa Piemontese.

                        Adesso ardisco (perché dicono che è metà vivere) e vi mando per il vostro giudizio qualche saggio. È un po’ tardi?

                        Se   credete   di onorarmi   della   vostra    competenza,   sarà   per   me   il    più  bell’ incoraggiamento per cercare di fare meglio e conquistare poi un piccolo spazio sulle vostre colonne.

                        Vi ringrazio dell’attenzione e vi saluto.

 

                                                                                  Pinòt Ross           

Giuseppe Rossi (Pinòt Ross), 20/10/1946

Car Olivero.

            Chiel an sël sò N° 25 dël Tòr a l’à vossù ripete l’esperiment ëd “collettivismo letterario” ant ël qual già na volta a l’é stà batù; così a l’à arfilame ël premi d’Ast, ëd la canssòn, mentre che mi a col concòrss i l’ài mai mandà gnente!…

            Un giornal turineis parland-ne a sò temp a l’a scrit che ‘l premi a l’era tocaie al “torinese Pinin del Rossi”

            Mi ant l’ora l’ai chërdù ëd nèn arbàte përché an italian im firmo Giuseppe Rossi e an dialet le mie poesie ij firmo tute “Pinot Ross”; ma adess chiel a scriv che col premi i l’ai pialo mi e così am buta ant l’ambarass dë studié se ‘l coletivism cantà da Maldacea a presenta si o nò i sò inconvenient!… Coma la pensa car Olivé?

            Ësspetànd ch’ai seurta me “Cit Turin” i son tentà ëd mandeie un sonet për vëde ‘n po’ s’à crèd ëd felo seurte prima, e magara con la firma dël vincitor dël premi ‘d la canssòn d’Ast!

            Cola a peul esse n’autra bela facessia!

            Ch’a rija ‘d cò chiel d’ coste me parole scherssòse, coma mi i l’ai rijù a lese me nom ant la rubrica an coa a la diligenssa.

            E da di che a esse daré na diligenssa a j’è mach sempre da mangié ‘d pover!

            Sempre për la pel e për la piuma, im diciaro sò aff.m 

                                                                                              Pinòt Ross 

Caro Olivero.

            Lei sul suo N° 25 del Tòr ha voluto ripetere l’esperimento di “collettivismo letterario” nel quale già una volta è stato battuto; così mi ha rifilato il premio d’Asti, della canzone, mentre io a quel concorso non ho inviato nulla!

            Un giornale torinese parlandone a suo tempo ha scritto che il premio era andato al “torinese Pinin del Rossi”

            Allora ho creduto di non ribattere perché in italiano mi firmo Giuseppe Rossi e in dialetto le mie poesie le firmo tutte “Pinot Ross”; ma adesso lei scrive che quel premio l’ho preso io e così mi mette nell’imbarazzo di studiare se il collettivismo cantato da Maldacea presenta si o no i suoi inconvenienti! Come la pensa caro Olivero?

            Aspettando che esca il mio “Cit Turin” sono tentato di mandarle un sonetto per vedere un po’ se crede di pubblicarlo prima, e magari con la firma del vincitore del premio della canzone di Asti!

            Quello può essere un altro bello scherzo!

            Che rida anche lei di queste mie parole scherzose, come io ho riso a leggere il mio nome nella rubrica in coda alla diligenza. ("Diligensa": rubrica del N° 25 de "Ël Tòr" n. d. a.)

            È da dire che essere dietro una diligenza c’è soltanto sempre da mangiare della polvere.

            Sempre per la pelle e per la penna, mi dichiaro suo affezionatissimo 

                                                                                              Pinòt Ross           

           Concludo la lunga parentesi dedicata a Ël Tòr con la lettera aperta del settembre 1945 inviata dal segretario della risorta Famija Turinèisa Arturo Gianetto. 

Lettera aperta a Luigi Olivero

Direttore ”Ël Tòr” di Roma

 

Giandoja e ij bust dël Pincio 

Toché pa ‘l Piemont

 

Caro Olivero,

il saluto caloroso che hai rivolto alla rediviva “Famija Turinèisa” ci ha veramente commossi. A nome dei miei colleghi del Comitato Organizzatore, ti ricambio l’affettuoso augurio per la tua bella Rivista che con virile, dignitosa fermezza tiene alto a Roma lo spirito, l’onesta operosità e l’indomabile fierezza della nostra forte stirpe subalpina.

Anche a Torino abbiamo voluto perciò far rinascere la “Famija Turinèisa” dopo la violenta soppressione avvenuta nel 1932, della vecchia “Famija”; nell’agosto del 1943 pochi entusiasti, capeggiati da Pier Luigi Fassoni (attuale Prefetto di Torino), da Giulio Colombini, da Virginio Cavaglià, da Nino Costa, da Giovenale e dallo scrivente, avevano cercato di farla rinascere. All’infausto 8 settembre 1943, abbiamo dovuto ammainare di nuovo la nostra bandiera, vivacemente e ripetutamente poi, attaccati dai libelli di allora. Seguirono diciotto mesi di sofferenza e di persecuzioni, durante i quali la rinata “Famija” decisamente passò al movimento cospirativo contribuendo modestamente all’opera grandiosa del C.L.N. piemontese, precursore della lotta partigiana del nord, sapientemente guidato da Piero Fassoni.

Abbiamo fatto il nostro dovere ed ora stiamo risorgendo in un clima di generale simpatia, col beneplacito e la cooperazione di tutti i Piemontesi.

Noi non chiediamo a nessuno la fede di battesimo o la tessera di un partito perché siamo e saremo sempre apolitici.

Non faremo mai viete questioni di carattere campanilistico; vogliamo solo raggruppare i figli della nostra Regione in un solo blocco omogeneo, allo scopo di valorizzare i tesori del nostro patrimonio culturale, artistico, etnico, industriale e sociale.

Il programma che tu hai già esposto  nel tuo numero del “Ël Tòr” dell’11 agosto riproducendo dall’ ”Avanti!” di Torino la mia lettera aperta all’On. Amodeo, è, in larga sintesi, quanto la “Famija” intende svolgere per Torino ed il Piemonte.

Vogliamo portare la nostra Città alla grandezza del suo passato e far ritornare nella nostra Torino tutti gli Enti industriali, sportivi, militari, culturali che il regime fascista ci strappò per favorire altre città a nostro detrimento. Noi non vogliamo emergere dalle altre Regioni, ma non intendiamo rimanere secondi a nessuno.

Tutti dovranno convincersi che Torino è una delle più belle, più nobili, industriose, attive Città d’Italia.

Il vecchio nostro bollettino “’l caval ‘d brôns”, che fra poco riprenderà le pubblicazioni, sarà il più valido sostenitore del nostro programma.

Inizieremo allora, con fraternità di intenti, una viva collaborazione con la tua Rivista e con la “Famija Piemontèisa” di Roma onde possiate sempre sentirci vicino a voi “ant’j’ore bele e ant cole scuròte”…

A questo proposito, il tuo articolo di fondo nel N° 3 del “Ël Tòr” The great men of Piedmont ci ha stupiti ed amareggiati. Nel nostro altissimo senso di civismo, di cortesia e di generosa ospitalità, non possiamo comprendere queste basse azioni degne di barbari o di incoscienti.

La deturpazione e l’annientamento dei busti dei nostri grandi Piemontesi – da Vittorio Alfieri a Cavour, da Lamarmora al d’Azeglio – che onoravano il Pincio, è azione  di una tale mostruosità che non esiste vocabolo per qualificarla.

Se vi è Regione per la quale gli Italiani tutti debbono, specialmente ora, avere dell’amore e della riconoscenza, questa Regione è il nostro Piemonte.

Questa terra generosa forgiò il Risorgimento;

questo forte Piemonte, che, solo in Italia, con indomabile fierezza mai si piegò per vent’anni davanti alla furia fascista distruggitrice e fu odiato e vilipeso per il suo antifascismo;

questo Piemonte che, per primo, organizzò il glorioso movimento partigiano che mai diede tregua al nemico col sacrificio di quindicimila giovani della sua stirpe;

questo Piemonte che scatenò per primo la rivolta del 25 Aprile che ci portò alla Redenzione dovrebbe essere venerato da tutti gli Italiani, da tutti i veri Italiani.

Non possiamo quindi credere che i figli di “Mater Roma” abbiano potuto concepire ed effettuare simile delitto.

No, i Romani, i veri Romani hanno sempre apprezzato e valutato l’altissimo spirito di italianità, la forza indomita, la rude schiettezza di questa nostra Stirpe pedemontana che per Roma fin dal Risorgimento e sempre, tutto diede con slancio sublime, senza restrizione all’ideale di Roma caput mundi.

Non possono quindi essere stati i Romani a profanare le nostre memorie più care.

A Roma, nei giorni dell’avanzata vittoriosa delle armate liberatrici, si annidarono i fuggitivi di tutte le regioni meridionali,  i briganti neri che temevano le giuste rappresaglie  dei loro compaesani e che,  a Roma, nel tumultuoso vortice di questa vasta metropoli, si camuffarono in ogni modo insinuandosi dovunque.

Solo costoro, che tanto male fecero per vent’anni all’Italia, possono alimentare e covare del risentimento verso questo nostro Piemonte che sempre si erse fiero ed indomabile contro i soprusi del vecchio regime.

Solo costoro potevano scendere a questa ignominia e, per abituale vigliaccheria, conoscendo il nostro culto per le memorie del passato, cercano di colpirci al cuore annientando i venerati busti dei nostri Grandi.

Solo costoro sono i denigratori, i nemici delle nostre “Famije” di Roma e di Torino e del tuo Giornale.

Non rappresaglie, quindi, contrarie alla nostra dirittura, alla nostra superiorità morale.

Bensì il nostro freddo, ragionato disprezzo.

E con Brofferio, diciamo loro 

Su, coragi, su, via, continué pura

ingiurie, calunnie, tiré pur drit;

j’avrèi  mai ‘l piasì d’ feme paura

mai la consolassion ‘d savèime afflit.

J’eu con mi, pr’affronté la maldicenssa,

mè corage, mè genio e mia cossiensa…

 

                                                                                                          Arturo Gianetto 

Su, coraggio, su, via, seguitate pure

ingiurie, calunnie, tirate pure diritto;

non avrete mai il piacere di farmi paura

mai la consolazione di sapermi afflitto.

Ho con me, per affrontare la maldicenza,

il mio coraggio, il mio genio e la mia coscienza… 

 

Sesto scenario 

Roma: maturità di un artista  

 

          Riprendo il racconto cronologico dopo le lunghe digressioni su località, personaggi, giornali, riviste e varia umanità.

           Tra il 1941, data di pubblicazione del suo primo saggio Babilonia stellata. Gioventù americana d’oggi e il 1945, data del  secondo  Turchia senza harem, avrebbe dovuto darsi alle stampe un suo libro di ritratti di personaggi illustri. Ho ritrovato nel Fondo Olivero di Villastellone quanto avrebbe dovuto comparire sul primo risvolto di copertina e lo do integralmente in nota. Il titolo della raccolta di profili non compare, dovrebbe però quasi sicuramente essere l’inedito annunciato e mai pubblicato: Museo delle statue di cera. Il titolo ben si adatta alla descrizione che ne viene data. (1)

          Nei primi sei mesi del 1944 è critico cinematografico e teatrale, sia di prosa che lirica, per il Messaggero di Roma sul quale compaiono con  frequenza le sue recensioni, brevi articoli sulla produzione del tempo in una città ancora occupata dall’esercito tedesco. (Ingresso in Roma dell’esercito alleato il 4 giugno 1944.)

Trattasi di film oggi praticamente sconosciuti, che si possono rintracciare esclusivamente sui cataloghi specializzati. Alcuni sono un poco più noti quali il francese Miraggio (Mirages, 1937) (11 marzo) del regista Alexander Ryder con gli attori Michel Simon, Arletty e Jean-Louis Barrault; il tedesco Dono di primavera (Altes Herz wird wieder jung, 1943) (28 gennaio)  del regista Erich Engels con un tuttora valido, anche se ormai anziano, Emil Jannings, indimenticato interprete de L’angelo azzurro (Der blau Engel, 1930) diretto dal grande Josef von Sternberg; Ti conosco mascherina! (Italia, 1944) di Eduardo De Filippo, con i tre De Filippo, Paolo Stoppa e Enrico Viarisio.

Ecco integralmente due recensioni che danno idea dello stile, della sagacia critica nonché della  dimestichezza oliveriana con l’arte cinematografica.

Vietato ai minorenni (Italia, 1943) (31 marzo)

Se io fossi minorenne, per vedere questo film mi truccherei subito da maggiorenne. Ma la mia curiosità morbosa verrebbe elegantemente punita. Perché - nonostante il titolo scandalistico, il quale costituisce un ottimo biglietto di favore per l’ammissione della pellicola nei primi posti delle produzioni cinematografiche all’«indice» - non vi troverei né «bei corpi di femmine attorcenti», né «reni falcate come arcate lire», né altre palpitanti attrattive ottiche del genere proibito agli adolescenti. Vi troverei molto sentimento, molto brio, molta drammaticità che Mario Massa – autore del soggetto, sceneggiatore, regista – ha saputo fondere armoniosamente, con garbata scioltezza tecnica, creando davvero un bellissimo film di marca italiana. Tutti gli interpreti sono perfettamente cadenzati con la regia: in prima linea le attrici Neda Naldi, Paola Veneroni, Bice Mancini; tallonate, con lodevole slancio artistico, da Otello Toso, Lauro Gazzolo, Franco Silva. Suggestivi la fotografia e il commento musicale.

Vendetta d’amore (Ungheria, 1941) (10 gennaio)

Il moderno romanzo ungherese alla Körmendi, alla Földi, alla Terek, alla Zoltàn, ha ormai acquisito, in questi ultimi quindici anni, i diritti alla cittadinanza onoraria di tutti i paesi del mondo. Dopo aver abbondantemente influenzato il teatro nazionale fino a convertirlo, quale merce di esportazione, in un temibile concorrente dello stesso teatro parigino, da qualche anno è pure traboccato nel cinema. Questo film è un suggestivo romanzo magiaro, di delicatissima psicologia sentimentale, narrato con molta scioltezza tecnica da Zoltàn Farkes. Una fra le più brave e meglio dotate attrici ungheresi, Katalin Karady, ne è la bella e umanissima protagonista. Mihaly Nagy ed Elma Bulla contribuiscono con ottima interpretazione alla riuscita di questo film attraente, ricco di intreccio, di movimento, di magnifiche inquadrature e di una splendida fotografia.

Nella recensione de La strada del ritorno (Vissza az uton, Ungheria, 1940) (4 aprile) del regista Akos Rathonyl trovo questa annotazione, peculiare per Olivero:

Maria Macovsy e Klari Tolnay esibiscono attraenti scollature.

L’undici di aprile compare il pezzo dedicato a Addio amore del 1943 di Gianni Francolini, interpretato da Clara Calamai, Roldano Lupi e Jacqueline Laurent e tratto da due romanzi di Matilde Serao, Addio amore e Castigo; ne stralcio questo brano:

Clara Calamai si destreggia con perizia in una parte considerevolmente ambigua. Ma perché, Donna Clara, vi ostinate a esibire i vertiginosi dècolletée dei tempi sostanziosi anche dopo che vi siete così razionalmente svitaminizzata?

Appare poi il resoconto di una quinta versione cinematografica, questa volta italiana, di Resurrezione dal romanzo di Leone Tolstoj. Il film, del 1944, è del regista Flavio Calzavara. (11 maggio) Olivero dimostra di conoscere alla perfezione le quattro precedenti versioni (Italia, 1917 di Mario Caserini con Maria Jacobini; USA, 1927 regia di Edwin Carewe con Dolores Del Rio; USA, 1931 riedizione di Carewe con Lupe Velez; Usa, 1934 di Rouben Mamoulian con Anna Sten e Fredric March) contrapponendole con perizia. Si sofferma in particolare sull’interpretazione di Doris Duranti, in una delle sue parti maggiormente sofferte, meglio artisticamente elaborate e compiutamente espresse; su quella di Claudio Gora che da una interpretazione calda ed equilibrata. Conclude con: La fotografia di Gabor Pogany è notevole, particolarmente in certi indovinati primi piani. Diligente la scenografia del pittore Italo Cremona. Bene aderenti le musiche di Franco Casavola.

Interessante la cronaca della prima della Madama Butterfly (23 marzo) al Teatro dell’Opera con una scelta schiera di interpreti: una Rina Gigli graziosa ed abile protagonista ancorché vocalmente ineguale, un Ferruccio Tagliavini bravissimo e suadente anche in questo ruolo (Pinkerton), un Tito Gobbi ineccepibile (Sharpless), Olga de Franco appropriata Suzuki.

Altre recensioni di opere liriche riguardano La cavalleria rusticana (9 febbraio), Il barbiere di Siviglia (11 febbraio), L’Arlesiana (15 marzo), Un ballo in maschera (23 marzo), Rigoletto (23 marzo), La traviata (9 aprile), Fedora (20 aprile). Compaiono poi alcuni resoconti di balletti e di concerti sinfonici, uno, in particolare, dedicato a Brahms.

