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 LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

di Giovanni Delfino

delfino.giovanni@virgilio.it

Giuseppe Macrì

Giuseppe Macrì: caricatura di Olivero da Ij faunèt 

 

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Rondò dle masche L'Alcyone, Roma, 1971 

Ij faunèt Il Delfino, Roma, 1955 

Articoli di Giovanni Delfino riguardanti Luigi Olivero pubblicati su giornali e riviste

Roma andalusa

Traduzioni poetiche di Luigi Olivero in piemontese e in italiano

Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

Commenti ad alcune poesie di Luigi Olivero a cura di Domenico Appendino 

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Prima parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Seconda parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Terza parte)

Luigi Olivero Giornalista

Luigi Olivero e Federico Garcia Lorca

Luigi Olivero ed Ezra Pound

Olivero e D'Annunzio

Sergio Maria Gilardino - L'opera poetica di Luigi Armando Olivero 

Poesie di Luigi Olivero dedicate allo sport

Pomin  d'Amor (Prima raccolta inedita di poesie di Olivero)

Polemiche

Poesie dedicate al Natale  e ad altre ricorrenze (Pasqua, Carnevale...)

Bio-bibliografia

Aeropoema dl'élica piemontèisa

Poesie inedite

Poesie in italiano

Poesie dedicate a Villastellone ed al Piemonte

Episodi della vita di Luigi Olivero

Scritti inediti  e non di Luigi Olivero

Lettere ad Olivero

Artisti che hanno collaborato con Luigi Olivero

Biografia di Luigi Olivero: primo scenario (Gli inizi)

Biografia di Luigi Olivero: secondo scenario (Prima stagione poetica)

Biografia di Luigi Olivero: terzo e quarto scenario  (Verso la tempesta: diluvio universale ~ Viaggi)

Biografia di Luigi Olivero: quinto e sesto scenario (Attività frenetica ~ Roma: maturità d'un artista)

Biografia di Luigi Olivero: settimo ed ottavo scenario (Incontri, polemiche, viaggi, cantonate ~ Ultima stagione ~ Commiato)

Appendici prima, seconda e terza

Appendice quarta ed ottava

Appendice quinta: gli scritti di Luigi Olivero su giornali e riviste

Giudizi espressi in anni recenti su Luigi Olivero

L'officina di Luigi Olivero

Luigi Olivero legge la sua Ël bòch

Documenti e curiosità

Siti integrativi

 

Settimo scenario

 

Incontri, polemiche, viaggi, cantonate 

           Estate del 1954. Trascorre le vacanze nella “bicocca” del Montserrat di Borgo San Dalmazzo. Qui, il 2 di agosto, scrive la lunga prefazione al libro di poesia Noi soma Alpin del borgarino Calisto Ghibaudo. Questi dedicherà ad Olivero la sezione del libro dal titolo Dòp-guèra con queste parole:                           

A LUIGI OLIVERO

                            Maestro ‘d mas-cia poesìa piemontèisa

                            ch’a l’ha piantame an man

                            la Piuma Nèira ‘d mè Capel d’Alpin

                            e che l’ha dime:

                            «Nompà ‘d ciaramlé tant

                            për conteme ij tò ricord ëd naja

                            scrivije».

                            E mi, bin ò mal, l’hai scrivuje. 

Nella prefazione, una lettera aperta, Olivero si scusa dell’invio della poesia L’Alpin che ritiene poca cosa. Afferma …e io ti ricambio inadeguatamente offrendoti  il sonetto che precede questa letterina e che non è nemmeno tra le mie cose più efficaci. Abbi pazienza. Ognuno dà ciò che ha. Il nostro gesto equivale alla stretta di mano tra poeti: la tua più calorosa, la mia forse meno intensa ma ugualmente cordiale… Olivero preconizza poi l’intervento di qualche super-psicòlogo che definirà lo scambio una concertata puerilità reclamistica richiamando la definizione data dei poeti da Ernesto Renan con l’arguto verso: 

                            «Ce sont des enfants qui se sucent le pouce». 

Pollice, indice, medio – chiosa Olivero – anulare o mignolo, in ogni caso le dita sono nostre  e ce le succhiamo individualmente o intrecciamo reciprocamente come ci pare.

Olivero prosegue poi ricordando gli inizi in patois della poesia di Ghibaudo e del suo consiglio di addivenire al dialetto …è proprio qui, sul terrazzino di questo mio èremo solitario, dirimpetto alla schiena loricata d’oro della Bisalta, che abbiamo discusso insieme di questi effimeri ma per noi interessanti problemi di strategia letteraria: e che tu hai accolto il mio modesto suggerimento di lasciare il patois per dedicarti al dialetto il quale, a suo modo, è già un idioma: in quanto è codificato da secoli nella sua struttura filologica  ed è comprensibile ad un maggior numero di creature che, se non sempre lo scrivono o leggono, lo parlano sin dall’infanzia…

Quindi il ricordo della genesi dell’opera di Ghibaudo …lo avvertii e te lo dissi improvvisamente durante una delle nostre quasi quotidiane «scarpinate»  su per i verdi castagneti  che popolano, in duplice declivio,  le balze a groppa di caimàno sovrastanti il Santuario della Madonna del Montserrat, un giorno in cui mi narravi, liricamente infervorato, le vicende di pace e di guerra che hanno costellato la tua santa naja di Tenente dei 5°, 2°, 4° Reggimenti degli Alpini…Chi ci vide su quella cresta rocciosa, contro lo sfondo del cielo azzurrino - io in tuta olimpionica blu e tu scamiciato, entrambi arruffati e gesticolanti -, potè credere a due pazzi colpiti da insolazione che impegnassero una pericolosa partita di pugilato sull’orlo dell’abisso. Invece, no. Disegnavamo semplicemente nell’aria l’architettura del piccolo breviario in rima degli Alpini che tu poi hai felicemente costruito: ma facendo di meglio, conferendogli quasi i lineamenti di un’agiografia profana del Santo Alpino: l’Alpino che, infatti, tu scrivi sempre con l’iniziale maiuscola.

Del libro di Ghibaudo, appena pubblicato, Olivero, nella terza uscita per ‘l caval ‘d brôns delle sue Lettere romane di cui mi occuperò tra poco, nel numero 6 del giugno 1955, per il pubblico piemontese traccia queste note:

Il libro è una rivelazione portata qui dai partecipanti, subalpini romanizzati, al recente Convegno degli Alpini a Trieste. È tutto scritto in assai comunicativi versi piemontesi e illustrato, meglio che da Salvator Dalì, da quel Beato Angelico del pennello fatto con i fili di paglia d’un fiasco di barbera che è il pittore di Chiasso, ma da vent’anni residente a Roma, Gabriele Cena. Questa ingenua eppure calda rapsodia del canto Alpino, che mancava alla nostra poesia dialettale, ha trovato a Roma un’accoglienza entusiastica. Poi - curiosa, eh! – se n’è arrivata alla Capitale da Cuneo passando per Trieste. Dove pare che l’autore minacciasse di dar fuoco con l’accendisigari alle penne nere degli ex commilitoni se non gliela compravano. Ad ogni modo Nôi sôma Alpin! sprizza faville dalle vetrine romane. Lo acquistano anche i quiriti, sicuri che si tratti di un vademecum del perfetto alpinista dilettante, per consultarlo nelle loro ardite escursioni estive al Terminillo, a Monte Cavo e a Montecòmpatri. E il giovane ex tenente delle Penne Nere Calisto Ghibaudo da Borgo San Dalmazzo deliba il suo dolce quarto d’ora incartato di celebrità romana: scommetto a cavalcioni -  qui dicono a cavacecio - di una montagna di diritti d’autore spuntatagli inaspettatamente sotto le scarpe chiodate, fra la sua Besimauda e il suo Monserrato.

Il figlio del poeta borgarino, Marco, ricorda che il padre, quando lui era piccolo, lo portava a trovare Olivero nella sua casa del Montserrat e qui assisteva a lunghe chiacchierate, davanti ad una buona bottiglia di vino, che spesso sfociavano in accese discussioni. Quando Olivero si infervorava, Marco ricorda che, con la canna (il bastone) che aveva sempre con se, picchiava ripetuti colpi sul tavolo a dare maggiore enfasi alle sue asserzioni. Furono sempre amici, Calisto e Luigi. Una delle poche persone con cui, nonostante le discussioni, non ci furono mai momenti di separazione netta. (1)

         Rimaniamo a Borgo San Dalmazzo. Olivero   non ha mai imparato a guidare l’automobile né ha mai preso la patente di guida, nessuno me ne ha saputo indicare il motivo che potrebbe, però, essere il suo problema alla gamba che si trascina dall’infanzia. Forse, anche per questo, ha stretto amicizia con un borgarino, di una quindicina d’anni più giovane, rampollo di una nota famiglia locale. Questi, per ragioni di lavoro, viaggia spesso per il Piemonte e non per il solo Piemonte. Sovente porta con se l’Olivero che coltiva così le numerose conoscenze che ha sparse per la regione. Lo troviamo  a Cherasco  per incontrare l’amico scrittore Clemente Fusero (il figlio Sergio dirà che Olivero passava da loro tutte le volte che arrivava a Borgo San Dalmazzo); poi ad Asti, Alessandria (Rina Faccio alias Sibilla Aleramo?) ed anche a Cannes in Costa Azzurra. Olivero contraccambia spesso con le “Nazionali” che, come  già scritto, acquista a basso prezzo in Parlamento. Regalerà anche al giovane amico una copia con dedica de Ij faunet e un’edizione BUR in due volumi di un Dizionario di Spagnolo con dedica nella stessa lingua. In occasione dell’annunciato matrimonio, il borgarino ebbe pure una lettera dall’Olivero in cui, con varie argomentazioni, gliene veniva sconsigliato il passo.  L’amicizia finirà, come tante altre, nel 1955 per un episodio che vale la pena di raccontare.

Nel suo lavoro di critico d’arte Olivero spesso si trova a recensire personali di Emanuele Martinengo, noto pittore savonese (1888 – 1962) con cui intrattiene rapporti più che professionali, non disdegnando di allacciarne anche con la di lui figlia, anch’essa pittrice in fieri. In cambio delle recensioni favorevoli, a volte il Martinengo omaggia l’Olivero di sue opere che il Nostro, oltre che trattenere per se, utilizza qualche volta per regali di una certa importanza. Per questo, ogni tanto, fa  incorniciare le opere del Martinengo presso una notissima corniceria di Cuneo e a volte, incaricato del ritiro, se non anche della consegna, è il nostro borgarino viaggiatore ed autista.

Siamo proprio in uno di questi casi. Olivero ha fatto recapitare un paio di quadri, ha pattuito tipo di cornice, prezzo e data della consegna. Dopo venti giorni (Olivero è in partenza per Roma e deve portare con se i quadri per un omaggio) l’amico di Borgo si reca alla ditta di Cuneo per il ritiro. Non conosco di chi sia la colpa ma, in ogni caso, trova chiuso il negozio (una porta di legno, modo di dire locale per “fuori orario”) e non può ottemperare all’incarico che si è assunto. Tuoni e fulmini, Olivero si arrabbia moltissimo. È veramente furibondo tanto da trascinare in seguito i rappresentanti della ditta in tribunale (non volendo più pagare il pattuito) con l’amico citato quale testimone. Questi dirà “mai avevo portato la mia faccia in Tribunale, men che mai dopo”. Rottura di un’amicizia ma anche, e forse più importante per Olivero, perdita del suo autista. (2)

         Sul finire del 1954 riceve la medaglia d’argento dall’Associazione della Stampa Romana per i suoi 25 anni di carriera giornalistica.

         È ancora nella sua casetta di Borgo San Dalmazzo nel luglio del 1955 dove il 3 compone Amor-masnà, il 10 Le masche e il 13 El bal dle lusentele. Nel successivo 1956, il 15 di maggio vi comporrà Seugn d’istà. Dai lunghi soggiorni nella Provincia granda nascono molte poesie, parecchie al Piemonte dedicate, e tanti articoli, alcuni pubblicati dai giornali locali. Le poesie indicano sia l’anno che la località che di volta in volta è Monserrato, Monserrato di Borgo San Dalmazzo, Monserà, Monserà dël Borgh San Dalmass.

         In anni recenti una Società che gestisce servizi alberghieri in Piemonte e Liguria, ha dedicato a Luigi Olivero, in Borgo San Dalmazzo, una sala multimediale per congressi. La  scarsa richiesta porterà probabilmente alla chiusura di detta sala entro il 2007.

           Nel 1955, per i tipi della casa editrice Il Delfino di Roma, pubblica la raccolta di poesie Ij faunèt curata da Carlo Maria Franzero, con prefazione di Alex Alexis, traduzione in lingua italiana di Clemente Fusero (3) e in lingua francese di Anton Francesco Filippini, poeta corso e di Simone Blavier, poetessa belga. Luigi Olivero ne invierà una copia con dedica a Rina Faccio da Alessandria. Sibilla Aleramo gli dedicherà la seguente testimonianza: “Massimo virile poeta nel mio nativo non dimenticato linguaggio subalpino.” (4)

Il 28 di agosto invierà una copia de Ij faunèt a Camillo Brero in occasione delle sue nozze come Augure afetuos e con la firma Faunèt dësfrandà.

           Ancora nel 1955 inizia per ‘l caval ‘d brôns la serie di corrispondenze Lettere romane. La prima apparirà sul numero 3; qui trovo questa considerazione sul lavoro del Nostro:

… a Montecitorio c’era un crocicchio di giornalisti parlamentari che, come sempre, si pigliano in giro fra loro prima di prendere in giro gli altri sulla carta, ridacchiando del più e del meno, in uno dei corridoi dei passi perduti. Perchè questi corridoi si chiamino dei passi perduti, quando ad ogni passo che fai incontri un altro che va a spasso sui tappeti rossi, come te, non te lo so spiegare. Ma quei corridoi si chiamano così lo stesso…

ed ancora, poco oltre,  questa colorita esclamazione sua e dei suoi colleghi al passaggio di un Onorevole a quanto pare piuttosto attraente:

Ammàppela, che pezzo gajardo de Marcantoni, aho! Esclamano i giornalisti di tutte le tendenze politiche, nella tribuna stampa, quando in Parlamento ella va, con salita maestosa, ad assidersi sotto Togliatti.

Ah! Parlamento delle udìne che, nonostante abbiano i pomelli e il grembiule rossi, nonché un cuore vermiglio che sembra costantemente crepitare come una bistecca ai ferri sul pentagramma della canzone garibaldina un fiore rosso e una carabina, ma che, in fondo, devono essere delle buone e bravissime massaie come tutte le donne italiane…

La successiva corrispondenza appare sul numero 4 accompagnata dalla poesia Castel Sant’Angelo. In questa seconda puntata Olivero ci regala un bel pezzo di colore riguardante la Festa degli Artisti di Via Margutta tenutasi ai primi di maggio. Gli lascio la parola:

Non ti dico. Una cosa fan-tas-ti-ca! quadri, quadri e quadri lungo tutta la strada. Quadri nei cortili aperti, nei cortiletti, dappertutto. Mai strada ebbe un maggior numero di finestroni, finestre e finestrine aperte sul sogno. E non ti elenco gli espedienti – taluni geniali – dei pittori per richiamare, ognuno su di sé, l’attenzione della folla strabocchevole che, durante tre giorni e tre notti, ha fluttuato come un fiume in piena nell’àlveo centrale e nelle insenature di questo Mississippi dell’arte mondiale che è ormai diventata Via Margutta.

La giovane pittrice Novella Parigini, che è ancora più piccola e magra del caricaturista Gec (Enrico Gianeri n.d.a.), ha avuto la trovata più deflagrante. Di fronte alla vasta esposizione murale dei suoi quadri e cartoni, si è accoccolata in calzoni maschili, per tre giorni, su un giaciglio di paglia. E, al termine della festa, ha solennemente annunciato di essere diventata madre plurima di ventiquattro creaturine in una volta. Il suo giaciglio di paglia occultava un paniere nel quale c’erano ventiquattro ova d’oca. Però, Novella aveva esagerato. Controllata la covata, si constatò che i paperini neonati erano soltanto ventitrè. Il ventiquattresimo uovo era rimasto intatto. Si trattava di una palla da biliardo.    

La lettera romana di maggio si conclude con questa nota dedicata al Caval: E con questo sonettino romano, ma piemontese, ti saluto: deponendo sul tuo zòccolo anteriore destro la perla della parola Libertà che ha fatto crepitare, come una cometa multicolore, la via degli artisti romani e rimanendo rispecchiata, con i suoi mille bagliori, nelle pupille subalpine del tuo affezionatissimo e a seguire la firma in bel monogramma inciso   che    appare in    fine di    ogni articolo. Segue   poi  il  numero  6  con  la  poesia  Fiòca ‘d giugn sul Palatino,  il  numero  7 con Ël bust ëd  Brofferi  e  sul  numero  8-9  la  sola  poesia Fontana   del   Mosé.   A   proposito    di   come passare  il   tempo   nella  calura  estiva  romana Olivero ci regala, tratti dalle sue  ultime  Lettere romane, che contengono la poesia dedicata ad Angelo Brofferio,  questi pensieri:

Allora mi trasferisco nell’aiuola dei piemontesi – sai, quella dove, tra il verde, si ergono i busti marmòrei di Cavour, Lamarmora, di altri ancora, e, sopra un plinto più massiccio e più alto di tutti, quello di Angelo Brofferio che dieci anni fa era misteriosamente scomparso, ma poi, polemizza oggi e interpella e stùzzica domani, per sette anni di sèguito, su per le gazzette locali, qualcuno che assomiglia a me come la mia mano destra assomiglia alla mia mano sinistra è pervenuto a farlo ricicciare, e, cioè, a ottenere che venisse rimesso al suo posto. E così, guardando Angelo Brofferio di marmo, ti ho scritto questa povesia che sarebbe poi il solito sonettino semplice, di appena quattordici versi perché dicono che di meno è proibito.” (Vedere la lettera Q del Silabare nel secondo scenario.)

         11 ottobre 1956. A Bologna si svolgono le celebrazioni per il centenario della nascita del poeta e commediografo Alfredo Testoni (Bologna 11 ottobre 1856-17 dicembre 1931) autore di poesie e commedie sia in italiano che in dialetto bolognese. Noto in particolare come autore de Il Cardinale Lambertini. Promotrice dell’iniziativa è la Famèja Bulgnèisa con l’appoggio entusiastico dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali. Olivero è presente quale Socio fondatore del sodalizio. La rivista dell’A.N.PO.S.DI. Poesia dialettale, di cui è  direttore, pubblica sul N° 2 del 1956 il resoconto delle cerimonie e degli incontri. Olivero legge nell’occasione sue poesie ed una, in particolare, composta per l’occasione A mare Bologna  e dedicata ad Alfredo Testoni. La poesia appare poi, nello stesso anno, sul N° 5 della forlivese rivista La piè. Il resoconto su Poesia dialettale è accompagnato da tre fotografie di vari momenti della giornata, in tutte e tre si nota Olivero con panama, impermeabile ed una vistosa cartella sotto braccio. 

           Dando adito al suo eclettismo, nell’aprile del 1956, nella Galleria di Piazza Macuto a Roma, presenta, dell’amico poeta e pittore torinese Umberto Luigi Ronco, una interessante esposizione di “bianco e nero”. (5)

           Sul N° 3 anno VI del giugno 1957 della già citata rivista Graal, compare un appassionato articolo che il Nostro dedica all’amico Ezra Pound. Olivero ci ricorda che è noto, ma non a tutti, che la gioviale, umanitaria, civilissima America detiene dal 1945 l’ormai settantatreenne Ezra Pound in un manicomio criminale, senza che referti medici e senza che un regolare processo ne abbiano mai giustificato l’internamento. Chi scrive, ha conosciuto a Parigi e a Roma Ezra Pound. Non ha mai avuto la più infinitesimale impressione che egli fosse pazzo o un criminale.

Era, ed è, uno stravagante sognatore, un uomo di sterminata cultura classica e moderna, occidentale e orientale, un poeta di razza prometeica, e, politicamente, un uomo di costituzionale, sincera, eterna opposizione.

Olivero ci rammenta che l’America ha compreso il suo alto valore letterario e che per i suoi stupefacenti Canti pisani gli ha conferito il premio Bollingen 1949. Quei Canti pisani che per Olivero sono l’opera più estrosa e vigorosa di tutta la poesia americana e furono scritti, in gran parte, mentre l’autore si trovava in un campo di prigionia a Pisa, rinchiuso in una gabbia da animali e avendo la sua persona esposta, durante la notte, ad una luce accecante di riflettori convergenti. Supplizio in Italia e successiva detenzione in America  impostagli per aver parlato alla radio italiana e scritto, in tempo di guerra, contro il sistema organizzato dell’alta banca internazionale, nonché per educare i suoi contemporanei all’etica confuciana, e, al tempo stesso, per richiamarli ai principi di Thomas Jefferson, di John Adams e della Costituzione Americana.

Olivero prosegue ricordando di non avergli mai sentito pronunciare una sillaba contro il suo Paese nelle frequenti conversazioni avute con lui.

Sarebbe tempo che l’America rimettesse in libertà questo vegliardo che non ha mai fatto del male a nessuno e che tutto il mondo onora.

Parole profetiche quelle di Olivero, in quanto l’anno successivo a Pound verrà restituita la libertà. Affidato alla custodia della moglie, s’imbarcherà sulla Cristoforo Colombo e rientrerà nell’amata Italia.

Olivero conclude ricordandoci un saggio di Pound del 1918 particolarmente profetico:

Gli artisti sono le antenne della razza, ma la moltitudine dalla testa di piombo non imparerà mai ad avere fiducia nei suoi artisti. È compito dell’artista rendere l’umanità cosciente di se stessa. La moltitudine fastidiosa degli sciocchi non imparerà mai a distinguere la mano destra dalla sinistra, non cercherà mai di scoprire un significato. È sempre facile alla gente fare delle obiezioni a ciò che non ha tentato di capire.

            La casa editrice Mursia di Milano stampa nel 1958 la traduzione dall’inglese dell’Olivero de  La vita ed i tempi di Cleopatra di Carlo Maria Franzero. (6) (Da questo testo fu tratta la sceneggiatura per il film Cleopatra del 1963 di Joseph Mankiewicz con Elizabeth Taylor e Richard Burton).

           Nel N° 1 dell’aprile 1959 della rivista Cuneo Provincia Granda Olivero pubblica l’articolo Guido Gozzano. Studente di terza liceo nel Collegio Nazionale di Savigliano. Senza tema di smentite e non citando la fonte Olivero afferma perentoriamente che il Gozzano fu bocciato all’esame di licenza liceale. Nel N° 2 dell’agosto 1959 della stessa rivista  viene pubblicata una lettera a firma del Preside Antonino Olmo dello stesso istituto che invece attesta che il Gozzano nell’anno di licenza 1902-1903 fu promosso con la media del sette. Cantonata analoga, per troppa foga, gli era già capitato prendere a proposito della raccolta dei Parnas piemontèis sull’esistenza o meno del fascicolo pubblicato nell’anno 1832. (Vedasi nota 9 quarto scenario)

           Estate del 1960. Incontra a Roma, in Piazza di Spagna, Giuseppe Macrì di ritorno dagli Stati Uniti per preparare nuove fusioni da esporre in altre mostre americane foriere, per lui, di nuovi importanti successi.

Olivero si sta recando ad offrire la sua adesione alla neonata Associazione dei donatori della còrnea oculare in favore, particolarmente, dei bambini ciechi. Macrì gli confessa:

Io sono oculatissimo. Voglio bene ai miei ottimi occhi e vorrei che seguitassero a vivere anche dopo il mio trapasso mortale… più remoto possibile.

E fa l’atto di tastare, nell’aria, immaginari ferri di cavallo e amuleti assiro-babilonesi. Quindi, se non hai nulla in contrario, vengo anch’io, con te, a iscrivermi tra i donatori di pupille… Metterei una sola condizione: che i miei occhi venissero trapiantati, quando l’ora verrà, nelle orbite di una bella bambina cieca e che avesse tanti tanti riccioli biondi… Mi sembrerebbe di rivivere nella mia sorellina morta in tenera età. E, così, potrei seguitare a vedere il mondo con un cuore di canarina… un cuore puro… più buono del mio… Caro Macrì! E questa è poesia umana, che sconfina oltre la tua arte, così conlude Olivero il lungo articolo che dedica sul N° 4 de ‘l caval ‘d brôns  del 1961 al suo carissimo amico pittore, incisore, scultore, ceramista e … poeta Giuseppe Macrì. (7)

            Il 5 dicembre del 1960 il poeta corso Anton Francesco Filippini (traduttore delle poesie de Ij faunet in francese) visita il Museo Egizio di Torino e dedica all’amico Olivero la triste e delicata poesia Múmmia (Per una mummia del museo egizio di Torino) in dialetto corso che verrà pubblicata sul N° 2 del 1968 della rivista Il Cavour di cui al momento è redattore ed impaginatore Olivero. (8)

           Con il numero di febbraio-marzo del 1961 del ‘l caval ‘d brôns inizia una pagina che, ancora una volta, dovrebbe essere a periodicità mensile Cartabel 1961, con questa dichiarazione d’intenti:

La riletura ‘d costi doi giornaj (Journal 1887-1910 ëd Jules Renard e Journal 1889-1910 d’Andrè Gide) a l’ha cissame ‘l vezzo ‘d campé giù ‘d cò mi, a la bon-a e sensa pretèise dë scrive gnente ‘d sensassional, le idèje, ij pensé, le girandolin-e d’umorism, le splùe ‘d poesìa o le scaje ‘d realtà ch’am fërfojo ant ël sërvel ò ch’a më sfarfajo d’antorn durant la giornà. L’avràine la passiensa ò la costansa’d signene – almen un-a –tuti ij dì? Lo sai nen. A l’é un esperiment che l’hai già fàit vàire vòlte, tanti ani fa, ma che, dòp una sman-a o doe, l’hai lassà perde: o për pigrìssia ò përché i mè fojèt as në volavo via ò as n’andasìo a fònd ant ël maremagnum dij mè scartafass. Con tut lòn, arproverai, sërcand d’assanmblé coste noterele ant un-ë scartabel che ciamerai, con un vocàbol piemontèis pi s-cèt e polìd, combin ch’a sia arcàich, Cartabel.

Conformemente a quanto dichiarato sarà il solo a comparire…

Nell’unico Cartabel dato alle stampe, relativo al gennaio del 1961, Olivero riporta giorno per giorno un aforisma, un proverbio, una poesiola… Eccone alcune date: 

3 gené 

L’autëssa dle stàtue a cala a man a man che un a së slontan-a da lor.

L’autëssa ‘d j òmini a cala a man a man che un a s’avsin-a a lor. 

4 gené

Quand a gena gené

le soe gambëtte

le totin-e turinèise a tërlo an sël pavé lustr ëd Piassa Castel come tanti mërlo ch’a balo ‘l cha cha cha ‘n sla giassa d’un lagh. 

5 gené 

I Beàt e i Sant a son ij Cavajer e ij Comandator dla Repùblica dël Paradìs. 

6 gené 

La gioventù a l’é una gran bela còsa. Darmagi che, a avèila, a sio ij giovo. 

8 gené

L’òr e la paja

a l’han l’istess luzor.

Parej dl’amor

e dla gòi sensa amor. 

15 gené

                                               A fiòca. D’angej paisan

                                               a sëmno a pien-e man

                                               ëd parpajòle càndie

                                               ant ij sorch nebios

                                               dël cel. 

16 gené 

Nen tute le dòne a rivo an ritard a j’apontament. Òh nò! Aj në j’é ‘d cole che, ‘d j’apontament, as në dësméntio completament. 

19 gené

                                               Seugno una bajadera

                                               còtia e bruna

                                               con ël vel bianch an s’j’eui

fin-a a j’orije,

le braje argonfie, a poff,

an sle cavije

e le pantofle fàite

                                               a còrn ëd lun-a.

30 gené 

Consèj a una vèrgin:

a vanta che ‘t fassa foré la tesserin-a, s’it voule parte e viagé vèrs ël Paìs dl’Amor. 

31 gené 

Am rincrèss fin-a ‘d dovèilo amëtte – con mi medém, përchè ‘d j’autri im n’anfoto pa mal – ma d’antans-antan i preuvo una delusiona a propòsit d’Angelo Brofferio.

Brofferio, combin ch’a sia stàit un bon rimador satìrich, a l’é squasi mai dësslasse poeta. E còle raire vòlte ch’a l’ha bëschì un motiv ëd poesìa, a l’ha tirane lë spont dal Béranger ò da àutri poeta.

Ancheuj i m’arcòrzo che soa famosa barcaròla 

Guarda che bianca lun-a 

a l’é gnente  àutr vhe un calch ëd la già famosa (un sècol e mez fa) anacreòntica ‘d Jacopo Vittorelli, vivù ai temp dl’Alfieri e dël Goethe, ch’a inissia, giustaponto, con ël vèrs 

Guarda che bianca lun-a 

e ch’a l’é stàita musicà da Giuseppe Verdi. (9)

Lo stesso anno rinnova il tentativo della rubrica fissa, e questa volta per ben tre puntate, su Musicalbrndè, con   Diabolus. (10)

           Il 2 luglio muore a Roma Angelo Nizza, scrittore, giornalista e chansonnier nato a Torino il 19 ottobre del 1905. Su ‘l caval ‘d brôns del mese di agosto, Olivero commemora l’amico con un appassionato ricordo. Eccone alcuni passaggi.

Tuti ij giornàj e la ràdio a l’han arcordalo ant soa espression pi festosa d’autor d’arviste musicài – tra le tante , Noi soma alpin, scritte  per Mario Casaleggio, an colaborassion con Riccardo Morbelli – e ‘d cola série ‘d fortunà, ma ‘d cò pien-e ‘d gigèt e d’inteligensa, trasmission radiofoniche antitolà I Quattro Moschettieri: d’un géner satìrich-musical che an Itàlia a l’avìa inaugurà con bela freschëssa una fasson soridenta ‘d fàule estrose a travèrs ël mond modèrn, mai pi superà da j’mitator ch’a son ë-vnu an séguit.