           Il 14 di luglio del 1945 segna una tappa importante nella vicenda umana di Olivero. Una vicenda, da un lato, ricca di soddisfazioni, dall’altro di polemiche che porteranno a incomprensioni, rancori, inimicizie. È la data della pubblicazione del primo numero de Ël Tòr Arvista libera dij Piemontèis. La rivista, quindicinale, si differenzia in modo notevole dalle altre dell’epoca, vuoi per la stampa a quattro colori, per l’impaginazione ancora sensibile alla frequentazione futuristica oliveriana, per l’illustrazione cui collaborano grandi artisti dello stampo di Gabriele Cena, Giuseppe Macrì, Orfeo Tamburi e tanti altri, ma in particolare per le collaborazioni letterarie e poetiche di tutto rispetto.

Recentemente sono tornate alla luce numerose lettere ed appunti di Olivero riguardanti la preparazione della sua nuova impresa. Bozzetti per la testata, lettere per richiedere abbonamenti, una diretta alla Famija piemontèisa di Roma in cui richiede l'elenco dei soci; altra all'Onorevole Quarello per addivenire a vendite della rivista in Piemonte.

Più interessanti le missive che indirizza a scrittori, poeti ed artisti per avere la loro collaborazione. Nino Costa declina, con diverse considerazioni l'offerta. La lettera di risposta è riportata integralmente nel settimo scenario in nota N° 18. Qui trascrivo una lettera  diretta ad Orfeo Tamburi:

Prof. Orfeo Tamburi

Via Sistina 72 - D

R  O  M  A

         Il dott. Olivero, direttore della rivista "Ël Tòr" da noi edita, ci ha comunicato la Vostra proposta di collaborazione artistica alla quale aderiamo proponendovi a ns. volta la somma di lire 3.000 per numero con l'impegno da parte Vs/ di fornire per ogni fascicolo settimanale di 8 pagine formato 30 x 42 un minimo di 10 clichés su linoleum nelle diverse dimensioni minimali ed extra da accordare di volta in volta con il dott. Olivero.

         Ci è grata l'occasione per salutarvi distintamente.

Come si può constatare sfogliando i vari numeri della rivista, la proposta avrà seguito e le opere di Tamburi ospitate da Ël Tòr saranno molto numerose.

         La  preparazione  all'evento  leggiamo anche in due brevi missive che invia a suoi cari amici nella primavera del 1944. Il 16 maggio  telegrafa a Pinin Pacòt:

Attendo notizie tue, Famiglia, amici. Io e moglie bene. Attendo autorizzazione stampa rivista settimanale"Ël Tòr" per piemontesi. Già accordato editore. Prepara materiale. Affettuosità.

         Qualche giorno dopo ad Alfredino:

Ricevuto ieri tua  20 maggio 1944. Regoleremo libri  prima occasione. Attendo notizie tua famiglia  amici. Due nuovi libri miei corso pubblicazione. Attendo permesso settimanale "Ël Tòr" piemontesi Roma. Preparami materiale. (2)

Nei primi numeri compaiono le indicazioni d’intento del Direttore con titolazioni   che sono   già un  programma: primo   numero Paròle    ciaire;

The great Men of Piedmont sul terzo numero del 16 agosto; La sman-a a l’è ‘d quindes dì nel numero quattro del 15 settembre; Teste pla con barëtta da neuit sul numero sette del 24 novembre; Nostra alegra anarchia sull’ottavo  numero del 6 dicembre e ancora Discorsin ai vej abacùch sul numero doppio 9-10 del 22 dicembre.

Sul primo numero appare anche, in riquadro, questo annuncio: 

Piemontèis

Ël Tòr a l’è l’ùnich giornal dël mond

ch’at fa nen ë-vnì lord con la politica

 

Piemontèis

Ël Tòr a l’è l’ùnich giornal dël mond

ch’at parla cheur a cheur ëd to Piemont

 

Piemontèis

les Ël Tòr, e, s’at pias, falo conòsse. 

Le prime cinque uscite, proprio al centro della prima pagina, presentano un bel disegno, proprio del Tamburi, che illustra una poesiola d’occasione:

il primo numero del 14 luglio mostra Giandoja accompagnato dai versi 

            GIANDOJA 

 Guardeme sì che son tornà

Viva il Piemont e la Libertà! 

(Nota: le incisioni di Orfeo Tamburi si possono ammirare nel capitolo dedicato agli artisti che hanno collaborato con Luigi Olivero.) 

Il numero due del 28 luglio presenta l’immagine del toro, simbolo di Torino e i cinque versi 

ËL TÒR CH’A RIJ 

- O cacam dla politica, mi ‘v dagh n’ideja neuva.

Voi fiache da vint secoj ël mond con trè baston:

ël sàber ò l’aspèrges ò ‘l man-e ëd parapieuva...

Cambié! Prové la duja ‘d Giandoja mè padron. 

Angelo Brofferio nel disegno in centro al terzo numero dell’undici di agosto così si lamenta 

Mi l’hai scrit la Piemontèisa

    ciamand Roma capital.

E ij Roman am fan l’ofèisa

  ‘d fotme giù dal piedestal. 

Tornerò più avanti sull’episodio che tanto a cuore sta al Brofferio, ma più in particolare al nostro Direttore.

Un bel gallo, Ël galoro fransèis, fa bella mostra di se sul quarto numero del 15 settembre con questi cinque versi 

ËL GALÒRO FRANSÈIS… 

        Son calà ‘nt ël Valdostan

për fé s-ciòde ‘d galucin.

Ma ‘m na torno via lontan

përchè, a l’ombra dël Cervin,

tuti j’euv son euv d’Alpin… 

Ultima vignetta con poesiola sul quinto numero del 29 settembre. Giandoja dice a Rugantino, ritornando sul tema del busto di Brofferio e di altri illustri piemontesi 

- Eut bust ëd Piemontèis a son sparì

dal giardin pì grassios dla capital.

E a l’è la sconda vòlta ant cost giornal

che ‘t ciame: «Coi eut bust, doa son furnì?»

Rëspond. Fa nën ël fòl. Parlo con ti. 

Sul numero sette del 24 novembre compaiono due recensioni di opere oliveriane date da poco alle stampe. Quella di Turchia senza harem tratta da La voce repubblicana di Roma dell’otto settembre e quella di Adamo ed Eva in America che è detto tratta dalla prefazione al volume di Alex Alexis, alias Luigi Alessio. Dato che nel volume in questione, di detta prefazione non compare nemmeno l’ombra, do qui di seguito i due stralci pubblicati su Ël Tòr:

…è l’opera indiavolata, vertiginosa elettrizzante che stilografica di giornalista internazionale abbia prodotto in questo immediato dopoguerra.

…con questa funambolica inchiesta romanzata sul costume americano, ci troviamo in presenza di un nuovo genere letterario: del libro-film, del romanzo, cioè, visivo, giornalistico, di tutta cronaca d’attualità paradossale vissuta dai personaggi che irrompono di corsa, con salti e piroette divertentissimi, dalla pedana della realtà al tappeto odoroso d’inchiostro tipografico della carta stampata. È un suggestivo film ironico-sentimentale alla René Clair, girato dalla rotativa anziché dalla macchina da presa.

Dal numero 11 del 10 marzo del 1946, inizia una rubrica fissa dal titolo Tirje ti che tij tache in cui si narrano, attraverso le parole di noti personaggi del mondo poetico ed artistico, episodi divertenti, comici addirittura, a volte anche polemici. La rubrica prosegue senza interruzioni fino al numero 21 del 15 agosto. Alcuni dei personaggi presi di mira: Soldati con il suo film Le miserie di Monsù Travet, i pittori Felice Vellan e Agide Noelli, i poeti Giulio Segre, Mario Albano, Pinin Pacòt, Gino Viscardi (presidente dei pelliciai di Torino), e poi ancora Filippo Burzio, Pierdemetrio Ferrero, Renato Gualino, Arnaldo Soddenino, Italo Tajo, Armando Mottura, Filippo Tartùfari, Gabriele Cena, Angelo Nizza, Gioacchino Quarello (Vicesindaco di Torino), Elisa Vanoni Castagneri, Trilussa, Sibilla Aleramo, Giulio Boetto, Vera Rol.

Nei suoi Tirje ti che tij tache Olivero non tralascia di ricordarci che La Piè, benemerita rivista culturale di Forlì, riprende le pubblicazioni dopo ben tredici anni di silenzio diretta dal valoroso Aldo Spallicci   e che lo stesso fa la rivista Marsyas, purtroppo non potendo più contare, nelle file dei suoi collaboratori, ben sette caduti nella Resistenza francese.

La rivista di Olivero non naviga in buone acque, così scrive all'Onorevole Quarello il primo luglio del 1946:

Carissimo Onorevole Quarello,

         ti accludo una delle primissime copie di macchina de N. 19 d'Ël Tòr recante il corsivo polemico sulla Moda che avevo redatto prima ancora di leggere la tua sensatissima risposta al Caval. Osservo con piacere che siamo in sincronia perfetta. Ho visto che il Caval annuncia di voler riattaccare. Rintuzzeremo.

         A Roma hanno trovato questo numero molto bello. Anche dei fascicoli scorsi mi fioccano dall'Eco della Stampa sommari, pezzi, liriche, battute, disegni, citati o riportati da un'infinità di altri giornali e riviste. Soprattutto, il giudizio di Benedetto Croce sulla rivista (la prima del genere in Europa) ha ottenuto molta eco. Dal prossimo numero, passo su un piano polidialettale aprendo, quindi, la penetrazione della rivista a tutti gli ambienti folcloristici d'Italia.

         Ora, però, bisogna che tu mi usi la massima cortesia di rispondermi d'urgenza (per espresso) su quanto segue:

                   1) l'On. le Restagno non caccia più fuori un quattrino;

                   2) il Prof. Ferrero ha fuori del suo, quindi come sopra;

                   3) tu non hai potuto, finora, organizzare minimamente la distribuzione né per il Piemonte, né per l'Alta Italia; i due quotidiani torinesi di cui sei magna pars hanno dimostrato il disinteresse più assoluto per la rivista (non rispondono nemmeno al "cambio" con la nostra pubblicazione, ciò che fanno tutti gli altri quotidiani torinesi), ci ignorano; come hai visto dai conti, a causa del tuo mancato interessamnto, il Nilo ci ha dato una solenne impiombatura: com'era stato, del resto, nettamente previsto da tutti noi fin dall'inizio.

         T O T A L E: siamo fermi. E quando una rivista si ferma, è spacciata, soprattutto quando ha un concorrente alle costole come il Caval che non è bello ma fortemente finanziato.

         Io ho fuori le spese di redazione per almeno sei nuovi numeri. Ci sono dei contratti pubblicitari in corso - da rispettare - e altri in maturazione. Esistono abbonamenti, impegni con la tipografia, con il pittore, con la zincografia e con la cartiera. Smettere di colpo - specialmente ora che c'è il Caval -  c'è da fare una figura da ciocolaté N. 1, anche perchè il pubblico dirà, con ragione, che siamo stati accoppati dal concorrente.

         Tu ci hai detto e ripetuto che si deve continuare.

         CON QUALI MEZZI?

         Abbiamo varato il N. 19. Per il numero 20 il Prof. Ferrero dice che non ha i soldi nemmeno per acquistare la carta: e, pertanto, è ancora in attesa della  tua quota relativa ai numeri scorsi.

         COSA FACCIAMO?

         Ti prego di essermi preciso, anche brutalmente preciso ma con gentile urgenza, perchè oggi la vita è tragicamente  seria e bisogna  che io sappia immediatamente come orientare la mia attività.

         Con affetto.

Per ulteriori riflessioni su quanto Olivero scrive su Ël Tòr rimando alla quinta appendice dove tutti i suoi interventi sono recensiti. Qui mi limito ancora a segnalare, dal numero 26 del primo novembre del 1946, il contenuto di un riquadro, preceduto dai disegni di un energumeno e di un bastone, nel quale consiglia a Gigi Lucano e Arturo Gianetto (rispettivamente redattore e segretario de ‘l caval ‘d brôns) di sculacciarsi vicendevolmente per otto ore al giorno e per una settimana intera, rei, il primo di aver scritto il prefascista Carducci e il secondo, ‘l gran Alberto Viriglio, ‘l Dante dla poesia piemontèisa.

Concludendo con la rivista di Olivero, sul numero del 15 ottobre 1946, nel corso di una  polemica sul caldeggiato ritorno  della moda a Torino  con il direttore de ‘l caval ‘d brôns, Bastian Contrari (ricordata nella lettera all'On. Quarello), Olivero ci esterna questi  ricordi sulla sua famiglia:

Ricordo tutto… posso ricordare ciò che pensava, allora, mia mamma e cosa pensava, allora, mio papà.

Mia mamma (sarta), per esempio, diceva delle graziosissime bugie, che mio papà, innamorato, beveva. La mia futura mammetta diceva che i suoi modellini (quelli dei suoi vestitini sancrà, si raccomanda di arrotare bene la erre!) e tutti quelli che uscivano dal suo piccolo mondo fatato di confezione, provenivano da Parigi. Parigi era la Hollywood di allora. Tutto ciò che proveniva da Parigi era magia, fascino, incanto. Mio papà, che era innamorato di mia mamma e che lo è ancora, le credeva. Vedeva importato dal paese dei sogni tutto ciò che indossava quell’adorabile sbarazzina che, per conto mio, aveva le vesti, i capelli e la fantasia un po’ troppo lunghi, ma che, per mio papà, andava tutto bene. Andava tanto bene che ha creduto e crede ancora che quei modellini provenissero da Parigi.

Un po’ oltre, nel corso dello stesso articolo si leggono i ricordi di un’intervista concessagli nell’inverno del 1939-1940 a Parigi da Madame Lanvin, la grande sarta parigina di fama universale (deceduta nel 1946 all’età di 79 anni) nei quali gli confida che da almeno 50 anni i cornettisti, cioè gli ideatori di modelli, parigini erano italiani al 70% e nella maggior parte torinesi. Parigi che assimilava, oltre gli ideatori, anche i migliori tagliatori e progettisti. (3)

Toccato l’argomento moda, mi corre obbligo di riportare la definizione che Olivero ci offre dell’indossatrice, tratta dalla sua recensione al saggio di Clara Grifoni pubblicato nel 1966 dall’editore Vallecchi con appunto titolo L’indossatrice, apparsa su L’Italia che scrive del 7 luglio 1966:

«Si chiama indossatrice quella che ieri si chiamava modella, e, l’altro ieri, mannequin». Così aveva filologicamente puntualizzata Cesare Meano, nel suo tuttora valido Commentario dizionario italiano della Moda stampato a Torino nel 1936, questa ragazza a metà robot e a metà attrice, un poco statua vivente impersonale e un poco intellettualoide giramondo velleitaria, come la maggioranza del pubblico profano è abituato a considerarla. E che, invece, è spessissimo e soltanto una brava, attiva, disciplinata creatura che si guadagna onestamente e duramente la vita, nonostante le sue quasi sempre eccezionali doti di bellezza fisica.

           Il 16 novembre del 1946 è a Villastellone, al capezzale dell’adorata mamma morente. Scrive di getto le prime sette strofe di Nina-nana per mia mama ch’a meuir, l’ultima quartina subito dopo il trapasso. Il testo della  poesia è su una ventina di foglietti di una piccola agendina, parte a caratteri minuti e con abbreviazioni e parte in stenografia. L’agenda va poi smarrita. Ritrova quello scritto nell’estate del 1969, nella casetta sul Monserrato di Borgo San Dalmazzo, e con puntiglio e viva vena poetica ricostruisce i caratteri ormai sbiaditi con l’ausilio di una lente ma in particolare con l’ombra di una mano sulla sua, Manus Matris? Azzarda Olivero. Nel   gennaio del 1970 la pubblicazione su La Carovana. (4)

Il padre poi si risposerà e Olivero non gli perdonerà, più che il fatto di aver ripreso moglie, quello di aver iniziato la relazione nell’ultimo periodo di vita dell’amata mamma. 

           In località Monserrato, a Borgo San Dalmazzo, sotto il Santuario della Madonna del Montserrat, nel 1947, a un anno dalla morte della madre, acquista la famosa bicocca, cui abbiamo più volte accennato, che ogni tanto, vezzosamente, ama ricordare. (5) Alcuni abitanti dell’antica Pedona, allo sbocco della Val Vermenagna, due passi da Cuneo,  ricordano lui e la moglie, bellissima a loro dire (ma anche a dire di molti abitanti di Villastellone che ancora se ne rammentano. In ogni caso ben lo attestano i due suoi ritratti pubblicati), a passeggio per il paese e nei dintorni durante i  periodi di vacanza che a Borgo si concedevano.

Olivero, arrivando da Roma,  portava con se scorte di pacchetti di sigarette Nazionali che al Senato, dove svolgeva il Suo lavoro di Giornalista parlamentare, venivano vendute a basso prezzo e ne approfittava per farne dono gradito ad alcuni vicini di casa.

 Questi descrivono l’Olivero claudicante e, in particolare, raccontano delle sue accese battaglie  contro l’inquinamento della bassa Val Vermenagna prodotto dall’Italcementi. A tale proposito La guida, giornale cattolico di Cuneo, in occasione della messa in funzione del primo forno, appunto dello stabilimento Italcementi di Borgo San Dalmazzo, sul N° 31 del 2 agosto del 1947 accenna al pulviscolo che comincia a depositarsi dappertutto: “l’aria, prima limpida e pura è oggi alterata e viziata”; l’anonimo cronista de La guida aggiunge “non crediamo sia un danno alla salute, ma si potrà ovviare in qualche modo?” Qualche settimana dopo lo stesso anonimo redattore de La guida riprende il tema, elogiando però lo stabilimento, uno dei più moderni d’Europa, e magnificando l’opera dell’Italcementi che produce il cemento per la necessaria ricostruzione dell’Italia. Da quel giorno non ho più trovato articoli in merito su La guida. Ne ho rintracciato uno molto vasto ed elogiativo su Il gazzettino di Cuneo del 2 luglio 1960 dal titolo La cementeria di Borgo San Dalmazzo è una delle più belle d’Europa a firma del direttore e fondatore del settimanale Gaetano Molino.

Battaglie di ieri, ma ancora di oggi, di cui si dovrebbe  poter trovare traccia in almeno una  lettera diretta da Olivero, probabilmente nel 1951, al Comune con accompagnamento di numerosissime firme (si vocifera addirittura di un migliaio, un quarto degli allora abitanti del paese!). In una lunga mattinata trascorsa nell’archivio del Comune di Borgo San Dalmazzo non ne ho purtroppo trovato traccia nonostante lì fosse presente un cospicuo faldone riguardante proprio l’inquinamento atmosferico prodotto  dal cementificio; stranamente in detto faldone non sono presenti lettere od altri documenti per quasi tutto il 1951 (Nonostante siano ben presenti numerose lettere e documenti sia del 1950 che del 1952). Anche il registro del Comune della posta in arrivo ed in partenza si ferma al 1950 e non esistono poi gli anni immediatamente successivi. Qualche cosa però la lettera di Olivero pare aver prodotto. L’Italcementi invierà in loco, nello stesso 1951, due incaricati: il danese Larsen con il compito di occuparsi dei mulini e dei macchinari industriali e il finlandese Ericson per cercare rimedio ai fumi prodotti. Annedottica sui due inviati a Borgo per oltre due anni a spese dell’Italcementi: il Larsen ghiottissimo di dolci, l’Ericson in compagnia della moglie notevole consumatore di wisky, pare circa due bottiglie al giorno! (6)

(Battaglia, quella contro l’Italcementi, analoga a quella che condurrà a buon fine in questi stessi anni a proposito della scomparsa del busto di Brofferio e di quelli di altri piemontesi dal cosiddetto “giardino dei Piemontesi” al Pincio di Roma. Si veda in proposito, più oltre, il paragrafo dedicato alle Lettere romane  nel settimo scenario.)

Gli abitanti di Borgo San Dalmazzo, in particolare quelli del Montserrat, ricordano pure il carattere rissoso dell’Olivero, incline  a beghe di vicinato per, a loro dire, futili motivi. Carattere che d’altra parte risulta evidente dalle polemiche, intemperanze e vere e proprie liti che di volta in volta scatena con colleghi poeti, scrittori, editori ma soprattutto critici e, a quanto pare, anche con i propri vicini. Per rendersene conto basta prendere visione della durata delle sue collaborazioni a giornali e riviste. Si protraggono per alcuni anni, poi si interrompono di botto; a volte  riprendono dopo un lungo periodo di silenzio, a volte  cessano del tutto.

           Nel 1947 pubblica presso l’Editore Stefano Calandri di Moretta (CN) il suo primo volume di poesia piemontese Roma andalusa. Indirettamente segnerà l’inizio della polemica con Pinin Pacòt reo di non averne pubblicata neppure una pur vaga recensione sul suo giornalèt quindicinal ëd poesìa piemontèisa ch’a pretend d’essi l’Osservator ëd Greenwich ëd la nòstra sismografia leteraria, come ci fa sapere Olivero. A dire il vero il dissidio con Pacòt era già iniziato nel maggio del 1946 con l’articolo di Olivero pubblicato su Ël Tòr N° 16 dal titolo Il poeta Pinin Pacòt si dimette da nostro “matador” letterario. La vertenza, dovuta alla composizione della giuria del premio Sanremo di poesia dialettale, alla quale partecipò lo stesso Pacòt, proseguirà nei successivi numeri 17, 18 e 19 della rivista di Olivero. La conseguente inimicizia tra i due  andrà avanti per tre anni quando, con la collaborazione del comune amico Furio Fasolo, la diatriba si ricomporrà su Ij Brandè N° 68 del 1949 con la poesia di Olivero Le reuse an sle spa accompagnata da una sua lettera e con la poesia di Pacòt Acetand na reusa in risposta. Riporto alcuni brani significativi della lettera di Olivero:

Bin inteis, la reusa dl’amicissia ‘d cost  sonèt improvisà a l’òrba-gatòrba a l’é viva e sensa le pi cite spin-e dël risentiment. Malgré le bòte daite e arseivùe an trè ani e passa ‘d polemica tra «Ël Tòr» e «Ij Brandé», malgré ij viramulin, jë sgambèt, ij sàut, le sgimbade e le finte nen sempre regolamentar che mi, specialment, l’hai dovrà sensa parsimònia pi për temperament fogos che për gramissia, ‘l rispet për l’aversare a l’ha mai pià ‘l vòl da mè pensé: e, se quaich vòlta a l’é permetusse na cita vacansa d’azur, a l’é peuj sempre ritornà a sò nì, e, sovens, con ël baticheur për la malfaìta. Dël rest le polémiche a passo e la poesìa a resta. Pinin Pacòt a l’è un milionare ‘d poesìa. Val a dì un poeta. Degn ëd cost nòm… Coi aversare ritornà amis, come sostansialment a l’ero restà, anche sensa savèilo, ant ël pi bel e mes ëd soa ciambërlocanda guascon-a. Mi, almen, la penso e sento parej. An tuta sincerità.”  (7)

         A proposito di Pinin Pacòt e Luigi Olivero ebbe a dire Trilussa:

“Se Pinin Pacòt e te foste un poveta solo, er Piemont e forsi forsi l’Italia cisalpina avressero er più formidabile poveta de tutta la loro storia letteraria. Perché, vojantri due, magari ve leticate sovente per delle fesserie come fanno li regazzini, ma poi en povesìa e ner core sete come Pilade e Oreste che puro ne l’antra vita, ce scommetto, annerete a bruciare ne l’istessa fiamma. Ognuno con un vestito differente da caccia, sete due mirabili falconieri de la povesìa. Ve integrate superbamente, come du’ mani gionte de un matto che prega senza saperlo, ne la forma stupendo e puro, a me pare, ne la sostanza, contemplativa ne l’uno, aventurosa ne l’altro, ma stracàrica de un levitatorio magnetismo naturale che a me me sembra venire da un’anima sola mai esistita, prima de ‘sti giorni, ne la povesìa in dialetto. Vojantri duo devreste cercà de capirve sempre mejo e de galoppà sempre a fianco a fianco pe la gioia vostra e de la povesìa.” (8)

         Nella raccolta di poesie Roma Andalusa una è dedicata alla splendida basilica in vetta alla scalinata dominante il Campidoglio. È La scala dël sol cui Olivero premette questa antica descrizione del miracolo che qui si verificò:

“Et incontinente fo aperto lo celo et molto splendore discese sopra esso, et Octabiano vide in celo una virgine coronata molto belledissima sopra una altare molto bella, e tene in brachio  uno infante. Et Octabiano senne deo molta mirabilia, et odìo una voce così dicenno: Questa ene l’altare de lo filio de Dio.” (Miracole de Roma)

         Una curiosità rintracciata recentemente. La Piemontèisa Società di cultura e studi piemontesi e Ij Brandé Giornal ëd poesia piemontèisa inviano al Comm. LUIGI OLIVERO Via Condotti 9 R O M A il seguente invito:

Mercoledì, 18 febbraio 1948, alle ore 21, nella sala piccola del Conservatorio G. Verdi, Via Mazzini 11, si terrà un Concerto  di musiche di autori piemontesi contemporanei.

Esecutori: ANDREINA DESDERI-RISSONE - canto

                    ADELINA DEMO-RISSONE - violino

                    EGIDIO ROVEDA - violoncello

                    ETTORE DESDERI - pianoforte

Programma 

NICOLA    Stich-Bërlich (A. Nicola, C. Rocco)

Monigheta - Ant la cèsa - Canson paisan-a - Stich-Bërlich - Camposant - Pomin d'amor           

DAVICO    Steilin-e (L. Olivero)

                   Steilin-e ëd fiòca - Gieugh për i cit - Ël pom granà - J'é n'erbo -

                   Soledad 

Seguono elencati altri pezzi del M° Desderi. Va sottolineato che anche Pomin d'amor è una poesia di Luigi Olivero.

            Dicembre 1948, dopo una sosta di due anni, Olivero pubblica l’ultimo numero doppio, 31/32, della sua rivista Ël Tòr. Un suo lungo articolo è dedicato alla memoria di Nino Autelli, barbaramente ucciso a Spinetta Marengo il 18 maggio 1945 avanti la figlioletta Paola di quattro anni, la moglie Maria e l’adorata Mamma. Giovani con foulard e berretti rossi gli sparano una raffica di mitra alle ore 1.15. Muore, confortato dai famigliari, da un sacerdote e da un medico, alle 4.15. Assassinio mai  punito, in nome di una giustizia sommaria e di un popolo lacerato da una guerra perduta. Olivero ci dà il primo, e a quella data, unico, vivido ricordo dell’autore di Pan d’coa e di Masnà. Mi sembra opportuno, data la difficile reperibilità, dare in questa sede alcuni brani del commosso ricordo di Olivero per il suo amico Nino Autelli:

L’ultimo suo anélito fu un pensiero soffuso della luce purissima del perdóno per i giovani sconosciuti che ostentavano berretti e foulards rossi e i quali, alle ore 1 di quella stessa notte, eran balzati giù da un’automobile che s’era improvvisamente arrestata di fronte a casa sua, avevano fatto irruzione, con i mitra spianati, nella sua stanza da letto, e, insensibili alle grida d’angoscia e di terrore della sua creaturina e delle sue donne, gli avevano intimato di uscire nella contrada, nera di silenzio, dove, proprio sulla soglia della sua abitazione, gli avevano sparato addosso una sventagliata di proiettili, lasciandolo disteso in un lago di sangue (ore 1.15). In un quarto d’ora avevano strozzato per sempre la più alta voce della prosa fiabesca in piemontese di tutti i tempi.

…Povero Nino! Hanno voluto ravvisare in lui nient’altro che un uomo d’un colore politico cancellato dalla spugna infocata degli avvenimenti bellici. Hanno voluto scorgere, sotto la sua bella fronte, un’idea politica ormai bruciata dalle fòlgori della tempesta: un’idea nella quale egli aveva creduto fino all’ultimo istante, con tutta la sincera onestà della sua anima limpida, perché in quell’idea – giusta o sbagliata che fosse – per lui s’identificavano la legalità, l’onore, la difesa della Patria. …la malvagità umana è grande, ma la vigliaccheria è immensa. Nino Autelli ebbe tanti amici, da vivo, che lodarono le sue virtù etiche ed artistiche. Post mortem, su di lui, sulla sua opera letteraria, non si è più udita né letta una parola.

Quanta tristezza! Se certa malintesa politica può pervenire a tanta accanita violenza demolitrice da eliminare persino il sentimento spontaneo e congenito del ricordo d’un compagno estinto, da parte degli amici della propria giovinezza, quanto ribrezzo, anche nelle marmoree statue cimiteriali, può suscitare talvolta la politica! Tuttavia noi sentiamo di poter superare, in tutta calma spirituale, anche la paura della politica degenere e degli uomini che se ne fanno strumento di offesa per legittimare i loro crimini. E offriamo serenamente questo omaggio a Nino Autelli: l’unico che gli sia stato pubblicamente tributato dalla data della sua morte (18 maggio 1945)  ad oggi (15 novembre 1948), alla sua santa memoria, alla sua anima pura, coraggiosa e delicata, che sentiamo sorella della nostra e viva: più viva che mai, in noi, situati ancora al di qua del regno delle ombre livide della Morte nel cui grembo il suo corpo ha trovato finalmente la pace. La pace eterna dopo un’esistenza inquieta, come la nostra, figlia onesta dell’avventura e dell’azzardo, genitori di virilità e di energetica poesia. …

Nino Autelli fu un eroe disarmato (stavo per scrivere armato del gambo di un giglio):

 

                                      Fu d’una innocenza edènica.

                                      Fu un còndor con occhi e cuore di colomba.

                                      Come Federico Garcìa Lorca.

                                      Come Robert Brasillach.

                                      Così fu Nino Autelli. 

E tale amo supporre che rimanga per la posterità, quest’ormai leggendario mio inobliabile amico.

All’articolo segue, dedicata a Nino Autelli  rilesend “Masnà”  e, con premesso il verso di Rimbaud 

Voici le temps des ASSASSINS, 

la MËSSA PAISAN-A Cantà da la mare d’un pòvr soldà mòrt an guèra.

Il prologo è una lunga e commossa poesia dedicata a Nino Autelli che inizia:

Con le doe man unije a leturìl

reso tò liber, Nino, dle «Masnà»

parèj d’un missalin anluminà.

E an tuti ij nerv l’hai un frisson sutil.

…………………

E ‘t ses mòrt sensa un crij parèj d’un cit. 

Quindi, prima dell’inizio dell’Introitus, l’immaginazione della scena in cui si svolge l’azione:

In un clima di apparizione surreale, un bianco sacerdote officia la Messa dei Defunti sull’altare di pietra di un Ossario dei Caduti eretto sulla cima di una montagna solitaria. Una vecchia contadina in gramaglie è inginocchiata sopra una roccia scura protesa verso la croce dell’Ossario a pochi metri dall’apparizione. La vecchia canta con voce trémula gli inni della Messa – da lei immaginata – sulle note di una musica rudimentalmente litugica: quale può essere concepita dalla rozza fantasia della povera devota che invoca dal Signore riposo eterno per i resti mortali del proprio figlio racchiusi in quell’Ossario.(9)

         Ancora nell’ultimo numero doppio pubblicato da Olivero della sua rivista Ël Tòr (15 dzèmber 1948-1 genè 1949) nel corso dell’accesa polemica con Pacòt, a proposito del poemetto Le reuse ant j’ole, pubblica il seguente annuncio a piena pagina cinque:

Publicheroma prest «set sonèt libertin a Olivero» dël poeta spiritual Pinin Pacòt.

Olivero poi spiega sull’Armanach dij Brandé del 1979  in una nota datata Roma, 15 luj 1978, che

…cost anonsi a l’era nen àutr che un mè facessios petard polémich final: da pòsto che savìa benìssim ëd nen podèj publiché coj sonèt ant cola mia arvista ch’andasìa ant le man d’un pùblich pitòst d’élite. Ma Pinin, temperament emotiv, a l’era sburdisse e a l’avìa fame notifiché, pì prest che ampressa, da l’av. Odiard des Ambrois, un’intimassion an carta da bol a pieme bin guarda ‘d publiché con sò nòm e cognòm cole soe gaillardises libertin-e. Che, tutun, a l’é pro sempre un darmagi nen publicheje, considerand che, ant ël sò géner, a son bel-e-bin ëd bisò, ëd cite ciadeuvre genite: mentre invece, le bularìe dël fringant galucin ëd la Musa piemontèisa che mi j’era a col  temp a  vorìo  essi essensialment dë s-cionconà provocatorie, ëd colp ëd bech afetuos al cambrada pì ansian ëd des ane për cisselo a ‘mbranché al vòl le fusëtte dij chicchiricchì spregiudicà ‘d mia sfida a la dësbàucia dionisiaca literaria. Na bagara per rije ‘d doi fieuj d’età diversa e ‘d caràter antitétich ma uguaj ant la passion për la poesia an langagi nostran. Sensa dubi, un confront anteressant e da ringreté ‘d nen podèilo dess-lé al pùblich. Pròpi un darmagi. Ma come fé? Mi peuss nen pieme la responsabilità ‘d contradì Pacòt che, miraco, am bèica inchiet dai giardin dij Camp Elis andoa ch’as treuva.

Olivero cita sette sonetti di Pacòt, mentre, come gà abbiamo visto nel secondo scenario, nel poemetto i sonetti di Pacòt sono sei. Ci viene incontro nuovamente Olivero spiegando che il settimo sonetto …a l’é una soa entusiastica apologia dla mia Cantada dël Tòr, e, an géner, dle mie poesie pì ciciosëtte, vitaminiche e nackturaliste

Olivero dichiara di non voler pubblicare i sonetti di Pacòt per rispetto del suo desiderio. Quasi altri vent’anni sono trascorsi da allora; nel 2005 Goria ha pubblicato l’intera opera su Piemontèis ancheuj e, per questo, mi sono permesso di riportare integralmente i quattro  sonetti  rintracciati nelle cartoline originali inviate da Pacòt presenti nel Fondo Olivero di Villastellone che presentano diverse varianti . (10)

           Nel 1949 è a Palermo a un congresso filologico dove l’hai ciamà e otnù la paròla sèt vòlte an trè dì për propon -e, a l’eminentissim glottòlogo prof. Ferruccio Tagliavini dell’Universotà di Padova, ch’a presiedìa còl congress, ëd question ëd grafia ‘d nòst dialèt che son vedume risòlve (e quaicadun-a nen risòlte) sic et sempliciter con la grafìa scientìfica. (11)

           È ancora il 1949, 7 di aprile. Olivero compone due poesie Mè bestiare e Le còrde d’òr che invia come regalo a Clemente Fusero. Sul foglio a doppia pagina che contiene le due poesie scrive con calligrafia molto grande: Questi sono i miei due ultimi sonetti piemontesi. Poi chiudo bottega di poesia in lingua proletaria.