Oltre che con Morbelli – un nòm e, dirìa, un cheur, ch’a resto squasi tut-un con so nòm e so cheur – Nizza a l’avìa scrit, con mi, una série di Trapanazioni del cranio: strompadure, d’un’alegrìa rabelesian-a e d’un imor gavroche (birichino, da Gavroche, personaggio de I Miserabili di Victor Hugo. n. d. a.), ëd gran personagi dl’atualità mondiala artistica, politica, literària d’una tranten-a d’ani fa. Scrivend coste strompadure, ij prim a divertisse come ‘d mat i j’ero noi – e dizo nen, con la sòlita fàussa modéstia, che j’ero ‘d cò j’ùnich, përchè, stampà da vàire arviste ch’an jë ciamavo, as amusavo ‘d cò ij letor – tant che soens ë-sghijavo da nostre poltron-e, a fòrsa ‘d rije, seguitand, peuj, un a scrive e l’àutr a deté – dazendse ‘l cambi, un pòch a pr’un – setà ò anginojà ‘n s’ij tapiss. Ël lìber ëd coste strompadure pantagruéliche  a deuvìa seurte ant ël 1941 da l’Editor De Carlo ‘d Roma. La guèra a l’ha fërmà la stampa, e, peuj, a l’è pi nen ë-stàit  ël cas ëd publichelo: përchè divèrse ëd cole figure – da Ciang-kai-scek a Madame Tabouis, da Greta Garbo a F. T. Marinetti – a l’ero sparìe da la granda sena dël mond ò dventà sbiadìe.

J’ero conossuse a Turin , quand che chièl a l’era redator ëd La Stampa e mi capredator ëd Le Grandi Firme. Le arviste musicài che chièl e Morbelli a scrivìo për Casaleggio, soens a s’alternavo an sël cartlon con d’arviste musicài scrite da Pinin Pacòt e mi ò da Pacòt e Mottura. Nizza am portava an redassion d’artìcoj ëd viagi  e d’antërviste, scrit con un deuit boulevardier e una soèn dlë stil, ch’à piasijo a col pùblich.

L’avìo sùbit simpatizà, dventà amis, amison, colaborator.Dòp essi perdù ‘d vista për una quindzen-a d’ani – mi, prima, an gir për ël mond, e, peuj, con la guèra, stabilì an costa dobia Capital dël Quirinal e dël Vatican – j’ero tornasse  artrové, ant ël 1957, sì a Roma. Doi ani fa, l’avìo ancóra fàit ansema un tentativ d’arvista setimanal a la manera – una strà ‘d mez – dla Vie Parisienne e d’Esquire: inissiativa nen rivà al pùblich (combin  che l’avèisso già prontà ses nùmer e stampane quatr) për razon d’insufizenta organissasion editorial. Ma arcòrdo con che entusiasm Nizza a l’era butasse a cost travaj e le litre e ij pach d’artìcoj e ‘d material ch’am mandava, bele ch’a fussa an viagi ‘d nòsse, da Paris e da Londra: spronand l’editor e mi con un calor da etèrn  moros dla carta stampà.

Un’àutra soa granda passion   a l’è staìta la musica jazz , e, an géner, la mùsica legera. L’idèja dël Festival della Canzone a l’ha avula  chièl quand che, dòp la guèra e apress d’essi stàit capredator dla Gazzetta del Popolo, a l’era andàit  a dirige l’ufissi stampa dël Casinò’d Sanremo.

Con la mòrt d’Angelo Nizza, a l’è tuta nostra bela gioventù goliarda e turinèisa ch’as në va. Cola gioventù che chièl, con cinquanta e sùbia ani d’età, a dësfeudrava con una rijada pien-a ‘d gigèt e con un gest dësgenà: come se, ‘d gioventù, chièl a n’avèissa vàire’d ricambi, parèj come as peul tiré fòra un astucc un pòch pi cit da un àutr astucc un pòch pi grand… E a spariss, con chièl, ch’a smiava avèj sèt gioventù  ant un-a, l’ùltima e pi degordìa figura dël giornalism moschetié turinèis. Una figura, giomai sensa comparazion, che l’hai vorsù arcordé ant nòst langagi: përché chièl a s’arlegrava come un-ë  s-ciopèt, tuta vòlta ch’a pudìa, parlé e sente parlé an piemontèis. (11)

           Ancora nel 1961 è a Köln am Rhein in Germania dove assiste alla presentazione di una spendida edizione tedesca del Grand Testament di François Villon da parte del critico d’arte Herr prof. Kurt Steinbart. Con lui nasce una accesa disputa sulla pronuncia di Villon. Vilòn sostiene Steinbart, Viyòn Olivero che ricorda anche di aver sentito, in una conferenza alla Sorbona, Paul Valery pronunciare Viyòn; non basta. La disputa si conclude con la vittoria di Olivero dopo aver consultato le parole che  nel Grand Testament rimano con Villon che sono raillon, sillon e corbeillon ed altre ancora. Olivero ricorda poi che il nome di Villon compare in rima anche nella Ballade pour servir de Conclusion. Qui le parole che rimano sono:  carillon, vermillon, Roussillon, brossillon, cotillon, haillon, esguillon, ranguillon, esmerveillon, morillon. Ne trova poi ancora ne l’Epistre à ses amis;  la disfatta di Herr Prof. è completa e questi ammette: Granz gut, Viyòn. (12)

           In questo periodo cambia casa a Roma, si trasferisce (sarà un caso?) in Viale Gabriele d’Annunzio 3/IV.

           Nel 1963 da alle stampe, per i tipi della Casa Editrice Liguria di Genova, l’opuscolo Saggi sul d’Annunzio che contiene anche un primo tentativo   di una sommaria cronologia dannunziana in relazione alle presenze o ai diretti rapporti del Poeta con Torino e il Piemonte. Il saggio, dal titolo Torino e il Piemonte nella cronologia dannunziana, contiene due notizie gustose che vale la pena riportare (una a seguito dell’altra):

18 maggio 1910 -  Un (involontario?)  serpente di mare primaverile della Gazzetta di Asti:

“È morto a Milano lo scrittore Gerolamo Rovetta, noto sotto lo pseudonimo di Gabriele d’Annunzio”.

La stupidità della notizia è rimbeccata da tutta la stampa italiana.

Olivero aggiunge, alla fine della breve cronologia: Sembra che , durante il lavoro di catalogazione e di ricerche delle carte del Poeta intrapreso al Vittoriale, si sia rinvenuta la seguente aggiunta autografa del d’Annunzio alla frase celeberrima dell’Alfieri:

«Volli, sempre volli, fortissimamente volli… scrivere orribili tragedie».

Si è vendicato di Asti!

         Nell’ambito del centenario della nascita dell’imaginifico, pubblica, in due puntate su ‘l caval ‘d brôns N° 8 e 9 del 1963, uno studio sui carteggi del d’Annunzio. Interessante l’inizio della seconda parte dell’articolo che coinvolge Olivero in prima persona:

Una delicata scrittrice, che fu anche una splendida elegante creatura, pervenne a concedere, a chi scrive, l’ambitissimo onore di lèggere, in una notte, un mazzolino di lettere corteggiatrici a lei dirette dal Comandante nell’ultimo periodo della sua vita. Sono lettere liriche, ricche di spirali e volute psicologiche, scevre del benché minimo particolare piccante. Ve n’è una sola, definita dallo stesso d’Annunzio «la lettera folle», tutta avvampante di un vertiginoso delirio onirico-erotico. Un gioiello d’arte epistolare amatoria. Ma privo di qualsiasi eccesso irriguardoso verso la destinataria:, la quale, come del resto sarebbe accaduto a qualsiasi donna, ne è rimasta piuttosto affascinata. La distintissima dama, che fu poi tra le poche signore  ammesse a vegliare la salma del Comandante, mi mostrò anche Il Libro Segreto con un’interessante dedica autografa: e alcune nitide istantanee dell’ultimo d’Annunzio, inedite, fra le quali una del Poeta, seduto su una sedia di vimini, sotto le palme di un giardino, circondato da alcune signore e nell’atteggiamento umoristico di simulare il karakiri con una sciabola malese. Il tutto, assolutamente non compromettente per la dama, giacchè non si trattò che di un flirt – con qualche punta acuta, ma solamente di una relazione sentimentale – fra la squisita agile donna di nazionalità ma non di origine inglese, che egli chiamò Dàina (dalla pronuncia britannica di un diminutivo italiano, sebbene non sia da escludere anche il paragone con gli aristocratici snelli animali  che popolano Hyde Park, al cui passo elastico quello della donna, ancora venticinque anni or sono, poteva essere assimilato), e il suo grande ammiratore. La signora aveva conservato anche le copie dattiloscritte delle proprie lettere di risposta a quelle del Comandante. All’alba, a lettura ultimata, ebbi la convinzione di trovarmi di fronte ad un materiale psicologico e letterario di prim’ordine: e ne proposi la pubblicazione alla signora. Ella si schermì, dicendo che non intendeva esibirsi. Le proposi di riordinare io il carteggio, di raccordarne i «pezzi», allestendo i necessari legamenti narrativi delle innumerevoli fasi  extra epistolari che integravano la gentile vicenda, di riunire il tutto sotto il titolo generale di Lettere di Ariel a Dàina rispettando l’anonimo della protagonista: e di pubblicare il libro – anziché subito nel testo originale e in Italia – a Londra, in traduzione inglese, presso l’ottimo editore di due miei libri (MacDonald & Co n. d. a.). Il pomeriggio stesso e l’indomani, vennero concertati accordi per la riproduzione fotografica di tutti gli autografi e di tutte le istantanee. Rientrato a Roma, mi accinsi al lavoro introduttivo della vicenda. Ma il materiale documentario lo attendo ancora. Dàina  è stata assalita da una crisi di «segretezza», ne è guarita, ne è ricaduta, e, ultimamente, mi ha scritto che, una sera di sconforto, è stata come ipnotizzata dai riverberi del suo caminetto britannico e ha avuto la tentazione  di dare alle fiamme tutta la documentazione di questa sua inimitabile avventura spirituale. Ho vivamente sconsigliato il gesto. Ma, per ovvie ragioni di delicatezza, non ho più insistito in merito alla pubblicazione.

Quanto materiale di questo genere (per esempio, l’epistolario diretto ad Eleonora Duse sarà andato veramente distrutto?) può essere in possesso di persone che, per un inconcepibile pudore o per incosciente egoismo, lo occultano al prossimo: pur sapendo che la loro vita non è eterna, che un epistolario può venir confuso con altre carte, considerato inutile e distrutto dagli eredi, e, in ogni caso, può deteriorarsi o smarrirsi anche vivente la persona che lo custodisce, rischiando, in entrambe le situazioni, di andare irrimediabilmente perduto, sottratto per sempre al contemporaneo e al futuro biografo, allo studioso della vita intima ed esteriore di Gabriele d’Annunzio?

Concludo questo spazio dedicato da Olivero all’ultimo  amore dannunziano, proprio con la premonizione di d’Annunzio per la sua morte che leggiamo in conclusione di questo articolo:

Quando il Poeta morì improvvisamente, per infarto cardiaco, alle ore 20.05 del 1° marzo 1938, venne rinvenuto tra le sue carte uno strano documento di superstizione astrologica popolare:

«Sul suo tavolo da lavoro, nella Zambra del Misello, c’è ancora una copia del Barbanera 1938 che, alla data del 1° marzo, annunciava la morte di un uomo illustre. Il Poeta, letta la predizione, l’aveva sottolineata, ed aveva poi mantenuto l’almanacco a portata di mano».

Gabriele d’Annunzio aveva avuto, durante tutta la vita, il presentimento di morire nel mese di marzo. (13)

           Il 1963, come più sopra riportato, celebra il centenario della nascita del d’Annunzio. È tutto un fiorire di pubblicazioni dedicate al Vate. Su due riviste non facilmente rintracciabili, appaiono altri due scritti dannunziani di Olivero. Il primo, che appare sul numero di ottobre-novembre de La Scena Illustrata, riguarda l’opera di d’Annunzio La Gloria:

Fu, La Gloria, il poema tragico-apologetico del Superuomo o non, piuttosto , la tragedia del falso Superuomo, dell’uomo politico mancato, del capopopolo senza genio, del demagogo imbottito più di magniloquente dialettica oratoria che non sicure e mature convinzioni programmatiche e rinnovatrici politico sociali?

Dal 27 aprile 1899 (data della prima rappresentazione della tragedia al teatro Mercadante di Napoli,  con scarso esito, della compagnia di Eleonora Duse e Ermete Zacconi) a tutt’oggi, nessun critico si è mai nemmeno proposto in segreto questo interrogativo. Lo stesso Gabriele D’Annunzio, nemmeno l’indomani dell’ignobile canea che suscitò la “prima” del suo lavoro, si preoccupò di chiarire  i veri obbiettivi polemici del suo poema tragico, limitandosi a smentire l’asserzione, addebitatagli nel corso di un’intervista,  secondo la quale egli avrebbe inteso ritrarre Francesco Crispi  nel suo protagonista Ruggero Flamma. «Io sono un poeta – egli precisò – e per me l’arte della scena è solo una finestra aperta su una vita che si trasfigura». Elusione diplomatica o verità? D’Annunzio non rilasciò mai più, nemmeno indirettamente, neanche per confermare o correggere  la concorde impressione di tutti i suoi critici sulle autentiche finalità di questa sua opera singolare che, pertanto, rimane, in un certo senso, un enigma insoluto, nel complesso, coralmente concreto, totalmente aperto e limpido, della sua cospicua produzione anteriore e posteriore alla Gloria.

Lasciare i contemporanei e i posteri nel dubbio, era, comunque, un vezzo persino ostentato del Poeta. «Chi mai oggi e nel secolo o nei secoli, potrà indovinare quel che di me io ho voluto nascondere? V’è un acerbo piacere nell’essere disconosciuto, e nell’adoperarsi a essere disconosciuto, forse lo conosco io solo, sinceramente io solo so assaporarlo e di continuo rinnovellarlo», egli scrisse ancora nel  Libro segreto, quarantasei anni dopo la prima pubblicazione della Gloria. E, tra questi enigmi, includeva, egli, anche la concezione della Gloria?

Se così fu, bisogna riconoscere che il suo intimo divertimento fu grande. Durante tutta la sua vita  ed anche dopo, non un critico, un esegeta, un biografo manifestò mai il minimo dubbio riguardo all’«unica» interpretazione possibile, perentoria, e, in sessantaquattro anni di equivoco, divenuta ormai ufficiale e fossilizzata, di questo poema del fragoroso fallimento del leader rivoluzionario politico. Tutti lo lessero in chiave di apologia – anzi, persino in profetica auto-apologia dannunziana

– del Superuomo crocifisso dall’ignavia bestiale delle turbe degli ominidi.

A incominciare da Mussolini, il quale, dalla Gloria, derivò addirittura o si appropriò di non pochi slogans, come «Chi s’arresta è perduto» ed altre «formule energetiche»…

Il secondo scritto appare su La Penna di Bergamo del 15 aprile 1964 con il suggestivo titolo Un Imaginifico immune da retorica rivelato da Tom Antongini. D’Annunzio senza monocolo. Pur essendo la recensione dell’ultima fatica dell’Antongini, merita di essere trascritto in quanto risulta uno scoppiettante ritratto, nel migliore stile Oliveriano, di quello che fu amico, editore, esegeta, biografo e quant’altro di D’Annunzio: Tom Antongini appunto (1877-1967). Un personaggio che oggi, ai più, è sconosciuto, se non nell’ambito degli studiosi dannunziani.

Avendo successivamente talvolta addirittura contemporaneamente interpretato i ruoli di editore e di segretario, di amico e di biografo di Gabriele d’Annunzio, Tom Antongini va ormai considerato come il telemetro umano rivelatore della maggior copia di documenti, cronache,  aneddoti, ricordi dannunziani: tutti esposti senza fanatismi e senza esibizionismi, ma con una costante venatura di sorridente affettuosa devozione alla memoria dell’eccezionale personaggio che, pur essendo stato il Deus ex machina, in un certo senso di stimolante intellettuale, della buona metà della sua esistenza oggi ultraottuagenaria, non ha peraltro influito minimamente né sul suo carattere, né sul suo stile, i quali, nativamente ben differenziati da quelli tipici del Poeta, son rimasti individualissimi, genuinamente antonginiani. Vale a dire caratterizzati da una congenita arguzia ambrosiana peptonizzata da una volubile quanto aggraziata malizia parigina acquisita dall’Antongini nei molti anni di sua residenza, durante e dopo la Belle Epoque, nella Capitale francese ove, tra l’altro, nel periodo fiumano, fu l’ambasciatore appassionato della breve ma assai fortunosa Reggenza del Carnaro.

La pagina di Antongini attrae sempre il pubblico con una promessa di gustose informazioni, sovente di considerevole importanza storica sebbene offerte con un tono frizzantemente potinier, che invano si attenderebbe dai più scaltri esegeti dell’opera  e della biografia dell’Imaginifico. Una promessa che, fin dalle prime righe, viene incontro al lettore portata da quella brezza di refrigerante causerie,  antipedantesca e antierudita, che sembra alitare intorno al tavolino della terrasse d’un caffè boulevardier. È, senza dubbio, il piglio elegantemente, giovanilmente joyeux camarade che rende tanto simpatica la scrittura di Antongini da vieille canaille che al d’Annunzio non doveva affatto dispiacere

Questo d’Annunzio ignorato (Ed. Mondatori, Milano 1963) viene deliziosamemte ad integrare i quattro precedenti volumi che l’Antongini ha pubblicato sul Poeta in virtù di quella scioltissima tecnica  a fotolampo o della rapida esposizione  di caratteristici fatti, aspetti e situazioni, filigranati di crepitanti calembours  e coronati di pirotecniche soluzioni impreviste, che valgono, da soli, assai meglio di elaborate analisi freudiane per cogliere al vivo la complessa psicologia dell’uomo e dell’artista. La struttura stessa del libro, composta a prismatiche sfaccettature di diamante, contribuisce a renderne quanto mai varia e interessante la lettura… D’Annunzio è collocato al centro di una folla di personaggi – la Madre, il Re, Mussolini, Nitti, Carducci, Wagner, Baudelaire, Proust, i suoi medici, i suoi sarti, i suoi creditori, i generali, gli ammiragli, le sue donne, i suoi amici, i suoi nemici – e di una costellazione di immanenze – la vita, la morte, la casa, il teatro, lo sport, il costume, la politica, la guerra, la poesia, i quattrini – che rappresentano ciascuno il triangolo d’una proiezione luminosa al cui vertice egli si muove straordinariamente vivo e cangiante, di volta in volta, d’una luce di riflettore caleidoscopico, esibendo i suoi difetti e le sue virtù nei propri rapporti umani…

Dalle pagine antonginiane potrà risorgere e cronologicamente sempre meglio configurarsi la figura umana e storica di quel d’Annunzio vivo e operante nell’epoca a cavallo di due secoli, rappresentativa dell’infanzia e della giovinezza d’Italia, un’epoca la quale, nonostante la rabies politica di innumerevoli omuncoli grigi, roditori impotenti delle più acciaiate glorie del nostro passato, risulta e risulterà, per gli storici futuri, fortemente e variamente improntata dal suo inconfondibile genio.

          Febbraio del 1964. È a Messina dove, nell'elegante sede del Circolo di Cultura, tiene un'interessante e molto applaudita conferenza sul tema della poesia cosmonautica. Nel corso dell'indagine critico-esegetica, esamina particolareggiatamente l'opera poetica in dialetto siciliano ed in italiano, del docente universitario e deputato al parlamento, Nino Pino. Dall'opera del Pino, Olivero fa emergere L'epopea di Gagàrin che, come dice lo stesso conferenziere, è un poema tipicamente del nostro tempo ma già proiettato a velocità ultrasonica nel futuro interstellare dell'umanità, come l'aeronave spaziale dell'eroe cui è dedicato. Particolare risalto alla manifestazione ha dato la stampa messinese, senza distinzione di colore politico, pubblicando ampi estratti della conferenza.

         Sul finire del 1964, dai microfoni della K. D. I. A di San Francisco, commenta il successo avuto recentemente in Italia da tre poetesse: di Gemma Licini vengono lette alcune poesie tratte da Nuovi poemi in prosa, di Matelda Micheli da Ci semina il vento ed infine della veneziana Iva Alisi da Luci sui canali.

         Dalla metà degli anni sessanta, con la moglie Cinci Viscardi, inizia la collaborazione al mensile edito a Roma dall’Editore Formiggini L’Italia che scrive: rassegna per coloro che leggono, supplemento mensile a tutti i periodici.

Dal 1965 al 1973 Olivero scrive decine di recensioni che ne dimostrano l’ampia gamma di interessi: giornalismo, politica, sport, poesia dialettale e in lingua, letteratura, turismo, geografia, storia, arte, industria, malavita, ufo, filosofia sono alcuni degli argomenti presi in considerazione.

La moglie compare con recensioni di opere su arte e poesia dialettale. I suoi scritti sono del tutto equiparabili a quelli di Olivero, sia nello stile che nella grafia utilizzata. (14)

Il primo reportage di Olivero per l’Italia che scrive è del giugno 1965 ed è dedicato alle opere di Dante stampate dall’Editore Alberto Tallone di Alpignano: Mostre dantesche in Europa. Il pezzo contiene un gustoso inciso dedicato ad un sogno giovanile del Tallone:

Ho girato sommariamente, con la mia minuscola cinepresa giornalistica, il mondo magico della prestigiosa geografia tipografica di Alberto Tallone (Madino, per i famigliari). Ma, oltre a questo mondo di meravigliosa fiaba astronomica, costellata di caratteri, inchiostri, carte e torchi fatati, che egli ha tradotto in nitida realtà divenendone il gran signore, il principe Madino il Magnifico, sapete qual’era il sogno inappagato della sua fanciullezza e che egli è fiero di essere riuscito a realizzare? Era quello di possedere una locomotiva tutta per sé. Un’autentica locomotiva vecchio modello, dei tempi in cui le ferrovie si chiamavano ancora «strade ferrate». Ebbene, dal 1957, da quando, cioè, egli è rientrato stabilmente in Italia dal suo duro, tenace, laborioso e vittorioso esilio parigino di quasi un quarto di secolo, Alberto Tallone è felice. Nel parco del suo eremo-stamperia di Alpignano, un verde-ròseo paesino adagiato all’imbocco della Valle di Susa, a pochi chilometri da Torino, egli ha fatto costruire un binario.

E, al limite estremo del binario, troneggia una mastodontica locomotiva a vapore: alla quale – premio supplementare e assolutamente insperato, concesso dal destino all’antico fanciullo sognatore macchinista – sono persino agganciati tre vagoni. Un vagone di prima classe con principesco salottino privato. Una carrozza-ristorante. E una carrozza-giardiniera. Un trenino vero, al naturale, completo, stile Liberty e pervenuto, dal Paese dei Sogni della belle époque deamicisiana, a godersi un dolce relax rettilineo e campagnuolo, lungo il limitare di una candida casa-officina di sovrane opere d’arte e quello della smeraldina vigna antistante l’edificio.

E Madino, nelle giornate radiose, sale sulla locomotiva e ne sollecita allegrissimi fischi prolungati, chiamando in carrozza la sua deliziosa signora Bianca e i loro due baldi ragazzi – Aldo (vivente omaggio a Manuzio) di tredici anni ed Enrico di undici – per compiere insieme viaggi ideali attraverso il Continente della Fantasia. Così, Tallone è contento che tutta una vita di infaticabile, estrosa, geniale operosità gli abbia fruttato, anziché gli stratosferici conti in banca ai quali agognano tutti gli uomini aridi del mappamondo, l’appagamento, puro e semplice, di questo remoto sogno ferroviario della sua infanzia. Non la raggiunta celebrità, l’ammirazione, la stima incondizionata di tutti gli studiosi – tra i quali scrittori famosi, scienziati illustri, accademici, uomini di stato, ricchissimi collezionisti di libri rari – del mondo intero, lo commuovono e costituiscono il suo vanto. Ma la constatazione di possedere finalmente, tutto per sé e per la sua famiglia, un treno, anche se fermo, con la tanto sospirata locomotiva, sulla soglia di casa.

Che il trenino Liberty della sua intima gloria e della sua angelicale modestia possa riempirsi, ancora per lunghi anni, di molti e molti colli viaggianti a grande velocità e recanti sulle vie del mondo altre centinaia di sue future mirabili edizioni! (15)

            Nella notte tra il 2 e il 3 di novembre del 1966 si trova, solo, a Città del Messico dove, con la composizione del sonetto Neuit messican-a, celebra la morte del suo 56° e la nascita del suo 57° compleanno. Non perde l’occasione di erudirci sulla cultura messicana  e sul costume locale di festeggiare il 2 novembre i morti come in una sorta di carnevale. Titola infatti il suo pezzo Ël 2 novèmber al Méssico a l’é ‘l carlevé dij mòrt. Leggiamone alcuni stralci:

Ant ël Mèssico, ‘l catolicésim a l’é nen riussì a dëstruve la survivensa maya e azteca dël fanatism, ësquasi orgiàstich, për ij mòrt. An tute le feste popolar ij mòrt a fan alegrament soa comparsa. Ël 2 novèmber, peuj, Festa dij Mòrt o Fiesta de las Calaveras (vizadì dle Teste dij Mòrt) a l’è per gnente un’arcorensa malincònica, ma, pitôst, una sòrt ëd Carlevé bizar, për ij messican. Mòrt con j’òss bianch ëd sùcher candì, largh sombreros ëd pasta ‘d caramele an testa e chitare ‘d cicolata a tracòla a ven-o pendù a dozen-e fòra dle boteghe dij pastissé. Teste da mòrt ësquisije, ‘d toron colorà e arabescà ‘d vanìlia, a ven-o vendùe e crocà o ciucià dai grand e dai cit. Ant ij mercà, ij mòrt ëd bòsch, ëd filfèr ò ‘d cartron, con le eujere corme dë stagnòla d’argent o ‘d papé velin ross, a rijo a scacaròt, a son-o dë strument musicaj ò a balo ‘l jarabe, la rumba, la cucaracha, ‘l cha cha cha. Lòn ch’a l’é peuj mach na manera come un’àutra ‘d comenté la vita e le tradission dij viv a travèrs ai mòrt, anfotendëssne dij misteri dl’au-delà.

Richiamandosi poi alla poesia lì composta ci ricorda che Ël largh capel messican, ò sombrero, a peul sogerì, come an efet a l’ha sogerime, la figura dël Serpent Piumà, ò Dé Quetzalcoatl, protetor e benefator dl’umanità, union dël dì e dla neuit, espression dle fòrse ancreuse dla tèra, soens rapresentà da j’Aztech antortilià a ciòca: come l’esemplar magnìfich, ëd pera granìtica vërda, conservà ant ël Museo d’Antropologìa ‘d México. Xochipilli, ‘l Dé dla gòj, dla poesìa, dla mùsica, dla dansa, dl’amor, dle fior e ‘d j’amson, a l’era figurà, già dai Huaztech, dai Zapotech e ancóra da j’Aztech, con le fatësse d’un gnèro bodèro sbëfiard e ridèivol ch’a mostra sovens la lenga a la gent. Comprensìbil, donca, che chiel a s’amusa al cant dij mòrt cristian ant la neuit ëd vigìlia dla Festa ‘d j’Amson: che, ant l’antichità, a l’era ‘d cò soa festa. (16)

           1966.  È l’anno delle celebrazioni a ricordo del cinquantenario della morte di Guido Gozzano. Edoardo Sanguineti raccoglie in volume 13 suoi saggi gozzaniani con il titolo Guido Gozzano, indagini e letture per l’Editore Einaudi di Torino.

Olivero si trova in volo tra Torino e Roma a bordo di un Viscount del servizio trigiornaliero dell’Alitalia. È in compagnia di un gruppo di studenti diretti, in gita scolastica, alla Capitale. La parola ad Olivero:

…un gruppo di studenti torinesi ha compiuto il singolare esperimento  d’una declamazione di alcune liriche gozzaniane a quota settemila. Ebbene, dobbiamo riconoscere che questa poesia, con le sue suggestive rarefazioni sentimentali, ci è sembrata fondersi splendidamente con il policromo  multiforme paesaggio piemontese sottostante e con il morbido  oceano di nuvole,  d’azzurro e di irradiazioni solari circostanti. Una poesia, dunque, che respira benissimo nell’atmosfera delle altitudini – nonostante i polmoni cagionevoli dell’autore che la concepì – e che si ambienta a suo agio anche nell’interno di un mezzo di locomozione superveloce ed ultramoderno. 

Ciò significa che le pulsazioni del cuore del poeta erano e risultano sincrone a quelle del cuore umano  di tutti i tempi, per nulla menomate o alterate dai battiti del cuore metallico dei motori. Quando la poesia resiste ad una di  queste prove, vuol dire che,  non soltanto non denuncia nulla di formalmente anacronistico, ma esprime una carica di intrinseca  emotività da inserirla irreprensibilmente nel dinamismo della vita  moderna e da proiettarla  anche nel superdinamismo interplanetario del futuro: perché  essa parla al cuore umano con il linguaggio intramontabile dell’eterna attualità dell’amore, del dolore, della gioia e di tutte quelle emozioni effimere e tuttavia  imperiture che rappresentano il tessuto della verità immutabile della vita. Quei giovani studenti ci confessarono di aver tentato l’esperimento al quale ci avevano fatto assistere, dopo aver letto e discusso  tra loro il libro del Sanguineti. E ci sembra, dunque,  evidente che queste intelligentissime  indagini sanguinetiane ottengano il risultato concreto  di indurre i giovani alla lettura e i meno giovani  ad  un’attenta rilettura dell’opera gozzaniana (17).