Naturalmente non seguirà l’impulso tanto che la sua produzione in piemontese nel corso del 1950 è una delle sue più abbondanti.

           Nel 1950 intervista amichevolmente Francesco Flora. Hanno una lunga chiacchierata nel corso della quale il Flora anticipa ad Olivero un’osservazione che cinque anni dopo rifonde in un breve saggio per la commemorazione dei cent’anni dalla morte di Giovanni Pascoli: Noto è il punto di partenza del Pascoli dalle parole di Cebes Tebano nel Fedone di Platone: che forse c’è  dentro di noi un fanciullino che  ha paura della morte. E il Pascoli inizia il suo discorso togliendo il forse: «È dentro di noi un fanciullino che non solo ha brìvidi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi.» Il fanciullo pascoliano  è l’idea della poesia che perennemente vive, anche se a tratti oscurata o velata, nell’anima dell’uomo.

In quell’occasione Olivero rammenta al Flora che nel paragrafo 159 del primo volume di Umano troppo umano del Nietzsche, esiste  una prefigurazione di questa teoria del fanciullino: L’artista si abbandona sempre più alla venerazione delle emozioni violente, crede in dèi e demoni: anima la natura, odia la scienza, diviene mutevole nei suoi stati d’animo come gli uomini dell’antichità e brama uno sconvolgimento di tutti i rapporti che non sono favorevoli all’arte, e ciò con l’irruenza e l’irragionevolezza di un fanciullo. Ora l’artista è già di per sé un essere rimasto indietro, dato che si è fermato al giuoco, che è proprio della giovinezza e  della fanciullezza: a ciò si aggiunga ancora che egli a poco a poco  assume regressivamente una  forma di altri tempi; da ultimo, ciò sbocca in un violento antagonismo fra lui e i suoi contemporanei  e in una triste fine; così come, a quanto narrano gli antichi, Omero ed Eschilo finirono col vivere e morire in melanconia. Deliziosa “melanconia”, forse la folle beatitudine suprema, ìnsita in questo adulto ritorno all’infanzia dell’uomo, conclude Olivero. (12)

           Tra la fine del 1949 ed il giugno del 1950, con una carovana di trenta giornalisti  provenienti da tutti i paesi del mondo ed in compagnia dell’amico scultore, ceramista, disegnatore Giuseppe Macrì (contrabbandato quale giornalista), inizia un lungo viaggio attraverso l’Italia in ferrovia, in aereo, in pullman e in piroscafo, teso ad illustrare al mondo la rinascita del paese. Alla riuscita dell’intento,  non poco contribuiranno le belle immagini che Macrì, per ogni dove, andava raccogliendo nel suo taccuino di viaggio e che poi, con somma generosità, distribuiva ai partecipanti perché  infiorassero gli articoli che iniziavano così il loro volo per il mondo.

           Nell’autunno, sempre del 1950 vince a Parigi, su 65 partecipanti, il Prix de la Chimère di poesia dedicata all’aviazione nell’ambito dell’Esposizione Aerea Internazionale con  L’Aereopoema dl’Élica Piemontèisa, che gli vale un premio di 500 mila franchi.

La motivazione del premio è la seguente: La più alta espessione della poesia dei cieli animata dalle ali degli uomini.

L’anonimo estensore sulla rivista Ij Brandé N° 100 del 1 novembre 1950 (Pinin Pacòt?) commenta.

Le pòche paròle ‘d costa notissia a basto nen a dì còsa ch’a sìa sto cit poemèt, sospeis ant un miraco ‘d color e ‘d nuanse a specié dal cel ëd Piemont la reveusa nostalgìa dij paisagi nostran. Ij pòchi ch’a l’han lesulo a lo san, e noi i speroma ‘d vëddlo prest publicà.

Ant costa bela afermassion noi vëdoma un pòch lë specc ëd soa vita d’om e ‘d poeta, con col andi dësgagià e ardì ch’a lo caraterisa, sempre pront a serché l’aventura për cheujne la sostansa lìrica da fonde ant la blëssa dij sò vers. A l’é për costa soa gioventura sempre viva che noi i l’auguroma che, a dispet ëd col sò sfògh epigramàtich, d’autre bele vitòrie a ven-o a conforté soa fatiga e sò ingegn ëd poeta.

A ricordo di quella composizione poetica e di quel trionfo conserva una vera elica di aeroplano nel suo alloggio torinese di Borgo Dora che poi, forse, trasferisce nella casa sul Montserrat (Quest’ultima possibilità è però esclusa da alcuni vicini di casa dell’Olivero in quel di Borgo).

Nel 1941 Chionio, recensore letterario dell’Armanach Piemontèis (avrà forse preso il nome da Luigi Chionio, morto nel 1930, ciabattino astronomo, compilatore di un celebre almanacco di previsioni meteorologiche?) ne annuncia la prossima pubblicazione e definisce l’opera:

L’acid tartarich ch’à fa mossè il mòst savurì ëd cost volum bizar…(L’acido tartarico che fa spumeggiare il mosto saporito di questo bizzarro volume…)

Guido Mattioli, scrittore, aviatore e direttore della rivista L’aviazione nel numero di gennaio del 1945 a proposito de L’Aereopoema  scrive:

Una prova della gagliarda rinascita del Piemonte, la fornisce nel campo spirituale Luigi Olivero con un’opera di poesia, nuova per la concezione e per la forma, che s’impone all’attenzione non solamente piemontese, ma italiana.

Per vedere l’opera stampata bisognerà attendere il 1993 quando Camillo Brero la pubblica a puntate sul suo Piemontèis ancheuj. (13)

            Nel N° 92 del 1950 de Ij Brandè pubblica cinque poesie sotto il titolo Mostra përsonal. S’un mè ritrat ëd gioventù con i versi di Brofferio A disdeut ani che  ‘l mond a l’é bel!. L’erbo (A vintesinch ani). A metà stra (A trant’ani), Le còrde d’or (A trantesinch ani). Statua vita (A quarant’ani).

           Nel commemorare la morte di Trilussa (Carlo Alberto Sallustri) del 21dicembre 1950, Olivero ci regala quest’affresco della casa del poeta romanesco per ecellenza e della sua conoscenza dei poeti piemontesi:

Mi im ricòrdo con che competensa am parlava, ancora quèich mèis fa, ant soa granda stansa da pitor, a dontrè pass da Piassa dël Pòpol, an via Maria Adelaide 7, combinà a la fasson d’un patio morèsch, con na lòbia tut antorn e corma, fin-a a crevé, ‘d giargiàtole, quàder, tapiss, clinché, stërnaj, mobilia ‘d tuti jë stij, blitri ‘d tute sòrt, bestie ‘d tute qualità (dai doi cocodrìlo ambalsamà ai doi angelèt baròch e andorà pendù ‘n sla scala da pompista che ch’èl a ciamava la scala ‘d Giacòb, da ‘n Budda an similòr pansarù e colossal a ‘n pianofòrte a cova funerare che anvece a l’era un alègher bar american, da na stuva massissa faita a teston d’elefant a na colession ëd ressie ‘d tute le dimension a comensé dal rëssiettin microscòpich da orlogé fin-a al frandin da boscaté, da la fòto ‘d d’Annunzio con la dedica «A Trilussa, poeta degli animali parlanti, il parlante animale Gabriele d’Annunzio» ai sò disègn ëd macëtte popolar personalissim e originaj; peuplà senza fin ëd còse estrose (mach la cà ‘d Madrid ëd l’umorista Ramon Gomez de la Serna a pudrìa esse  paragonà a la cà ‘d Trilussa), im ricòrdo con che competensa am parlava dla poesìa piemontèisa d’Amilcare Solferini, dont arfasìa con le làcrime a j’euj ël gest da moschetlé, recitandme, con na prononsia dròla ma afetuosa, ‘d vers dij trè sonèt d’Ël cheur; ëd Nino Costa, dont arcordava, osservandme, con un soris ëd vei scolé malissios ch’a sèrca ‘d vince la comossion an parland d’un cambrada scompars, «che diceva le s e f come ne’ libri antichi», dont arcordava divèrse stròfe delissiose dla Consolà; e peui ëd Pinin Pacòt ëd mi. Pòr Trilussa ch’a lesija così bin, se nen ant mia poesìa, ant cola ‘d Solferini, ‘d Costa, ‘d Pacòt e ant mè cheur! (8)

           All’inizio del 1951 compone la poesia Al poeta Arnaldo Soddanino destinata ad aprire la raccolta di poesie piemontesi Sôta la Mole dell’amico poeta de Ij Brandé che verrà pubblicata di lì a poco dall’editore Negro di Torino. (14)

           Il 15 novembre del 1951, presso la sede della Famija Piemontèisa di Roma, Pinin Pacòt tiene la conferenza La poesia piemontese moderna chiudendo l’esposizione con la critica della personalità di L. Olivero e la lettura di un di lui poemetto giovanile nel quale è già in sintesi tutta l’opera poetica e l’aspirazione del sempre giovane poeta. (15)

           Il poeta romano, trapiantato a Torino, Filippo Tartùfari ci offre il resoconto della Pasquetta romana del 1952 con alcuni Piemontesi a Roma.

Roma è insolitamente grigia in questo pomeriggio di Pasquetta ed io tutto solo, discendendo per la via delle Quattro Fontane: 

… So scocciato

senza sole me sento sconsolato! 

         Arrivo alla Chiesa di Trinità dei Monti, ed invece  di prendere come di consueto la strada alberata che porta a Villa Medici ed al Pincio, discendo per l’ampia scalinata  che porta a piazza di Spagna e mi siedo su di un pilastro della magnifica fontana, la Barcaccia del Bernini.

         Mi guardo intorno e vivo per alcuni istanti  nella dolce illusione di una Roma settecentesca.

         Ecco là via Condotti, con il suo antico Caffè Greco, ricco di nobili antiche tradizioni, ma ahimè quanto oggi diverso. 

                                      Povero Caffè Greco è no squallore!

                                      Me l’arivedo co la fantasia

                                      quanno, nell’Ottocento, Roma mia

                                      era piena d’artisti e de sprennore.

 

                                      Tempi beati, tempi ormai lontani

                                      quanno Gioacchino Belli cor sonetto

                                      faceva gode e ride li romani. 

         Mi sembra che giunga dal caffè lo scoppiettio delle risate  dei tranquilli romani, mentre in un cantuccio solitario il povero Giacomo, pensoso e pallido gobbetto, rimane serio ed accigliato pur prestando orecchio alle pasquinate del giorno e alle facezie  rimate di Gioacchino Belli, dalla faccia arguta e dal prestante fisico in contrasto con l’esile figura del poeta.

         Mi pare di udire per Piazza di Spagna lo scalpitio dei cavalli che conducono al galoppo sfrenato i signori del tempo; le voci degli staffieri annuncianti il passaggio dei loro padroni. – Largo, largo, al gran Conte di Espinosa de Valera – e sorrido alla vista di un povero scagnozzo di campagna, che a stento riesce a schivare gli schizzi di fango, mentre un altro Giacomo, veneziano,  dal naso adunco,  dal portamento elegante e fastoso,  prodiga a destra e a sinistra il suo sorriso di geniale avventuriero.

         Vedo lo sciame degli abatini attillati e saltellanti  come quei cagnolini neri che deliziano  le signore eleganti; ammiro gli opulenti fianchi delle floride «minenti» romane avvolte in ampi e preziosi  scialli a fiorami dai colori vivaci e il codazzo dei moscardini che mormorano parole procaci, veri pappagalli dell’epoca; popolani agghindati a festa con il giubbetto di velluto, calzoni corti e scarponcini a fibbie argentate. Sento lo scampanellio degli infiorati carretti a soffietto, che, tirati da cavalli adorni sul bastio e sulle briglie di campanelli, portano l’ambrato vino dei castelli romani  e vanno e vengono da Porta del Popolo.

         Questi fantasmi di altri tempi mi rasserenano.

         A un tratto interrompe il mio sogno una voce:

-         Tartùfari!

Mi volto  di scatto e riconosco un antico compagno di scuola. Ma

come cambiato!

         Ritrovo questo amico, fatto calvo, panciuto, con il pallore caratteristico del lavoratore intellettuale. Che differenza da allora! Lo rivedo sui banchi del Politecnico, quando, come tutti gli altri condiscepoli, anch’io lo chiamavo «signorina», tanto era biondo, esile e sentimentale.

-         Sei a Roma; ma tu non vivi adesso a Torino?

-         Si, sono qui temporaneamente; mi   trovo un po’   spaesato; tutti  i

vecchi amici se ne sono andati, dispersi dall’ala del tempo. Questo pomeriggio così grigio mi  rende melanconico.

         -   Sei dunque diventato poeta? Andiamo dal sor Augusto qui a via della Vite  e con un buon bicchierotto di Frascati riacquisterai di nuovo il buonumore.

         Entriamo: il locale è insolitamente affollato per la Pasquetta. Mentre giro lo sguardo per trovare un posto libero mi sento chiamare:

-          Poeta, perché non t’accosti

È il poeta piemontese Luigi Olivero che mi fa cenno con la mano. Andiamo al suo tavolo dove egli sta con alcuni artisti, giornalisti e soci della “Famija Piemontèisa” di Roma.

         Presentazioni, cordiali strette di mano.

-         Che cosa bevete? Offriamo noi perché tu non sei più romano -

e rivolgendosi ai suoi compagni esclama:

-         Questi è Filippo Tartùfari, il poeta romanesco di Torino.

-         Poeta romanesco  di  Torino? Dice   Brigante   Colonna,   l’originale

giornalista e profondo conoscitore della musa romanesca, ed io a lui: 

Perché te meravija che un romano

baccaja sempre che Torino è bella!

È inutile che fai sta risarella,

lo strillo a tutti, bé, che c’è de strano? 

-         Caro Filippo – riprende a dire Olivero – siamo qui abbacchiatelli, tu

sai meglio di qualunque altro che il “bougianen” sente la nostalgia della sua “bela Turin” specie in queste ricorrenze. Oggi, giorno di festa, la nostra melanconia aumenta; lassù Pasquetta è una vera giornata di gioia, ma qui per noi… Suvvia, levaci di dosso questa cappa grigia, facci rivivere per qualche istante  fra i viottoletti di Valsalice e di Santa Margherita; dì a noi, poveri esiliati, qualche tuo sonetto.  In compenso, io pago la merenda a tutti; mi mangio i diritti di autore che ho riscosso proprio ieri dall’editore per il mio nuovo libro.

         E si batte soddisfatto la tasca della giacca.

         -   La cosa mi lusinga e poi mi conviene   - rispondo sorridendo -   ma voi capite che, più di un poeta, io sono un cantastorie e me ne vanto. Vengo dal popolo, e canto per il popolo. S’io fossi nato al tempo dell’Angiolieri, mi si sarebbe sentito cantare in mezzo alle brigate come queste, gli stornelli romaneschi ispirati dagli avvenimenti del giorno. È curioso, che io «romano de Roma» canti a voi torinesi le bellezze della Collina. Ma tu, caro Olivero, non mi hai deliziato con le tue rime piemontesi sulle bellezze delle fontane romane?

         Bevo un bicchiere del buon vinetto dei castelli, indi comincio.

-         Faremo insieme una specie di viaggio sentimentale. Partiremo da

Piazza Castello e per Via Po, Piazza Vittorio, vi condurrò a vedere il tramonto a Superga. Prima però di cominciare, andiamo a prendere le sigarette sotto i portici di Piazza Castello, dalla famosa Gina: 

         Fra quele gabbie de Piazza Castello

         c’è a Torino un bucetto arinomato

         pe sigherette, sigheri, trinciato,

         pippe, bocchini e qualche giocarello.

 

         Sto bucio de bottega è carinello:

         lustro, pulito, alegro, rissettato;

         magara ce sarai forse fregato,

         ma si lo fanno, è in modo aggraziatello.

 

         Lì c’è Gina, famosa tabaccara

         che er fumatore furbo se la deve

         fassela amica e poi tenella cara.

 

         Cià un ber grugnetto a punta e spizzichino,

         tiè li capelli bianchi come neve,

         co no sbruffo sfumato de turchino 

Digressione nella Roma di Olivero,  rivelatrice di stati d’animo e sentimenti del poeta lontano dalla sua Torino e dal suo Piemonte. (16)

         Prendo spunto da quanto Olivero, con grande soddisfazione, battendo la mano sulla tasca della giacca, afferma rivolto a Tartùfari.

Ha da poco concluso l'avventura editoriale de Ël Tòr e deve quindi aprirsi la strada verso altri sbocchi letterari. È in questi anni, tra il 1950 ed il 1952, che inizia un vorticoso scambio di corrispondenza con il suo agente londinese, ma anche con editori olandesi e tedeschi. Ho a mie mani un ampio carteggio  in proposito. Contiene le minute di Olivero manoscritte in italiano, le copie delle lettere dattiloscritte in inglese o in tedesco dirette ad agenti ed editori. Inoltre le risposte, su carta intestata delle agenzie tutte in inglese o tedesco.

Oltre che per le edizioni inglese ed americana di Babilonia stellata, Turchia senza harem e Adamo ed Eva in America, compaiono altre opere già completate ed inviate in visione che, purtroppo, non avranno, per vari motivi, l'onore di finire sotto i torchi.