           La rivista Ponente d’Italia del mese di maggio del 1967 se ne esce con un articolo di Olivero dal titolo Canzoni folkloristiche piemontesi sulle orme dei classici della letteratura. Si tratta della descrizione dei tre microsolco appena usciti per la Fonit-Cetra Le canson dla piòla interpretati dallo chansonnier e chitarrista torinese Roberto Balocco. E non è questa l’unica incursione di Olivero nell’ambiente della musica leggera. Ne riporto alcuni brani da cui si può notare la competenza del Nostro anche in questo settore.

Una nutrita schiera di questi successi a rifioritura spontanea è rappresentato dalle antiche canzoni piemontesi che, sotto il titolo generico di canzoni della bèttola («Le canson dla piòla») la Fonit-Cetra ha rilanciato in tre rigogliosissimi dischi incisi dalla voce assai bene impostata e ricca di sfumature d’un ventiquattrenne chansonnier e chitarrista torinese: Roberto Balocco. Non sempre la pronuncia dialettale di questo giovane «impegnato» controcorrente risulta ineccepibile e non sempre le sue rielaborazioni riescono accettabili al cento per cento da parte dell’auditore che possegga almeno il doppio della sua età e che serba, quindi, nell’orecchio le vecchie musiche originali. Tuttavia va data lode al Balocco del coraggio e dell’entusiasmo che ha dimostrato riportando queste riesumazioni dapprima al pubblico del Teatro Gobetti di Torino e successivamente a quello più vasto dei discofili.

Dalle 14 canzoni contenute nel primo disco, emergono, per agilità e colorito d’interpretazione, Le fije ‘d Bevilacqua, ‘L sonador, Buffalo Bill, La Monigheta, ‘L canarin, Bruta vigliaca, As peul nen meuire drinta al Pò (queste tre ultime, modernissime, dello stesso Balocco e di Piero Novelli). Delle 12 canzoni che figurano nel secondo disco, primeggia indubbiamente quella tradizionale del Caporal Trombetta, nella scia della quale s’insinua tuttavia quel gioiellino di canzone romantica, deliziosamente «falso antico», che s’intitola Son ses mèis, dello stesso Balocco. Come sono dello stesso estroso chansonnier il Tango dla sòma d’aj, Mi sai tut e Neto Paracchi, tutte gradevolmente popolaresche, seppure i testi dialettali denuncino frequenti e non necessarie intrusioni di italianismi  o addirittura intieri brani in lingua.

Il terzo disco, comprendente 13 pezzi, risulta forse quello meglio coordinato: un frammento della famosa canzone settecentesca di Padre Ignazio Isler Lasséla pa pi scapé (il cui titolo originale è Le deformità d’una figlia che, stimandosi bella, vuol maritarsi e il cui ritornello attuale, assunto a titolo, è apòcrifo). Le non meno note La Monclèisa, Baron Litron e Strambòt piemontèis (la cui esatta lezione quattrocentesca è Stranòt) trovano nel Balocco un interprete attento e cordiale. Giocondamente limpide altre sei canzoni dello stesso cantatutore: con qualche nostro dubbio riguardo all’autentica paternità de ‘L venditor che ci risulta essere una canzone anonima della bella epoque torinese (consorella de ‘L sonador inserita nel primo disco). Quisquilie.

Nel complesso, queste Canson dla piòla rappresentano un corpus popolaresco di ottima realizzazione, meritevole del lusinghiero successo che ha conseguito. Suggestivi gli effetti dei sottofondi musicali. Buona la chitarra bassa di Gino Luone ed encomiabile la collaborazione musicale di Giancarlo Chiaramello.

           Nel 1967 Edilibri di Andrea Viglongo pubblica Tutte le canzoni e poesie satiriche piemontesi del Padre Ignazio Isler che sancirà la fine di un’amicizia più che quarantennale tra Luigi Olivero e Alfredo Nicola. Sulla rivista Musicalbrandè del marzo 1968, Gianrenzo Clivio recensisce il volume curato da Olivero e Viglongo con gravi stroncature definendo, tra l’altro, affermazioni di Olivero come colossali “lapsus calami”, grossolano giudizio, serqua di vistosi errori concludendo poi perentoriamente è il caso di parlare senz’altro di crassa ignoranza.

È ovvio il risentimento di Olivero che risponde piccato sulla rivista Il Cavour, di cui, al momento, è caporedattore, con l’articolo Pseudocritica “beat” dove controbatte puntualmente tutte le critiche e non manca di prendersela con Alfredino, reo di aver pubblicato la stroncatura sulla rivista da lui diretta. La collaborazione di Olivero con Alfredino riprenderà solamente dieci anni dopo a partire dal numero di dicembre di Musicalbrandè del 1979.

È interessante notare che, d’altro tono è la recensione, tratta da quella di Gianrenzo Clivio,  ma qui indicata solo come Musicalbrandè, sull’Almanacco piemontese Viglongo del 1969. Il giudizio è qui del tutto favorevole con frasi quali questa edizione rappresenta un passo avanti di grande momento per la nostra cultura regionale… non vanno taciuti i meriti del lavoro dell’Olivero… il merito maggiore è costituito dall’impresa di paziente collazione dei manoscritti e delle edizioni isleriane che ci ha così restituito una lezione… chiara e scorrevole… questa edizione dell’Isler merita indubbiamente di essere conosciuta e diffusa largamente…

L’Almanacco del 1969 è pubblicato verso la fine del 1968, quindi posteriore alla recensione di Clivio su Musicalnrandè. Sulla nuova versione ha influito l’articolo di risposta di Olivero? È rispetto per l’editore (di entrambe le opere) che la ospita? È l’editore Viglongo, che con opportuni tagli e cesure ha adattato la precedente versione (notare gli omissis contrassegnati dai puntini)? In difetto ormai di una precisazione da parte dei diretti interessati, propendo in ogni caso per l’ultima ipotesi formulata. (18) Ecco il periodo centrale di Gianrenzo Clivio come apparso sul Musicalbrandé:

Registrati gli errori, non vanno taciuti i meriti del lavoro dell’Olivero. Il merito maggiore è costituito dall’impresa di paziente collazione dei manoscritti e delle edizioni isleriane che ci ha così restituito una lezione che, se non in tutto rispondente al rigore filologico, è almeno chiara e scorrevole.

Nel citato articolo Pseudocritica “beat” Olivero aggiunge, in un occhiello, giudizi espressi sui critici da vari personaggi che val la pena citare: 

Il Critico 

Un critico che ingiuria è come un bimbo imbizzito, che, per far dispetto, si butta a terra e batte la testa nei muri: l’uno e l’altro non nuoce che a se stesso.

E. Bevilacqua 

E’ un miserabile, il quale, avendo tentato quaranta volte di costruirsi un castello, si sfoga a buttare i rottami del suo castello mancato contro colui che si sta onestamente costruendo una casa. 

I critici sono come quei cani randagi per le campagne, che quando passa un treno gli corrono accanto per alcuni metri, e poi si fermano al primo albero.

Pitigrilli (Dino Segre) 

Qual mala razza i critici ! Un asino lava l’altro e tutt’e due ragliano contro il leone.

G. Papini 

Quando ti accorgi che la critica non dice più sciocchezze sul conto tuo, smetti di scrivere, perchè vuol dire che cominci a declinare e a ripeterti.

M. Bontempelli 

Chi è debole per natura e ignorante per pigrizia, può ancora sostenere la sua vanità col nome di critico.

S. Johnson

Il critico è un cieco che discute i colori dell’arcobaleno.

Freire 

I critici li paragono ai pappagalli.  Essi hanno tre o quattro parole e le ripetono a tutto spiano.

Grillparzer 

Non sapete chi sono i critici? Coloro che non sono riusciti nella letteratura e nell’arte.

Disraeli

La critica degli stupidi è l’incenso del genio.

Millevoye 

Un critico non deve dire che la verità. Però, egli deve anche conoscerla. Molto spesso la critica di un critico che non amiamo ci costringe ad amare un libro criticato.

J. Riward 

Quanto a questi imbecilli, non c’è che da lasciarli dire. 

Beethoven 

Per concludere questo inciso dedicato ai critici, riporto questo pensiero di Olivero tratto dalla sua prefazione all’opera Nivole di Alfredo Nicola del 1950:

Io non sono un critico. Per me il critico è paragonabile, nel novantanove per cento dei casi, a un corridore ciclista «scoppiato» che si butta di traverso sulla strada allo scopo inconfessato ma evidente di travolgere quanti più concorrenti può nella sua caduta.

Tutte le canzoni e poesie satiriche piemontesi del Padre Ignazio Isler segnerà anche la fine della  collaborazione di Olivero con ‘l caval ‘d brôns. Adriano Musso sul N° 6 del giugno 1968 aveva firmato una favorevole recensione. L’anno successivo sul N° 2 del febbraio nel Leturil a firma R. da B. e sul N° 7 di luglio nelle Noterelle a firma Camillo Brero e Renzo Gandolfo vengono fatte puntualizzazioni e critiche, in particolare all’operato di Olivero. Questi è molto piccato. Risponde punto su punto in un lungo articolo Contestato Ignazio Isler reverendissimo padre della risata che appare sul primo numero del 1970 della rivista Fiera dialettale appena fondata e diretta da Olivero per l’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori dialettali dallo stesso e da altri fondata nel 1952. Olivero non apparirà più su ‘l caval ‘d brôns fino al 1983 con l’intervista di Albina Malerba in vista della pubblicazione di Romanzìe. La collaborazione di Olivero con la rivista della Famija turinèisa riprenderà solamente a partire da questa occasione con poesie e traduzioni nel corso del 1984 e del 1985 per cessare poi del tutto.

           Esce il quinto numero de Il Cavour di cui al momento Olivero è caporedattore ed impaginatore. Qui dedica un bell’articolo ad Attilio Corsetti pittore del «furor liricus et mathematicus». Siamo nel luglio del 1968 e nel corso dello scritto Olivero ci fa sapere che i nudi di Corsetti suscitano nello spettatore un mondo di vibrazioni poetico-musicali alla Debussy. Un nudo agreste di Corsetti mi evoca, infatti, il Premier Arabesque di Claude Debussy, e, dall’atmosfera che si diffonde dalla fusione magica degli elementi pittorici e musicali affini, mi scaturisce questa istantanea poetica in idioma subalpino: Sèira ant ël bòsch.

Seguono le due strofe, per dieci versi complessivi. Olivero così prosegue: Perché questa modesta istantanea poetica mi è scaturita in idioma subalpino? Perché caratteristicamente subalpino mi riesce il linguaggio pittorico, esteriormente sobrio ma interiormente turgido di molteplici sollecitazioni liriche, di Attilio Corsetti. Peccato che la poesia sia stata da Olivero stesso pubblicata quasi dieci anni prima sul numero di settembre 1959 della rivista Musicalbrandé, già qui con premesso Debussy: Premier Arabesque.(L’articolo di Olivero è effettivamente stato scritto, o rimaneggiato, nel 1968 in quanto contiene, aggiornato allo stesso anno, il curriculum espositivo del Corsetti.)

           Di quali argomento Olivero non s’è occupato nella sua lunga attività di scrittore? Nel numero di dicembre del 1968 de L’Italia che scrive appare la recensione al libro di Sandro Mayer pubblicato dalla Longanesi Lettere dei capelloni italiani da cui prende lo spunto per queste riflessioni:

Superato il primo attimo di repulsione fisica che suscita l’argomento beat o capellone (termini che non corrispondono né filologicamente né eticamente), riteniamo che questo libro possa, anzi, debba, esser letto con attenzione dallo studioso e dal pubblico: giacché verte su un fenomeno sociale che non può più essere ignorato da nessuno. Che poi si possa approvarlo o disapprovarlo, è un altro discorso. Scegliendo una via di mezzo, supponiamo che lo si dovrebbe curare. Ma come? Con quali mezzi? Anzitutto, con un miglior ordinamento della società, con particolare riguardo ai problemi dei giovani: e, in primis, quello della loro educazione, incominciando da quella che ricevono dai loro genitori i quali, a loro volta, dovrebbero essere rieducati a diventare gli educatori dei loro rampolli. Discorso lungo, complesso, non privo di venature umoristiche ma anche tragiche, per il quale lo spazio di una recensione è paragonabile a quello di un catino per il bagno di un elefante….

E, a lettura ultimata, abbiamo tratto la conclusione che il fenomeno del capellonismo, come protesta contro la società, è sempre esistito. Solamente (vedansi Leonardo da Vinci, Garibaldi, Giuseppe Verdi, Jean Arthur Rimbaud, Buffalo Bill e altri celebri capelloni della storia) i provos, i beatniks, i vilains pisse-vinaigre, i protestatori, i contestatori globali del passato, erano spesso più geniali. E. soprattutto, odiavano la società borghese, ma non il sapone. Erano, almeno esteticamente, più puliti. Ciò che non infirmava la sostanza delle loro contestazioni, presentandola, piuttosto, in modo più civile.

         Alla fine degli anni ’60 viene insignito, dal Presidente della Repubblica Italiana, del titolo di Commendatore al merito della Repubblica. 

 

Note al settimo scenario (Le traduzioni senza indicazione sono dell’autore) 

1) Calisto Ghibaudo Noi soma Alpin Istituto Grafico Bertello Borgo San Dalmazzo (CN) 30 marzo 1955

                                               A LUIGI OLIVERO

                                               Maestro di maschia poesia piemontese

                                               che mi ha piantato in mano

                                               la Penna Nera del mio Cappello d’Alpino

                                               e che mi ha detto:

                                               «Invece di parlare tanto a vanvera

                                               per raccontarmi i tuoi ricordi della naja

                                               scrivili.»

                                               E io, bene o male, li ho scritti.

 

                                   «Sono dei fanciulli che si succhiano il pollice».

 Ernest Renan. (Tréguier Bretagna 28 febbraio 1823 – Parigi 2 ottobre 1892.) Filosofo, filologo, storico delle religioni francese. Dopo lunghi studi religiosi, si avvicinò alle scienze sotto la guida del chimico Marcellin Berthelot, con cui strinse un’amicizia che durò fino alla morte. A sessant’anni inizia la sua Storia d’Israele in cinque volumi, di cui gli ultimi due appariranno postumi. 

Bibliografia 

Histoire générale et système comparès des langues sèmitiques Paris 1845; Vie de Jesus  Levy Frères Paris 1863 ; Les Evangiles et la seconde generation chretienne Levy Frères Paris 1871 ; Les apôtres Levy Frères 1866 ; L’Antechrist Levy Frères SD ; Ricordi d’infanzia e di gioventù Astrea Roma 1945 ; San Paolo Dall’Oglio Milano 1960; Prière sur l’Acropole Alberto Tallone Editore Alpignano Torino 1976 Levy Frères Paris 1865; Histoire du peuple d’Israel 5 vl Levy Frères Paris 1887-1893; L’avenir de la science Levy Frères 1890. 

Calisto Ghibaudo Antibes (Costa Azzurra, Francia) 1920 - Boves 1992. Giovanissimo si trasferisce a Borgo San Dalmazzo. Lungo periodo di naja come tenente del 5°, poi del 2° ed infine del 4° Reggimento degli Alpini. Ricordi di guerra che sfoceranno poi nel suo secondo libro di poesia Noi soma Alpin del 1955. Laureato in lettere, nel 1954 viene trasferito a dirigere l’Ufficio di Collocamento di Fossano. Qui conoscerà, in seguito ad una manifestazione teatrale organizzata nella casa di pena, un carcerato, Leandro Balestra, organizzatore dello spettacolo, condannato a 24 anni per omicidio, che si professa però innocente. Il Leandro si manifesta poeta. Tra i due ci sarà un lungo scambio di poesie che durerà fino al ritorno a Cuneo del Ghibaudo l’anno seguente. Il tutto porterà Calisto, famigliarmente chiamato Kaly, 35 anni dopo, a pubblicare, derivandone il titolo dal nome del carcere, il suo Santa Catlin-a, opera di non molte pagine, una trentina, parte in prosa, parte in poesia, ricca di sentimento e di un sogno: fare del carcere un luogo di speranza. 

Bibliografia: 

Dal Monserà ai Camorei (Scelta di poesie piemontesi riguardanti Borgo San Dalmazzo) Istituto Grafico Bertello Borgo San Dalmazzo 1952; Noi soma Alpin (Scelta di poesie piemontesi riguardanti gli Alpini in guerra) Istituto Grafico Bertello Borgo San Dalmazzo 30 marzo 1955; Gent dël Borgh (Poesie piemontesi su Borgo San Dalmazzo) Amministrazione Comunale Borgo San Dalmazzo1988; Santa Catlin-a (Dialogo rimato tra due poeti: uno libero l’altro carcerato) Edizioni Gianfranco Martini Borgo San Dalmazzo 5 dicembre 1989. 

2) Notizie raccolte nell’agosto del 2007 tra i ricordi personali di un abitante di Borgo San Dalmazzo (ovviamente l’amico autista di Olivero), oggi ottantenne ben prestante sia fisicamente che intellettualmente, che però non desidera essere citato direttamente. 

3) Clemente Fusero scrittore e biografo (principe della biografia contemporanea, lo definisce Olivero) nasce a Caramagna Piemonte il 21 febbraio 1913, muore a Cherasco il 10 maggio 1975. Nel 1970 riceve il Premio della Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. (Di Luigi Olivero si veda     Clemente Fusero principe della biografia contemporanea La Carovana Roma 1954). 

Bibliografia: 

Leonardo Corbaccio Varese 1939, Raffaello Corbaccio Varese 1939 -  Dall’Oglio Milano 1963, Mozart SEI Torino 1941, Bargellini Vallecchi Firenze 1948, Daniele Comboni Nigrizia Verona 1953, Il romanzo di Modigliani Dall’Oglio Milano 1958, Lorca Dall’Oglio Milano 1969, Cesare Borgia Dall’Oglio Milano 1974, Giulio II Dall’Oglio Milano 1974, Gandhi Dall’Oglio Milano 1977. 

4) La copia de Ij faunèt con dedica autografa di Luigi Olivero è conservata nell’Archivio Sibilla Aleramo presso la Fondazione Istituto Gramsci di Roma. 

Aleramo Sibilla (Rina Faccio) Alessandria 14 agosto 1876 – Roma 13 gennaio 1960. Scrittrice italiana. 

Infanzia infelice in una famiglia segnata da rapporti fallimentari tra i genitori. La madre tenta il suicidio ed è quindi internata in casa di cura. Si trasferisce a Civitanova Marche dove inizia a lavorare come bibliotecaria nella fabbrica del padre. È stuprata giovanissima da un collega e costretta a matrimonio riparatore con l’uomo di cui è rimasta incinta. La nascita del figlio non migliora la situazione, costretta a vivere con un marito che le fa subire continue angherie e percosse. Inizia a scrivere  racconti ed articoli e collabora a riviste femminili, tra cui Vita moderna. A fine secolo, 1899, si trasferisce con il marito a Milano. Le viene offerta la direzione di Italia femminile. Vorrebbe separarsi dal marito, ma con la violenza è costretta a rimanere fino al 1901 quando abbandona marito e figlio, decisione molto sofferta quest’ultima  che descriverà in Una donna.

Rina Faccio assume lo pseudonimo di Sibilla Aleramo (Sibilla scelto da Giovanni Cena - allora redattore capo di Nuova Antologia e con cui ebbe una relazione -, Aleramo da lei stessa) solo il 3 novembre del 1906 proprio con la pubblicazione del suo Una donna presso l’editrice Sten di Torino. Terminato l’amore con Cena conduce vita errabonda intessendo numerose relazioni sia sentimentali che letterarie avvicinandosi anche ai futuristi. (Apollinaire, Verhaeren, Deledda, Cardarelli, Papini, Boine, Rebora, Boccioni, Franchi ecc.) Ha un rapporto tormentato con Campana quando questi è già internato per malattia mentale a Marradi nel 1915. Il rapporto è spesso basato anche su reciproche percosse. Su questo legame nel 2002 si  gira il film Un viaggio chiamato amore interpretato da Michele Placido, Laura Morante e Stefano Accorsi.

Femminista, pacifista e comunista  non scende mai a compromessi con ruoli femminili tradizionali tanto da essere definita da Prezzolini lavatoio sessuale della cultura italiana.

Firma nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti ed è anche arrestata in quanto conoscente di Anteo Zamboni, l’attentatore di Mussolini. Ne esce indenne dopo un colloquio con il Duce stesso. Le è anzi concesso un mensile di mille lire e un premio di cinquantamila dell’Accademia d’Italia. Esce nel 1927 il romanzo epistolare Amo dunque sono, raccolta di lettere non spedite a Giulio Parise. Ha una breve relazione con Julius Evola. Ridotta in povertà torna  a Roma dove nel 1933 si iscrive all’Associazione nazionale fascista donne artiste e laureate. Nel 1936 ha un rapporto con Franco Matacotta, studente quarant’anni più giovane di lei cui resta legata per dieci anni. Si iscrive al PCI al termine della seconda guerra mondiale e collabora all’Unità. Muore a Roma dopo lunga malattia all’età di 83 anni. 

Bibliografia 

Una donna Sten Torino 1906; Il passaggio Bemporad Firenze 1921; Momenti 1921; Andando e stando 1921; Amo dunque sono 1927; Poesie 1928; Il frustino Mondatori Milano 1932; Sì alla terra 1935; Orsa minore Mondatori Milano1938; Dal mio diario Tuminelli Roma 1945; Selva d’amore 1947; Il mondo è adolescente Milano-Sera Milano 1949; Aiutami a dire Edizioni di Cultura Sociale 1951; Luci della mia sera 1956; Lettere a Elio (Elio Fiore, poeta) Editori Riuniti Roma, postumo 1989. 

5) Notiziario della Famija Piemontèisa di Roma 1/5/1956. 

6) Carlo Maria Franzero romanziere e biografo, nasce il 21 dicembre 1892 da famiglia benestante di Racconigi a Torino dove studia architettura non terminando i corsi per intraprendere la carriera di giornalista.  (Il nonno fu Sindaco di Racconigi negli anni intorno al 1875). Nel 1922, in netto contrasto con il fascismo,  si trasferisce in Inghilterra dove vive in una villa di Cobham villaggio del Surrey ad una ventina di miglia da Londra e dove, dal 1940, scriverà tutti i suoi romanzi e le sue biografie direttamente in inglese. Definisce la sua decisione di rimanere in Inghilterra come uno di quei gesti che si fanno per convincersi che non valeva la pena di farli. È a lungo corrispondente del TheTime. Muore nel 1986. 

Bibliografia 

L’Inghilterra e gli Inglesi Treves 1939,  La casa della signora Carolina 1942,  Appassionata 1946,  Le memorie di Ponzio Pilato Milano 1950, Helena Modjenska Roma 1954, Igor e Nina Roma 1954, La vita e i tempi di Nerone Corticelli 1954, Lettera d’amore Roma 1955, La vita e i tempi di Cleopatra Mursia Milano 1958, Lord Brummell Roma 1958, La vita di Oscar Wilde Milano 1959, Ritratti e paesaggi inglesi Torino 1960, Tarquinio l’Etrusco 1960, Teodora 1961, La casa dei sogni Canesi 1965, Baretti gentiluomo piemontese a Londra Tallone Torino 1965, Il Conte di Cavour e i suoi banchieri inglesi Teca Torino1968, Leonardo Rizzoli Milano 1968, Ugo Foscolo a Londra Guanda 1971, Cinquant’anni a Londra Torino 1975. 

7) Di Giuseppe Macrì la rivista Ij Brandé nel suo numero 102 del 1 dicembre 1950 ci fa sapere che era appena rientrato dall’Argentina dove aveva completato un busto di Eva Peron che era poi stato acquistato dalla locale ambasciata d’Italia. 

8) Il Cavour N° 2 1968 

                               Una lirica d’argomento torinese del massimo poeta in dialetto della Corsica

                                                     MASSIMO FRANCESCO FILIPPINI

                                                                        MÚMMIA

                                                 (Per una mummia del Museo Egizio di Torino) 

A Luigi Olivero 

                        Agghiu vista ind’una vitrina                          Qual’è ch’à levata a la tomba,

                        a u muséo duv’ella stà,                                  duv’ella avìa da ripusà,

                        una principessa mischina,                             sta niella e afra culomba

                        mòrta mille e mill’anni fa.                             chi l’Egittu ùn seppe piattà?

 

                        Culor di cógghiu, impatìnata,                       Tu, Principessa, appena esciuta

                        cu’ i so’ capelli di granone,                           da u jornu chiaru di u to’ Nilu,

                        m’è parsa tutta impaürita                             ti cridìe ch’un’onda muta

                        da i sguardi di tante persone.                        ti purtasse in un riccu asilu.

 

                        Senza più pédi – dui rócchi! –                        Sperave, più che un faraone,

                        d’andàssine, mancu a pensalla.                     per francatti polvera e fangu,

                        E cusì, cun l’ombra di l’ócchj                       ùn so chi nume, in sugghiezzione

                        fissava l’óssu di a so’ spalla.                         di a to’ bellezza e di u to’ rangu.

 

                       O jente, chi sbagliu e ch’orrore!                    Sottu terra, versu occidente,

                       U nóstru peccatu è lu pégghiu.                     nunda invece. Illusioni, addio!

                       Unn ète vistu u so’ poudore?                        O Principessa, stammi a sente:

                       Capite u nóstru sacrilégghiu?                       t’affuleremo a un veru Dio. 

       (Torino, 5 dicembre 1960) 

    MUMMIA (dialetto di Corsica) – Ho veduto in una                Chi è che ha rapito alla tomba, ove doveva riposare,

vetrina, al museo, dove se ne sta, una       principessa,            questa bruna, strinata colomba, che l’Egitto non seppe

morta   mille e   mille anni fa.                                                  nascondere?

 

    Del colore del cuoio,  rinsecchita, coi suoi capelli di                   Tu, Principessa, appena uscita  dal giorno chiaro  

 granone, mi è parsa  tutta impaurita   dagli  sguardi di             del tuo Nilo, t’immaginavi   che   un’onda muta ti avrebbe

 tante  persone.                                                                      spinta ad un ricco asilo. 

    Senza  più piedi   – due monconi! –  di   andarsene,                     Speravo,  più  che un  faraone, per evitarti  polvere neppure   a pensarlo. E   così, con l’ombra degli occhi                e fango,  non  so  che nume,  in    soggezione   della   fissava    l’osso della sua spalla.                                                   tua bellezza e del tuo rango. 

    Ahi, gente, che sbaglio e che orrore! Il  nostro  è   il                   Sotto terra, verso occidente,  nulla,  invece. Illusioni,

peggior dei peccati. Non vedeste il suo pudore? Capite             addio!   O  Principessa,  stammi a sentire:  ti affideremo

il nostro   Sacrilegio?                                                                a un vero Dio. 

(Traduzione di Anton Francesco Filippini) 

Anton Francesco Filippini San Nicolao di Moriani (Corsica) 14 luglio 1908 - Oriolo Romano (VT) 22 ottobre 1985. Poeta e scrittore in corso e in italiano. Fa parte del movimento  autonomista A Muvra e partecipa attivamente alla campagna di riscossa spirituale e culturale della Corsica. Fu segretario di redazione, nel 1926, della rivista L’altagna diretta dal grande patriota corso Don Domenico Parlotti. Frequenta il lycée a Bastia e nel 1927 si trasferisce a Roma dove frequenta la facoltà di Scienze Politiche laureandosi nel 1932 con la tesi Napoleone e Pozzo di Borgo. In Italia l’opera del Filippini raggiunse eccelsi livelli, mostrando chiaramente, accanto ai suoi schietti sentimenti di italianità, la grande opera di recupero e salvezza posta in atto per la sua amata terra natale. Fondò e diresse il fiero e bellicoso periodico L’idea corsa, collaborò alla rivista bimestrale Corsica antica e moderna, all’ Archivio Storico di Corsica e al quotidiano per l’isola Il telegrafo della Corsica.  

Bibliografia 

In corso: Puesie Giusti Livorno 1929, Ballate corse Modernissima Roma 1939, E mió lune Sciascia Caltanissetta-Roma 1956, U prunalbellu Convivio Letterario Milano 1958, Lochi e stagioni Cardini Roma 1968, Acqua d’aprile Cardini Roma 1968, A bisaccia La Marge Aiaccio 1980, Belle calende Giorgetti Roma 1982, Caracuti Giorgetti Roma 1991, Flumen Dei Giorgetti Roma, 1992. 

In italiano: Alla silente riva Cardini Roma 1970, Napoleone e Pozzo di Borgo Gatto Torino 1990. 

9) ‘l caval ‘d brôns N°2-3 1961

La rilettura di questi due giornali ( Journal 1887-1910 di Jules Renard e Journal 1889-1910 d’Andrè Gide) mi hanno istigato il vezzo di buttar giù anch’io, alla buona e senza pretesa di scrivere nulla di sensazionale, le idee, i pensieri, le girandoline d’umorismo, le scintille di poesia o le briciole della realtà che mi frugolano nel cervello o mi sfarfallano intorno durante la giornata. Ne avrò la pazienza o la costanza di sceglierne – almeno una – tutti i giorni? Non lo so. È un esperimento che ho già fatto varie volte, tanti anni fa, ma che, dopo una settimana o due, ho lasciato perdere: o per pigrizia o perché i miei foglietti se ne volavano via o se ne andavano a fondo nel maremagnum dei miei scartafacci. Con tutto ciò, proverò, cercando di mettere insieme queste noterelle in una rubrichetta che intitolerò, con una parola piemontese schietta e pulita, benchè sia arcaica, Cartabel. 

3 gennaio L’altezza delle statue diminuisce mano a mano che ci si allontana da loro. L’altezza degli uomini diminuisce mano a mano che ci si avvicina a loro. 

4 gennaio Quando gennaio impaccia / le loro gambette / le donnine torinesi saltellano sul pavé liscio di Piazza Castello come tanti merli che ballano il cha cha cha sul ghiaccio di un lago. 

5 gennaio I Beati e i Santi sono i Cavalieri e i Commendatori della Repubblica del Paradiso. 

6 gennaio La gioventù è una gran bella cosa. Peccato che, ad averla, siano i giovani. 

8 gennaio L’oro e la paglia / hanno la stessa lucentezza. / Come dell’amore / e della felicità senza amore. 

19 gennaio Sogno una bajadera / morbida e bruna / con il velo bianco sugli occhi / fino all’orecchie, / i pantaloni gonfi, a puff, / sulle caviglie / e le pantofole fatte / a mezzaluna. 

30 gennaio Consiglio ad una vergine: Bisogna che ti faccia forare la tesserina, se vuoi partire e viaggiare verso il Paese dell’Amore. 

31 gennaio Mi rincresce perfino il doverlo ammettere – con me stesso, perché degli altri me ne sbatto mica male – ma di tanto in tanto provo una delusione a proposito di Angelo Brofferio. Brofferio, sebbene sia stato un buon rimatore satirico, quasi mai si è rivelato poeta. E quelle rare volte che ha trovato un motivo di poesia, ne ha preso lo spunto dal Bérenger o da altri poeti. Oggi m’accorgo che la sua famosa barcarola Guarda che bianca lun-a non è niente altro che una copia della famosa (un secolo e mezzo fa) anacreontica di Jacopo Vittorelli, vissuto ai tempi di Alfieri e di Goethe, che comincia, giustappunto, con il verso Guarda che bianca lun-a e che è stata musicata da Giuseppe Verdi 

10) Musicalbrandè N° 9 marzo  N° 10 aprile N° 11 maggio 1961

Diábolus, an musica, interval proibì ‘d diavlòt  che ant mì sërvel a sàuto come ‘d grì (Note di varia cultura e umanità. Diabolus in  musica, nel linguaggio musicale antico, rappresenta una delle maggiori dissonanze della scala diatonica: una differenza di tre toni tra una nota e l’altra.) 

Tre complessivamente risultano i tentativi, che conosco, effettuati da Olivero per tenere una rubrica fissa su un giornale o una rivista. Il primo è costituito dalle quattro  Lettere romane pubblicate su ‘l caval ‘d brôns N° 3, 4, 6, 7 del 1955; segue sempre per ‘l caval ‘d brôns  l’unica apparizione di Cartabel sul numero 2-3 del 1961; infine le  tre uscite di  Diabolus    apparse su Musicalbrandè N° 9, 10, 11 sempre del 1961. 

11) Tutti i giornali e la radio l’hanno ricordato nella sua più festosa espressione di autore di riviste musicali – tra le tante, Noi soma alpin, scritta per Mario Casaleggio, in collaborazione con Riccardo Morbelli – e di quella serie di fortunate, ma anche piene di brio e d’intelligenza, trasmissioni radiofoniche dal titolo I Quattro Moschettieri: di un genere satirico-musicale che in Italia aveva inaugurato con bella freschezza un sorridente  tipo di favole estrose attraverso il mondo moderno, mai più superate dagli imitatori che son venuti in seguito.

Oltre che con Morbelli – un nome e, direi, un cuore, che sono quasi un tutt’uno con il suo nome ed il suo cuore – Nizza aveva scritto, con me, una serie di Trapanazioni del cranio: stroncature, d’una allegria rabelesiana e d’un umore gavroche, di grandi personaggi dell’attualità mondiale artistica, politica, letteraria di una trentina d’anni fa. Scrivendo queste stroncature, i primi a divertirsi come matti eravamo noi – e non dico con la solita falsa modestia, che eravamo gli unici, perché, stampati da varie riviste che ce li richiedevano, si divertivano anche i lettori – tanto che spesso scivolavamo dalle nostre poltrone, a forza di ridere, continuando, poi, uno a scrivere e l’altro a dettare – dandosi il cambio, un poco per uno – seduti o inginocchiati sui tappeti. Il libro di queste stroncature pantagrueliche doveva uscire nel 1941 dall’Editore De Carlo di Roma. La guerra ne ha fermato la stampa, e, poi, non è più stato il caso di pubblicarlo:  perché alcune di quelle figure – da Ciang-kai-scek a Madame Tabouis, da Greta Garbo a F. T. Martinetti – erano sparite dalla grande scena del mondo o diventate sbiadite.

C’eravamo conosciuti a Torino, quando lui era redattore a La Stampa ed io caporedattore a Le Grandi Firme. Le riviste musicali che lui e Morbelli scrivevano per Casaleggio, spesso si alternavano sul cartellone con riviste musicali scritte da Pinin Pacòt e da me o da Pacòt e Mottura. Nizza mi portava in redazione articoli di viaggi e interviste, scritte con un garbo boulevardier e una cura dello stile, che piaceva a quel pubblico.

Avevamo subito simpatizzato, diventati amici, amiconi, collaboratori. Dopo esserci persi di vista per una quindicina d’anni – io, prima in giro per il mondo, e, poi, con la guerra, stabilito in questa doppia Capitale del Quirinale e del Vaticano – c’eravamo ritrovati, nel 1957, qui a Roma. Due anni fa, avevano ancora fatto insieme un tentativo di rivista settimanale alla maniera – una via di mezzo – della Vie Parisienne e dell’Esquire: iniziativa non giunta al pubblico (benché ne avessimo già approntato  sei numeri e stampati quattro) per motivi d’insufficiente organizzazione editoriale. Ma ricordo con che entusiasmo Nizza s’era immerso in questo lavoro e le lettere e i pacchi d’articoli e di materiali che mi mandava, sebbene  fosse in viaggio di nozze, da Parigi e da Londra: spronando l’editore ed il sottoscritto con una foga da eterno innamorato della carta stampata.

Un’altra sua grande passione è stata la musica jazz, e, in genere, la musica leggera. L’idea del Festival della Canzone l’ha avuta lui quando, dopo la guerra e dopo essere stato caporedattore della Gazzetta del Popolo, era andato a dirigere l’ufficio stampa del Casinò di Sanremo.

Con la morte d’Angelo Nizza, è tutta la nostra bella gioventù goliardica e torinese che se ne va. Quella gioventù che lui, con cinquanta e più anni d’età, sfoderava con una risata piena di brio e con un gesto disinvolto: come se, di gioventù, lui ne avesse parecchia di ricambio, così come si può tirare fuori un astuccio un poco più piccolo da un altro astuccio un poco più grande… E sparisce, con lui, che sembrava avere sette giovinezze in una, l’ultima e più svelta figura del giornalismo moschettiere torinese. Una figura, quasi senza confronto, che ho voluto ricordare nel nostro linguaggio: perché lui si rallegrava come uno scoppietto *, ogni volta che poteva, parlare e sentir parlare in piemontese. 

*S-ciopet; piccolo fiore semi appassito imbutiforme che si trova sui bordi dei sentieri. I bimbi lo staccano dallo stelo, con due dita premono e chiudono la sua parte superiore. Con forza lo schiacciano poi contro il dorso dell’altra mano, provocando così un caratteristico scoppiettio. 

Angelo Nizza (Torino 19 ottobre 1905-Roma 2 luglio 1961) Scrittore, commediografo, giornalista, chansonnier. In coppia con Riccardo Morbelli la fortunata serie radiofonica d’anteguerra I Quattro Moschettieri.  

Bibliografia 

I Quattro Moschettieri Perugina Sansepolcro 1935, Due anni dopo Perugina Sansepolcro 1937, Ottocento duro a morire Donatello De Luigi Roma 1945, Dizionario enciclopedico dell’amore Libreria Scienze e Lettere Roma 1948, Riviera mio amore Corbaccio Dall’Oglio Milano 1953. 

12) Musicalbrandè N° 11 settembre 1961 Luigi Olivero Diábolus. 

13) ‘l caval ‘d brôns N° 8 agosto 1963 Nel centenario della nascita dell’imaginifico. Un’affascinante sfinge senza misteri la vita inimitabile di Gabriele d’Annunzio.

N° 9 settembre 1963 Nel centenario della nascita dell’imaginifico. Dàina la bella italo-britanna ultimo “flirt” di G. d’Annunzio. 

Zambra del misello Camera del miserello, poverello. Zambra provenzale per camera. Stanza del lebbroso preferisce il d'Annunzio. È la stanza da letto di Gabriele nella villa di Gardone che lo stesso fece decorare dal grande ceramista Guido Cadorin (1892-1976) 

14) L’Italia che scrive A. F. Formiggini Editore Roma dal N° 5/6 1965 al N° 5/6 1973

N° 1/2  1970 Cinci Viscardi recensione di L’opera grafica di Giovanni Omiccioli Roma Editrice Galleria Astrolabio 1969

N° 9/10 1970 Cinci Viscardi recensione di Poesie bergamasche di Carmelo Francia, Poesie in dialetto bergamasco di Umberto Zanetti e Rime facete di Giacinto Gambirasio, tutti dalle Edizioni Orobiche di Bergamo 

15) L’Italia che scrive N° 5/6 1965 Mostre dantesche in Europa

Aldo Manuzio è uno dei più celebrati tra i primi tipografi stampatori italiani dell’inizio del ‘500. Bassiano (LT) 1449 – Venezia 1515. 

16) Luigi Olivero Musicalbrandè N° 103 settembre 1984 Ël 2 novèmber al Méssico a l’è ‘l carlevè dij mòrt.

Nel Messico, il cattolicesimo non è riuscito a rimuovere il sopravvivere del fanatismo maya e azteco, quasi orgiastico, per i morti. In tutte le feste popolari i morti fanno allegramente la loro comparsa. Il 2 novembre poi, Festa dei Morti o Fiesta de las Calaveras (Vale a dire  delle teste di morto) non è per nulla una ricorrenza malinconica, ma, piuttosto, una sorta di Carnevale bizzarro, per i messicani. Morti con le ossa bianche di zucchero candito, larghi sombreros di pasta di caramella in testa e chitarre di cioccolata a tracolla vengono appesi a dozzine fuori delle botteghe dei pasticceri. Teste di morto squisite, di torrone colorato e arabescato di vaniglia, vengono vendute e scrocchiate o succhiate dai grandi e dai piccini. Nei mercati, i morti di legno, di fil di ferro o di cartone, con le occhiaie riempite di stagnola argentea o di carta velina rossa, ridono a crepapelle, suonano strumenti musicali o ballano la jarabe, la rumba, la cucaracha, il cha cha cha. Ciò che è poi un modo come un altro di commentare la vita e le tradizioni dei vivi attraverso i morti, sbattendosene dei misteri dell’al di là. 

Il largo cappello messicano, o sombrero, può suggerire, come in effetti mi ha suggerito, la figura del Serpente Piumato, o Dio Quetzalcoatl, protettore e benefattore dell’umanità, unione del giorno e della notte, espressione delle forze profonde della terra, spesso rappresentato dagli Aztechi attorcigliato a campana: come il magnifico esemplare, di pietra granitica verde, conservato nel Museo d’Antropologia di Città del Messico.

Xochipilli, il Dio delle gioia, della poesia, della musica, della danza, dell’amore, dei fiori e delle stagioni, era raffigurato, già dagli  Huaztechi, dai Zapotechi e ancora degli Aztechi, con le sembianze di un bimbetto panciuto sbeffeggiante e ridanciano che mostra spesso la lingua alla gente. Comprensibile, quindi, che si diverta al canto dei morti cristiani nella notte della vigilia della Festa della Mietitura: che, nell’antichità,  era proprio la sua festa. 

17) Guido Gozzano  Torino 19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916. Di famiglia benestante, frequenta il primo ciclo scolastico dai Barnabiti, quindi la Cesare Balbo, con l’aiuto di un’insegnante privata, data la sua svogliatezza. Bocciato al Liceo Classico Cavour, dopo la morte del padre del 1900, prende il diploma a Savigliano nell’anno scolastico 1902-1903. Pubblica i suoi primi versi sul giornale torinese Il venerdì della contessa, tipicamente dannunziani. Si iscrive a legge ma preferisce i corsi di letteratura tenuti da Arturo Graf. Prende parte alla Società di Cultura dove conosce Amalia Guglielminetti con la quale intesse una tormentata relazione nel 1907. Anche dopo la fine del rapporto, durato un paio d’anni, con la Guglielminetti terrà una corrispondenza epistolare che durerà tutta la vita. Una seria lesione polmonare lo costringe a cercare climi più miti. Lo troviamo così in Liguria a Ruta, sopra Camogli o a San Francesco d’Albaro. Grande successo hanno i suoi Colloqui del 1911 che gli fruttano richieste di collaborazioni giornalistiche a La stampa, La donna, La lettura. Nel 1912 compie un lungo viaggio in India; ne riporterà Verso la cuna del mondo uscito postumo nel 1917. 

Bibliografia 

La via del rifugio 1907; I colloqui 1911; I tre talismani 1914; Verso la cuna del mondo 1917; L’altare del passato 1917; La principessa si sposa 1918; L’ultima traccia 1919; Primavere romantiche 1924. 

18) Musicalbrandè N° 37 marzo 1968; Il Cavour N° 4 1968 pagg 49-51; Almanacco piemontese Viglongo 1969 pag 172. 

Ignazio Isler  Torino 1902 – 7 agosto 1788 secondo lo studioso Vincenzo Armando, 1782-1783 secondo Olivero. Di famiglia originaria della Svizzera, fu frate francescano e ricoprì per molti anni la carica di Provinciale dei Conventi italiani dei Trinitari Calzati. Antesignano della moderna letteratura in piemontese, precursore del Calvo e di Brofferio. 

Famose le sue ballate Ël testament ëd Giaco Tross e Le deformità d’una Figlia che, credendosi bella, vuol maritarsi (nota oggi con il titolo dal primo verso, apocrifo, del ritornello Lasséla pa pi scapé)  

Bibliografia

Ignazio Isler a cura di Luigi Olivero e Andrea Viglongo Tutte le canzoni e poesie piemontesi Edilibri di Andrea Viglongo 1968. 

Riguardo le travagliate amicizie  di Olivero con i suoi contemporanei, si veda ad esempio l’articolo Reuse stèile amicissia  di Olivero – Fasolo sui rapporti Olivero – Pinin Pacot. apparso su Ij Brandè N° 68 del 1949 che è la ricomposizione di una polemica iniziata quasi tre anni prima e della quale, uno dei primi atti, se non il vero e proprio inizio, è fornito dalla lettera di risposta preparata da Olivero alla recensione di Roma andalusa apparsa sul The Italian Daily News di San Francisco. Lo scritto di Olivero (non datato) risale presumibilmente ai primi mesi del 1947 (La pubblicazione di Roma andalusa è del gennaio 1947), appartiene al Fondo Olivero di Villastellone e non è dato sapere se sia stato inoltrato al quotidiano d’oltreoceano ed eventualmente da esso pubblicato. A stamparlo ha pensato in ogni caso Olivero sul N° 31-32 della sua rivista Ël Tòr del dicembre 1947-gennaio 1948 con alcune varianti rispetto all’originale qui riprodotto. 

Rispondo a

“THE ITALIAN DAILY NEWS”

M A E S T R O, MI?

Ch’a guarda coma parla!… 

A SAN FRANCISCO ‘d Califòrnia, The Italian Daily News – un ëd coi poderos giornai nordamerican ch’as pùblico tuti ij dì, meno ‘l lun-es, an doe dosen-e ‘d pagine formato linseul – a l’ha pensà bin ëd dedichè na pàgina antrega d’esam crìtich, ëd tradussion, coment  e riprodussion ëd disègn d’zora e da mè liber ëd poesìe piemontèis Roma andalusa che l’editor-stampador Calandri ‘d Morëtta (Coni)  a nonsia ‘d fé seurte prest ant la sconda edission aumentà dël dopi tant an poesìe che an disègn.

Naturalment costa improvisada a l’ha nen fame dëspiasì. Ansi!… Ma a l’ha lassame un pòch tra lë sburdì, ‘l lusingà e l’argniflù. Për capì costa saladin-a russa ‘d sensassion contrastante a vanta savèj che col mè librèt a l’ha avù pi fortun-a fòra dël Piemont (dova a l’ha parlane una sinquanten-a ‘d giornai e arviste) che nen an Piemont (dova ‘n giornalèt quindicinal ëd poesìa piemontèisa, ch’a pretend d’essi l’Osservator ëd Greenwich ëd la nòstra sismografìa leteraria, a l’ha gnanca chërdù ‘d duvèilo signalè  tra ij lìber arsèivù an omage). Però… però chërdia mai pi che mia euvrëtta a valèissa pi ‘d papé e ‘d paròle laudatòrie ‘d lon ch’a l’é gròssa chila. Mai pì chërdìa che mia produssion a pudeissa merité ‘d giusissi come cost: “The poetry of Luigi Olivero is alive. And the life of his poetry is lasting”. Che, an paròle nòstre, a veul dì: “La poesìa ‘d L. O. a l’ha una vita. E la vita dla soa poesìa a durerà. Mai pì sarìa chërdume…(Giuda bërgnif! Ò j’ìtalo-american ‘d San Francisco ‘d Califòrnia a son d’umorista sensa ancòrsëssne, ò a son pì esuberant che ij spagneui, ò ai tiro ‘l colp a ruvineme la reputassion ëd descamisado, ‘d sanculot, d’outsider dla leteratura piemontèisa che son guadagname an 24 ani ‘d poesìa anti-acadèmica, anti-tradisionalista, rivolusionaira e dësgaidnà: quatr virtù a le quai ij ten-o pi che a mè gat chartreaux Pomponin, a mè passapòrt, ai disègn ëd mè amis Macrì e a le Oeuvres complètes ëd Rimbaud, ch’a l’è tut dit!).

J’ìtalo-american ëd The Italian Daily News a l’han ël corpèt dë scrive (saré j’euj, amis, saré j’euj e tamponeve j’orije, së ‘d nò reste sèch an sël colp për ël dëspiasì…) a l’han ël corpèt dë scrive che mi… che mi son: “A leader, a Maestro, no doubt. The most perfect and pure in Piedmontese literature”.

Bel Travaj! E adess peus andeme a stërmé ‘nt la carbonin-a për pi nen seurte fin-a al dì dël Giudissi Universal!

Passiensa deme del duce (leader), ma dël Maestro!

Dòp avej sbrincià ‘d vetrieul ij faux maîtres e ij maîtres chanteurs d poesìa piemontèisa, dòp avei sostnù e dimostrà che ‘d maestro ant la nòstra literatura a l’é nen staje e a j’é gnanca l’ombra dl’ombra, a ventava pròpi che da San Francisco ‘d Califòrnia am fèisso dventé, mi, un maestro! Nò. Nò. Per carità. Feme nen una dësdesa parija. Sërchene un àutr, sërchene un àutr magara con j’ociaj con la montatura ‘d tartaruga a la Harold Lloyd, se pròpe veule un maestro viv e pontificant dla poesìa piemontèisa contemporànea. Ma mi, lasseme sensa càtedra, sensa scolé e sensa ven-e varicose, a la mia bela anarchia, a mia liberìssima, prepotenta, solitaria individualità dont le caràteristiche – cite ò grande, sombre ò splendriente ch’a sio – peus nen trasmët-je, e, anche se pudèissa, veuj nen trasmët-je a gnun dissépol, a gnun turibolant, a gnun bërlicabalustre dla poesìa. Maestro, mi? Ma pieve bin guarda un’àutra vòlta, amis gentij e generos ëd The Italian Daily News, pieve bin guarda un’àutra vòlta ‘d fame un afront parej… 

// 

Chè, se pròpi peule nen fé a meno d’un maestro ‘d p. p. (poesìa piemontèisa), proclamé p. p. (Pinin Pacot): ch’a l’é giomai vei, lontan da sò bel  passà artìstich e polémich, setà definitivament an sël cadregon canònich dla mediocrità bicerin-a pi an-nebià ’d “la fum ëd mese toscane” ch’a l’abia podù fé tussì d’indignassion sinquantani fa Fonso Ferrero, e, donca, degn an tut e për tut d’esslo, un maestro. Specialment da quand  a scriv ëd vers d’una sublimassion poètico-barométrica, ‘d na rafinatëssa e pressiosità vreman parnassian-e, dla fasson ëd costi: 

L’ha n’aria ‘l temp marlait mineuja

e as seta gargh an mes a noi;

ai bogia gnanca pi na feuja

mentre is gratoma pian i gënoj. ° 

(Da la poesìa “Sota la tòpia” mandà al Tòr, për la pubblicassion, ant ël 1945. Dòp doi ani, l’autor a l’è stofiasse ‘d gratesse ij ginoj spetand che soa lìrica a surtièissa ‘nt ël Tòr e a l’ha publicassla ant so giornalèt: an gratandse, però, për la ràbia, ij “bramboj” e giusta pi nen ij “genoj”).

Fé p. p., maestro, fé p. p.!

Nen mi, che son ancora abastansa giovo, refratare a le càmole  e che l’hai mai fa-je ‘d mal a gnun: gnanca a la poesìa e gnanca sensa felo aspres, coma ai ancàpita da quaich ani a costa part al maître chanteur, N. 1, al patriarca dl’Arca dialetal, popolar, bicerin-a e proletaria Pinin Pacòt. A l’esaltator, a l’incensator, al sotneur, anfin, dij criminai ëd guèra ‘d prima classe – ò mach ciolandare sempi ch’a sio – che ‘nt so giornalèt a l’han assassinà, con la soa aprovassion e ij sò aplaus, Dante e Leopardi voltand-je an caricatura piemontèisa sfrosà për tradussion. Criminai ëd guera ‘d prima classe ò ciolandari sempi: con tuta l’indulgensa e tut ël rispet ch’as deve a le veje barbe spovrinà dël saramìt dla coltura e an odor ransi d’imortalità. Dl’imortalità da bon pat ëd la Chinina Migone. °°

                                                                                                                      Olivero Luigi 

Rispondo a

“THE ITALIAN DAILY NEWS”

MAESTRO, IO?

Guardi come parla!… 

A SAN FRANCISCO di California, The Italian Daily News – uno di quei poderosi giornali nordamericani che si pubblicano tutti i giorni, escluso il lunedì, in due dozzine di pagine formato lenzuolo – ha pensato bene di dedicare un’intera pagina di esame critico, di traduzioni, commenti e riproduzioni di disegni al mio libro di poesie piemontesi Roma andalusa che l’editore-stampatore Calandri di Moretta (Cuneo) annuncia che farà presto uscire nella seconda edizione aumentata del doppio tanto di poesie che di disegni.

Naturalmente questa sorpresa non mi ha fatto dispiacere. Anzi! Ma mi ha lasciato un poco tra lo spaventato, il lusingato e l’arcigno. Per capire questa insalata russa di sensazioni contrastanti bisogna sapere che il mio libretto ha avuto più fortuna fuori del Piemonte (dove ne han parlato una cinquantina di giornali e riviste) che in Piemonte (dove un giornaletto quindicinale di poesia piemontese, che pretende d’essere l’Osservatorio di Greenwich della nostra sismografia letteraria, non ha neanche ritenuto di doverlo segnalare tra le pubblicazioni ricevute in omaggio). Però… però  mai più avrei creduto che la mia operetta valesse più di carta e di parole di lode di quello che è grossa lei stessa. Mai più avrei creduto che la mia  opera potesse meritare giudizi come questo:”The poetry of Luigi Olivero is alive. And the life of his poetry is lasting”. Che, in parole nostre, significa: “La poesia di L. O. ha una sua vita. E la vita della sua poesia durerà”. Mai più avrei creduto… (Giuda bergnif!) O gli italo-americani di San Francisco di California sono degli umoristi senza che se ne accorgano, o sono più esuberanti degli spagnoli, o cercano di rovinarmi la reputazione di descamisado, di sanculotto, d’outsider della letteratura piemontese che mi sono guadagnato in 24 anni di poesia anti-accademica, antitradizionalista, rivoluzionaria e sguainata: quattro virtù alle quali tengo più che al mio gatto certosino Pomponin, al mio passaporto, ai disegni del mio amico Macrì e alle Opere complete di Rimbaud, ch’è tutto dire!

Gli italo-americani del The Italian Daily News  hanno la faccia tosta di scrivere (chiudete gli occhi, amici, chiudete gli occhi e tappatevi le orecchie, altrimenti restate secchi sul colpo per il dispiacere…) hanno la faccia tosta di scrivere che io… che io sono: “A leader, a Maestro, no doubt. The most perfect and pure in Piedmontese literature”.

Bell’affare! E adesso posso andare a nascondermi a quel paese per non uscirne più fino al giorno del Giudizio Universale!

Pazienza darmi del duce (leader), ma del Maestro!

Dopo aver cosparso di vetriolo i faux maîtres e i maîtres chanteurs della poesia piemontese, dopo aver sostenuto e dimostrato che di maestri nella nostra letteratura non ce ne sono stati e non ce n’è neanche l’ombra dell’ombra, bisognava proprio che da San Francesco di California  facessero diventare, me, un maestro!

Nò, nò. Per carità. Non fatemi uno sgarbo simile. Cercatene un altro, cercatene un altro magari con gli occhiali dalla montatura di tartaruga alla Harold Lloyd, se proprio volete un maestro vivente e pontificante della poesia piemontese contemporanea. Ma me, lasciatemi senza cattedra, senza allievi e senza vene varicose, alla mia bella anarchia, alla mia liberissima, prepotente, solitaria individualità le cui caratteristiche – piccole o grandi, oscure o splendenti che siano – non posso trasmettere, e, anche se potessi, non voglio trasmettere ad alcun discepolo, a nessun incensiere, a nessun baciapile della poesia.

Maestro, io? Ma guardatevi bene un’altra volta, gentili e generosi amici del The Italian Daily News, guardatevi bene un’altra volta dal farmi un simile affronto… 

#

Che, se proprio non potete farne a meno di un maestro di p. p. (poesia piemontese), proclamate p. p. (Pinin Pacòt): che è ormai vecchio, lontano dal suo bel passato artistico e polemico, seduto definitivamente sullo scranno canonico della mediocrità bicerin-a (torinese, da bicerin, antica specialità tipica di Torino a base di caffè, cioccolato e latte) più annebbiata del “fumo di mezzi toscani” che abbia potuto far tossire d’indignazione cinquant’anni fa Alfonso Ferrero, e, quindi, degno in tutto e per tutto d’esserlo, un maestro. Specialmente da quando scrive dei versi di una sublimazione poetico-barometrica, di una raffinatezza e preziosità veramente parnassiane, del tipo di questi: 

Ha un’aria il tempo alquanto pigra

e si siede poltrone in mezzo a noi;

non muove neanche più una foglia

mentre ci grattiamo lentamente le ginocchia. ° 

(Dalla poesia “Sotto la pergola” inviata a Ël Tòr, per la pubblicazione, nel 1945. Dopo due anni, l’autore si è stufato di grattarsi le ginocchia aspettando che la sua lirica uscisse sul Tòr e se l’è pubblicata nel suo giornaletto: grattandosi però per la rabbia i “bramboj” (tralci teneri della vite)  e per l’appunto non più i “ginoj” (ginocchi)).

Fate p. p., maestro, fate p. p.!

Non io, che sono ancora abbastanza giovane, refrattario alle camole e che non ho mai fatto male a nessuno: neanche alla poesia  e neanche senza farlo apposta, come capita da qualche anno a questa parte  al maître chanteur, N. 1, al patriarca dell’Arca dialettale, popolare, bicerin-a (torinese) e proletaria Pinin Pacòt. All’esaltatore, all’incensatore, al ruffiano, infine, dei criminali di guerra di prima classe – o solamente ignorantelli, sempre che lo siano – che nel suo giornaletto hanno assassinato, con la sua approvazione e i suoi applausi, Dante e Leopardi trasformandoli in caricatura piemontese contrabbandata per traduzione. Criminali di guerra di prima classe o semplici truffatori: con tutta l’indulgenza e tutto il rispetto che si deve alle vecchie barbe spolverizzate del salnitro della cultura in odore rancido d’immortalità. Dell’immortalità da poco prezzo della Chinina Migone. °° 

Olivero Luigi 

° Pinin Pacòt stampa Sota la tòpia nel suo Gioventù, pòvra amija Ed. Ij Brandè 1951 cambiando però l’ultimo verso della quartina pubblicata da Olivero: 

a pendo giù fiap ij bramboij. 

°° La Chinina Migone era una tintura per capelli che così veniva pubblicizzata: …disinfetta il cuoio capelluto, possiede virtù toniche, allontana l’atonia del bulbo, combatte la forfora, rende lucida la chioma…conserva i capelli, ritarda la canizie, evita la calvizie, rigenera il sistema capillare. 

Qui di seguito, su argomento analogo, si riporta integralmente una lettera di Armando Mottura diretta ad Olivero appartenente al Fondo Olivero di Villastellone: 

Torino 3. 9. 46.

       Caro Olivero

La tua lettera satura di tante piccole stupidità da enfant terrible farebbe sorridere se non dimostrasse quanto le nostre mentalità sono distanti.

Trovi strano che ci siano ancora degli uomini che si offendono a sentirsi trattare da imbroglioni?

Scusami ma questo è forse un piccolo residuo di nordismo rimasto in noi e che, forse, nell’aria de Roma non si concepisce.

Questa pubblicità scandalistica da stampa gialla, neanche autorizzata dalle  vittime, non entra nel mio ordine d’idee.

Io sono convinto che al pubblico non interessino le piccole cose sgradevoli che io ti scrivo come non si accorgerà neanche che la mia firma non apparirà più sul Tor.

Tu non hai capito niente.

Peccato!!

Tu, caro poeta, non hai mai pensato che:

c’é tante fior stermà su per le rive

tante cose ch’a resto ndrinta al cheur

bsogna savei-je cheuje

bsogna savei-je vive

mach per ël nostr boneur!

e poi: fiche moi la paix!

la vita è già tanto faticosa così!