Olivero intrattiene fitte relazioni con Jasmine Chatterton e Kenneth Lindsay direttori dell'agenzia in cui collabora Dorothy Thompson, moglie dello scrittore americano Sinclair Lewis, e alla quale dedicherà il suo Adamo ed Eva in America.

Invia a Londra le due opere appena completate Mr Cupid  World Citizen N° 1 scritto a quattro mani con Vittorio Guerriero, giornalista ed umorista di chiara fama, e Land of Sancio Pancia di Vicente Blasco Ibáñez tradotto da Olivero con numerose integrazioni di suo pugno.

Per quanto riguarda Mr Cupid  World Citizen N° 1 Olivero ha già pronto quanto dovrà comparire sul risvolto della copertina:

Vittorio Guerriero & Luigi Olivero è il più brillante, fortunato, dinamico tandem a grande successo di scrittori umoristi che abbia oggi l'Italia: e questo primo libro scritto da essi in collaborazione è stato definito da un autorevolissimo critico: "una calorosa stretta di mano del Satyricon di Petronio con The Vanity Fair del Tackeray, una scintillante denuncia - scritta con un inchiostro distillato festosamente dai sette colori dell'iride del riso - di tutte le viziose fatuità che esprime ancora la contemporanea high life internazionale in un mondo sanguinosamente piagato di gravi tragedie sociali e politiche".

Seguono le biografie dei due coautori.

In una lettera successiva propone queste altre opere in preparazione The Stakhanovists of Love, The Wax Museum (Il museo delle statue di cera di cui ho detto all'inizio di questo scenario), Flamenco in Red and Yellow sulla Spagna del 1950 in collaborazione con lo scrittore Renato Giani ed infine Buffalo Bill's Country: America for All and for None.

Altra lettera diretta a Jasmine Chattertorn del 25 luglio 1950: oltre a suoi lavori, ne propone anche di amici. eccone qualche stralcio:

Le accludo una nota dell'ammiraglio Guido Milanesi, uno dei pià famosi narratori italiani, mio caro amico anche se potrebbe essere almeno sei volte mio padre. Questa nota concerne un suo bellissimo romanzo... Olivero prosegue dicendo che ne esiste già la traduzione inglese, solo da ritoccare qua e la, che in Inghilterra il successo sarebbe assicurato. Più oltre:

Ci sarebbe, inoltre, "La Fiorentina": un romanzo autobiografico, scandalistico, spregiudicato, costruito nell'atmosfera arroventata di quest'ultimo decennio da una giovane rivelazione: Flora Volpini, bella donna molto vissuta, mezza matta ma intelligentissima, che conosco. È il libro del giorno in Italia. Pubblicato da appena due mesi, ha subito ottenuto un successo vertiginoso: è alla quarta edizione.

C'è ancora un romanzo-fiume sulla Russia cotemporanea, "Bùrja" (La bufera), già pubblicato dall'Einaudi il quale, all'esaurimento della prima edizione, non l'ha più ristampato perchè l'opera è analiticamente anticomunista ed egli si è orientato verso il comunismo. L'autore, amico mio, Paolo Zappa (giornalista, letterato che ha vissuto lungamente in Russia), ha riscattato la proprietà letteraria di questo libro, il cui soggetto cinematografico è stato acquistato recentemente dalla "Associated Artists", e può disporne per la pubblicazione all'estero in traduzione.  ...

Molta della corrispondenza è dedicata a problemi di rimborsi e pagamenti vari in cui Olivero coinvolge anche l'amico, che vive a Londra, Carlo Maria Franzero. Una lettera indirizzata a Jasmine Chattertorn è scritta in lingua italiana. Olivero qui dichiara: Le scrivo in italiano perchè la mia segretaria è in vacanza (lettera del 25 luglio 1950) e il mio pessimo inglese rappresenterebbe più un apporto di confusione che di chiarezza...  Mi sorge quindi il dubbio che la traduzione dall'inglese di Cleopatra del suo caro amico Franzero, uscito nel 1958, sia opera più che altro di quest'ultimo, contrariamente a quanto dichiarato nel volume stesso. A meno che Olivero non si sia sottoposto in questi anni ad un ciclo di duri studi sulla lingua inglese.

Due curiosità dalla stessa lettera. Per il romanzo scritto a quattro mani Mr Cupid gli sono state offerte 100 sterline (naturalmente da dividersi in tre, Olivero, Guerriero e l'agenzia) per i diritti negli USA e senza alcuna provvigione  ...è veramente troppo poco: sebbene un "businessman" americano sia quasi sempre un bolscevico democratico, bisogna fargli presente che Lei, il mio coautore e io non siamo deportati nei campi di lavoro della Siberia.  Acconsento a 150 sterline. Ma  non un penny di meno ...

Vacanze estive. ... Ora mi sono già prenotato un soggiorno di due settimane ad Uscio (Genova), Colonia Arnaldi, fra il 7 e il 20 Agosto. Uscio è un lindo villaggio alla svizzera, situato a 600 metri in montagna sul mare di Recco, famoso per l'ottima cura disintossicante e dimagrante (di quest'ultima io non ho bisogno) che vi si può fare, a base di un certo infuso di erbe diuretiche ...

         A proposito delle traduzioni in inglese, ci illumina un'aggiunta di mano della stessa segretaria  in calce al suo lavoro sulla missiva diretta a Mr Lindsay del 3 marzo 1951: 

Caro Dottore

Altro che 50 minuti. Un'ora e 15 lavorando continuamente. Lei mi ricorda sempre dell'articolo che ha scritto per me ed io veramente gliene sono grata ma tanto tanto... Però debbo pur dirle che soltanto la mia riconoscenza mi fa tradurre con tanta coscienza e competenza... Perchè io detesto, proprio detesto le traduzioni.

                                                                           Distinti saluti. Maria Ramella 

          Della primavera del 1950 è un ulteriore progetto editoriale a quattro mani di Olivero. Dovrebbe trattarsi di una serie di racconti sulla vita degli animali scritti in tandem con Maria Nencioli. Olivero ce ne da un succoso curriculum:

Maria Nencioli, 2 novembre 1914, scrittrice, giornalista, musicista compositrice e scultrice. Si è diplomata in pianoforte nel 1932 al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. Allo stesso Conservatorio ha studiato composizione coi Maestri Frazzi e Dalla Piccola. Ha studiato scultura con Vermetti e Griselli fiorentini. Ha esposto a Livorno nel 1935 alla Mostra degli Artisti e a Firenze (Artigianato fiorentino) nel 1938 con vendita di suoi bassorilievi.

Cacciatrice e pescatrice appassionata. Ha dedicato la sua giovinezza, fin dall'adolescenza, allo studio della vita segreta degli animali. Entrata nel giornalismo nel 1938 con Giovanni Ansaldo attuale direttore del "Risorgimento". Ha collaborato ai più importanti quotidiani italiani come "La Gazzetta del Popolo", "Il Messaggero", "Il Giornale d'Italia", "La Tribuna", "Espresso", "Il Popolo", "Il Giornale della Sera". È stata l'unica donna che, nominata corrispondente per la Marina 1941-1943, ha potuto assistere e descrivere le fasi più cruente del recente conflitto sia a bordo di unità operanti da battaglia e da scorta convogli, sia dislocata presso le principali basi dell'Africa Settentrionale. È livornese, quindi di sangue marinaro. Ha navigato tutto il globo terracqueo sia a bordo di navi da pesca  (baleniere norvegesi) sia a bordo di navi di linea delle principali Compagnie Armatoriali italiane e straniere. Conosce quindi genti e paesi d'ogni latitudine, dall'equatore alle acque polari.

È una donna sportiva: campionessa centometrista di nuoto, appassionata di vela, equitazione, automobilismo da corsa, pilota d'aviazione sotto l'egida di Italo Balbo, ciclismo, motociclismo.

Allieva del famoso schermitore Nedo Nadi ex campione mondiale.

Ha in preparazione un libro sulla gente di mare dei diversi paesi. 

Allegata al curriculum lettera autografa manoscritta della stessa Nencioli:

Roma 27 aprile 1950

Delego con la presente dichiarazione il collega ed amico Dr Luigi Olivero a trattare e a concludere alle condizioni che egli riterrà le migliori l'edizione sia italiana che straniera del volume scritto in collaborazione e consistente in circa 15 racconti sulla vita degli animali.

Questo volume è ancora senza titolo e il collega Olivero ha piena facoltà di creare il titolo stesso, quello di ogni singolo racconto e quello delle diverse parti che comporranno il volume, oltre a una introduzione che egli stesso scriverà.

                                                                           Maria Nencioli 

           Tra le carte recentemente ritrovate a Villastellone, nel Fondo Olivero, quattro fogli dattiloscritti con titolo Lo stambecco, aggiunto a mano in testa con chiara calligrafia di Olivero. In un primo momento  penso trattarsi di un suo articolo  e così continuo a credere sino all'inizio della terza pagina, quando mi imbatto nella frase Nel 1870, ...dovetti trattenermi a Bayonne. Controllo meglio. In fine di quarta pagina, proprio all'estremità del foglio, scarsamente leggibile Conte Aghemo di Perno. Potrebbe trattarsi di uno dei racconti che, ampiamente modificato, sarebbe andato a far parte del libro in collaborazione con la Nencioli? Le modifiche avrebbero dovuto essere però piuttosto sostanziali: l'opera di Natale Aghemo di Perno è stata pubblicata nel 1888 ed ancora nel 1910 dalla Ditta Eredi Botta di Torino con il titolo Dello stambecco, piccolo opuscolo di 32 pagine, piuttosto raro.

           Con l’articolo Trè tësoirà ant la trubia dël pëscador Àngel Biancòt che appare sul N° 129 della rivista di Pacòt Ij Brandé del 1952, Olivero inizia una feroce polemica con Angiolo Biancotti  del Cenacolo di Torino a proposito delle critiche di decandentismo e quant’altro da lui rivolte alla Compania dij Brandè. Olivero critica aspramente sia la poesia del Biancotti che le di lui affermazioni su Ij Brandè. Se la prende pure con il concorso annuale di poesia piemontese bandito dal Cenacolo nel nome di Nino Costa, citando le lettere che vengono inviate ai poeti partecipanti: Egregio Signore, la poesia è fra le quaranta segnalate, favorite prenotare al prezzo di lire… l’elegante pubblicazione antologica nella quale essa apparirà e che stiamo preparando

La Giurìa ha classificato la Sua poesia fra le migliori, purchè essa sia convenientemente accorciata… e in attesa della Sua autorizzazione ai tagli sopra accennati…

Olivero chiosa: Ël premi a le fëtte tajà da la Giurìa del Cenacolo ant la lìrica ‘d disdeut quartin-e e mesa. Ij salamé dla poesìa! E noi dovrijo përmëtte a ‘d salamé parèj ëd dene publicament ëd consèj e fene ‘d rimpròcc an materia ‘d poesìa!

Olivero però non disdegna poi di partecipare, e a volte vincere, ai successivi concorsi annuali, dal 1954 fino al 1964, del premio in nome di Nino Costa bandito dal Cenacolo. E Angiolo Biancotti è ancora lì, e fa  parte della Giuria  eziandio nel 1964, anno della sua morte.

L’articolo di Olivero su Biancotti ci permette anche di riportare un piccolo aneddoto oliveriano di sua vita familiare:

Quand che j’era cit, mia Mama, gropandme na serviëtta al còl, dë nans a na scudela a fior corma ‘d supa bela e càuda, am disìa squasi sempre, për femla mangè sensa le lanternade che ‘d sòlit, a fan ij cit: 

Pasta e faseui,

mnestra dij fieui.

Ris e lentìje,

mnestra dle fije. 

A col temp lì, mi j’era già un fieul, veuj dì un mas-ciotin: e a l’avrìa dovume fé piasì che mìa mnestra ‘d pasta e faseui a fussa da fieui, val a dì pròpe adata për mì. Ma, a longh andé, chi sa mai për che misteri freudian dla psiche infantile, a l’era vnume veuja ‘d sagé ‘d cò un pòch ëd ris e lentìje, quambin ch’a fussa la mnestra dle fije. (17)

         Il 15 maggio del 1952 Olivero inizia la sua nuova avventura editoriale con Il Garibaldi – Arte Costume Storia Turismo delle Regioni d’Italia e del Mondo Latino – avventura che purtroppo, vista l’alta qualità della rivista, durerà solo lo spazio di sei uscite, fino al primo agosto. Una notizia di un certo interesse, riguardante il nostro direttore, la trovo nel primo numero in un piccolo riquadro dell’ultima pagina dal titolo Also the British lion laughs (laugfs nel testo n.d.a.)  for Adam and Eve in America by Luigi Olivero (Anche il leone britannico ride per Adamo ed Eva in America di Luigi Olivero). Il riquadro contiene alcune recensioni in inglese del romanzo da: Norfolx News, What’s on, East Anglian Times, Dunsley Gazette, Irish Times. Quindi termina con questa notizia, sempre in inglese, qui già tradotta:

The Italian Broadcasting Society «Radio italiana» ha trasmesso, in una conversazione su “L’Italia nel libro” una lunga biografia di Luigi Olivero che fu tradotta e trasmessa via radio nei seguenti linguaggi: francese, inglese, tedesco, spagnolo, danese, polacco, iugoslavo, cecoslovacco, romeno, bulgaro, turco, ungherese – in tutti e dodici i differenti linguaggi!

Sempre in ultima pagina, in un riquadro, la pubblicità delle pelliccerie Viscardi con i negozi di Torino e di Roma.

Nel secondo numero compare, ancora in ultima pagina, la pubblicità alle pelliccerie Viscardi e quella al libro di Olivero che si presenta leggermente differente:

Ban revoked in Eire of: Adam and Eve in America by Luigi Olivero (Revocata in Irlanda la proibizione di: Adamo ed Eva in America di Luigi Olivero) in cui compare un’altra  recensione tratta dal The Bookseller.

Nel terzo numero cambia ancora l’intestazione della pubblicità al suo libro: All British Empire laughs (laufs nel testo n.d.a.) for… (Tutto l’impero britannico ride per…) e viene soppresso il paragrafo dedicato all’intervista radiofonica. Nel quinto numero compare una breve rassegna delle critiche rivolte a Il Garibaldi tra cui spicca quella dell’anonimo redattore de Il Globo di Roma:

…Una rivista molto curata nella stampa e nel contenuto letterario. Compiti nobili – seppur coraggiosi – essa s’impone: sviluppare una conoscenza intima e cordiale tra gli uomini, che faccia superare ogni genere di confini.

Nel sesto ed ultimo numero della sua rivista Olivero pubblica due sonetti del d’Annunzio mai più ripubblicati dalla loro apparizione del 1883, entrambi dedicati alla moglie del Vate. Riporto qui il commento di Olivero ai due sonetti:

Riproduciamo questi due sonetti giovanili di Gabriele d’Annunzio: sconosciuti da circa settant’anni al grande pubblico, giacchè il Poeta li escluse da tutte le edizioni delle sue raccolte di versi. Entrambi i componimenti erano stati ispirati dalla moglie Maria Hardouin Duchessa di Gallese, oggi Principessa di Montenevoso.

Il primo sonetto (Perplessità) venne pubblicato nel Fanfulla della Domenica del 22 aprile 1883 e riflette lo stato d’animo del Poeta ventenne, innamoratissimo della giovane patrizia romana i cui genitori ne avversavano decisamente le nozze con l’Imaginifico.

Il secondo sonetto (Sonetto d’estate) apparve il 12 agosto dello stesso anno ne Il canottiere piceno, giornaletto di Porto San Giorgio: località in cui il d’Annunzio si recò, insieme con la consorte, subito dopo le nozze celebrate a Roma, com’è noto il 28 luglio 1883, in forma modestissima e senza la partecipazione ufficiale dei genitori degli sposi.

Genitori ancora scandalizzati dalla “fuga” che, appena tre settimane avanti, i due innamorati avevano di perfetto accordo compiuto in ferrovia, a Firenze, allo scopo di costringere, con questa loro scappatella romantica, i parenti della fanciulla ad accordare il consenso al matrimonio. Consenso che, infatti, fu accordato: ma con ostentata freddezza. Questo secondo sonetto fu ripubblicato dal d’Annunzio nella Cronaca Bizantina del 1 settembre 1883, e, ripetiamo, così come il sonetto che precede, mai ripreso in volume dall’Autore.

In quest’ultimo numero de Il Garibaldi   in riquadro la pubblicità di due opere di Olivero. Ancora Adam and Eve in America recensito da Carlo Maria Franzero definito un autorevole osservatore italiano a Londra e Turkey without Harem recensito dal Bookseller.

         Nello stesso 1952 fonda a Roma l’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali (A. N. PO. S. DI. tutt’oggi esitente dopo oltre mezzo secolo di attività) con Turno Schiavoni di Ancona, Renata Sellani di Senigallia, Giulio Cesare Zenari di Verona, Gino Cucchetti di Venezia e Alfredo Lucani di Pescara. Ne sarà a lungo Vicepresidente e vi farà confluire gli amici piemontesi Umberto Luigi Ronco e Pier Demetrio Ferrero. Per l’Associazione fonda e dirige Poesia dialettale, trimestrale che avrà vita dal 1956 al 1961, quindi nel 1970 l’analogo bollettino Fiera dialettale che avrà vita solamente per due uscite. Stemma del sodalizio è un flessuoso e frondoso albero di ulivo (emblema di pace, nella quale, come diceva Ovidio, fioriscono le arti e in particolare la Poesia).

           Nel 1953 esce Il diavolo di Giovanni Papini. Olivero recensisce l’opera, in cambio avrà una gradita lettera di ringraziamento ed in seguito il giudizio espresso dallo stesso Papini: stile mordente e tagliente. (18)

             Dalla seconda metà degli anni '50 si avvia una feconda e lunga collaborazione con gli Italiani emigrati in Argentina. In particolar modo con la comunità di Rosàrio da Sante Fé capitanata da Luis Rebuffo. Nato il primo novembre del 1899 a Villar San Costanzo, bella cittadina presso Dronero, in provincia di Cuneo, emigrato giovanissimo a Rosario e lì tra i promotori della prima biblioteca circolante "Victor Hugo" nel 1918 presso la Colonia Agricola "La Ines". Come professore si dedicò per tutta la vita anche all'insegnamento del piemontese. Pubblicò nel 1967 a Rosario in proposito un vasto Diccionario Castellano-Piamontés, Piamontés-Castellano (20.000 articulos) e nel 1968 Manual para aprender Piamontés. Nel 1988 un suo libro di memorie Un inmigrante Piamontés en la Argentina 1904-1987. Fu anche apprezzato poeta. La Regione Piemonte lo insignì nel 1984 (primo anno di effettuazione) del Premio Internazionale Biennale Piemontesi nel Mondo. Anno in cui lo stesso riconoscimento toccò anche a Carlo Maria Franzero, altro grande amico di Olivero e pure questi operante fuori patria, in Inghilterra.

Rebuffo fondò e diresse a Rosario due riviste Nuiàiti e La Fiama. Alla prima collaborò Olivero.

Nel secondo numero della rivista Nuiàiti del maggio 1956 appare una rubrica dal titolo Voces amigas che ospita lettere di Ottavio Picco, Mario Giovine, Lila Caredu de Friberg,  Giovanna Gullino, Armando Mottura, Victor L. Rebuffo ed altri. Una è di Olivero:

Lei ha avuto una bella, encomiabilissima e fors'anche profittevole idea, lanciando la Sua rassegna piemontesista in terra argentina. Peccato che Rosario sia un po' lontanuccia, altrimenti verrei a darle una mano nell'impostazione tecnica del periodico.

                                                                                     LUIGI OLIVERO 

Olivero    non   manca poi di inviare a Rebuffo i libri che  mano a mano va pubblicando. In una lettera successiva così Olivero: 

A Luis Rebuffo, che mantiene viva la fiamma dell'amore per il Piemonte e per il suo dialetto in Argentina, questa pagina di polemica e di poesia di uno che molti credevan morto e che invece è ancora vivo e donchisciottescamente combattivo.

Augurandogli un sereno e fecondo anno 1972, con tanta bella amicizia. 

                                                                                     Luigi Olivero 

L'occasione è l'invio del suo Rondò dle masche. Rebuffo muore a Rosario il dieci luglio del 1991. 

           L’Associazione Mutilati di Guerra di Roma, bandisce per il 1954 un concorso di poesia nazionale dedicato appunto al tema del Mutilato. Sul giornale romano L’Italia d’oggi del 17 gennaio del 1957 ritrovo la fotografia della premiazione di Luigi Olivero con coppa d’argento e medaglia d’oro, quale vincitore del concorso, premiazione da parte del Ministro On. Tupini. Recentemente, sulla rivista internazionale d’arte e pensiero Graal, diretta da Hrand Nazariantz e pubblicata a Bari, anno VI N° 2 del maggio 1957, rintraccio la poesia vincitrice Il Mutilato.

Il sonetto, in italiano, uno dei pochi fino ad oggi noti di Olivero, merita di essere proposto, in primo luogo per la sua difficile reperibilità, quindi perché, pur di circostanza, non risulta mai banale: 

Il Mutilato 

                            FRATELLO della statua dissepolta

                            dal ferro che dà il solco all’aratore:

                            portate entrambi sècoli d’amore

                            nella figura mutila raccolta.

 

                            Ma tu, uomo, racchiudi dentro il cuore

                            un’armonia che il nostro sangue ascolta:

                            e negli àttimi rossi di rivolta

                            ci offri la pace figlia del dolore.

 

                            Perché tu, che non parli con la voce

                            ma con gli arti stroncati dalla guerra,

                            c’insegni la bontà. Tu Cristo in croce.

 

                            Tu, vittima. Tu che il destino serra,

                            finchè vivrai, nella sua morsa atroce.

                            C’inginocchi a baciar la nostra terra.         

                                                                             Luigi Olivero 

         Di quest'epoca è anche un documento, in tutta probabilità inedito, manoscritto intorno al 27 di novembre di un anno imprecisato, ma che, dal contesto in cui lo stesso è stato ritrovato, dovrebbe appartenere alla fine degli anni '40 o ai primi '50. Un socio  invia una lettera alla  Famija piemontèisa romana, questa la trasmette, per debita risposta, ad Olivero. Riporto integralmente i due scritti. Mi piacerebbe aver potuto vedere l'espressione del signor Giuseppe Soro nel caso le elucubrazioni oliveriane gli siano state effettivamente fatte pervenire. 

COPIA LETTERA RICEVUTA DALLA  FAMIJA PIEMONTEISA

DAL SOCIO GIUSEPPE SORO

 

Ho ricevuto l'invito per la FESTA DIJ MARON e ringrazio.

Però mi pare impossibile si continui con "me car cambrada" in quanto tale parola di puro stile fascista si deve abolire. Io sono un Piemontese puro e purtroppo anziano e prima del triste passato regime fascista ho mai sentito chiamare camerata un compagno o amis. 

Cordialità.                                                                                                 G. SORO 

NA FRASE SOTA EPURASSION:

«mè car cambrada» 

La Segreteria dla "F. P." a l'ha mandà, con data 17 november, una cartolina circolar a tuti ij sòci invitandje a la "Festa dij maron". Costa cartolin-a a comensava con il vocativ: «Mè car cambrada». Un monsù, che evidentement ant costi temp ëd burian-a a l'ha la fortun-a 'd nen avej 'd gròsse preoccupsion, pen-a arsèivù la cartolin-a a pija un feuj ëd papé e a scriv una litra arsentìa al Segretari dla "Famija" colpevol d'avei dovrà col vocativ «mè car cambrada». Cambrada, second col monsù ch'as proclama, fra l'àutr "Io sono un Piemontese puro e purtroppo anziano" a l'é una paròla "di pretto stile fascista".

La còsa a meritrìa gnanca 'l nòst riliev. Ognidun a l'é padron ëd chërde, s'a veul, che ij "pediatri" a son coi ch'a l'han i pe piat e che ij "frenologi" a son coi ch'as na frego.

Ma col monsù as proclama intenditor infalibil, ai fa 'l proces a una paròla, a sotintend una nòstra intension politica per avèila dovrà. An dà, an sostansa, disemlo ciair, dij fassisti ch'a parlo a la fassista.

E antlora noi ij disoma a col monsù ch'a l'é na ciòla (ciòla a significa nen "gerarca" ciòla a deriva da ciullo diminutiv ëd fanciullo). Ma an basta nen deje dla ciòla, voroma 'd cò ch'as convincia d'esslo.

Chiel, monsù, ch'a sa tant bin ël piemontèis, ch'a deurba  'l "Dizionario piemontese, italiano, latino e francese" dël Sac. Casimiro Zalli di Chieri edission 1890, Carmagnola I vol. A l'é 'l pi rich e ponderos dij nòstr' dissionari. Ch'a lo deurba a pag. 135 ant la II col., riga 38, a troverà a la vos CAMBRADA : "compagno, socius, camarade".

Propri ant ël sens ch'a l'ha dovralo 'l Segretari dla "Famija", e cioè, 'd "mè car compagno, socius, camarade".

Còsa ch'a l'ha ancora da dì col monsù.

Che compagno a l'é una vos fassista?

Che socius a l'é una vos fassista?

Che camarade a l'é una vos fassista?

Ma antlora anche pan a l'é una vos fassista. An efet pan as disija già pan sota ij fassisti. E ades quaicadun certament fassista, a séguita a ciamelo pan. Ël pan a l'é fassista. Ma perchè col monsù a continua a mangelo? Ch'a lo spuva s'a l'é fassista! Ch'a lo mangia pi nen! Perchè lo mangia ancora? Noi finiroma per anrabiesse, ij daroma dël fassista ch'as nutriss d'un aliment ch'a l'ha un nòm fassista e che, donca, a l'é fassista e l'era già fassista, prima ancora ch'ai nasseisse ij fassisti. Pi fassista che parèj! As trata d'un "precursore".

Ma ch'a fasa 'l piasì, monsù! Ch'a vada a mostreje ai gat a rampié! E, prima 'd fé 'l sapient, e, specialment, anans ëd tiré an bal la politica su 'd question ch'a l'han da fé con la politica come le rotaje dël tram con ël café al làit, ch'a pija un bagn frèid, ch'a subia un tòch ëd la "Lioneta la va 'nt ël pra" (ades ch'a ven-a 'd cò a dine ch'a l'é la Violeta e nen la Lioneta, mentre 'nt "I canti popolari del Piemonte" 'd Costantino Nigra a l'é la Lioneta!) e peuj ch'a lesa un dissionari, s'a conòss nen abastansa ël piemontèis. Ai na j'é  tanti dissionari. Tuti bej. Tuti sicur. Ël piemontèis l'é una lingua ch'a l'ha mila ani 'd vita, e, donca, a l'é pi veja e colaudà dal temp che l'italian a la qual a peul nen essi paragonà. Perchè, paragonandla, come ch'a fa chiel, as peulo ripete le prodesse filologighe 'd col monsù, sò amis, ch'a disia 'd savèj le spagneul e ch'a tradusìa burro (aso) an piemontèis burro e caldo (bròd) an piemontèis càud.

Ch'as compra un dissionari piemontèis. Ij na doma noi una cita lista, ij prim ch'an veno an ment. A part ël Zalli, già mansionà, ch'as provëda 'd coj dël: 

1) Maurizio Pipino: Vocabolario piemontese. Torino, nella reale stamperia - 1783 

2) Louis Capello: Dictionnaire portatif Piémontais - Français - Ed. Bianco - Turin - 1814 

3) Michele Ponza: Vocabolario piemontese - italiano - ed. Schiepatti. Torino - 1846 

4) Giovanni Pasquali: Nuovo dizionario piemontese - italiano - ed. Moreno. Torino - 1869 

5) Maggiore dal Pozzo: Glossario Etimologico piemontese - ed. Casanova. Torino - 1888 

6) Giuseppe Gavuzzi: Vocabolario piemontese - italiano. ed. L. Roux e C. - Torino - Roma - 1891 

7) Attilio Levi: Dizionario etimologico piemontese - ed. Paravia - Torino - 1927 

         Ch'ai lesa, prima 'd fé dle "gaffes". a vëdrà che tuti i dissionari as treuvo d'acordi ant ël mostreje che CAMBRADA a veul dì compagno, socius, camarade.

         Chè peuj, se pròpi a l'aveissa 'l tich dl'epurassion, antlora a j'é gnente a fe-je - ch'a epura tut ël vocabolari e dop ch'as cusa la boca e ch'a parla a sègn. A sègn ch'a sio mai stait dovrà dai fassisti... se 'd nò a l'avrà da fela con noi. Mè car cambrada! (19) 

 

Note al sesto scenario (Le traduzioni senza indicazione sono dell’autore) 

1) Primo risvolto di copertina di Museo delle statue di cera (Profili e ritratti) progettato, probabilmente scritto, e non pubblicato. (Fondo Olivero Villastellone)

Dal carattere della macchina da scrivere utilizzata, dalle correzioni a mano, dallo stile, con grande probabilità, questo dattiloscritto è dello stesso Olivero. 

L U I G I   O L I V E R O 

            Redattore dei servizi esteri del “Messaggero” di Roma, è uno dei più giovani e meglio quotati giornalisti italiani d’oggi. Temperamento nòmade ed irrequieto, ha trascorso i suoi anni migliori in diciotto paesi di tre continenti. Da questa sua esistenza fértile in peripezie e in esperienze, è scaturito questo libro bizzarro che costituisce una galleria popolata di personaggi appartenenti alla politica, all’arte, alla letteratura, alla scienza, al teatro, al cinematografo, ai più diversi settori dell’attività umana e che si trovano, da secoli o semplicemente da anni, in primo piano sulla ribalta della celebrità mondiale. Sono “interpretazioni biografiche” scritte in punta di penna con uno stile eclettico e scintillante, snello e mutevolissimo, che si compiace abbandonarsi alle acrobazie più vertiginose, alle irriverenze più sconcertanti, alle impennate di fantasia più umoristicamente  clamorose e pirotecniche. Tuttavia, sotto un’apparenza superficiale e scanzonata  –  si direbbe quasi volutamente “clownesca” –  l’autore rivela invece di possedere un suo originale senso di valutazione critica. Ogni sìngolo personaggio viene infatti presentato al lettore, non come un semplice manichino di cera come farebbe pensare il titolo stravagante del libro, ma con la tipica fisionomia psico-fisica individuale e mettendone in luce gli aspetti sovente meno conosciuti e più insospettati dal pubblico.

            È un libro interessantissimo che viene ad inserirsi, come una girandola multicolore crepitante di allegria, fra i due altri libri di grande successo scritti dall’Olivero: Babilonia stellata (4. ediz. Ceschina, Milano) e Agrodolce Turchia (di imminente pubblicazione presso l’editore De Carlo). (Pubblicato poi con il titolo Turchia senza harem per i tipi dell’editore Donatello de Luigi nel 1945 a Roma. N.d.A.) 

2) Fondo Olivero presso l'AssOlivero di Villastellone. 

3) Luigi Olivero Sartina con vitino di vespa e zerbinotto con baffi e riccioloni 1900. Polemica su Torino capitale della moda. Risposta N° 3 al Direttore de ‘l caval ‘d brôns Ël Tòr II 25 15 ottobre 1946. 

4) Luigi Olivero Rondò dle masche Nota a Nina-nana per mia mama ch’a meuir. 

5) Albina Malerba Incontro con Luigi Olivero  ‘I caval ‘d brôns, N° 5 maggio 1983. 

6) Notizie fornite da un vicino di casa di Olivero sulla collina del Montserrat di Borgo San Dalmazzo che non desidera però essere citato con nome e cognome e di cui, pertanto,  rispetto il desiderio. 

7) Luigi Olivero Le reuse an sle spa Ij Brandé N° 68 1949.

Bene inteso, la rosa dell’amicizia di questo sonetto improvvisato alla rinfusa è viva e senza le più piccole spine del risentimento. Malgrado i colpi inferti e ricevuti in tre anni e più di polemica tra «Ël Tòr» e «Ij Brandè», malgrado i giri di mulino, gli sgambetti, i salti, le imbarcate e le finte non sempre regolamentari che io, specialmente, ho adoperato senza parsimonia più per temperamento focoso che per cattiveria, il rispetto per l’avversario non ha mai preso il volo dal mio pensiero: e se qualche volta s’è permesso una piccola vacanza d’azzurro, è poi sempre ritornato al suo nido, e, spesso con il batticuore per la malefatta. Del resto le polemiche passano e la poesia resta. Pinin Pacòt è un milionario di poesia. Vale a dire un poeta. Degno di questo nome… Con gli avversari ritornati amici, come sostanzialmente erano rimasti, anche senza saperlo, nel bel mezzo di questa gazzarra guascona. Io, almeno, la penso così. In tutta sincerità. 

Con piccole varianti, di questa lettera esiste l’originale manoscritto, insieme alla poesia, nel Fondo Luigi Olivero di Villastellone. 

Ho accennato il fatto della mancata recensione di Roma andalusa da parte della rivista di Pinin Pacòt, A dire il vero ne Ij Brandé una traccia c’è. Dobbiamo perà giungere al N° 99 del 15/10/1950 in cui un articolo pubblicato anonimo Rinassita?, ma con tutta probabilità dello stesso direttore, cita Roma andalosa (sic) che da la Capital l’ha mandane Luigi Olivero,  come campion dij numeros volum  ëd poesia che ‘l poeta a l’ha pront. 

8) Luigi Olivero Mòrt ëd Trilussa sàtiro Ij Brandé N° 104 1951. 

Mi ricordo con che competenza mi parlava, ancora qualche mese fa, nella sua grande stanza da pittore, a due o tre passi da Piazza del Popolo, in via Maria Adelaide 7, sistemata alla moda di un patio moresco, con un ballatoio tutto intorno e colma, fino a scoppiare, di carabattole, quadri, tappeti, clinchè, bigiotteria, mobili di tutti gli stili, stupidaggini di tutte le specie, animali di ogni qualità (dai due coccodrilli imbalsamati ai due angioletti barocchi e indorati appesi sopra la scala da pompieri che lui chiamava la scala di Giacobbe, da un Budda in similoro panciuto e colossale a un pianoforte a coda funereo che invece era un allegro bar americano, da una stufa massiccia fatta a testa d’elefante ad una collezione di seghe di tutte le dimensioni a cominciare dal seghetto microscopico da orologiaio fino alla sega da boscaiolo, dalla foto di d’Annunzio con la dedica «A Trilussa, poeta degli animali parlanti,  il parlante animale Gabriele d’Annunzio» ai suoi disegni di macchiette popolari personalissimi ed originali; popolata senza fine di cose estrose (solo la casa di Madrid dell’umorista Ramon Gomez de la Serna potrebbe essere paragonata alla casa di Trilussa), mi ricordo con che competenza mi parlava della poesia piemontese di Amilcare Solferini, di cui rifaceva con le lascrime agli occhi il gesto da moschettiere, recitandomi, con una pronuncia strana ma affettuosa, dei versi dei tre sonetti di Ël cheur; di Nino Costa, di cui ricordava, osservandomi, con un sorriso da vecchio scolaro malizioso che cerca di vincere la commozione parlando di un compagno scomparso, «che diceva le s e le f come nei libri antichi», di cui ricordava diverse strofe deliziose della Consolà; e poi di Pinin Pacòt e di me… Povero Trilussa che leggeva così bene, se non nella mia poesia, in quella di Solferini, di Costa, di Pacòt e nel mio cuore! 