Saluti

Armottura 

La lettera di Mottura è probabilmente una conseguenza diretta dell’articolo Armando Mottura “garçonnet frénétique” pubblicato su Ël Tòr N° 15 dell’ 11 maggio del 1946 sulla scia della polemica innestata da  Olivero relativa al Premio Sanremo per la  poesia piemontese nel numero precedente della sua rivista e poi proseguita fino al N° 19 del 6 luglio 1946. Probabilmente le ire del Mottura si scatenano anche per il ricordo che, allo stesso modo, “garçonnet frénétique”, Olivero aveva definito Mussolini parlando dell’intervento dell’Italia nella seconda guerra mondiale in Turchia senza harem. (Si veda la nota 3 al terzo scenario.) 

Armando Mottura Torino 22 agosto 1905 – 1976. Poeta e commediografo piemontese. Tra i primi a far parte della Compania dij Brandé. 

Bibliografia 

Reuse rosse  Poesie piemontesi  La Piemonteisa Torino 1947; Paisagi ‘d val Susa  Poesie piemontesi A l’ansëgna dij Brandé, Turin 1949; E la roa  a l’è ancantasse Commedia in tre atti A l’ansëgna dij Brandé Torino 1950; Peul sempre desse Commedia in tre atti Torino 1956; La patria cita Poesie piemontesi A l’ansëgna dij Brandé Torino 1959; E adess povr om…? Poesie piemontesi Ij Brandé Torino 1969; Vita storia bela Poesie piemontesi Ca dë Studi Piemontèis Torino 1973. 

Da Ij Brandé N° 69 del 15 luj 1949 riporto la parte finale della recensione al libro di Armando Mottura Paisagi ‘d Val Susa nell’articolo di Luigi Olivero Armando Mottura Campionìssim dla poesia ‘d montagna dalla quale risulta evidente la riappacificazione tra i due. 

Lese costa poesia an montagna, come la leso mi ant cost moment, a veul dì vive un-a dle esperiense ‘d réverie pi delissiose ch’as peusso in-maginesse. A smìa ‘d sente la montagna ch’at parla ant le ven-e travèrs a la vos un pòch cantilenanta e fanà (vorerìa squasi dì faita ‘d citi mulinei ‘d rissolin biond ëd masnà andurmije ant un prà pien d’aria e ‘d sol) d’un car amis përdù e a pen-a ritrovà. Poesia ch’a ven nen sërcà, nà sensa che ‘l poeta a sàpia gnanca përchè a l’é s-ciodùje dal cheur, con sèrti vers délicieusement faux - coma disìa Verlaine -  anarmònich ma viv pròpe për lòn, ch’a son come dë sbrince ëd giaira spatarà d’antans-antan dal vent an s’j’eve calme, violëtte e fronzije ‘d bele curve d’onde elegante e simétriche ‘d j’autri vers ch’a scoro ant ël rì d’un componiment fiamengh. Antiformalism, donca, poesia    dla libertà: ma ‘d na libertà   onesta, ciaira, arviscola e s-cëtta come n’alba montagnin-a.

Come l’alba sensa nìvole e sensa fin ch’a j’é ‘nt l’ànima ‘d Mottura, campion sensa rivaj, an tuta la letteratura piemontèisa d’ier e d’ancheuj, dla poesia religiosa (religiosa perché squasi dita an silensi d’adorassion) dla montagna piemontèisa. 

Leggere questa poesia in montagna, come la leggo in questo momento, vuol dire vivere una delle esperienze di sogni ad occhi aperti più deliziose che possano immaginarsi. Sembra di ascoltare la montagna che ti parla nelle vene attraverso la voce un po’ cantilenante e affaticata (vorrei quasi dire fatta di piccoli mulinelli di biondi ricciolini di fanciulle addormentate in un prato pieno d’aria e di sole)  di un caro amico perso e appena ritrovato.

Poesia che non viene cercata, nata senza che il poeta sappia neanche il perché gli si è schiusa dal cuore, con certi versi deliziosamente falsi – come diceva Verlaine -  disarmonici ma vivi proprio per questo, che sono come  sventagliate di ghiaia sparse di tanto in tanto sulle acque calme, violette e increspate di belle curve d’onde eleganti e simmetriche degli altri versi che scorrono nel rio d’un componimento splendido. Antiformalismo, quindi, poesia della libertà: ma di una libertà onesta, chiara, confortante come un’alba di montagna.

Come l’alba senza nuvole e senza fine che è nell’anima di Mottura, campione senza rivali in tutta la letteratura piemontese di ieri e di oggi, della poesia religiosa (religiosa perché quasi detta in silenzio d’adorazione) della montagna piemontese. 

Per rompere decisamente con le inimicizie  ecco una lettera appartenente al Fondo Olivero di Villastellone scritta ad Olivero da Nino Costa pochi mesi prima della morte avvenuta il 5 novembre del 1945.

Trattasi della risposta di Costa ad Olivero che chiedeva la sua collaborazione alla nuova rivista Ël Tòr il cui primo numero sarebbe uscito di lì a poco il 14 luglio del 1945. 

Torino, 23 giugno 1945

Caro Olivero,

grazie del buon ricordo, delle  buone notizie e della fiducia che hai in me. Ma non hai fatto il conto: 

1° con la mia età – 58 anni 

2° con la mia salute – assai deteriorata dopo la morte di mio figlio Mario – caduto eroicamente in Val Chisone combattendo contro i repubblichini 

3° col mio tempo – diviso e suddiviso fra l’ufficio, la casa sempre piena di gente, il Popolo Nuovo e la ricostituenda Famija Turineisa – 

4° con la mia capacità di lavoro, molto ridotta da un anno in qua – 

5° con la mia pigrizia che si accentua di giorno in giorno. 

E quindi sono costretto a declinare l’incarico che tu volevi con tanta cortesia affidarmi.

Spero che Pacotto, cui ho cercato e cercherò di telefonare, sempre invano, ti possa accontentare.

Da parte mia, quando avrò visto i primi numeri della tua rivista, (perché io ho grande stima del   tuo ingegno e dell’estro che lo infiamma, ma diffido della tua foga di bersagliere  e delle tue sempre accese velleità erotiche letterarie) – spero poterti mandare  qualche poesia o qualche articolo in idioma italico o allobrogo se ancora sarò capace di scrivere qualcosa che valga la pena di essere letta.

Comunque farò tra gli amici di Torino la propaganda per la tua rivista che può diventare e ti auguro diventi una gran bella pubblicazione.

                                               Cordialmente

                                                           tuo

                                                                                              Nino Costa

  

 

Ottavo scenario

  

Ultima stagione

 

        Notarella di colore legata al Piemonte di Olivero. 6 marzo del 1968, Palazzo Ruggeri,  Cso Vittorio Emanuele a Roma. Siamo nella nuova, bella e grande sede della Famija Piemontèisa. Il salone d’onore è splendidamente addobbato con i garofani gentilmente offerti dall’E.P.T. di Imperia. Ospiti importanti, onorevoli, senatori, presidenti vari. Anfitrioni della serata, all’insegna della “bagna cauda”, l’E.P.T. e la Pro Loco di Costigliole d’Asti. Cena che si protrae fino a notte inoltrata tra  cori alpini e trattenimenti vari. Alla serata è  ospite, con gentile signora, il nostro Olivero, a rinverdire i ricordi della sua natia e amata terra. (1)

        Nel 1968 pubblica, sull’ultimo numero, di cui è caporedattore, della rivista della Famija Piemontèisa di Roma Il Cavour, un breve articolo, Il vangelo della montagna che riporto integralmente:

Una curiosità che non mi sono mai potuta appagare è quella di scoprire tutto ciò che può contenere un sacco da montagna. Quanti oggetti io abbia mai visto estrarre da una di queste cornucopie di tela percorsa da cordicelle, costellata di linguette di cuoio e di fibbie, solcata di tasche evidenti o nascoste (le cosiddette «saccocce furbe»), sostenuta ai lati da due cinte di robusto corame onde poterla agevolmente portare sul dorso, è un mistero che non cesserà mai di sorprendermi con le sue più inattese rivelazioni. Dalla piccola farmacia portàtile agli oggetti di toeletta maschile o femminile, dalla minuscola radio al mazzo di chiodi e ramponi di rocciatore, dal fornelletto per la cucina  da improvvisarsi ad alta quota alle scatolette per le refezioni, dalla biancheria di ricambio al coltelletto multiplo - «un di que’ coltelli ingegnosi che hanno nel manico tutti gli arnesi», come quello che il d’Annunzio giovane mandò in regalo da Boccadarno al suo «emulo» e diletto amico anziano Giovanni Pascoli - alla pipa, alle sigarette, ai dadi, alle bottigliette impagliate dei liquori, ai giochetti di società; di tutto ho visto uscir fuori da un sacco di montagna. Ma raramente un libro. Eppure, l’alpinista è quasi sempre una persona istruita che, dopo una faticosa arrampicata e dopo la meritata colazione di cibo e d’azzurro, godendosi il profumo della forte ragia alpestre, magari sdraiato a torso nudo su un roccione lambìto dal vento delle altitudini, ama sovente intrecciare discussioni di spiccato interesse culturale con i compagni di scalata. Ho udito filosofi, poeti, letterati, giornalisti, offrire il fiore delle loro intuizioni, immaginazioni, ricerche, esperienze, nel corso di queste conversazioni, durante i pacifichi bivacchi d’alta montagna. Ma di rado ho assistito ad un colloquio di questi intellettuali della vie au grand aire con le pagine di un libro. E, tuttavia, il libro non sfigurerebbe affatto nello zaino dell’alpinista. Direi, anzi, che ve ne dovrebbe essere sempre almeno uno – il più amato, il più gradito del momento o della vita intiera dell’uomo che ascende verso la purità del cielo, per tenergli compagnia nelle ore di sosta e di raccoglimento, per parlargli più da vicino nel silenzio della montagna - : almeno un libro che ricordasse la parola meditata e scritta all’uomo che, soprattutto in gita, fa sperpero di parole parlate. (2)

         Nel giugno del 1969 su L’Italia che scrive, la recensione al libro di Sandro Briosi Renato Serra, gli offre  l’occasione per alcune interessanti note sull’arte di comporre correttamente, dal punto di vista  tipografico, un volume:

L’unico appunto che a questo libro si può muovere (evidentemente non all’autore, bensì ai responsabili della collezione o all’editore) è di ordine tecnico e concerne la collocazione delle note (assai numerose ma tutte giustificate e spesso importantissime) in fondo ad ogni capitolo. Collocazione che costringe frequentemente il lettore a interrompere la lettura del testo per andar a cercare, un pizzico di pagine più avanti, la nota corrispondente al numero di richiamo. Con il risultato che, una volta reperita la nota in fondo al capitolo e prèsane visione, spesso si è smarrita la pagina o quanto meno il periodo del testo in corso di lettura subendo l’inevitabile conseguenza di perdere il filo del discorso nella nuova operazione rabdomantica del rintracciare pagina e periodo che si stavano leggendo. Lodati siano gli editori tedeschi (lodati anche da Mario Praz, ma ai quali giova aggiungere anche qualcuno nostrano come, p. es.,  l’Einaudi, il Feltrinelli, il Sansoni) che dispongono sistematicamente le note in calce di pagina, anche se talvolta esse occupano più spazio del testo e devono seguitare nella pagina successiva. Almeno chi legge non è costretto a rinunciare alla consultazione delle note, o a leggersele intempestivamente in blocco dopo il testo, oppure smoccolare come un turcomanno per la perdita di tempo, la fatica ed il rischio di smarrire il segno ogni volta ch’egli deve giocare al yo-yo con le proprie pupille e i proprî polpastrelli negli acrobatici andirivieni, altalene, salti al trapezio prestidigitatorî del rintracciare una nota, e, quindi, retrocedere e recuperare la pagina e il punto interrotti nella lettura del testo. Impiegare due segnalibri? Ma il superdinamico lettore moderno legge dove e quando può, magari anche su un mezzo di locomozione in corsa: e i segnalibri sono i piegabaffi della carta stampata. Chi, ai nostri giorni, ricorre ancora ai piegabaffi? Sarebbe quindi, opportuno e desiderabile che gli amici editori si adeguassero meglio alle esigenze odierne. O sopprimere le note incorporandole al testo (come, infatti, avveniva egregiamente nei primi volumi di quest’ultima collezione della «Civiltà Novecento» del solenne editore milanese Mùrsia) o collocarle, sotto un filo di nota, a piè delle pagine corrispondenti. Non è ammissibile che, in omaggio ad un malinteso senso estetico di compatta uniformità della pagina stampata o per una più comoda celerità d’impaginazione (diciamo meglio di pigrizia tipografica), lo studioso debba  assoggettarsi continuamente a una tortura cinese o rinunciare a leggere speditamente un volume che lo interessa. Come questo, assai interessante, validissimo, di Sandro Briosi.

         Primi di ottobre del 1969. Gli perviene il numero di settembre della rivista letteraria Nuevos horizontes pubblicata a Managua in Nicaragua. C’è la traduzione della sua poesia Elegìa për un fil d’èrba: Elegìa para un hilo de hierba firmata dallo sconosciuto, per lui, Maso Piutti. Olivero manda un biglietto di ringraziamento in Nicaragua. Apprende poi che si trattava di uno pseudonimo del Maestro Menotti Tomaselli. Lascio la parola ad Olivero:  poeta squisito e musicista peritissimo, Ambasciatore d’Italia a Managua dalla primavera del 1965 al settembre del 1969. Morì a Roma il 22 ottobre 1969, di fronte all’ingresso di casa sua, appena rientrato in Italia per godersi in pace il meritato pensionamento dopo una vita spesa interamente, con onore e fervore, nella carriera diplomatica svolta in Africa e in vari paesi del mondo. È con commozione che redigo questa noticina su di Lui che volle rendere un omaggio – con tanta elegante discrezione – alla mia poesia, proprio un mese avanti la Sua dipartita.

Menotti Tomaselli aveva composto la musica per le poesie di Olivero Brassabòsch e Nòna malinconia poi edite nella Colana musicale de ij brandé rispettivamente nel 1932 e nel 1943. (3)

           All’inizio degli anni ’70 assume la direzione della collana di poesia italiana Le asterie (le stelle marine) pubblicata dalla casa editrice romana l’Alcyone. Il primo volume che viene edito, nel 1971, è  A colloquio con le stelle della poetessa marsicana di Cerchio (L’Aquila), Adriana Nobile Civirani, cui Olivero dedica una lunga prefazione. (4)

           Nel mese di aprile del 1970, su L’Italia che scrive, appare l’articolo Ricordo di Ada Negri poetessa e scrittrice lodigiana, che, di Olivero, ebbe a scrivere:

La poesia piemontese di Olivero, tranne il suo lessico mirabilmente puro, non ha nulla di dialettale nel senso logoro e convenzionale del termine. È poesia improntata da una muscolosa virilità  lirico-sociale.Una poesia che lascia tenui aloni blu di lividi anche quando accarezza. Lividi d’amore, inobliabili.

Di Ada Negri - scrive Luigi Olivero - ricorre quest’anno il centenario della nascita (Lodi 3 febbraio 1870)  e il venticinquesimo anniversario della morte (Milano 11 gennaio 1945). Tranne un affettuoso elzeviro di Cesare Angelini, apparso in quella terza pagina del Corriere della sera che dal 1908 fu anche l’autorevole vetrina delle più sfavillanti prose prodotte dalla poetessa lombarda, finora la grande stampa italiana non ha dedicato molto spazio alla commemorazione del duplice anniversario dell’umile «maestrina rossa» assurta a celebrità internazionale all’età di ventidue anni, subito dopo la scoperta che ne fece Raffaello Barbiera, candidata al premio Nobel 1926 (tuttavia assegnato, per ragioni politiche, a Grazia Deledda), e, nel 1940, eletta, unica donna, a far parte dell’Accademia d’Italia…. Un’artista che, d’altronde, fu già in vita clamorosamente accusata, di volta in volta, di sovversivismo socialista, di conformismo reazionario nazionalistico, di misticismo clericaleggiante… È il destino degli spiriti ribelli che nelle loro opere trasfondono esclusivamente i moti spontanei del loro stormente universo interiore senza preoccuparsi della minima coerenza opportunistica con il mondo esteriore….è anche vero che Ada Negri , pur con le sue iniziali ingenuità di forma e aspre disuguaglianze di stile che risentono, specie nei suoi due primi libri, delle letture rapisardiane, carducciane, dannunziane, trasferì, dalla letteratura al vivo documento autobiografico della sua quotidiana esperienza, l’istanza sociale che investiva le strutture alquanto disequilibrate dell’Italia umbertina. È quindi comprensibile l’udienza fulminea che la sua produzione conseguì anche all’estero e che indusse persino una delle prime attrici cinematografiche straniere, Pola Negri (la polacca Apollonia Chalupiec, 1899-1950), sua fervente ammiratrice, ad assumerne in arte il cognome, come la maestrina poetessa Gabriela Mistral (la cilena Lucila Godoy de Alcayaga, 1899-1957), insignita poi del premio Nobel per la letteratura nel 1945, mutuò il cognome del poeta provenzale di Mirèio alla stregua di un ideale talismano onomastico…

Ada Negri fu donna e poetessa veramente del nostro tempo, figlia di una epoca travagliata, esasperatamente contraddittoria e inconsciamente crudele. Ella si sentì consanguinea, figlia sorella e madre degli oppressi ai quali tentò di alleviare le pene con una non metaforica professione di carità, materiata non solo di canto consolatore. Fu onesta anche nei suoi errori e sincera fino alla pubblica autoaccusa, e, dunque, d’una rara integrità morale. Come tale, particolarmente, va ricordata. (5)

Sul successivo numero, maggio-giugno, della stessa rivista  recensisce il saggio di Frank Edward La verità sui dischi volanti, novantesimo volume della collana Longanesi Il mondo nuovo. Al termine del lungo articolo queste interessanti considerazioni:

Un’opera senza dubbio, avvincente e anche un po’ conturbante. Ci si potrebbe, infatti, domandare, alla conclusione della lettura: «Per quale arcana ragione gli esseri viventi che azionerebbero queste sconosciute macchine volanti si limitano ad esplorare la Terra con il teleobbiettivo della massima prudenza, di soppiatto, si potrebbe quasi dire con pàura: cioè senza tentare, anzi, evitando, i contatti con il genere umano?». Questa legittima domanda è rimasta finora senza risposta. Rimarrà tale ancora a lungo? O i piloti interplanetari dei dischi volanti hanno compreso, con Jules Renard, che «Dieu n’a pas mal réussi la nature, mais il ha raté l’homme»? Quell’uomo sulla cui onestà J. J. Rousseau, in una lettera del 1758 a d’Alambert, aveva sentenziato: «Pour être un honnête homme, il suffit de n’être pas un franc scélérat». Ma, dopo oltre due secoli da questa constatazione di Rousseau, quell’animale irragionevole che è l’uomo può esserlo diventato integralmente, un franc scélérat, senza nemmeno più preoccuparsi di apparire honnête.

           Nel 1971 Luigi Olivero pubblica a Roma per i tipi de L’Alcyone Rondò dle masche, la sua seconda opera poetica dopo Roma andalusa del 1947. Precede la raccolta poetica una prefazione – intervista curata da Icilio Petrone (6) con il quale Olivero dialoga e prende spunto per scagliarsi in un’accesa e feroce critica alla Compania dij Brandè, di cui aveva fatto a lungo parte, rea di voler far assurgere il suo bel dialetto piemontese al rango di lingua. (7) Ecco due brani dalla lunga intervista di Olivero:

Il dialetto piemontese è una lingua allo stesso modo che un pollaio è la Mole Antonelliana, un paracarro è la piramide di Cheope, un grappolo di ribes è l’Orsa Maggiore, un pizzico di piselli è una broche di smeraldi, un armadio da cucina è la porta maggiore della basilica di San Pietro, uno stuzzicadenti è la Colonna Traiana, un culbianco è un’aquila reale.

Concedetemi ancora un attimo per porgere un fiore rosso e una carabina alla Musa Dialettale Piemontese: il fiore per rendere omaggio alla sua rustica ma supervitaminica bellezza, la carabina per difendersi dai retorici assalti dei barbuti e dei glabri pseudofilologi in foia. Dopodichè, modulando un polifonicissimo marameo conclusivo all’indirizzo di quegli illustri professori di linguafollia subalpina, ti ringrazio dell’ascolto, passo e chiudo. (8)

Già in precedenza aveva espresso analoghi concetti nella prefazione del 4 febbraio 1950 alla raccolta di poesie Nìvole di Alfredo Nicola (Alfredino) pubblicata nel 1951 A l’ansëgna dij Brandé. Dalla pagina 14 di detta prefazione estraggo il brano che segue:

         Il dialetto è un idioma che si toglie la giacca, si rimbocca le maniche e si mette a lavorare. E, lavorando, sa cantare.

         È fama che esista una specie di uccello, dagli ornitologi detto Hyas aegyptus, volgarmente chiamato «guardiano dei coccodrilli» perché, nelle ore torride, quando quei rettili sacri schiacciano, nel limo, un pisolino a bocca aperta, questo volonteroso pennuto saltella gentilmente fra l’aguzza sega dei loro denti e con estrema delicatezza li ripulisce dei vermiciattoli che si stanno imputridendo. Mai il feroce carnivoro, che pure potrebbe farne una boccata, ha chiuso la sua terribile cerniera sul corpicciolo di così amabile servitorello il quale, bizzaria, preferisce piluccare il suo modesto alimento in quella immonda cloaca animale piuttosto che nel libero commercio con la terra. A ben pensare, quanta grossa parte degli scrittori di maggior rinomanza attinge al dialetto, come l’uccello egiziano al coccodrillo, tutta felice di cavarne qualche infimo residuo, cianciando poi con sufficienza di quel generoso che non si è degnato di stritolare il piccolo spazzaturaio famelico fra le sue tenaci mandibole.

Ritorna nuovamente sull’argomento in altra prefazione della Pasqua del 1980, quella a La cà di memorie dell’orobico Umberto Zanetti:

         Relegata ormai tra i ferrivecchi della critica estetica l’arbitraria differenziazione fra poesia in dialetto e poesia in lingua – in quanto il dialetto, allorquando viene impiegato con ineccepibile proprietà filologica, può diventare esso stesso lingua, cioè veicolo e nobile interprete di quel prestigioso stato d’ineffabile grazia panteistica o spirituale che è la poesia – all’indagatore letterario non rimane più che il còmpito di accertare ermeneuticamente se ci si trova in presenza di un autentico poeta, vale a dire di un lirismo vivente, oppure di un semplice, anche se talvolta estroso e tecnicamente abile, verseggiatore.

All’amico poeta oròbico Umberto Zanetti, ancora per L’Italia che scrive, nel giugno del 1973, dedica, un ampio pezzo da cui prende le mosse per scagliarsi ancora una volta contro i propugnatori dell’elevazione del dialetto piemontese a lingua:

Intuizione zanettiana secondo la quale non è con la nomina dei dialetti a senatori della repubblica (come, perseguendo un malinteso primato regionalistico che denunzia fin troppo evidenti finalità demagogico-politiche, pretendono di fare taluni ultrasprovveduti fanatici pseudofilologi, p. es., in Piemonte), che si possono salvare questi linguaggi di remota germinazione spontanea dalla loro progressiva decadenza e dissoluzione. Vale a dire: non è promuovendo arbitrariamente i dialetti al rango di autosufficienti «lingue ufficiali» - cioè snaturandoli, svirilizzandoli, neologisticamente corrompendoli, fagocitandoli di òstici vocaboli italioti o esotici d’accatto, ridicolizzandoli con immissioni di íbridi termini tecnici o scientifici, e, quindi, accelerandone il viaggio verso la tomba - che si contribuisce a mantenerli in vita. Questo pretenzioso quanto esiziale dialettaleggiare linguistico-macaronico può essere esemplato da un versetto famoso di Oreste Fasolo (1864-1919), un pur gradevole e simpatico poeta della belle époque torinese (poiché fin d’allora già si cianciava, in Piemonte, di dialetto-lingua), d’un involontario effetto comico irresistibile:

                   i l’hai l’emicrania ‘nt la testa

Questa esilarante «perla» pleonastica dimostra che, non appena si inserisce nel dialetto un vocabolo colto, a lui estraneo, la sua compattezza si sbriciola e il discorso ruzzola nella più autolesionistica parodia. Ed è quindi sciocco imporre al dialetto un’artificiosa autorevolezza di lingua ufficiale standard che egli non ha mai avuto, non ha e non vuole avere, perché è un linguaggio corrente di popolo e non di élite culturale.

I dialetti si preservano indenni esclusivamente trattandoli da dialetti quali sono: cioè con l’icàstica, scultoria determinatezza e proprietà della gente rusticana e accordando loro la fiducia che molti di essi han dimostrato di ben meritare con circa un millennio di vigorosa, efficiente, decorosissima esistenza. Quella fiducia che si deve concretare mediante una diuturna difesa della loro integrale purezza atavica, e, soprattutto, con il non disdegnare di assumerli ad interpreti – proprio quali essi furono alle origini – di autentica e puntualissima poesia intrisa di istintivo élan vital e di assoluta schiettezza d’ispirazione, ossia di si-lien, come la intendevano i cinesi antichi ed anche più rigorosamente i greci precursori della scuola neoterica gallico-cisalpina che tanto convinse e influenzò Catullo e i suoi amici poetae novi. Adeguandoli, in conclusione, non esteticamente, bensì nel loro intimo, questi contestatissimi dialetti, a corrispondere alle mutate sollecitazioni etiche della superdinamica, vertiginosa ipersensibilità dell’uomo del secolo XX.

           Italia che scrive, numero di luglio-agosto dello stesso 1973. L’ultima collaborazione di Olivero alla rivista: Nino Pino epigono di Henri Barbuse. Il lungo articolo recensisce il volume di Francis Gastambide Nino Pino, l’Homme, l’Oeuvre et l’Universalité de l’Amour. Qui Olivero ci da ancora una volta un saggio della sua conoscenza. Mentre ricorda la prefazione al libro di Pino Eugenetica e progresso, scritta dal rettore dell’Ateneo romano Gaetano Martino, insigne biologo, questa la chiosa oliveriana sulla prefazione:

…incentrando osservazioni notevolmente acute sul Pino scienziato: incorrendo soltanto in un lapsus memoriae  nell’attribuire a Emmanuele Kant l’aforisma «ci sono molte più cose in cielo e in terra che nella nostra povera filosofia». Aforisma niente affatto kantiano, bensì dal Martino desunto  da una sua parziale ecolalia mnemonica  di una battuta di Shakespeare: «There are more things  in heaven and earth, Horatio, / Than are dreamt of  in your philosophy» (Hamlet, I, 5, 166-167). Il che riconferma come la politica, anche quella liberale che fu professata dal Martino, distragga dalla filosofia e dalle lettere i cervelli più fosforescenti e meglio organizzati. Ma questo inconveniente richiederebbe un discorsetto emeneutico-psicanalitico a parte.

Dallo stesso articolo estraggo ancora questo pessimistico giudizio sull’Italia del 1973, che benissimo potrebbe riferirsi all’Italia di oggi, nella vaga speranza non possa essere anche quello dell’Italia di domani:

La realtà è che  ormai, anche i neonati dei barbagianni, delle talpe e delle marmotte calmucche hanno capito che questo Bel Paese di 52 milioni di filodrammatici danzanti e trasformisti, nonché di gagliardi lazzaroni multicolori, impazziti di velleitaria miliardite parossistica, non merita la libertà e la democrazia. Un Bel Paese dissennato che, per impedirgli di retrocedere all’età dell’antropopiteco della isola di Giava, avrebbe l’immediata esigenza di essere governato da una balda triarchia di tiranni petroliniani: Tiberio al nord, Nerone al centro, Caligola al sud. Ma è vano sperare  in un simile provvidenziale miracolo da parte dello Stellone d’Italia. L’attuale situazione italiana assomiglia a quella definita da Macbeth «a tale told by an idiot, full of sound an fury», una storia narrata da un idiota, straripante di frastuono e di violenza, come ha rilevato di recente anche Paolo Monelli. La babilonica demenza collettiva sale e si diffonde nella termosfera, facendo rabbrividire di translucido orrore tutti i 200 miliardi ed ultra di stelle del firmamento.

           Andrea Viglongo, nel suo Almanacco Piemontese del 1976 ospita, nella rubrica di apertura Cari lettori, due giudizi su Luigi Olivero espressi da Vincenzo Buronzo in due diverse lettere, la prima in riferimento all’Almanacco del 1973 e la seconda a quello del 1974. Riporto integralmente i due giudizi sulla poesia di Luigi Olivero:

Il giudizio su Luigi Olivero poeta di alto respiro, non riconosciuto ancora quanto veramente egli merita, non è facile. Egli si muove in un vortice che ha lampi mirabili, ma di una monotonia tematica – il dissidio vita-morte – che finisce per limitarne l’efficacia e la potenza. Non è, a parer mio, un poeta pessimista come viene erroneamente definito, sta urtando ancora contro il muro  della sua vera grandezza, che non è certo delle minori, ed io penso che riuscirà a superarlo! Deve riuscire ad inserirsi nel tumulto della realtà contemporanea, dal quale un grande poeta non può straniarsi senza indebolirsi fino all’esaurimento.

         Con le sole immagini non si risolve nulla, e si rischia di definire poeta pessimista chi del vero pessimismo sfiora appena l’ombra. Per fare un esempio: io nego che Olivero, un valoroso rappresentante della poesia regionale nostra, sia un pessimista. La sua fantasia è fertilissima, magnifica, ma gli manca un contatto vero e profondo con gli uomini e con la umana società.

Lungi da me ogni critica o censura verso quanto espresso su Olivero da Vincenzo Buronzo. Mi chiedo soltanto quali e quanti componimenti di Olivero abbia letto per dichiarare che gli manca un contatto vero e profondo con gli uomini e con la umana società, concetto  espresso  in entrambi i giudizi. (9)

           L’otto di agosto del 1973  scrive   la dedica ed invia   una copia, la N° 87,  del suo Rondò dle masche a Mary Danielli, antropologa inglese, Fellow nel Royal Anthropological Institute dal 1948,  che negli anni quaranta e cinquanta ha a lungo collaborato con la rivista Folklore, in particolare con l’articolo apparso sul numero di gennaio del Vol. 58 del 1947 The Witches of Madagascar. Non ho notizia che ci segnali una pregressa conoscenza tra i due o se l’invio con dedica sia frutto della lettura, e del ricordo, da parte di Olivero dell’articolo Le streghe del Madagascar della Danielli. Comunque sia, l’accostamento Witches – Masche, Danielli – Olivero è quanto mai affascinante.

Recentemente, marzo 2010, tra i ritrovati libri di Olivero presso il Fondo Olivero di Villastellone, ho rinvenuto di Mary Danielli The Quest: A Poetic Trialogue del 1970 raccolta di poesie con dedica autografa non datata dell'autrice. Conoscenza pregressa o contraccambio della raccolta Il rondò dle masche? Merita riportare integralmente la dedica di Olivero:

All'amabilissima Signora

Prof. Mary Danielli

queste umili maghette subalpine affascinate dalle Sue abbaglianti «Tears of Gold».

Sinceramente Luigi Olivero Roma, 8 agosto 1973 (10)

          Sul finire dell’anno prepara le note alla sua Cantada dël tòr, composta il 2 agosto del 1930,  per la pubblicazione sull’Almanacco Viglongo del 1974. La diciannovesima strofa contiene i versi:

                                           Ma ìl tòr ch’a brògia ‘d fòrsa primitiva,

                                      ch’a grimpa ‘d sàut dëstrand con na cornà

                                      sèt vèrgin patanuve al cel stèilà,

                                      …………………………………………………

che gli forniscono pretesto per offrirci questi ricordi astronomici e mitologici:

Nel toro rampante è sottinteso quello emblematico della città di Torino. Nelle sèt vèrgin patanuve sono adombrate le sette stelle Iadi o pluviose che, secondo i Greci, sfavìllano sulla fronte del Toro: costellazione zodiacale formata anche dagli ammassi stellari delle Pleiadi, con Aldebaran, appunto l’occhio rosso del Toro stesso. Animale e immagine astronomica in cui gli antichi raffiguravano altresì Giove che rapisce Europa, nonché il mito di Pàsife, sorella di Circe e moglie di Minosse, la quale, congiuntasi, per un capriccio di regina, al bianco toro marino di Poseidone, procreò il Minotauro.

          In data 8 settembre 1975 invia una sua fotografia all’amico editore Andrea Viglongo con la seguente dedica 

Al caro compagno

di lotte per la poesia pie-

montese ANDREA VIGLONGO,

con inossidabile amicizia. (11) 

           Al compimento del suo settantesimo compleanno, nel 1979, riceve in Campidoglio, a cura dell'Associazione della Stampa Romana, la medaglia d’oro per il cinquantennio della sua attività di giornalista.

           Fine del 1979. Prepara, per l’Almanacco piemontese Viglongo, le note al suo dittico Soa tenebrosa maestà la neuja. Qui ci racconta di aver composto, e dedicato, i due sonetti per André Malraux, conosciuto ed intervistato in Spagna nell’agosto del 1936, una quindicina di mesi dopo il loro incontro. Carte andate poi perdute sia a lui che al Malraux.

Dopo àutre neuv anade ‘d vicende ‘d guère e ‘d pas an giróndola për ël mond, fognand una neuit ant mia memòria, l’avía sërcà d’arvocheje, costi doi fratej siamèis ëd vers d’aventure. E, ant ël n. 9-10, A. I, del 22 dzèmber 1945, p. 12, ëd mia arvista El Tòr, l’avía pubblicane una varianta, ahidé, pitòst approssimativa, con dapé la data, për ij doi tèrs andvinà, «otòber 1937».

Dopo una lunga digressione sul plagio fattone da Aldo Daverio e poi pubblicato, dopo la sua morte,  dalla vedova Annette Dozon nel libro postumo  Róndole, Olivero prosegue così:

 Adess che la lession originala ‘d cost mè diptykos a l’è torname tra le man, vnùa fortunosament a gala dal fond dël mare magnum cum piscitellis dij mè latitant vers ëd gioventù, peus publichela integralment.

Certo che la memoria di Olivero doveva essere realmente eccezionale. Il testo pubblicato su Èl Tòr, ricordato a memoria nove anni dopo la composizione, differisce pochissimo dall’originale ritrovato. Solamente si differenzia un poco nelle ultime due strofe del secondo sonetto e nella chiusa finale. In nota la trascrizione fronte a fronte delle due versioni. (12) Ho sopra accennato al plagio Daverio-Dozon. Questo episodio gli consente  di attaccare con foga i tre curatori dell’opera Rondola di Daverio pubblicata nel 1971 A l’ansegna dij Brandé ed in particolare  Gianrenzo P. Clivio con cui era ancora viva la feroce polemica scatenata dalla sua recensione alla raccolta delle poesie e canzoni satiriche di Padre Ignazio Isler curata da Olivero-Viglongo di cui ho ampiamente riferito nel precedente scenario:

Pitòst a më smìa ch’a sia risultà un po’ dròlo e assé voajant ël bàilo ch’a l’han pià ij trè – dla Legenda trium sociorum? (Gianrenzo P. Clivio, Amedeo Clivio, Anita Giraudi n. d. a.) «curatori» ‘d còl lìber pòstum, nen acorzendse ch’a pubblicavo, ant un volum comemorativ d’un poeta, doe sòe cose nen auténtiche e sensa una riga dë spiegassion. Doi calch evidentíssim (ancor pi evident, p. es., ëd coj fàit ant ël 1913 da Guillaume Apollinaire ai dann ëd Blaise Cendras, sò predecessor an funambolica originalità poética) che mi, prima d’adess, l’avía ‘d propòsit mai publicament arlevà (come l’hai sempre lassà core l’indicassion dij robarissi fàit a mè dann da vàire poetin subalpin dësgenà marodeur për costitussion, dla mèrsa ‘d col tal fu Ventin Pejron ch’a l’ha scremà ad libitum, nen mach da la mia modesta produssiion fazendla segn quantitativament a na preferenza particolar, ma d’ cò da le produssion ëd Pinin Pacòt, d’Alfredino, ‘d Mottura, etc.). Doi calch macroscòpich ch’a l’avría podù individué na statua  milenària apen-a dëssotrà e con j’euj ëd pera ancóra ancrostà ‘d mofa: ma che a l’han nen gnanca mach antravist coj trè bulo ‘d «curatori» che maraman a l’han gnanca sfeujà le colession dël prim e dël scond (an órdin ëd temp) giornaj ëd poesía an piemontèis surtí sùbit dòp cost’ùltima guèra: Ël Tòr ëd Roma e Ij Brandé (sconda série) ‘d Turin. «Curatori» un dij quaj, ch’a ostenta una barba da profeta bíblich filodramàtich, a l’ha fàla assé pi tòpica che jàutri sò doi cambrada ‘d «cure». An sede informativa antologica (sede che, donca, a dovía essi rigorosament obiettiva), chièl lí a l’ha avù ‘l topé ‘d gonfié fin-a a lë s-ciop la bola ‘d savon d’una – mach anmaginà da chièl – mancansa ‘d qualsëssia autenticità dl’intera mia euvra poética piemontèisa… Óhi, ma guardandse bin da lë smon-ne la mínima preuva documentaria. E (cola a l’è stàita una gaffe clamorosament autocontraditòria!) fasend una rivelassion crítica paría pròpi a l’indoman dël dí che chièl a l’avía avalà e publicà, come poesíe auténtiche ‘d Daverio, un paira ‘d tripatoullages amprovisà për ëschèrs an sla pel ëd poesíe mie. ‘D doe cosùce mie che, parèj ëd tuta quanta la mia produssion an langagi piemontèis, a podran avèj gnun d’àutri mérit: ma col dl’autenticità, sí, giuradissna, a ’l l’han al sent për sent. E as trata ‘d cò d’un’autenticità ch’a l’è stàita arconossùa, sensa la pi microscòpica risèrva ò contestassion (qui accusare volunt, probationes habere debent), da tuta la pi documentà, pontùa e pontualisatris crítica leterària piemontèisa, italian-a e strangera.

Dato spazio a questa polemica, mi fa però piacere riportare il giudizio che Olivero da dell’opera di Aldo Daverio recensendone la traduzione de L’Ambiente Divino di Teilhard de Chardin ne L’Italia che scrive del febbraio-marzo 1969:

Il testo di questa edizione è quello integrale, annotato dallo stesso autore. E occorre avvertire che è stato assai amorevolmente tradotto dal compianto scrittore e poeta torinese Aldo Daverio, autore, tra l’altro, di delicate poesie in dialetto piemontese, in italiano, in provenzale e in francese, oltre che di altre traduzioni in elegante prosa italiana: come, ad esempio, quella de La belle histoire de la musique di José Buyr. Questo volume è, quindi, da considerarsi anche come una reliquia: l’ultimo lavoro di impegno, quale appassionato e al tempo stesso puntiglioso traduttore, del Daverio. L’attenta revisione è stata eseguita da Ferdinando Ormea. L’edizione è limpida, impeccabile.

           Il 28 giugno del 1981 è a Roma intento a scrivere il commento alla sua poesia Trionf dle reuse dij samourai, di cui abbiamo già parlato ricordando l’amicizia di Olivero con il poeta gallese Dylan Thomas, destinata all’Almanacco Viglongo del 1982. Commentando la penetrazione del buddhismo dall’India alla Cina e quindi, da lì, nel I secolo dopo Cristo, al Giappone dove scacciò tutti gli ottocentomila idoli shintoisti precedenti, tra i quali quelli dei Peccati, demonietti riderelli circeizzati in porcellini sentimentali con ìlari occhietti di rubini, Olivero ci regala questo suo pensiero sulla sua religiosità:

Debbo riconoscere che, a dispetto del buddhismo trionfante, i miei Pecà e la mia Aventura, le mie Gòj e i miei Torment, nel mio subconscio del 1934 denunziavano connotati più carnali che trascendentali, più shintoisti che buddhisti. E che tali sono rimasti, anche oggi, in una mia vaga vocazione piuttosto giocondamente paganeggiante e liricamente naturalistica dell’esistenza umana. Vocazione abbastanza in sintonia con il messaggio Zen quale l’ho metaforicamente raffigurato in questa strofa conclusiva…

 

                                      Pianta dël Zen, pagoda ‘d mè giardin,

                                      che, ornà ‘d ciochin orcin cinese dosse,

                                      a spàntia ‘d farfalin-e vërderosse

                                      ant ël sacrare sgnor dij mè basin:

                                      sla mia coron-a ‘d tërdes reuse rosse,

                                      s’j’ìdoj dij paradis d’Kyòto e ‘d Pekin. 

                                      London (China Town), 1934 

Paganesimo, shintoismo o Zen, tuttavia piuttosto dilettanteschi, incostanti e intermittenti nel mio nomade spirito inquieto: giacché, nei periodi più drammatici della mia vita avventurosa, ho sempre e unicamente ritrovato conforto nel cristianesimo: religione nella quale son nato e che non ho mai inteso ripudiare. Ritengo, insomma, argutamente esatta la definizione che di me ha dato certa sagace critica letteraria francese, Solange de Bressieux, mia ottima traduttrice, echeggiata da altri miei attenti esegeti d’oltralpe: «un faunet chrétien».

         Nei primi anni ottanta il Prof. Giuseppe Goria, autore del  saggio La prosa piemontese di Luigi Olivero, pubblicato negli Atti del Convegno di Studi Luigi Olivero cantore della sua terra, poeta dell’umanità, Alba, Fondazione Piera, Pietro e Giovanni Ferrero, 2007, ci racconta che, soprattutto nei mesi estivi, collabora con Alfredo Nicola, per la redazione del numero di settembre della rivista Musicalbrandé. Olivero qualche volta si rivolge, invece che ad Alfredino, direttamente a Goria, lamentandosi della sua situazione attuale. In una lettera del 15 luglio del 1981 scrive:

Mi dovrei trovare, a svolgervi ricognizioni giornalistiche aeree, nel Senegal, nel Sudan, nello Zambia, mentre, invece, son qui costretto ad essere il trastullo e la cavia umana di angiologi scassatasche e inconcludenti.

Nonostante gli acciacchi, trova però ancora la voglia ed il puntiglio per richiedere che venga rispettata dalla rivista la sua grafia, che è poi quella che ha contribuito a formare e soprattutto a divulgare con le sue opere e con la cura meticolosa che ha sempre profuso nella loro preparazione. In una lettera dello stesso periodo, diretta ancora a Goria, si legge:

Perché seguitare a tormentare così, con perenni innovazioni quasi sempre ingiustificate o ghiribizzose, questa povera grafia piemontese per unificare e stabilizzare la quale, nonostante i tempi politicamente ostili, abbiamo battagliato oltre mezzo secolo, in compatta solidarietà di intenti, con Pacotto e altri studiosi giovani e anziani? Il pubblico attuale si è scocciato di tanta odierna irrefrenabile, ostentata volubilità grafica  e finirà per mandarci tutti in Parpaja. Altro che imparare da noi la “lingua” piemontese! E mi scusi la digressione, tuttavia necessaria per dimostrare che non si tratta di un capriccio polemico di giovane autore,…il mio desiderio di veder rispettata la grafia  “metà Novecento” della mia produzione piemontese.(13)

           Il 1982 è un anno veramente triste nella vita di Luigi Olivero. L’otto aprile muore Renato Bertolotto, uno dei fondatori, con Pacòt, della Compania dij Brandé, marito della sorella di Felicina (Cinci) Viscardi, moglie di Olivero, e di Olivero amico fin dagli inizi, nei primi anni ’30, nella Compania. Pochi mesi dopo, verso la fine di settembre, mentre sta trascorrendo, da solo, un periodo di vacanza nella sua casetta sul Montserrat di Borgo San Dalmazzo, lo raggiunge un telegramma che lo avverte del ricovero urgente in ospedale  a Roma della moglie Cinci Viscardi che morirà di li a poco. Con lei, Olivero ritorna momentaneamente per la sepoltura nella sua Villastellone. (14)

           La vena poetica di Olivero è ancora viva e così continuano le sue collaborazioni con varie riviste ed almanacchi: Musicalbrandè, Piemontèis ancheuj, Ij Brandè Armanch ëd poesìa piemontèisa, Almanacco piemontese Viglongo che stampano sue poesie, traduzioni, articoli.

           Nella primavera del 1983, in occasione dell’uscita dell’antologia poetica di Olivero, Romanzie, data alle stampe dalla Ca dë Studi Piemontèis, lo va a trovare a Roma la poetessa Albina Malerba cui rilascia una lunga intervista.

La prima domanda riguarda del perché del lungo soggiorno romano:

storia personale e famigliare e per lavoro

risponde Olivero; quindi gli si chiede del come si possa scrivere in piemontese a Roma: la risposta è la stessa che più volte ha già dato Olivero:

il piemontese è la lingua di mia madre, è la lingua della mia infanzia. Anche nei miei viaggi di inviato speciale per il mondo, quando sono preso dalla nostalgia del Piemonte e dell’Italia scrivo, come una sorta di diario, poesie in piemontese. Anche gli appunti di viaggio mi vengono in piemontese. È la lingua del cuore;

Albina Malerba  chiede  il suo parere sul  Piemontese, lingua o dialetto, Olivero rimanda all’intervista rilasciata allo scrittore e commediografo Icilio Petrone e pubblicata come prefazione sul suo Rondò dle masche ed aggiunge:

sostengo che il piemontese è un linguaggio, quindi è qualcosa di più del dialetto, è qualcosa di diverso dalla lingua aulica. Essendo linguaggio è maschio, è un modo di esprimersi virile, molto più virile della più ricca delle lingue. Quello che fa diventare il piemontese parlato lingua è la poesia. La poesia dona alla espressione una carica di energia che la distingue dalla lingua quotidiana… Non essendo ricchissimo di vocaboli, il piemontese costringe a delle metafore, a esprimersi per immagini e a far quindi poesia.

Albina chiede  un giudizio sulla poesia dei Piemontesi di Piemonte ed Olivero:

La poesia di oggi è difficile da definire perché è molto eterogenea, anche perché si fa largo uso di sottodialetti, di patois e di gerghi. Si fa così una poesia che non è schiettamente piemontese, è piemontese di barriera, è piemontese di reconditi angoli di provincia, e si rischia di perdere la possibilità di dire che il piemontese è una koiné. Per quanto riguarda il materiale che si pubblica, farei più scelta, raggrupperei per genere di espressione e linguistico, specificando il luogo al quale appartengono i diversi dialetti, sottodialetti e gerghi, se no siamo alla Babele, e si crea una confusione, non solo per i neofiti, ma anche, e soprattutto, per gli studiosi, i filologi.

La Malerba vuol poi sapere come si trovi un piemontese a Roma dopo quarant’anni, di rimando la risposta di Olivero è:

Dopo quarant’anni di residenza continuativa, anche se ho viaggiato molto, uno si trova più piemontese dei piemontesi  che abitano in Piemonte. Mi succede ciò che capita per esempio agli italiani emigrati in Argentina o in Germania, o in paesi dove la lingua è completamente lontana dalla loro, ma che sentono come una passione la nostalgia della loro terra, così io mi sento piemontese al cento per cento… come quand’ero adolescente e vivevo in Piemonte. Se uno va alla Famija Piemontèisa di Roma, incontra spesso dei piemontesi di mezza età o anziani, che vanno espressamente alla Famija per potersi incontrare con altri e parlare in  piemontese, ma nel piemontese schietto e genuino che si parlava 40 anni fa. Cosa che anche a Torino oggi non avviene più, per le note cause della immigrazione. Torino, e la provincia anche, sono ormai snaturate dal punto di vista linguistico.

Albina si informa se abbia voglia di ritornare in Piemonte:

È il sogno di tutta la mia vita, ma anche la paura di questo periodo della mia vita, perché so che Torino non è più la mia città, perché è imbarbarita, e la campagna è diventata priva di individualità, di personalità. La provincia era la vera custode delle tradizioni, ma con l’eccessiva industrializzazione non lo è più. E allora sono costretto a ripiegare sul vasto mondo e dichiararmi cittadino del mondo. Con tutto ciò è ovvio che il Piemonte è la mia Patria, con la P maiuscola e Torino la mia città.

Interessante infine la risposta alla domanda sui suoi programmi futuri (Olivero ha 74 anni):

Ho qui una quindicina di volumi di poesie e cinque di prose, dattiloscritti, che insieme costituiscono la mia Opera Omnia.

La Malerba insiste:

Quando si farà?

E Olivero:

Questo è nella mente di Giove; se i prezzi continueranno ad andare aux anges, allora qualsiasi editore si blocca, com’è successo a L’Alcyone editore in Roma, che già aveva annunciato il programma dell’Opera Omnia  con poesie e prose edite ed inedite. Il primo volume che vorrei fare sarebbe quello delle mie traduzioni dai greci e dai latini fino ai contemporanei di tutti i paesi. Lo intitolerei ‘l Vindo. Ho tradotto i poeti che mi hanno suscitato maggiori sensazioni, per evitare di cadere nell’imitazione. Traducendoli ho attuato una sorta di transfert e me ne sono liberato.

Albina Malerba se ne viene via dalla villetta di Olivero, ai piedi del Pincio, quando il sole è già calato dietro il cupolone; scendendo per via del Babbuino con negli occhi e nel cuore  le parole di Olivero e le immagini della sua casa, traboccante di preziose opere d’arte degli artisti che gli furono amici e collaboratori, la poetessa porta con se una certezza:

Gli angeli saranno generosi con un poeta della tempra e della forza di questo piemontese di Roma. (15)

Le sensazioni ed i sentimenti di Albina Malerba sono gli stessi che ho provato, e che mi permetto di condividere pienamente,  il 25 di maggio del 1996 dopo aver trascorso l’intera giornata nella casa di Vicolo del Borghetto mentre, attraversando Via Margutta e Piazza di Spagna, me ne tornavo verso Termini e la metropolitana che mi avrebbe condotto a Fiumicino e da lì a Torino. Mi permetto  una parafrasi, con piccole modifiche, alla frase sugli angeli di Albina Malerba:

Gli angeli sono stati generosi a farci dono di un poeta della tempra e della forza di questo piemontese.

Albina Malerba tornerà di li a poco a Roma, il 7 dicembre, per presentare Romanzìe presso la sede della Famija piemontèisa.

         Romanzìe presenta in coda alcune note da cui ho già largamente attinto. Qui mi piace citare un brano da quella conclusiva: Rapsodìa ‘d tradussion poetiche, in cui Olivero ci illustra il suo significato del termine Rapsodìa.

Rapsodia è un termine che nel linguaggio piemontese del Sei, Sette e primo Ottocento ha avuto un significato di spigolatura, cèrnita, selezione. Poi è scomparso anche dai vocabolari, forse perché ritenuto voce d’importazione italiana dai manipolatori di parole. Ma è rimasto (o m’illudo che sia sopravissuto) nella icàstica  parlata rurale. Mi ricordo che da ragazzo, nella campagna torinese, ho udito più d’una volta  povere donnette invitarsi  reciprocamente con la frase: «Doman matin bonora andoma a rapsodié?» Cioè a spigolare, a raccattare, a recuperare le spighe di grano  rimaste sparse qua e là nei campi dopo la mietitura e l’accurata rastrellatura fàttane dai contadini. Ed era un sinonimo più bello e preciso del corrente vocabolo mëssoné, con in più qualcosa di musicale, qualcosa di aulico, che nobilitava, al mio vergine orecchio adolescente, questa ùmile, dimessa quanto faticosa bisogna della povertà.

         Metà del 1986, sta preparando, per l’Almanacco Viglongo 1987, le note per le sue traduzioni dai Catulli Veronensis Cármina. Nella nota a Mamurra e le muse, innanzitutto ci illustra i suoi concetti per una buona traduzione. Concetti che riporto fedelmente nella quarta appendice. Sempre nella stessa nota ci rende edotti della difficoltà nella traduzione di un particolare genere di vocaboli. Questa nota, nonostante la lunghezza, merita essere riportata per intero. Olivero nella traduzione di questo Cármina dedicato a Mamurra, amàsio di Cesare, doviziosamente arricchitosi e divenuto un personaggio di spicco grazie alla protezione imperiale, si imbatte in una delle definizioni che ne da  Catullo: mentula conator. Da qui la sua disquisizione:

Espressione che venne tradotta in mille modi: da bìschero (E. Squassoni, I. Calandrino) a cazzo (E. Mandruzzato) e a minchia (F. della Corte) fino a sostituirla con altri appellativi metaforici: stronzo (M. Ramous) per esempio, o a non tradurla affatto, citandola testualmente mentula, come fece, per non affaticarsi troppo le meningi, il premio Nobel S. Quasimodo.

Ho indugiato sulle volgarissime traduzioni di questo termine anatomico per indicare un esempio di come talvolta traduca svogliatamente (o non traduca affatto) persino una cinquina, estratta a caso, dei più recenti e accreditati traduttori italiani. Dopo mie sette diverse metafore, che ho archiviate perché troppo mollìcule o eccessivamente deflagranti, ho preferito coniare l’eufemismo tridimensionale compòsito Belghignodòr. Nel cui vocabolo centrale ghigno – con la o terminale che va pronunziata u toscana secondo la moderna grafia piemontese – appartenente al vecchio gergo studentesco di Torino, è adombrato il membro virile: in italiano corrente cazzo, derivato dal greco akation, albero maestro della nave. Cazzo che, insieme con le già citate accezioni dialettali ligure bìschero (16) e sìcula mìnchia, equivale anche al termine scientifico italiano pène, dal latino penis che significa coda, quale traslato dell’organo genitale maschile. A questo punto, mi sento chiedere perché non intendo tradurre anch’io il catulliano mentula con il vocabolo corrispettivo in dialetto piemontese, visto che deve pur esserci, dal momento che c’è in altri dialetti a cui hanno fatto ricorso, come già abbiamo accennato, alcuni traduttori italiani con lo scopo evidente di evitare la crudezza del vocabolo in lingua. A parte la mia congenita avversione per le parolacce, alle quali preferisco sostituire i termini scientifici quando non ne posso fare a meno, debbo ammettere che quel vocabolo in piemontese tradizionale c’è e si chiama picio. Ma non mi piace, anche perché – a parte la sua trivialità – non è filologicamente genuino. Intanto, vuol dire troppe cose, specialmente in alcuni sottodialetti subalpini. Un giorno, mi trovavo in un paesino dell’alessandrino situato quasi ai confini della Liguria e udii una ragazza dire: «Ancheuj a pieuv picio». Glielo feci ripetere per assicurarmi di aver compreso bene. E poi pensai all’incontenibile allegria delle donne di quel paese nel vedersi piovere in grembo tanti scrosci di membri virili. Una festa trieterica sacra, una vasta orgia dionisiaca esclusivamente femmìnea di Mènadi, Tìadi, Baccanti, Lene, Bassàridi, follemente invasate, con tirsi, fiaccole e serpi avvinghiate ai fianchi, al collo, alle braccia, come phallus, collane, monili, resuscitate dalla plurimillenaria età della mìtica Grecia montana e silvestre. Ma il mio sogno pagano durò poco. Qualcuno mi spiegò che quella ragazza intendeva dire che sarebbe piovuto appena appena, poco poco, piccino piccino, ecco: picio, aggettivo diminutivo. Un altro giorno, dovevo scrivere in piemontese del pettirosso che secondo la leggenda fu il primo uccello che si posò sul Crocifisso in cima al Golgotha. Interrogai un vecchio cacciatore montanaro esperto di onomastica ornitologica piemontese e appresi che questo quasi sacro augello si chiama picioross. Sostantivo che figura effettivamente in tutti i vocabolari piemontesi. Naturalmente, dovetti rinunziare a citarlo in dialetto per non riuscire irriverente verso la Santa Croce. Ma c’è anche il termine piciòt e al femminile piciòta che, ancóra in certi nostri sottodialetti, si riferiscono a bambini e bambine ultimi nati d’una famiglia. E picia, al femminile, che significa meretrice. Insomma, questo picio e i suoi innumerevoli derivati, succedànei e surrogati, non mi vanno a genio. Quindi, mi scuso con il mio simpatico amico Catullo, ma il suo mentula non l’ho tradotto, bensì interpretato. Oltretutto, il mio metaforico Belghignodòr mi è sembrato costituire la soluzione più accettabile, persino elegante, compendiosa e collimante, rispetto all’identità psicosessuale dell’ambiziosissimo arrampicatore sociale, nonché invertito conclamato, Mamurra. (16)

           Su Ij Brandè Armanach ëd poesìa piemontèisa  del 1990 compare una delle sue ultime poesie, forse l’ultima, dedicata al Campionato mondiale di calcio “Italia ‘90”. (17)

La chilometrica Cantada dël balon mondial 1990 Spòrt-fantasìa piemontèisa (133 versi) denota ancora la grande capacità compositiva, la verve, la fantasia e l’indubbia abilità  metrico-stilistica dell’ormai ottantenne Olivero.

Così ce la presenta Camillo Brero:

   “Dcò st’ani nòstr Grand Poeta e grand amis Luigi Olivero a l’ha vorsù onoré nòstr Armanach con un sò travaj soasì, pressios, original e inédit.

   A l’é, sicurament, la prima “Cantada” che a ven dedicà a l’aveniment ësportiv pì important dël 1990, che a l’é ‘l Campionà Mondial ëd Balon a càuss.

   Ancora na vòlta Luigi Olivero an dà n’assagg ëd soa eterna gioventù…poética, e ‘d sò spìrit estétich universal.”

La Cantada è datata Roma, 1 gené 1990 ma ovviamente composta prima dovendo apparire sull’Almanacco 1990 che normalmente è in libreria negli ultimi mesi dell’anno precedente.

         Verso la fine del 1991 prepara per L’almanacco piemontese Viglongo del 1992 la nota al «Psalmus vitæ» dël Pàrsifal alpin, poesia composta nel lontano 1932 ai piedi del Monte Bianco. Accompagna l’invio con una lettera all’Editore che ne pubblica il seguente stralcio:

Intanto, questo Pàrsifal del 1932 era piaciuto alla Guglielminetti che era anche una brava ipersensibile poetessa (basterebbe rileggere «L’insonne» per apprezzarla ancora oggi). Glielo avevo dedicato, e quindi gradirei serbargliene la dedica. Un particolare curioso è che il Pàrsifal wagneriano venne la prima volta rappresentato a Bayreuth nel 1882. Cosicché io, senza saperlo, quando scrissi questi dodici distici elegiaci nel 1932 celebravo, inconsciamente quanto modestamente, il cinquantenario dell’avvenimento. E ora, pubblicandoli nel 1992, ne celebro il 110° anniversario…

Amalia Guglielminetti ricambia Olivero definendo la sua poesia: …d’infinita dolcezza e di maschia irruenza. (18).

         Negli stessi giorni, per L’Armanach  dij Brandé del 1992, invia la poesia Encantadora, composta a Granada nel lontano 1939, a Camillo Brero che così ce la presenta:

    “I disoma tanta vòlte «grassie» a nòstr Amis e grand Poeta Luigi Olivero che a l’ha vorsù fé omagi ai letor ëd nòstr Armanach ëd në «slussi ‘d soa Poesìa». Tuti a san che la vos ëd Luigi Olivero a l’é una dle pì àute espression ëd la Poesìa Europea dël Neuvsent. A l’é për lòn che noi is sentoma pì che mai onorà da sò omagi”.

Olivero l’accompagna con le seguenti considerazioni:

Carissimo Brero, eccoti la recuperata inédita cantata granadina di oltre mezzo secolo fa. E si sente. Ma l’ho ritoccata pochissimo, anzi niente, per non levarle quella patina di pezzo d’antiquariato che, mi pare, le dona: anche come documento stilìstico. Del resto, col passar del tempo, tutto ritorna…

Brero così conclude:

“Coma a l’è vera! Ma ‘l bel a resta bel! E cost inèdit d’Olivero bin a figura ant la garlanda pressiosa ‘d soa euvra poética”. (19)

A quanto mi risulta, i due brani  che ho trascritto dai due almanacchi del 1992, sono   gli  l’ultimi scritti di Luigi Armando Olivero passati sotto i torchi di stampa. Mi auguro che la frase conclusiva, con tanto di puntini, dalla nota ad Encantadora, risulti più profetica del Suo distico iniziale di Róndola.