Trilussa (Carlo Alberto Sallustri) Roma 26 ottobre 1871 – 21 dicembre 1950. Poeta in dialetto romanesco. Rimasto orfano di padre a tre anni, compie studi irregolari. Debutta a soli sedici anni con poesie in romanesco che appaiono su riviste della Capitale. Personaggio popolarissimo, visse di proventi editoriali e collaborazioni giornalistiche. Luigi Einaudi il 1° dicembre del 1950 lo nominò senatore a vita ben venti giorni prima della sua morte! Con la sua innata ironia, già da tempo gravemente malato, commentò: m’hanno nominato senatore a morte. 

Bibliografia 

Le Stelle di Roma 1889; Quaranta sonetti 1895; Favole romanesche 1900; Caffè concerto 1901; Er serrajo 1903; Ommini e bestie 1908; Le storie 1915; Lupi e agnelli 1919; Le cose 1922; La gente 1927; Tutte le poesie 1951 postuma a cura di Pietro Pancrazi.

9) Luigi Olivero A Nino Autelli rilesend «Masnà» Ël Tòr N° 31/32 1948. Versione in piemontese, ripubblicato in italiano  con qualche variante, soppressione o aggiunta sull’Almanacco piemontese Viglongo del 1985. 

Federico Garcia Lorca poeta andaluso nato a Fuente Vaqueros, vicino a Granada, il 5 giugno 1898. Fucilato dai franchisti ed il suo corpo per sempre disperso nei barrancos di Viznar, sulle alture retrostanti Granada, il 17 agosto del 1936. 

Robert Brassilach scrittore, giornalista e critico cinematografico francese nato a Perpignan, nei Pirenei orientali, il 31 marzo 1909. Collaborazionista e quindi imputato di tradimento ed intelligenza con il nemico. Condannato a morte. Gli fu rifiutata la grazia da parte del Generale De Gaulle. Fucilato nel forte di Montrouge il 6 febbraio 1945. 

                                      Ecco il tempo degli ASSASSINI

                                                                                  RIMBAUD 

                                               Con le due mani unite a leggio

                                               reggo il tuo libro, Nino, dei «Bimbi»

                                               come un piccolo messale splendente.

                                               E  tutti i nervi mi attraversa un fremito sottile.

                                               ……………………

                                               E sei morto senza un grido come un bimbo. 

A nino Autelli vivente, Olivero aveva già dedicato un articolo sull’Armanach piemontèis del 1937 dove tra l’altro scrive:

…Per un ghiribiss dla natura, lë scritor Nino Autelli – l’ùnich autentich scritor piemonteis d’ancheuj – a ‘s presenta al mond con un cheur a double face. Da na part a l’é un cheur còti e vlutà coma ‘l pontaguce d’una fiëtta da marié: e cola a l’é la part ëd l’artista sensibilissim ëd MASNÀ. Da l’autra part a l’é un cheur dru e sislà ‘d corage coma na medaja al valor militar. A l’é che Nino Autelli a l’ha vorsù esse volontare an A. O. e an cost moment a ‘s treuva ancora an tèra d’Africa a protege i sorch signà dal destin imperial dla nòstra rassa paisan-a e gueriera. … 

… Per un capriccio della natura, lo scrittore Nino Autelli – l’unico autentico scrittore piemontese d’oggi – si presenta al mondo con un cuore double face. Da una parte cìoè un cuore morbido e vellutato come il puntaspilli di una giovinetta da maritare: e quella è la parte del sensibilissimo artista di MASNÀ. Dall’altra parte c’è un cuore duro e cesellato di coraggio come una medaglia al valor militare. Il fatto è che Nino Autelli ha voluto essere volontario in Africa Orientale e in questo istante si trova ancora in terra d’Africa a proteggere i solchi segnati dal destino imperiale della nostra razza paesana e guerriera. … 

Nino Autelli  (Spinetta Marengo AL  17 agosto 1903 – 18 maggio 1945)

Come scrittore ce lo presenta Pinin Pacòt in una lettera indirizzata a Luigi Olivero il 29 luglio del 1930: I l’hai trovà n’apassionà  d’ nòst folclòr, ch’a l’ha cujì e ch’a l’ha contà ant na manera delissiosa le stòrie, le faule, le legende d’soa region alessandrina, ant un bel piemonteis pien ëd saiva e pien ëd calor. Questi racconti, favole e leggende saranno il corpo di Pan ëd coa pubblicato nel 1931 A l’ansegna di Brandé. Appena il tempo di pubblicare il suo Masnà nel 1937 che parte volontario per l’Africa e la campagna d’Etiopia. È barbaramente ucciso nella sua casa di Spinetta Marengo da giovani con foulard e berretti rossi nella notte del 19 maggio 1945. Omicidio mai punito. 

Bibliografia 

Pan ëd coa. Leggende e racconti popolari piemontesi S. E. L. P. di Andrea Viglongo Torino, 1931; Masnà  A l’ansegna di Brandé U. Franchini Torino 1937. 

La descrizione, praticamente identica a quella fornita da Olivero, si trova anche nel saggio di Giampaolo Pansa  Sconosciuto 1945 Sperling & Kupfer Milano 2005. Nella parte quarta del volume, un intero capitolo La fiaba di Nino è dedicato a Nino Autelli e al ricordo del suo assassinio raccontato dalla di lui figlia Paola. È citato pure il giudizio di Luigi Olivero su Masnà di Autelli: la più alta voce della prosa fiabesca in piemontese di tutti i tempi. 

10) Luigi Olivero Annuncio su Ël Tòr N° 31-32 15/12/1948-1/1/1949 a pag. 5 

    Luigi Olivero Identikit dël poemèt inédit «Le reuse ant j’ole» ‘d Pinin Pacòt e Luigi Olivero Ij  Brandé Armanach ëd poesia piemontèisa 1979. 

11) Luigi Olivero Sla tesi ‘d làurea d’un ovrié-dotor antorn al dialèt piemontèis com’as parla a Savijàn Musicalbrandè N° 3 settembre 1959. 

12) Luigi Olivero Prefazione a La cà di memorie Poesie bergamasche di Umberto Zanetti Seconda edizione Il Conventino Bergamo 1980. 

13) Luigi Olivero Aereopoema dl’élica piemontèisa Piemontèis ancheuj N° 132 dicembre 1993 – N° 144 gennaio 1995 Torino. 

Le poche parole di questa notizia non bastano a dire che cosa sia questo piccolo poemetto, sospeso in un miracolo di colori e di sfumature a rispecchiare dal cielo del Piemonte la rovesciata nostalgia dei paesaggi nostrani. I pochi che l’hanno letto lo sanno, e noi speriamo di vederlo presto pubblicato.

In questa bella affermazione noi scorgiamo un poco lo specchio della sua vita d’uomo e di poeta, con quell’impeto spedito e ardito che lo caratterizza, sempre pronto a cogliere l’avventura per raccoglierne la sostanza lirica da fondere nella bellezza dei suoi versi. È per questa sua giovinezza sempre viva che noi gli auguriamo, a dispetto di quel suo sfogo epigrammatico, altre belle vittorie che vengano a confortare la sua fatica e il suo ingegno di poeta. 

La genesi di un lavoro iniziato nel 1934 e portato a termine nel 1994. 

Le prime poesie dell’Aereopoema ad essere composte sono I camp d’aviassion del 1934, L’aereomobil del 1935, Vòl su l’Acròpoli del 1935 e poi pubblicata sull’ ”Armanach piemontèis” del 1941 e, sempre del 1935, Sul Bòsforo.. Segue il dittico del 1937 di Soa tenebrosa maestà la neuja composto da Le éliche del viramond e Invocassion a la libertà che, come abbiamo già scritto, non può pubblicare a causa della censura fascista, fino al 1945 quando appariranno sulla rivista Ël Tòr N° 12.

Olivero ci racconta poi che il volume fu stampato dalla casa editrice La Sorgente di Milano e che, pronto per la distribuzione, fu incenerito dalla prima  all’ultima delle sue 3.000  copie dal bombardamento su Milano della R.A.F. nella notte tra il 15 ed il 16 febbraio del 1943.

 Poco dopo la vittoria nel Prix del la Chimère del 1950 a Parigi, la rivista Milanese “La Martinella” nel numero XI-XII del 1952 pubblica le poesie La velocità, Le montagne, La volta dla catedral, Lauda dla vita, Ël Monvis e ‘l Mont Bianch e La Skiatris lamentando, per ragioni di spazio, di non poter pubblicare l’opera completa; nella breve presentazione Olivero viene definito aviatore e piemontese purosangue del Monferrato!

Nel Fondo Olivero di Villastellone ho poi rintracciato copia dattiloscritta dallo stesso Olivero, con molte correzioni e varianti, delle poesie dalla N° 15 Canson monfrin-a alla N° 50 Sul Bòsforo della versione pubblicata da Brero su “Piemontèis ancheuj” 1993-1995. Purtroppo il dattiloscritto del Fondo Olivero è lacunoso delle prime 14 poesie e si conclude appunto con Sul Bòsforo  che risulta essere la poesia finale dell’Aereopoema e che termina con la parola L’  A V E N T U R A !

Piemontèis ancheuj contiene poi un’ultima sezione Reusa dij vent composta delle poesie dalla N° 51 alla N° 59 tutte datate salvo l’ultima. I camp d’aviassion 1934, L’aeromòbil 1935, An pullmann volant 1937, Sul Bòsforo 1935, Vòl su l’Acròpoli 1935, “Spitfire” (Ël farchèt ëd feu) 1937, il dittico Soa tenebrosa maestà la neuja Turin ottobre 1937. Sotto l’ultima poesia  Èlica a l’alba compare Mirafiori 1994 e la firma. Questa dovrebbe quindi essere la data degli ultimi interventi ed aggiunte effettuati da Olivero sulla sua opera. E, forse,  della sua ultima venuta a Torino?

Nel dattiloscritto del Fondo Olivero di Villastellone compaiono poi due altre poesie che si collocano dopo la N° 18 La rusa paisan-a dell’edizione Brero. Ne diamo qui di seguito il testo integrale. Come si può arguire, le due poesie risultano rifuse, con varianti, ne La rusa paisan-a appunto. 

El valon                                                                                Il vallone 

            Cola veja balenga                                                     Quella vecchia balenga

dla val                                                                       della valle

a fa viré tròp la lenga                                                fa girare troppo la lingua

d’antorn a ij scheuj dël gigant prepotent                    intorno agli scogli del gigante prepotente

ch’a scatara na longa bëstëmia ant ël vent                 che scatarra una lunga bestemmia nel vento

da lë scapament                                                          dallo scappamento

e trabatand ant ël cel coma un boch anfurià               e agitandosi nel cielo come un caprone infuriato

ai dà                                                                         

na cornà                                                                    una cornata

(con na “picà                                                            (con una “picchiata

vertical”)                                                                   verticale”)

a la val                                                                      alla valle

che –  arbomband ëd paura –                                   che – rimbombando di paura -

a s’ambòssa con tuta la maira figura                        si ribalta con tutta la magra figura

ant i brass dël valon                                                  nelle braccia del vallone

ch’a la cogia                                                              che la corica

an sla paiassa                                                            sul pagliericcio

grassa                                                                        grasso

d’j’amson.                                                                  delle messi. 

La rusa                                                                      La baruffa 

Ras-ciand-se i polmon                                    Raschiandosi i polmoni

da la cracia                                                   dalle scorie

dël tubo d’alimentassion                                del tubo d’alimentazione

a jë scracia                                                    sputa

në scracc da Sanson                                       uno sputo da Sansone

- d’eule stradens mineral –                             - di densi oli minerali

an sël faudal                                                   sul grembiule

ëd la val.                                                         della valle. 

            La vejassa rupija,                                          La vecchiaccia rugosa,

anvece d’andesne a mangé la bërlaita           invece di andarsene a mangiar la ricotta

sodisfaita,                                                      soddisfatta,

ades a crija                                                    adesso urla

parej d’una strija:                                          come una strega:

a mastìa                                                         mastica

ëd maledission;                                               delle maledizioni;

ai dà dël “vilan”                                            gli da del “vilan”

an sla facia;                                                   sulla faccia;

a lo minacia                                                    lo minaccia

- con ël baston                                                - con il bastone

an man –                                                        in mano -

d’andé a ciamé                                               di andare a chiamare

a ciamé                                                           a chiamare

i carabigné…                                                  i carabinieri… 

            Ël trimotor novel                                           Il trimotore novellino

a perd ël servel:                                             perde il cervello:

e trabatand për ël cel                                    e agitandosi per il cielo

come un boch anfurià                                    come un caprone infuriato

ai dà                                                              

na cornà                                                        una cornata

(con na “picà                                                 (con una “picchiata

vertical”)                                                        verticale”)

a cola pòvra nonera dla val                            a quella povera nonnetta della valle

che arbomband ëd paura                               che rimbombando di paura

as dësvèrsa con tuta la maira figura               si riversa con tutta la magra figura

ant ij brass dël valon                                       nelle braccia del vallone

(ël sò vej e pacìfic viton)                                  (il suo vecchio e pacifico montanaro)

ch’a la cogia an sla pajassa                            che la corica sul pagliericcio

grassa                                                             grasso

‘d j’amson.                                                      delle messi. 

            Për ël gran rije,                                             Per il gran ridere,

bluèt, girasoj e papàver                                   fiordalisi, girasoli e papaveri

a s-ciopo’nt l’aria  con tuti ij boton                  esplodono nell’aria con tutti i boccioli

- trames a un volè ‘d parpajon                         - in mezzo ad un volo di farfalle

e d’avije –                                                        e di api -

baland sota ‘l sol un fiamengh rigodon            ballando sotto il sole uno splendido rigodon! 

Riporto una poesia incompleta mancante del titolo. Nel dattiloscritto segue Le colin-e e precede El valon. 

ant ël  gieugh inespert                                   nel gioco inesperto

d’arlamé tuti i scheuj                                     d’allentare tutti i dadi

dla passiensa d’assel                                     della pazienza d’acciaio

al servel                                                         al cervello

dël mas-cc -  un  griseul pien d’orgheuj:        del maschio – un crogiolo pieno d’orgoglio:

peuj                                                                poi

quand ël lìquid bujent                                    quando il liquido bollente

ëd l’orgheuj l’é scopià,                                   dell’orgoglio è scoppiato,

schissand fòra violent                                      schizzando fuori violento

dal servel arlamà,                                           dal cervello allentato,

ël pòr mecànich a crija                                    il povero meccanico urla

parand-se la facia                                            proteggendosi la faccia

che la ràbia ‘d l’òm a l’é ‘d lava bujìa             chè la rabbia dell’uomo è di lava bollente

e ch’a lo minacia                                              che lo minaccia

dë sbujenté-je dabin la mostacia!                      di scottargli  come si deve il viso! 

Nel corpo del dattiloscritto compare due volte la pagina N° 18 che, con varianti, è la parte finale della poesia La ronda del trimotor fumlé. 

tocand-je come n’amis,                                  toccandogli come un’amico

j’orcin                                                            le orecchie

sislà ‘d preus fiorija                                       cesellate di prode fiorite

ëd rubin                                                         di rubino

ch’a pendo a j’orije                                        che pendono all’orecchie

dë Stupinis                                                     di Stupinigi

e dla Madona ‘d Campagna.                         e della Madonna di Campagna.

As bassa për cheuje na fior                             Si abbassa per cogliere un fiore

sla ciafëlla vlutà                                              sul grasso velluto

dël prà                                                            del prato

‘d Mirafior.                                                     di Mirafiori.

Ai tira un bombon                                           Tira una caramella

(o un basin?)                                                   (o un bacio?)

tra i dentin                                                       tra i denti

dle scalere dël Valentin.                                   delle scalinate del Valentino.

E dòp avei-je tocà                                            E dopo aver toccato

da sternà                                                         di nascosto

la funicolar                                                      la funicolare

di Monti (un pendent                                       del Monte (un pendaglio

d’argent                                                          d’argento

ch’a res la miniatura                                       che regge la miniatura

del convent),                                                    del convento),                                    

ël gigant facessios                                            il gigante burlone

a saluta parèj d’un moros                                saluta come un innamorato

madamisela pianura                                        madamigella pianura

e peuj, lest, a së slansa                                     e poi, lesto, si slancia

àut su la strà bianca-azura                              alto sulla strada bianca-azzurra

dël seugn:                                                        del sogno:

                        a serché                                                          a cercare

leugn                                                                lontano

l’onda:                                                              l’onda:

la fija vagabonda                                              la figlia vagabonda

dël mar                                                              del mare

con j’euj dla speransa.                                       con gli occhi della speranza. 

La ronda del trimotor fumlè compare, nelle versione del Fondo Olivero con finale differente da quella pubblicata da Brero. Diamo le due versioni: 

Fondo Olivero                                                          Brero 

a sërché                                                         a sërché

leugn                                                             - leugn -

l’onda:                                                           l’onda:

la fija vagabonda                                           la fija vagabonda

dël mar                                                           dël mar e dla lun-a.

con j’euj dla speransa.                                    L’onda

                                                                        con j’euj dla speransa

                                                                        che a cor

                                                                        sempre an vaiven an sle sàbie

                                                                        sërcand una cun-a. 

Anche la successiva L’arpa dël  cel si presenta con qualche leggera variante. Compare quindi Intermes che manca nella versione del Fondo Olivero. Questo, ne La neuva rassa unisce due poesie che in Brero compaiono separate: La neuva rassa e La cilesta anarchia; la prima termina con la bontà! e la seconda inizia con E basta con. In questa seconda, Brero, probabilmente, a causa della sua formazione seminaristica, elimina sei versi sostituiti, senza alcuna spiegazone, da una linea punteggiata. Ecco la versione originale: 

Basta con la moral

ëd Nietzsche

e ‘d Pascal! (Qui si conclude la versione pubblicata da Brero)

(Tra doe cheusse patice

j’è la pi bella moral

e a la scriv la natura

sul messal

rilegà

an pel uman-a reusa e profumà). 

Nel Fondo Olivero si ha poi Ël professor di vent che in Brero diventa Ël… magìster ëd l’orchestra dij vent. 

Nella quindicesima appendice elenco contrapposti i titoli della serie completa delle poesie de L’areopoema come dal Fondo Olivero di Villastellone e dalla versione pubblicata da Camillo Brero. 

Sui cordiali e poi amichevoli rapporti tra Camillo Brero ed Olivero, si trascrivono due lettere di Brero appartenenti al Fondo Olivero di Villastellone. 

Pinareul 10-11-1946

Carissimo Diretor,

                              ringrassiandlo an ritard dla gentilëssa ‘d publiché la mia poesìa “Piemont” e continuand prima ‘d tut a ringrassielo, ma propi ëd cheur e scias, ës-cias, dël giornal sò cha continoa a mandeme con tanta bontà, im përmëtto (- sempre ël sòlit rompaciap -) ‘d mandeje coste due poesie mie, perché s’a chërd bin, aj publica (bum !?!)… Sarai content e onorà d’arsseive da chiel quai osservasion e quai consej.

                              Grassie ëd tut, torna e sempre, e ‘d cheur. 

                                               Sò amprendis tut d’un tòch piemonteis

                                               Camillo Brero 

Carissimo Direttore,

                                ringraziandola in ritardo della gentilezza di aver pubblicato la mia poesia “Piemont” e continuando prima di tutto a rigraziarla, ma proprio col cuore in mano, del suo giornale che continua ad inviarmi con tanta bontà, mi permetto (- sempre il solito rompiscatole-) di mandarle due poesie mie, perché se lo crede bene, le pubblichi (bum!?!)… Sarei contento ed onorato di ricevere da lei qualche osservazione e qualche consiglio.

                                Grazie di tutto, ancora e sempre, e di cuore. 

                                               Il suo apprendista tutto d’un pezzo piemontese.

                                               Camillo Brero   

Viterbo, 3 – 12 – 48

Carissimo Sig. Olivero,

                                     da un po’ di giorni volevo scrivere, e poi un po’ lo studio ed un po’ mille pasticci mi hanno distolto dal mio proposito. Ora che trovo il tempo, voglio innanzitutto ringraziare della sua graditissima visita: non può comprendere, né immaginare  quanto bene mi abbia potuto fare, in questi primi tempi d’ambientamento il sentirmi vicino delle persone amiche…

Grazie dunque, a Lei e al gentilissimo e pazientissimo Sig. Bertolotto.

Chiedo scusa se non sono stato alla debita altezza vostra!

Devo poi ringraziarLa del gentilissimo costante invio de “Il Popolo Nuovo” che mi tiene un po’ più vicino al mio (vostro, prego) Piemonte, che così nostalgicamente rimpiango.

Non so proprio come farò a rendermi degno di tanta bontà, come ricambiare tante gentilezze.

Faccio, finora, il mio possibile: prego il Signore, che ricambi Lui in modo centuplicato il bene che ricevo, alle persone che mi beneficano…

Invio pure, (se a tempo) la miserella mia traduzione di “Falce di luna calante” del D’Annunzio: guardi Lei e faccia quel che vuole e crede meglio. La saluto e ringrazio e con Lei sua moglie e Bertolotto, sperando presto di rivedervi.

           Dev. Camillo Brero

Saluti ed ossequi da parte del mio Direttore e confrat. Piemontesi. 

Le due lettere appartengono, come ben si può evincere, al periodo del Camillo Brero seminarista. 

14) Ij Brandé Recensione di Sôta la Mole di Arnaldo Soddanino Negro Torino 1951. 

15) La conferenza di Pinin Pacòt    Notiziario della   Famija   Piemontèisa di  Roma   N° 12 1 dicembre 1951. 

16) Filippo Tartùfari Un bottegaro poeta a Torino Edizioni Rattero Torino 1952.

       Testo tratto dal capitolo Pasquetta a Roma con artisti piemontesi pgg. 195-210 

          Nel capitolo Il mio primo libro: Una passeggiata a Superga  - Ricordo alcuni amici alle pgg. 110-112 c’è il racconto del primo incontro, e successiva amicizia Tartùfari-Olivero: 

È stata la mia Passeggiata a Superga che mi ha fatto conoscere personalmente il poeta piemontese Luigi Olivero e, combinazione, proprio a Roma.

Un dopopranzo mi trovavo al Pincio presso una aiuola che sovente è il punto di ritrovo dei subalpini residenti a Roma, tanto che io l’ho battezzata l’aiuola dei piemontesi, perché in tale angolo poetico, un giorno si trovava il busto di Angelo Brofferio che fu rimosso ed oggi ricollocato di nuovo.

Ero seduto su  di una banchina e ammiravo dalla balaustrata il viale degli oleandri che sale dal piccolo piazzale, dov’è il monumento ai Cairoli.

Vicino a me c’era un signore piccolo, bruno, occhi neri e brillanti. Teneva sotto braccio uno scartafaccio. Accesa la sigaretta, ecco che si mette a correggere dei fogli, evidentemente bozze di stampa.

Non so resistere alla tentazione di rivolgergli la parola:

-         Scrittore?

-         Si sente forse dall’odore? – mi risponde sorridente.

-         Permetta, Filippo Tartùfari.

-         Luigi Olivero, poeta piemontese. Ma lei è quel Tartùfari romano che ha scritto quei sonetti su Pietro Micca nella Passeggiata a Superga? Li ho letti e mi sono piaciuti.

-         Grazie, giacchè siamo si può dire in famiglia, diamoci del tu perché alla moda romana non so dare del lei, ed il voi, che Dio l’abbia in gloria, non mi garba.

-         Con piacere!

Mi racconta che è redattore politico di un giornale romano e che le bozze in correzione sono quelle del suo ultimo libro sull’America. Olivero è un uomo dinamico, pieno di brio e, quando parla, si muove come avesse dentro una molla. Io, invece, sono più pacioso e fu forse per effetto dei contrasti che simpatizzammo e ci legammo in seguito d’una amicizia sincera.

In quel periodo del mio soggiorno romano ci vedevamo quasi tutti i giorni e ci leggevamo i nostri versi. Curioso: io ho scritto dei sonetti romaneschi su Torino e lui invece, da buon Gianduja, delle liriche su Roma, in piemontese.

È un caro e fedele amico pieno d’ingegno, ma bisogna saperlo prendere per il suo verso poiché, molte volte, si lascia vincere dalla mania del sarcasmo e allora i suoi apprezzamenti divengono pungenti. Molti autori gli sono rimasti nemici, perché tutti non sanno comprendere che sotto quella ironia, forse troppo spinta, batte un cuore buono e schietto. 

Filippo Tartufari  Poeta romano trapiantato a Torino. Roma 1888 – Torino 1956. Laureato in ingegneria fu una prima volta a Torino per l’Esposizione Internazionale del 1911.Apre a Torino in Via Cesare Battisti, all’angolo di Piazza Carignano un negozio di vendita di apparecchi radiofonici non disdegnando gli strumenti musicali (fisarmoniche) nel 1933, dopo la morte della madre, la scrittrice romana Clarice Gouzy Tartùfari. Dedica molti dei suoi sonetti in romanesco a Torino ed al Piemonte. 

Bibliografia 

Pietro Micca (Na scampagnada a Superga) La Palatina Torino 1942; Romoletto a Torino Associazione Torinese Pietro Micca Torino 1942;  Dù risate e  un sospiro Fiorino Torino 1946; Er cappio al collo  G. B. Petrini Torinio 1947; La tampa del Circolo degli Artisti F. Casanova Torino 1948; Torino bella: le piazze F. Casanova Torino 1948; Montagna mia F. Casanova Torino 1948; Un bottegaro poeta a Torino Rattero Torino 1952; Rapsodia torinese  Rattero Torino 1954; Quadretti senza cornice Rattero Torino 1955; Un gomitolo d’oro Rattero Torino 1955; Torino in romanesco ( Impressioni ) Rattero Torino 1956. 

Per quanto riguarda la Signora Gina (titolare della tabaccheria sita in uno dei negozi provvisori costruiti in seguito all’incendio di Piazza Castello, tra i pilastri dei portici nella stessa piazza all’angolo con Via Roma) si veda il bell’articolo di Guido Gianotti Profili torinesi “Gina” apparso su ‘l caval ‘d brôns N° 11 del 1968. 

17) Luigi Olivero  Trè  tësoirà  ant la trubia dël pëscador Àngel Biancòt Ij Brandé N° 124 1952 Torino.

Il premio alle fette tagliate dalla Giuria del Cenacolo nella poesia di diciotto quartine e mezza. I salumieri della poesia! E noi dovremmo permettere a dei salumieri così di darci pubblicamente dei consigli e di farci dei rimbrotti in materia di poesia! 

Quando ero bimbo, mia Mamma, annodandomi un bavagliolo al collo, davanti ad una scodella a fiori colma di zuppa bella calda, mi diceva quasi sempre, per farmela mangiare senza i piagnistei che, di solito, fanno i bimbi: 

                                                           Pasta e fagioli

                                                           minestra dei bimbi.

                                                           Riso e lenticchie,

                                                           minestra delle bimbe. 

A quel tempo, ero già un ragazzo, voglio dire un maschietto: avrebbe dovuto farmi piacere che la mia minestra di pasta e fagioli fosse da ragazzi, vale a dire proprio adatta a me. Ma, a lungo andare, chi sa mai per quale mistero freudiano della psiche infantile, m’era venuta voglia di assaggiare anche un poco di riso e lenticchie, quantunque fosse la minestra delle ragazze. 

18) Si riporta un ampio stralcio della lettera di Giovanni Papini a Luigi Olivero, lettera riportata nel saggio di Luigi Olivero Giovanni Papini non è l’avvocato del diavolo edito da La Carovana Roma nel 1954. 

Caro Olivero, il suo scritto è stato per me una sorpresa, una consolante e forse non immeritata sorpresa. Lei ha saputo dire in forma mordente e tagliente quello che io avrei voluto rispondere a certi critici e ha saputo chiarire il vero senso e l’intimo valore del mio libro.

La ringrazio anche per gli accenni alla mia triste condizione umana di questi ultimi anni. Ma l’assicuro che non mi dò per vinto e che, a dispetto delle infermità, continuo a lavorare alla mia grande opera Il Giudizio Universale con la speranza che la sua fine  preceda la mia.

…………………………………………………………………………………………………...

Ho scoperto in Lei un amico di cui ignoravo perfino il nome, sono scoperte che non avvengono tutti i giorni, ma le sole che accrescono la ricchezza spirituale dell’uomo.

Accetti in contraccambio l’amicizia del suo Giovanni Papini.

 

19) Il documento originale manoscritto trovasi tra le carte di Olivero rinvenute a Villastellone nel marzo 2010 ed oggi facenti parte del Fondo Olivero presso l'AssOlivero di Villlastellone. 

Una frase sotto proposta di epurazione

«mè car cambrada»  

            La Segreteria della "F. P." ha inviato, con data 17 novembre, una cartolina circolare a tutti i soci invitandoli alla "Festa delle castagne". Questa cartolina iniziava con il vocativo «mè car cambrada». Un signore, che evidentemente in questi tempi burrascosi ha la fortuna di non avere grandi preoccupazioni, appena ricevuta la cartolina prende un foglio di carta  e scrive una lettera risentita al Segretario della "Famija" colpevole d'aver adoperato quel vocativo «mè car cambrada». Cambrada secondo quel signore che si proclama, tra l'altro "Io sono un Piemontese puro e purtroppo anziano" è una parola "di pretto stile fascista".

            Il fatto non meriterebbe neppure il nostro rilievo. Ognuno è padrone di credere, se vuole, che i "pediatri" siano coloro che hanno i piedi piatti e che i "frenologi" sono coloro che se ne fregano.

            Ma quel signore si proclama intenditore infallibile, fa il processo ad una parola, sottintende una nostra intenzione politica per averla utilizzata. Ci da, in sostanza, diciamolo chiaramente, dei fascisti che parlano alla fascista.

            E allora diciamo a quel signore che è una "ciòla" (ciòla non significa "gerarca" ciòla deriva da ciullo diminutivo di fanciullo). Ma non è sufficiente dargli della ciòla, vogliamo anche che si convinca di esserlo.

            Lei, signore, che conosce così bene il piemontese, apra il "Dizionario piemontese, italiano, latino e francese" dël Sac. Casimiro Zalli di Chieri edission 1890, Carmagnola I vol. È il più ricco e ponderoso tra i nostri dizionari. Lo apra a pag. 135, II colonna, riga 38, troverà la voce CAMBRADA: "compagno, socius, camarade".

            Proprio nel significato in cui l'ha utilizzato il Segretario della "Famija", e cioè, di mio caro compagno, socius, camarade".

            Che cosa ha ancora da obbiettare quel signore.

            Che compagno è una parola fascista?

            Che socius è una parola fascista?

            Che camarade è una parola fascista?           

            Ma allora anche pane è una parola fascista. In effetti pane si diceva già pane sotto i fascisti. Ed ora qualcuno certamente fascista, persiste nel chiamarlo pane. Il pane è fascista. Ma perchè quel signore continua a mangiarlo? Che lo sputi se è fascista! Che non lo mangi più! Perchè lo mangia ancora? Noi finiremmo per arrabbiarci, gli daremo del fascista che si nutre d'un alimento che ha un nome fascista e che, quindi, è fascista ed era già fascista, prima ancora che nascessero i fascisti. Più fascista di così! Si tratta di un "precursore".

            Ma che faccia il piacere, signore! Vada ad insegnare ai gatti ad arrampicarsi! E prima di fare il sapientone, e, specialmente, prima di tirare in ballo la politica su delle questioni che hanno a che fare con la politica come le rotaie del tram con il caffè-latte, si faccia un bel bagno freddo, fischi un pezzo della "Lioneta la va 'nt ël pra" (ora non ci venga a dire che è la Violeta e non la Lioneta, mentre ne "I canti popolari del Piemonte" 'd Costantino Nigra 'é la Lioneta!) e poi legga un dizionario, se non conosce abbastanza il piemontese. Ce ne sono tanti di dizionari. Tutti belli. Tutti sicuri. Il piemontese è una lingua che ha mille anni di vita, e, quindi, è più vecchia e collaudata dal tempo che l'italiano alla quale (lingua) non può essere paragonata. Perchè, paragonandola, come fa lei, si può cadere nelle stesse prodezze filologiche di quel signore, suo amico, che diceva di conoscere lo spagnolo e che traduceva burro (asino) in piemontese burro e caldo (brodo) in piemontese caldo.

            Che si compri un dizionario piemontese. Gliene diamo noi una piccola lista, i primi che ci vengono in mente. A parte lo Zalli, giù ricordato, si fornisca di quelli del:

1) Maurizio Pipino: Vocabolario piemontese. Torino, nella reale stamperia - 1783 

2) Louis Capello: Dictionnaire portatif Piémontais - Français - Ed. Bianco - Turin - 1814 

3) Michele Ponza: Vocabolario piemontese - italiano - ed. Schiepatti. Torino - 1846 

4) Giovanni Pasquali: Nuovo dizionario piemontese - italiano - ed. Moreno. Torino - 1869 

5) Maggiore dal Pozzo: Glossario Etimologico piemontese - ed. Casanova. Torino - 1888 

6) Giuseppe Gavuzzi: Vocabolario piemontese - italiano. ed. L. Roux e C. - Torino - Roma - 1891 

7) Attilio Levi: Dizionario etimologico piemontese - ed. Paravia - Torino - 1927 

            Che li legga, prima di commettere delle "gaffes", vedrà che tutti i dizionari si trovano concordi nel mostrarle che CAMBRADA significa compagno, socius, camarade.

            Che poi, se proprio avesse il tic dell'epurazione, allora non c'è altro da fare che epurare tutto il vocabolario e dopo che si cucia la bocca e che parli a segni. A segni che non siano mai stati adoperati dai fascisti... se no avrà a vedersela con noi. Mè car cambrada!