         Alcuni autori hanno scritto più di una volta che Olivero abbia smesso di poetare praticamente con la fine degli anni ’60. A parte la qualità, compito che lascio ad altri giudicare, la produzione poetica di Olivero negli anni ’70 e ‘80  è ancora vasta. Vengono rielaborate vecchie poesie con l’aggiunta di numerosi nuovi versi che ne fanno dei veri nuovi componimenti. Due esempi. Mare d’òm è pubblicata su Ij Brandé N° 86 del 1950 e consta di 52 versi. Rielaborata esce su ‘l caval ‘d brôns del dicembre 1984 con il nuovo titolo Profèssìa d’un regn dël Natal universal e questa volta i versi sono ben 114. Encantadora, cui ho poco sopra accennato, è presente in versione autografa nel Fondo Olivero di Villastellone,  datata 1938, qui si presenta con 64 versi. Rielaborata per Ij Brandé Armanach ëd Poesia Piemontèisa del 1992, passa a ben 139 versi, costituendo un vero e proprio nuovo componimento. Per non parlare poi della Cantada dël Balon mondial1990 di 133 versi sicuramente composta sul finire del 1989 per Ij Brandè Armanach del 1990.

         Tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90, scrive ad Alfredo Nicola di essersi ritirato presso Villa Letizia di Grottaferrata. Olivero racconta ad Alfredino della presenza, nella casa di riposo, di belle e giovani suorine spagnole. Poco tempo dopo, ancora in una lettera a Nicola, scrive che quella Villa, Mestizia dovrebbe chiamarsi, non Letizia. Riprende pertanto la strada per la sua casa romana di Vicolo del Borghetto.

         Olivero fa ancora un paio di fugaci apparizioni nella sua Villastellone, tra il 1993 e il 1994 per risolvere problemi legati alla concessione della tomba di famiglia in scadenza.

In riferimento ad una di queste visite mi è stato raccontato un incontro particolare. Un poeta locale è seduto su una panchina intento a comporre. Gli si avvicina un anziano signore che, dietro di lui, legge il suo scritto. Gli dice Bravo! E si allontana senza aggiungere altro. Il poeta di Villastellone scoprirà poi che trattatavasi proprio di Luigi Olivero.

          Luigi   Armando   Olivero,  lascia  questo  mondo  il  31  luglio  (o 28 luglio?) (20) del 1996 quando muore alle otto del mattino nella  villetta  romana, ai piedi del Pincio, di Vicolo del Borghetto 15/A, a due passi da Via Margutta, dove, in affitto, ha  trascorso l'ultimissimo periodo della sua vita, circondato dalle opere d’arte degli artisti suoi amici e collaboratori, purtroppo in assai precarie condizioni di salute, e, talvolta, anche di lucidità. 

          Luigi Olivero e la moglie Felicina Viscardi riposano insieme nel cimitero di Villastellone. * 

                   Congé                                                        Congedo 

Après lor avoir demandé s’ils était condamné à faire des vers ou à étre pendus,

il leur disait, qu’à moin que cela, ils n’en devait point faire. 

Dopo aver chiesto se erano condannati a fare dei versi o ad essere impiccati,

egli diceva loro che, all’infuori di questa alternativa, non dovevano affatto comporne.

                                                                                   Racan (Lettera XI, a Chapelain) 

   E adess a basta con la poesia                              E ora basta con la poesia.

A dis na veja sentenza                                  Dice una vecchia sentenza

che a quarant’ani la vita a comensa.         che a quarant’anni la vita incomincia.

Comensa a vëde l’ombra d’na faussìa.      Comincia a vedere l’ombra di una falce. 

         Così sia.                                                     Così sia. 

(Traduzione di Clemente Fusero, Ij faunèt 1955) 

 

Commiato 

           Nella presentazione di Romanzie del 1983 Giovanni Tesio scriveva: I poeti giovanissimi come Carlo Dardanello, Giuseppe Goria, Albina Malerba, mostrano nei confronti di Olivero un atteggiamento di lettori sensibili, che valgono a smentire il possibile autobiografismo del primo distico della poesia Róndola (1953): 

Quand che ij sarai pi nen

s’arcorzeran che j’era 

e anche questa raccolta vorrebbe documentare il contrario.

Se nel 1983 quanto scritto dal Tesio poteva essere, almeno in parte condiviso, oggi, a più di vent’anni da quelle parole e a più di dieci dalla morte di Olivero (che la Rivista Cuneo Provincia Granda ha completamente ignorato nonostante l’Olivero comparisse con poesie ed articoli fin dal suo primo numero, avesse casa, dove trascorreva periodi di vacanza, in Borgo San Dalmazzo e tanta poesia alla Provincia Granda avesse dedicato) oggi, lentamente, faticosamente, dopo lunghi, lunghissimi silenzi, sembra che qualche cosa si stia muovendo. (Faccio presente che nel 1995 la biblioteca di Borgo San Dalmazzo non conteneva alcunchè di Olivero; così pure quella di Villastellone, in questa biblioteca non si sapeva neppure chi fosse). La stessa morte di Luigi Olivero è stata in Piemonte, salvo le lodevoli eccezioni della rivista Piemontèis Ancheuj del suo amico fraterno Camillo Brero e di Assion Piemontèisa di Beppe Burzio, quasi passata sotto silenzio. 

         Un paio d’anni dopo la morte di Olivero, Giorgio Calcagno (21) ha espresso nei suoi confronti questo giudizio che, a mio avviso, ben riassume i suoi 87 anni di vita:

Più alto di tutti il linguaggio di Luigi Olivero, scrittore decisamente aristocratico, padrone di un vocabolario ricchissimo, usato con fantasiosa proprietà.

Il suo mondo è popolato di fauni e di ragazze al bagno, ma anche di angeli e di cattedrali. È il solo poeta piemontese che sappia toccare l’eros, al di là del limite dialettale.

 

Ancora alcune frasi poco note mi sento di trascrivere. Sono quelle apparse sul volume collettivo curato da Ernesto Caballo dedicato nel 1961 al centenario dell’Unità d’Italia e a quella manifestazione torinese. Trattasi di quanto scrive G. B. Ferrero nel suo saggio La poesia di lingua piemontese:

Luigi Olivero si stacca da tutti gli altri per la sua originalità ed il suo slancio. Egli nel mondo della poesia piemontese rappresenta la novità, c’è in lui una personalità artistica che lo distingue e lo staglia nitidamente sull’orizzonte della poesia. È il poeta della terra nella quale sprofonda le sue radici umane con una voluttà vegetale; il poeta dell’amore che egli a volte canta con selvaggio impeto, a volte con trasognato abbandono, a volte con beffarda ironia, e talvolta anche in tutti questi modi insieme. E in lui vi è pure il poeta dell’avventura che non evade per stanchezza del consueto, ma che è attratto, chiamato dal miraggio lontano in cui i sogni acquistano una più vasta e vera realtà, quella della fantasia.

E non è che egli riecheggi altri poeti come Rimbaud o come Garcìa Lorca, che egli ama e che gli sono congeniali, ma i suoi versi, che talvolta hanno la stessa metallica risonanza della poesia di quelli, nascono da un’autentica originalità interiore, cui la stessa acerbità della lingua, nuova alle sue audaci esperienze poetiche, offre uno strumento di più robusta e vergine forza.

Recente il ricordo (Almanacco Viglongo 2006) di Giuseppe Colli:

         Lo conobbi a Roma nel 1950. Giornalista parlamentare, era un acceso polemista; con lui non si parlava, si discuteva, possibilmente a voce alta e con toni accesi, ma che amico e che grande poeta nella nostra lingua! La sua era una poesia colta, per la ricercatezza linguistica e lessicale e per la novità dei temi e la freschezza espressiva. Non è assurdo dire che un poeta è più facile da capire che da leggere. Era il punto di riferimento della piccola colonia di scrittori piemontesi residenti a Roma.

 

           Il rinato interesse per lui nella sua città natale Villastellone, con la costituzione dell’AssOlivero, il Convegno di Studi su Luigi Olivero che si è tenuto il 17 ed il 18 di marzo 2007 ad Alba, su iniziativa della stessa AssOlivero, ha riacceso un piccolo interesse (Al Convegno di Alba l’affluenza massima, nelle tre tornate in cui si è articolato, ha raggiunto le 40 persone, relatori compresi.) che culminerà, almeno spero, con la pubblicazione di almeno una parte  delle sue poesie. Di qui a giungere alla vera scoperta e valorizzazione dell’uomo ed addivenire alla pubblicazione della più gran parte delle sue opere, di acqua sotto i ponti dovrà ancora scorrerne…se mai ciò avverrà. Idee ed aspirazioni a lungo covate ma forse troppo grandi per quando poi ci si deve scontrare con la disponibilità dei ricercatori ed i mezzi finanziari indispensabili per studi di tale portata che gli Enti pubblici preposti sempre più negano per quanto attiene la cultura per la cultura. Dobbiamo accontentarci? No di certo.

           Ed eccola,  la, a mio avviso, poco  profetica poesia citata dal Tesio: 

Róndola 

Quand che ij sarai pi nen

s’arcorzeran che j’era.

 

Róndola ’d primavera,

flécia ant ël cel seren,

mi sarai sot na pera,

ti ant na fior sul teren:

ma vëdroma pi nen

ni ‘l mond, ni ij sò velen…

 

Ànima mia, legera

róndola ‘d primavera! 

Ammesso che profetica  volesse essere, Rondola di Olivero, sicuramente tale non è stata. Olivero  nel suo Piemonte ha suscitato nei suoi confronti, più che emulazione e proseliti, sgarbi silenzi ed invidie.

          Proprio a  proposito è la bella poesia che Assion piemontèisa, il giornale del compianto Beppe Burzio, nel numero di ottobre del 1996 offre come accorato ricordo di Luigi Olivero da parte del poeta Giovanni Magnani. Condividendone pienamente il contenuto ed i sentimenti, mi fa piacere porla a conclusione di queste  note, non prima di un commosso pensiero che riservo all’amico Gioanin, purtroppo anche Lui ormai in un mondo che mi auguro, se non migliore, almeno più sereno: (22) 

                                              It  j’ere nen sol… 

                            It j’ere nen sol quand’an sël frèid dla pera

                            Tò cheur a gëmmia pian l’ultim frisson:

                            dobià e an pior ant l’ultima preghiera,

                            j’amis pì s-cet a ciosioné ‘n perdon.

 

                            Përdon për coj omnèt che ‘nt la mnisera

                            dle fausserìe, dl’angann ë dël ghignon,

                            a l’han sercà ‘d sotré Toa vos sincera

                            che an tut ël mond a l’ha otnù ‘l blason. 

                                              

                            Nò. It l’has mai avù n’ombra ‘d boneur,

                              nen n’agiut o ‘l consens për Tò travaj

                               dai borenfi savant ëd nòstr Piemont

 

                                e se cheivira a l’è vnù dur Tò cheur

                                 ant le bataje ‘n sij libèr e ij giornaj,

                                   adess la Glòria at baserà la front.  

                                     Gioanin Magnani                        

Assion piemontèisa 10, 1996

   

Note all’ottavo scenario (Le traduzioni senza indicazione sono dell’autore) 

1) Eugenio Castelli All’insegna della “bagna cauda” Notiziario della Famija Piemontèisa Roma XIX, 4, 1/4/1968. 

bagna cauda intingolo molto in uso nella cucina piemontese utilizzato in amicizia per convivi in allegria. La bagna cauda si prepara facendo cuocere in abbondante olio a fuoco lento spicchi d’aglio in parte schiacciati con una forchetta in parte tagliati a sottili rondelle, aggiungendovi poi acciughe fino a che le stesse si sciolgano (Il tutto richiede pochi minuti di cottura, una decina al massimo). La bagna cauda è portata in tavola caldissima e mantenuta tale su apposito fornello al centro dei commensali; vi si intingono, nel recipiente comune, verdure di stagione crude quali cardi, peperoni, cipollotti, tapinanbour, sedani, finocchi, ravanelli, insalate… e verdure cotte quali cipolle, patate, barbabietole…Le abbondanti libagioni di barbera o freisa sono d’obbligo! 

2) Luigi Olivero Il vangelo della montagna Il Cavour N° 6 1968. Lo stesso articolo compare anche in Cuneo provincia granda N° 2 1956. 

3) Romanzìe 1983 Nota alla traduzione Elegìa para un hilo de hierba pag.166. 

Della citata rivista Nuevos horizontes  diretta dalla poetessa e pittrice Maria Teresa Sanchez e della pubblicazione della poesia di Olivero Elegìa për un fil d’èrba con la traduzione di Maso Piutti, sul numero di settembre anno XXVII 1969, appare notizia su L’Italia che scrive del mese di ottobre del 1969. 

4) Questa nota è stata redatta in data 9 ottobre 2007 alle ore 9 del mattino dopo aver ricevuto una telefonata da Roma. Questo scritto riguarda delle difficoltà che il ricercatore, sia pure animato da buona volontà, incontra nel portare avanti il suo lavoro, non solamente per mancanza di fondi. È una storiella esemplare, per cui merita essere segnalata. In questo caso, contrariamente a quanto si fa solitamente,  questo episodio è da me narrato con nome e cognome dei protagonisti. Ovviamente lascio a loro la responsabilità di quanto accadutomi.

Mese di giugno del 2007. La mia ricerca su Olivero mi conduce ad un volume di poesie di una poetessa marsicana di Cerchio (AQ). Trattasi di Adriana Nobile Civirani, autrice della raccolta di poesie Colloqui con le stelle, pubblicato a Roma, sotto l’egida dello stesso Olivero nel 1971 per la collana Le Asterie di cui allora era direttore editoriale per i tipi della casa editrice L’Alcyone e che contiene, come telefonicamente ho poi potuto appurare, una  prefazione di Luigi Olivero di quattro-cinque pagine.

La ricerca è a lungo infruttuosa. Solo il catalogo nazionale ICCU delle biblioteche italiane mi scova una copia del volume presso la Biblioteca del Pio Istituto Nazareno di Roma. Naturalmente contatto immediatamente l’Istituto e mi viene passato il Bibliotecario, allora il Sig. Caruso. Sembra subito disponibile. Naturalmente mi offro di pagare tutte le spese di fotocopiatura  e di spedizione  per le 4-5 fotocopie. Mi si chiede di inviare via e mail dati e credenziali. Lo faccio puntualmente. Sollecito più volte ma  vengo a capo del nulla. Decido di scavalcare il bibliotecario, Sig. Caruso; chiedo della direzione e mi si passa il Sig. Pasquale Netti con cui ho un lungo colloquio telefonico alla fine di luglio; devo mandare nuovamente tutta la documentazione via e mail. Mi assicura che si faranno ricerche, il Sig. Caruso è allora in ferie, ma o subito o al suo rientro, previsto per i primi di settembre, avrò l’agognata prefazione. Passa agosto, ma anche tutto settembre. In data 8 ottobre invio ulteriore e mail che mi frutta la telefonata di questa mattina da parte del Sig. Pasquale Netti. Le notizie: la biblioteca dell’Istituto Nazareno è stata chiusa, il bibliotecario Sig. Caruso licenziato e nessuno sa come rintracciare l’opera della Civirani. Penso che ogni commento sia superfluo.

La via dell’Istituto Nazareno di Roma non è stata l’unica. Mi sono anche rivolto al Comune di Cerchio. Qui mi è stato segnalato il nome di Luigi Todisco che pubblica pagine di cultura locale via Internet per Terre marsicane. Anche qui grandi assicurazioni, troverà sicuramente il libro, mi manderà la prefazione. Sollecito più volte ma non ho neanche più il piacere di una risposta, sia pure negativa.

Solo di recente ho rintracciato una copia di Colloqui con le stelle acquisita per lascito del poeta e scrittore Mario Stefani cui la copia è stata dedicata dalla poetessa. La biblioteca Querini Stampalia di Venezia, con grande gentilezza e professionalità, mi ha fornito copia della oliveriana prefazione. 

5) Ada Negri Lodi 3 febbraio 1870 – Milano 11 gennaio 1945. Di umili origini, orfana di padre ad un anno dalla nascita,  passa l’infanzia nella portineria di palazzo Cingia-Barni dove la nonna era custode e governante del soprano milanese Giuditta Grisi. Passava il tempo osservando i frequentatori del palazzo, come descriverà nell’autobiografico Stella mattutina del 1910. La madre riesce a farle frequentare la Scuola Normale femminile di Lodi dove otterrà il diploma da insegnante elementare. Insegna dal 1888 alla Motta Visconti di Milano altermando l’attività professionale con quella di giornalista e di poeta. Pubblica le prime poesie nella raccolta Fatalità nel 1982. Acquista fama e le viene attribuita dal Ministero dell’Istruzione il titolo di docente ad honorem  presso l’Istituto Gaetano Agnesi; con la madre si trasferisce nel capoluogo.

A Milano entra nell’ambito socialista dove conosce Turati, Mussolini e Anna Kuliscioff. Nel 1884 vince il Premio Milli per la poesia. La sua lirica di questo periodo si incentra su temi sociali con forti toni di denuncia. Viene definita la poetessa del Quarto stato.

Si sposa e ha due figlie; questo modifica sensibilmente la sua vena poetica che si fa introspettiva ed autobiografica. Si separa nel 1913 e si trasferisce a Zurigo. Torna in Italia all’inizio della Grande Guerra. Nel 1931 fu insignita del Premio Mussolini per la carriera; nel 1940 divenne membro dell’Accademia Italiana. 

Bibliografia 

Fatalità 1892; Tempeste 1895; Maternità 1904; Dal profondo 1910; Esilio 1914; Orazioni 1918; Il libro di Mara 1919; I canti dell’isola 1925; Vespertina 1930, Il dono 1936; Fons amoris 1946 postumo; Le cartoline della nonna 1973 postumo. 

6) Icilio Petrone scrittore, poeta, critico. Collaborò alla rivista l’Universale fondata nel 1923 da Berto Ricci fascista anarchico, con Ottone Rosai, Indro Montanelli, Edgardo Sulis, Luigi Bartolini e tanti altri. Nel 1933 compare su l'Universale, sottoscritto da Ricci, Bilenchi, Pavese, Brocchi, Petrone, Rosai, Sulis, Contri e qualche altro, il Manifesto realista. Gli argomenti sono: lotta al capitalismo, al liberalismo, alla democrazia, al nazionalismo miope, al clericalismo ottuso in nome di un Impero capace di mettere insieme la Monarchia di Dante e gli ideali umanitari di Mazzini.

L’amicizia di Petrone e Marinetti con Olivero, porterà quest’ultimo alla sua grande opera futurista L’aereopoema dl’elica piemontèisa. 

Bibliografia: 

La figlia del Re Sole (novelle) Carabba Lanciano 1929, Rivista L’Universale di Berto Ricci Firenze 1931-1935, Rivista Il Riccio di Emilio Settimelli 1936-1937, L’amore dei giganti Vallecchi Firenze 1937,  Il problema delle aristocrazie e il popolo nel 900 Vallecchi Firenze 1939, Rivista Il primato italiano Buenos Aires 1943, Breve storia della Russia Roma 1944, La Germania nel dramma della sua storia  Cultura Moderna Roma 1947, Un Dio greco e altre poesie Centro Editoriale d’Iniziativa Roma 1959, Gli amori pagani Cardini Roma 1966. 

7) La polemica lingua – dialetto era già presente nella prefazione di Alex Alexis a Ij faunet di Luigi Olivero. Un articolo dallo stesso titolo l’Alexis aveva pubblicato sulla rivista parigina Le diable rouge nel 1945, articolo ripreso da Olivero lo stesso anno,  nei numeri 8-9 della sua rivista Ël tòr. 

Alex Alexis alias Luigi Alessio  (Caramagna Piemonte, Cuneo, 8 maggio 1902  – 15 aprile 1962).

Luigi Alessio, o Alex Alexis, ha scritto moltissimo vivendo sia in Francia che in Italia (Drammi, romanzi, poesie, saggi storici, traduzioni, commedie, corrispondenze giornalistiche, soggetti per film). Fonda nel 1923 a Torino la rivista Teatro dove da spazio ad autori emergenti e quindi due case editrici, Rinascimento a Torino e Les Editeurs Associès a Parigi.

Con quest’ultima casa editrice inaugura un nuovo sistema di diffusione del libro, stampando ad altissima tiratura e vendendo le copie ad un prezzo molto basso, sia pur con un piccolo margine di guadagno, direttamente alle bancarelle parigine. Casa editrice che poi cede per paura di essere troppo assorbito dalla nuova attività e non aver più tempo per la composizione delle sue opere.

Incontra molti momenti di difficoltà sia economica che di salute. Durante la guerra, per sbarcare il lunario, fa il finto corrispondente dal fronte, scrive sceneggiature e biografie.

Al termine delle ostilità, su incarico dell’amico scrittore ed editore Gian Dauli, compila una biografia di Mussolini raffazzonandola da scritti altrui, opera che verrà poi data alle stampe sotto il nome di Gian Dauli.

Ha pubblicato molto anche sotto pseudonimo, il più è rimasto inedito e l’Alessio ha continuato a lavorarvi di cesello quasi fino alla morte che, dopo un lungo periodo trascorso per curarsi  a Latte, presso Ventimiglia,  lo ha raggiunto nella sua Caramagna nel 1962.

Fu il traduttore nel 1933 del Voyage au bout de la nuit, Bagatelle pour un massacre e L’ècole des cadavres di Louis Ferdinand Celine. Vivendo al confine tra due culture, non è citato, neppure di sfuggita, né tra gli indici bibliografici, né nelle storie letterarie anche se meriterebbe, forse, una maggiore considerazione.  (Note biografiche tratte da una lettera di Clemente Fusero del 30 novembre 1966 a Michel David. In Opera Aperta N° 8-9 Roma 1967) 

Bibliografia: 

La casa dei ricordi (dramma) Torino 1925,  L’incendio della foresta (dramma) Milano 1930,  In grigio e in nero (romanzo) Torino 1931,  Amours a Montparnasse (romanzo) Parigi 1936, 1939 Bismark Corbaccio Varese,  Dizionario dell’argot Torino 1939,  Storia del lavoro Corbaccio Varese 1940, Pitagora Corbaccio Varese 1940,  Anime di esiliati (romanzo) Modernissima Milano 1946,  Traduzioni: Louis Ferdinand Celine Voyage au bout de la nuit, Bagatelles pour un massacre, L’école des cadavres. 

8) Luigi Olivero Rondò dle masche. 

9) Vincenzo Buronzo Giudizi su Luigi Olivero Almanacco piemontese Viglongo 1976. 

Vincenzo Buronzo Moncalvo (AT) 13 novembre 1884 – Moncalvo 7 novembre 1976. Scrittore, poeta in piemontese ed italiano, uomo politico. Podestà di Moncalvo 1927-1929, Podestà di Asti 1929-1935. Onorevole del Regno legislature 1924 – 1929 – 1934. Senatore 1943 poi cassato in seguito alla caduta del fascismo. 

Bibliografia 

Canti innocenti (poemetti nati dalla collaborazione con la Domenica dei fanciulli) Paravia 1913; L’ultimo volo del Maresciallo (a commemorazione dell’abbattimento in volo del Maresciallo dell’Aria Italo Balbo) Canella Roma 1940; Sera d’autunno in Monferrato (poesie) Canella Roma 1939; Al me pais (poesie in dialetto monferrino) Edizioni d’arte rassegna Bergamo 1962; L’Apostolico pellegrino (la vicenda umana di San Paolo) 1964. 

10) Mary Guy Danielli  antropologa inglese 1915 - 2003. Lavorò a Cambridge con il Prof. J. H. Hutton. Studiò in Madagascar come Horniman Student del Royal Anthropological Institute. Negli anni '60 ha vissuto con il marito, scienziato, i due figli negli Sati Uniti dove ha lavorato al Center for Theoretical Biology nell'Università dello Stato di New York a Buffalo sulla natura simbolica del rituale. Ha fatto spesso ritorno con la famiglia alla sua casa a Tangnefedd in Dina Cross, West Wales. 

Bibliografia 

Initiation Ceremonial from Norse Literature (Cerimoniale di iniziazione dalla letteratura scandinava) Folklore Vol. 56 N° 6 1945 pagg. 229-245

Folklore: a quaterly Review of Mith, Tradition, Institution and Custom (rivista quadrimestrale di miti, tradizioni, istituzioni e costumi) pubblicata da Folklore Society of London dal 1890.

The Witches of Madagascar (Le streghe del Madagascar) Folklore Vol. 58 N° 1 1947 pagg. 261-276

The State Concept of Imerina, compared with the Theories found in certain Scandinavian and Chinese Texts (Il concetto di stato di Imerina, comparato con le teorie ritrovate in certi testi scandinavi e cinesi) Folklore Vol. 61 N° 4 1950 pagg. 182-202

Imerina: regione delle alte terre (1.200-1.400 mt) al centro del Madagascar nella zona della capitale Antananarivo abitata dalla popolazione prevalentemente agricola dei Merina, indonesiani provenienti dalla Malaysia.

The Quest: a poetic Trialogue Mitre Press London 1970

Tears of Gold (Poesie) Mitre Press London 1972

The Anthropology of the Mandala sua prima monografia complessiva sul Madagascar del 1974

Map of the World costituisce la “summa” delle sue ricerche ed è stato terminato manoscritto nel 1998. Non pubblicato ma disponibile microfilmato presso la Melville J. Herkovits Library of African Studies. 

11) Almanacco piemontese Viglongo 1997 foto con dedica a pag. 241. 

L’Almanacco piemontese Viglongo del 1997 contiene un lungo ricordo di Luigi Olivero e della di lui collaborazione con  l’editore Andrea, la  moglie Giovanna Spagarino e la figlia Franca. Ne riporto alcuni brani:

            Il 28 luglio è mancato Luigi Olivero, poeta di altissima classe, aristocratico, erotico, spinto da forti passioni; l’energia del suo temperamento focoso ha dato forti accentuazioni alla sua naturale vis polemica, e le sue liriche, ispirate da un alto concetto dell’arte, hanno avuto e avranno risonanza europea. Enfant terrible della letteratura piemontese, eterno adolescente dall’esistenza nomade ed avventurosa, ci addolora molto aver saputo che negli ultimi tempi era costretto all’immobilità e sottomesso a gravi problemi di assistenza; ci addolora perché, dopo un’amicizia più che cinquantennale, dopo che per una ventina d’anni ci ha ininterrottamente mandato sue poesie per gli Almanacchi, ecco che, nel 1993, qualcosa si è inceppato, la liaison d’amitié si è sciolta e il «bel sivalié» è partito al gran galoppo sul cavallo d’Orlando. 

L’unico fatto in cui mi sento di dissentire è quel costretto all’immobilità. Durante il mio incontro con Olivero, del 25 maggio del 1996, e cioè di appena due mesi precedente la morte, Olivero, a parte il suo zoppicare che si portava dietro praticamente dall’infanzia, per il resto si muoveva tranquillamente nella sua casa romana. Ricordo che mi era venuto incontro nel piccolo giardino che precedeva la villetta. Concordo invece sui gravi problemi di assistenza. All’epoca il pranzo gli veniva portato a casa su un vassoio  dal cameriere di un bar vicino. La sua mente, lucidissima per quanto riguardava il passato, presentava notevoli cedimenti per il presente. Al mio rientro a Torino avevo informato della situazione il suo carissimo amico Camillo Brero  che mi aveva assicurato avrebbe provveduto ad avvertire parenti e gli amici della Famija piemontèisa di Roma.

Nello stesso almanacco Celestina Costa offre in ricordo, dal suo archivio privato, una poesia data per inedita: Legion d’àngei ëd fiama… che Olivero le aveva dedicato scrivendola nel suo eremo del Montserrat di Borgo San Dalmazzo il 28 giugno del 1954. Peccato solamente che la poesia faccia parte della raccolta Ij faunèt del 1955. 

12) Almanacco piemontese Viglongo 1980 nota a Soa tenebrosa maestà la neuja 

Dopo altri nove anni di vicende di guerra e di pace vagabondando per il mondo, scavando una notte nella mia memoria avevo cercato di rievocare, questi due fratelli siamesi di versi d’avventure. E, nel n. 9-10. A. I, del 22 dicembre 1945, p. 12, della mia rivista El Tòr, ne avevo pubblicata una variante, ahimè, piuttosto approssimativa, con in fondo la data, per i due terzi indovinata, «ottobre 1937». 

Ora che la lezione originale di questo mio dittico mi è tornata tra le mani, venuta fortunosamente a galla dal fondo del mare magnum cun piscitellis  dei miei latitanti versi di gioventù, posso pubblicarla integralmente. 

                                                   Soa tenebrosa maestà la neuja 

                                                             Sa ténébreuse Majésté l’Ennuì!

                                                             MADAME DE STAËL 

                                                                 Ad André Malraux 

                                                        LE  ÉLICHE DËL VIRAMOND

 

MI SON sempre stàit lìber come ‘l vent                                Mi son sempre stàit lìber come ‘l vent

dij mar inmens e dle montagne ardije.                                 dij mar inmens e dle montagne ardije.

Su j’ale bianche dle speranse mie                                         Su j’ale tèise dle speranse mie

l’hai traversà paìs e continent.                                             l’hai traversà paìs e continent.

 

E l’hai vist për le stra passé la gent                                      E l’hai vist ant le strà passé la gent

a file nèire come le furmije                                                   a file nèire come le furmìe

mentre ant l’àut, ò mè cheur, it la rijìe                                 tant che ant l’àut, ò mè cheur, ët la rijìe

pendù ‘nt l’azur come un ciochin d’argent :                         briach d’azur come n’angojavent.

 

ël bate d’un motor l’era ‘l tò bate                                        Ij bate d’un motor j’ero ij tò bate

e n’élica a cardava su ‘nt ël cel                                            e un’élica a cardava an sl’arch-an-cel

la bambasin-a dle malìnconìe.                                             le lan-e fade dle malinconie.

 

Aquile nèire, le mie ideje mate                                              Aquile rosse, le mie idèje mate

a sgrinfavo ij tramont durbend dal cel                                 a sgrinfavo ij tramont durbend dal cel

na cascada dë stèile benedìe.                                               ëd cascada dë stèile benedìe.

  

                                              INVOCASSION A LA LIBERTÀ

 

SOA TENEBROSA Maestà la Neuja                                 Soa tenebrosa Maestà la Neuja

vestija ‘d nebia e coronà ‘d mistere                                   vestìa ‘d nébia e ancoronà ‘d mistere

ades am pòsa an front soe man legere                               adess am pòsa an front soe man legere

e un’ombra fiosca ant ël sërvel më sleuja.                          e un morbin sombr ant ël sërvel më sleuja.

 

Na musica lontan-a ‘d miserere,                                       Na musica lontan-a ‘d miserere.

un rosé d’ore giàune ch’as dësfeuja…                              Un rosé d’ore giàune ch’as dësfeuja.

e ant j’eve fërme dël giardin dla Neuja                             E ant j’eve mòrte dij giardin dla Neuja

a nijo mie speranse përzonere.                                          a nijo mie speranse përzonere.

 

Muraje coatà ‘d mus-c, cancej sarà                                 ‘D bastion ëd brassabòsch, cancej sarà

con la mofa ch’a pend giù da le frà                                  con mofe e sèrp torzuve su le frà,

d’ògni part a circondo la mia vita…                                 ansèrcio ‘l Castel Fósch doa stenz mia vita.

 

Oh, pudèime drissé da costa nita                                      Irt!… Podèj seurte da ‘sta vàuda ‘d nita

ch’a stenz ògni mia gòi, ògni dolor,                                  dont a fongo ambrassà gòj e dolor.

e pudèi mandé al cel un crij d’amor:                                E podèj frandé al cel un crii d’amor:

 

- Oh torna, Libertà, lus ëd Nosgnor!                                 - Oh torna Libertà,

                                                                                         a tëmpré toa spà-cros ant un reu ‘d fior.

                                                                                         Seure ‘d Jeanne d’Arc, lussifera ‘d Nosgnor 

Piuttosto mi sembra che sia risultato un po’ bizzarro e assai vistoso l’abbaglio  in cui sono incorsi i tre – della Legenda trium sociorum? - «curatori» di quel libro postumo, non accorgendosi in alcun modo che pubblicavano, in un volume commemorativo d’un poeta, due suoi lavori non autentici e senza una riga di spiegazione. Due plagi evidentissimi (ancora più evidenti, per esempio, di quelli fatti nel 1913 da Guillaume Apollinaire ai danni di Blaise Cendras, suo predecessore in funambolica originalità poetica) che io, prima d’ora, non avevo mai di proposito pubblicamente rilevato (come ho sempre tralasciato di segnalare le ruberie fatte ai miei danni da diversi poetini subalpini disinvolti ladruncoli per costituzione, della razza di quel tal fu Ventin Pejron che ha scremato ad libitum, non solamente dalla mia modesta produzione facendola segno quantitativamente ad una particolare preferenza, ma anche dalle produzioni di Pinin Pacòt, d’Alfredino, di Mottura, ecc.). Due plagi macroscopici che avrebbe potuto scoprire una statua millenaria appena dissotterrata e con gli occhi di pietra ancora incrostati di muffa: ma che non hanno neanche intravisto quei tre bulli di «curatori» che disgraziatamente non hanno mai neanche sfogliato le collezioni del primo e del secondo (in ordine di tempo) giornali di poesia piemontese usciti subito dopo quest’ultima guerra: Ël Tòr di Roma e Ij Brandé (seconda serie) di Torino. «Curatori» uno dei quali, che ostenta una barba da profeta biblico filodrammatico, l’ha fatta assai più topica degli altri due suoi camerati di «cure». In sede informativa antologica (sede che, dunque, dovrebbe essere rigorosamente obbiettiva), quello li ha avuto la sfrontatezza di gonfiare fino allo scoppio la bolla di sapone d’una – unicamente immaginata da lui – mancanza di qualsivoglia autenticità dell’intera mia opera poetica piemontese… Ohi, ma guardandosi bene da offrirne la minima prova documentaria. E (quella è stata una gaffe clamorosamente autocontraddittoria!) facendo una simile rivelazione critica proprio all’indomani del giorno in cui  lui aveva avvallato e pubblicato, come poesie autentiche di Daverio, un paio di tripatouillages improvvisati per scherzo sulla pelle di mie poesie. Due mie cosucce che, come tutta quanta la mia produzione in linguaggio piemontese, non potranno avere alcun altro merito: ma quello dell’autenticità, si, poffarbacco, l’hanno al cento per cento. E si tratta anche d’una autenticità che è stata riconosciuta, senza la più microscopica riserva o contestazione (qui accusare volunt, probationes habere debent), da tutta la più documentata, tagliente e puntualizzatrice critica letteraria piemontese, italiana e straniera. 

Una piccola notarella personale a proposito di Róndole di Aldo Daverio. Anni or sono ne ho acquistato copia usata su una bancarella. Il libro contiene a pagg. 119-120 una nota bio-bibliografica curata dalla moglie Annette Dozon  Daverio. Dal primo paragrafo di pag. 122 riporto testualmente:

Ragioni di autocritica lo trattennero sino alla sua morte dal pubblicare in raccolta sotto il titolo  «Róndole», le numerose poesie sparse nelle varie riviste e giornali, o non ancora pubblicate,  nonostante la positiva valutazione di P. Pacòt…

L’ignoto possessore del volume (prima del sottoscritto), ha annotato errori e chiosato ogni singola poesia. Ha evidenziato a margine il brano sopra riportato e vi ha aggiunto un vistoso Bravo! 

Aldo Daverio Torino 22 marzo 1906 – 24 luglio 1966. Poeta in piemontese fa parte della Compania dij Brandé con Pinin Pacòt e Renato Bertolotto. È socio del Felibrism provensal  e collabora alla rivista in lingua provenzale Marsyas. Per anni è segretario della Famija Turinèisa e si occupa della pagina letteraria de ‘l caval ‘d brôns. 

Bibliografia 

Róndole (raccolta postuma di sue poesie curata da Gianrenzo Clivio, Amedeo Clivio e Anita Giraudi) A l’ansegna dij Brandé Torino 1971; 

Teilhard de Chardin L’ambiente divino (traduzione di Aldo Daverio). 

13) Giuseppe Goria La prosa piemontese di Luigi Olivero Atti Convegno di studi Luigi Olivero cantore della sua terra, poeta dell’umanità Fondazione Piera, Pietro e Giovanni Ferrero, Alba 2007. 

Goria, nel corso dello studio, nella collazione delle opere di Olivero pubblicate dalla rivista Musicalbrandé, adombra il dubbio, viste le condizioni fisiche dell’Olivero, che la data in calce al dittico Càos sul numero di marzo del 1990 con la poesia “Totentanz”   segnalata composta a Parigi nel 1946 e Le paròle a Roma nel 1990 possa non essere corretta. A questo proposito, per fugare il dubbio dovuto alle condizioni dell’Olivero, basta leggere la poesia, sicuramente del 1990 Cantada del balon mondial Sport poesia piemontèisa di ben 133 versi, dedicata al Campionato Mondiale di Calcio Italia ’90, che dimostra l’intatta capacità di poetare dell’Olivero. Che poi la poesia Le paròle possa essere stata composta in precedenza è tutto un altro discorso.

Nel prosieguo dello studio Goria cita l’adesione di Olivero alla grafia Pacòt-Viglongo, dimenticando   che   lo stesso    Olivero fu chiamato nel    1929 dall’Opera Nazionale Dopolavoro      (O. N. D. ) con Matteo Bartoli, Nino Costa, Alfredo Formica, Ferdinando Neri, Giuseppe Pacotto, Leo Torrero e Andrea Viglongo a uniformare la grafia piemontese, lavoro che, purtroppo svolto in un troppo breve lasso di tempo,  fu poi presentato da Pinin Pacòt come introduzione alla collezione Scritor Dialetaj Piemontèis di Andrea Viglongo e da allora conosciuto come grafia Pacotto-Viglongo. Sono quindi sette coloro che hanno contribuito alla  grafia unificata Pacotto-Viglongo.

Si veda, per bibliografia e maggiori chiarimenti,  la nota 7 nel secondo scenario. 

14) Felicina Viscardi (detta Cinci) nasce a Torino il 30 settembre 1911. Titolare di un negozio di pellicceria a Roma. Pubblicista. Esordisce nel 1931. Poetessa in piemontese. Scrittrice in piemontese ed in italiano (racconti e saggistica) e valente fotografa. Collaboratrice dei periodici L’alfiere, Armanach piemontèis, Gazzetta delle Alpi di Torino; Ël Tòr, Lo specchio, La carovana, Scandalo, Il pubblico, Pubblilotto, La giustizia di Roma; Il resto del carlino di Bologna; Il popolo, Il popolo nuovo, Gazzettino sera, Il nuovo cittadino. Redattrice dei periodici L’aviazione e Il Garibaldi. Nel 1935 e 1936 ha collaborato, quale traduttrice dal francese e dall’inglese alla rivista torinese Le grandi firme. Sue poesie in piemontese si trovano in numerose pubblicazioni tra cui Ël Tòr, Parnas piemontèis, Armanach piemontèis, Cuneo provincia granda. Ha viaggiato lungamente in Francia, Svizzera e Inghilterra. Muore a Roma nella casa di Vicolo del Borghetto 15/A il 23 settembre 1982 alle ore 13.00. * (Vedasi nache la nota 8 al Terzo scenario relativa alle Pelliccerie Viscardi.) 

Rispetto alla notizia fornita nel testo, della comunicazione a mezzo telegramma del ricovero della moglie, un’altra fonte, sempre borgarina, precisa l’episodio. Olivero si reca di sera da un vicino di casa chiedendogli di poter telefonare in quanto il suo apparecchio è guasto. Fatta la telefonata ringrazia e si scusa per il disturbo. Ritorna il giorno seguente ancora con necessità di telefonare in quanto il suo apparecchio non è  stato riparato e gli è giunta la notizia (il telegramma) che sua moglie a Roma sta malissimo. Il giorno stesso parte per la capitale. Qualche giorno dopo a Borgo si viene a sapere che la moglie è mancata. Si dice anche che quella sia stata l’ultima volta (anche se non ho certezze in merito) che Olivero abbia soggiornato a Borgo San Dalmazzo. 

15) Albina Malerba Incontro con Luigi Olivero  ‘I caval ‘d brôns, N° 5 maggio 1983. 

16) Almanacco piemontese Viglongo 1987 Dalla nota a Mamurra e le Muse in Dódes tradussion poétiche an piemontèis dai «Catulli Veronensis Cármina». 

Olivero afferma (sbagliando) che il termine bischero è ligure. Invece è termine prettamente toscano. In Liguria il termine corrispondente è belin con il  suo derivato belinun ad indicare persona stupida. 

17) Nell’ambito di una piccola raccolta di poesie dal titolo Spòrtfantasìe piemontèise pubblicate da Piemontèis ancheuj appariranno prima della Cantada dël balon mondial 1990 (N°90 1990): Boxe (N° 85 1990), Decathlon (Lota) (N° 86 1990) , Pentathlon (Lans dël pèis) (N° 87 1990), Cassa a la volp (N° 88 1990), Automobilism (N° 89 1990), con la Cantada: Ciclism (N° 90 1990), dopo: Alpinism e Canotage (91-92 1990), La copa (N° 93 1990).  La Cantada dël balon mondial 1990 era già apparsa su Ij brandé armanach ëd poesia piemontèisa 1990, stampato sul finire del 1989. A quel periodo pertanto va ascritta questa poesia. Per le altre, in coda all’ultima, La copa, appare: Roma, 1942-1989. 

18) Almanacco piemontese Viglongo 1992. Nota a «Psalmus vitæ» dël Pàrsifal alpin. 

Amalia Guglielminetti Torino 1881 – 1941. Poetessa, commediografa, giornalista, direttrice del quindicinale Le seduzioni, scrittrice. 

Bibliografia 

Emma Bona Torino 1909, L’isonne poesie Treves Milano 1913, I volti dell’amore Treves Milano 1913, Anime allo specchio novelle Milano 1915, Una colpevole atto unico Milano 1917, L’amante ignoto poema tragico Milano 1918, Gli occhi cerchiati d’azzurro romanzo  Milano 1921, Le distrazioni di Mimì Gandolfi Milano 1922, Il ragno incantato fiabe in versi Mondatori Milano 1922,  Tipi bizzarri novelle Mondatori Milano 1931. 

19) Armanach dij Brandé 1992. N’inèdita cantada «granadin-a» d’oltra mes secol fa… 

Come si può leggere, nel suo scritto, Olivero afferma di aver modificato pochissimo, anzi niente, la recuperata ed inedita poesia. Nel Fondo Olivero di Villastellone esiste il dattiloscritto di Encantadora datato V toreada nacional, 1939. Consiste di 64 versi  suddivisi in 10 strofe. Quella pubblicata sull’Armanach Piemontèis  1992 contiene invece ben 139 versi suddivisi in 19 strofe con la data Granada, 1938. Per chi volesse fare il confronto, essendo facilmente rintracciabile la versione dell’Armanach Piemontèis del 1992 di Brero, do qui di seguito la versione originale del Fondo Olivero rispettandone scrupolosamente la grafia e l’accentazione. Se consideriamo esatto il numero delle notti vissute, a quel giorno, da Olivero, undicimiladuecentossessantatre, la poesia dovrebbe essere stata composta nella notte tra  il quattro e il cinque  settembre del 1939, giorno più, giorno meno, differenziandosi dalla data del 1938 segnalata in calce all’edizione del 1992. 

            Encantadora 

Undes mila dosent e sessantatré neuit ëd mia vita.

Ma costa neuit l’é, fra tute, la pi còtia e pi bela:

mai al mond a l’ha avù, nì a l’avrà, na sorela.

 

Mesaneuit profumà

d’erbëtte cresporine,

ëd piantin-e

ëd resedà

e ‘d fior dël portugal.

 

Andalusa ‘d pel brun-a vlutà

con la caviera neira sbardlà

tra le pieghe dël sal

siviglian ricamà

d’aragn a fij d’argent e ‘d brodarie

ch’a slargo ‘d fantasie

ëd reuse d’òr, ëd pèss ross e ‘d cuchije…

Testa brun-a dë Spagna,

la mia man at saluta e mè cheur at compagna.

 

Con le frange dël sal

toa caviera a s’anvlupa,

as dëslupa,

as confond

al respir largh dël mond

ch’at frisson-a sle carn con ël vent scirocàl.

 

Sota la gran luminaria dël cel,

dë d’zora ‘l prà ‘d lusentele dël mar,

ti ‘t bërluse d’anei, ëd sercèt, ëd rubin,

ëd midaje e d’orcin

di rifless pi bizar:

di rifless ch’a së sposo ai lusor dla toa pel,

ò regin-a dël cel.

 

                        °°°°°

Nosgnor,

an paradis tra le fior,

për carëssé la toa pel

a l’ha fàit përzoné l’arcancel

ancheuj.

A l’ha filtralo ant na granda burnìa d’amel

(dl’amel

ch’a l’ha spërmù dal girasol

vermeil dël sol).

 

Peui

a l’ha colà,

pian,

con le soe man,

ël làit

trasparent

dël tramont.

E a l’ha fàit

n’unguent

còti, lusent,

për carëssete la front

dòp ël tramont.

 

Nosgnor,

an paradis tra le fior.

Ancheuj. 

                        °°°°°

E adess i me eui

a bèivo tute le stèile

ch’a luso d’antorn a toe brun-e parpèile:

toe parpèile ch’am filtro la gòi ant ël cheur.

Neuit dë Spagna, d’vitòria, d’anciarm, ëd boneur. 

                        °°°°°

Neuit ùnica mia.

Orient ëd nostalgia.

Poesia

immensa ëd Spagna.

La mia man at saluta e me cheur at compagna. 

V toreada nacional, 1939. 

20) Dalla documentazione del Comune di Roma  per il seppellimento nel cimitero di Villastellone, risulta la data di morte del 31 luglio 1996 ore otto del mattino. Sulla richiesta di trasporto dell’impresa di pompe funebri risulta invece la data del 28 luglio 1996. Le riviste Assion piemontèisa N° 9 1996 e Piemontèis ancheuj N° 164 1996 danno la data del 28 luglio, la stessa data riporta l’Almanacco Viglongo del 1997, La sloira N° 7 1996 genericamente la fine di luglio e così pure Ij Brandè Armanach ëd poesìa piemontèisa del 1997 , Il caval ‘d brons N° 8 1996 cita solo la data del funerale in Villastellone del 2 agosto. L’impresa di pompe funebri ha compiuto il viaggio da Roma a Villastellone il primo di agosto. Risulta,  per motivi burocratici, praticamente impossibile che, se la morte fosse avvenuta il 31 luglio, la salma potesse essere già il giorno dopo a Villastellone. Sembra più probabile pertanto, anche se non certa, la data del 28 luglio. (Questa nota in attesa di conferma da parte del Comune di Roma, che comunque potrebbe essere non esaustiva.) La lapide del cimitero di Villastellone riporta la data del 31 luglio 1996. *

La pignoleria di questo scritto è figlia di quella stessa che, in caso analogo, avrebbe ed ha utilizzato Luigi Olivero. Infatti in morte di Trilussa, che tutti scrivevano (passate interviste a Trilussa confermavano) avvenuta all’età di 77 anni, Olivero con lunghe ricerche, arrivando a consultare il libro dei battezzati della chiesa romana di San Giacomo in Augusta al Corso, dove si legge Salustri Carlo Alberto Camillo Mariano, di Vincenzo e Carlotta Poldi, nato il 26 settembre 1871… fissò la morte a 79 anni, rivelando così il vezzo del poeta di togliersi un paio d’anni. In proposito vedere l’articolo di Luigi Olivero Na faula inèdita ‘d Trilussa Ij Brandè N° 123 1951. 

Rondine 

Quando non sarò più

s’accorgeranno che c’ero.

 

Rondine di primavera,

freccia nel cielo sereno,

io sarò sotto una pietra,

tu in un fiore sul terreno:

ma non vedremo più

né il mondo né i suoi veleni…

 

Anima mia, leggiera

rondine di primavera! 

Traduzione di Clemente Fusero 

21) Giorgio Calcagno Dialetto piemontese: si parla di meno ma si scrive di più in I segni del mio inchiostro Aragno Torino 2005. 

Giorgio Calcagno  Almese (TO) 1929 – Torino 2004. Scrittore e giornalista: Il popolo nuovo, Radiocorriere, La Stampa, Tuttolibri. 

Bibliografia 

Il Vangelo secondo gli altri Rusconi Milano 1969, Il settimo giorno Rusconi Milano 1981, Visita allo zoo Poesie Guanda Milano 1981, Il giuoco del prigioniero Rizzoli Milano 1991, Notizie dal diluvio Milano 1992,  Ë azzurro il paese che amo Cupra Marittima 2005, I segni del mio inchiostro Postumo Aragno Torino 2005. 

22) Giovanni Magnani (Gioanin Magnani), poeta piemontese di Orbassano (1908 – 2003). Sue poesie sono sparse su molte riviste ed almanacchi piemontesi, in particolare sull’Almanacco Viglongo e su Assion Piemontèisa di cui è stato a lungo nel comitato di redazione. 

Bibliografia: 

Faule ‘d jer, conte d’ancheuj B. S. Ivrea 1982; Il banco, poesie operaie Lalli Poggibosnsi 1988; Cheur (Cuore) Traduzione in piemontese dell’opera rivisitata da Giovanni Magnani di Edmondo de Amicis Vento del Piemonte 1994; Mila bele paròle piemontèise Pro Loco Val della Torre S. D. 

Da Assion piemontèisa mi fa piacere riportare il necrologio apparso sul numero 9 del 1996: 

N'àutra fiama

a l'é dëstissasse

 

Ël 28 ëd luij a Roma

a l’é mancà

LUIS OLIVERO

un dij poeta e

scritor pì vajant

ëd nòsta tèra.

Le doe bandiere

dël Piemont e ‘d Turin

ch’a l’han vijà

soe neuit solinghe

as cin-o an omagi

dël grand’òm ch’a

l’ha lassane. 

Assion piemontèisa pubblicherà poi poesie di Olivero ed il suo bel profilo della poetessa Michela Grosso sui numeri 2, 3, 4 del 1997. 

Del ricordo di Olivero da parte dell’Almanacco piemontese  si veda la nota 7 nel presente scenario. 

Di Camillo Brero abbiamo già detto dell’amicizia reciproca più volte. Stesso comportamento ha mantenuto in mortem:  sul suo Piemontèis ancheuj gli ha dedicato ricordi e stampato poesie su numerosi numeri consecutivi. Lo stesso ha fatto con la sua pubblicazione annuale Ij Brandé Armanach ëd Poesia Piemontèisa sia nel fascicolo del 1997 che nei successivi del 1998 e del 1999.

Nell’Armanach del 1998 pubblica come omaggio, definendola inedita, la poesia Ël lagh dël poeta (An mòrt ëd Gabriele d’Annunzio); come già fatto altre volte Camillo Brero è in errore, essendo stata pubblicata già almeno tre volte: su ‘l caval ‘d brôns nel lontano 1959, in Romanzìe nel 1983 e, orrore, proprio dallo stesso Brero sul suo Armanach nel 1984. 

Vediamo come se la sono cavata le altre riviste piemontesi di cui  Olivero è stato grande collaboratore. 

‘l caval ‘d brôns N° 8 1996: 

N’àutr deul për la poesìa piemontèisa con

 la mórt ëd Luis Olivero 

Ël 2 d’agost a l’é stàit sotrà a La Vila (it. Villastellone) un dij poeta an lenga piemontèisa pì avosà dël ‘900; Luis Olivero. Adess, a rese ‘l drapò dla prima generassion dij Brandé a-i è mach pì Galucio (Carlo Gallo) e miraco pòchi d’àutri.

(In un occhiello la poesia Mè faunet) 

La sloira 7 1996 (Seguito di Musicalbrandé) pubblica un breve profilo di Olivero a cura di Dario Pasero e la poesia Tèra paisan-a. Dario Pasero non tralascia l’occasione per riprendere le critiche, già di Gianrenzo Clivio nel lontano 1968, all’opera di Olivero-Viglongo dedicata a Padre Ignazio Isler. Tra le opere poetiche di Olivero segnala inoltre un Reverìe (1953-1959), senza ulteriori dati che amerei proprio sapere dove sia stato rintracciato. 

Studi piemontesi la rivista semestrale della Ca dë Studi Piemontèis, nel secondo fascicolo del novembre 1996, a firma  Giovanni Tesio ed Albina Malerba, ci fornisce un dettagliato giudizio ed un amplio resoconto dell'opera di Olivero. Ne riporto qualche stralcio.

 Con l'estremo congedo di Luigi Olivero si chiude la stagione più autorevole e gloriosa della poesia in piemontese del Novecento: quella almeno che segna  con tratto deciso il passaggio da una «dialettalità» minore e sussidiaria a una «dialettalità» indipendente e forte.

............................... 

            Con Olivero e con Pacòt il Piemonte si allinea al rinnovamento in atto nella migliore poesia dialettale degli anni Venti. Ma è Olivero a imprimere alle dichiarazioni d'intenti dei primi «Armanach Piemontèis» il timbro più forte e più ardito.

..................................

             Olivero non fu mai diplomatico. Come personaggio fu scomodo, come poeta fu impavido. Combatté contro una poesia che troppo si attardava a celebrare le gloriuzze da campanile e le abitudini corrive del sentimentalismo più spampanato. Come personaggio poté dare l'impressione d'essere spesso eccessivamente polemnico, come poeta non fu se non rigoroso. In ogni caso i suoi «eccessi» erano il frutto di un animo prodigale: non ferivano per malizia, ma per generosità. Il suo era un segno d'attenzione. Altri avrebbe lasciato correre, magari per snobismo o per indifferenza, Olivero no. Olivero trattava l'avversario con un radicato e aristocratico senso di lealtà. Le sue risse verbali erano le provocazioni di una personalità tentata dalla dismisura. Anche se poi, come poeta, la sua «dismisura» fu contenuta nell'esattezza di metri e di forme e, nonostante qualche ingenuità di posa, nella ricchezza e varietà di una lingua ricca di fantasia.

            ................................ 

           Con la sua poesia Olivero ha iniettato nel tessuto pigro delle convenzioni poetiche abituali una forza benemerita d'urto e d'azzardo.  

Cuneo provincia granda è stata forse la più benemerita: non ne ha parlato affatto. Solo due anni dopo, grazie all’interessamento dello scrivente, gli ha dedicato un articolo! 

                                                        Non eri solo…

 

                                               Non eri solo quando sul freddo della pietra

                                               il Tuo cuore gemeva piano l’ultimo fremito:

                                                   piegati e in pianto nell’ultima preghiera,

                                              gli amici più schietti a sussurrare un perdono.

 

                                          Perdono per quegli omiciattoli che nella pattumiera

                                                  delle falsità, degli inganni e della rabbia,

                                              han cercato di seppellire la Tua voce sincera

                                                 che in tutto il mondo ha ottenuto onore.

 

                                              No. Non hai mai avuto un’ombra di bontà,

                                                 no aiuto o consenso per la Tua opera

                                                 dai tronfi sapienti del nostro Piemonte

 

                                          e se qualche volta il Tuo cuore è diventato duro

                                                   nelle battaglie sui libri e sui giornali,

                                                      ora la Gloria ti bacerà in fronte.

 

                                                                  Gioanin Magnani

Assion piemontèisa 10, 1996 

In merito alla poesia It j’ere nen sol… di Giovanni Magnani, mi corre l’obbligo di far osservare che le sue ultime due strofe sono una parafrasi, interpolata, delle ultime due strofe della poesia di Luigi Olivero del 1953 A un passarìcc ferì, compresa nella raccolta Ij faunèt.  Qui di seguito le due strofe contrapposte:

 

         It j’ere nen sol…                                         A un passarìc ferì

      (Giovanni Magnani)                                          (Luigi Olivero)

……………………………………                            ………………………………………

Nò. It l’has mai avù n’ombra ‘d boneur,    Nò. Mi l’hai mai avù n’ombra ‘d boneur:

nen n’agiut o ‘l consens për Tò travaj        nen n’agiut, na carëssa, nen na man

dai borenfi savant ëd nòstr Piemont           l’ha dame aleta ò na fërvaja ‘d pan.

 

e se cheivira a l’é vnù dur Tò cheur           Son viv l’istess. Ma a l’é vnu dur, mè cheur,

ant le bataje ‘n sij libèr e ij giornaj,           a l’é vnù sord e grev  come un martel:

adess la Glòria at baserà la front.             ch’a bat ë-a-clin për ti, cit rè dël cel.        

* I dati anagrafici relativi a Luigi Olivero provengono dal Servizio Demografico del Comune di Villastellone. 

 

                   Poesie di Luigi Olivero intervallate tra i vari scenari

 

 

 Primo intermezzo poetico

  

         Legenda dla stèila alpin-a                        Leggenda della stella alpina 

            «Se còla stèila a l’ha guidà ij Re Mage              «Se quella stella ha guidato i Re Magi

a la cabana dël Gesù Bambin,                                  alla capanna di Gesù Bambino,

l’oma mach da seguì ij sò ragg divin                       non abbiamo che da seguire i suoi raggi divini

e troveroma ‘l Cit. Alèrte, an viage!»                       e troveremo il Piccolo. Allerta, in viaggio!»

 

            dontrè guerier d’Eròd son disse anfin.              due o tre guerrieri d’Erode si son detti infine.

E a l’han spronà ij cavaj, sanglan dë strage.           E han spronato i cavalli, anelanti strage.

Ma la stèila filanta sul paisage                                  Ma la stella che correva sul paesaggio

l’ha sentuje e piorà sul sò destin:                               li ha ascoltati e piangeva sul suo destino:

 

            «Nosgnor, se tut mè ragg a l’è na ponta              «Signore, se tutti i miei raggi sono punta

dë spà ‘n sla testa ‘d toa Creaturin-a,                        della spada sul capo della tua Creaturina,

fa che i më sfriza ‘d nans che l’alba a sponta…»      fa che i miei muoiano prima che spunti l’alba..»

                                                                                                                                            

            Në s-ciòp immens. E mila e na stèilin-a,                 Uno scoppio immane. E mille e una stellina,

cascand sui mont, l’han fàit una traponta                  cascando sui monti, han fatto una coperta

‘d fior càndie… A l’era nà la stèila alpin-a.               di fiori candidi… Era nata la stella alpina. 

(‘l caval ‘d brôns Anno XXXIX 1 gennaio 1961)

 

Secondo intermezzo poetico

 

Poesìa sensa paròle                                                    Poesia senza parole 

Na poesìa për ti. Na poesìa                                         Una poesia per te. Una poesia

scrita con ël sangh ross ch’am tenj ant cheur.         scritta con il sangue rosso che tengo in cuore.

Ant j’ore ‘d perla, ch’a deurm tut maleur,                Nelle ore di perla, che calmano ogni male

l’ànima a tas parèj d’una cuchija                              l’anima tace come una conchiglia

përdùa an fond al mar ciair dël boneur:                   spersa in fondo al mare chiaro della felicità:

ël mar di seugn ch’as seugno cheur a cheur.            il mare dei sogni che si sognano cuore a cuore.

 

Vorrìa pudèite fé na poesìa                                         Vorrei poterti comporre una poesia

sensa paròle  uman-e, sensa vos,                                senza parole umane, senza voce,

ma con tuti i rifless pi misterios                                  ma con tutti i riflessi più misteriosi

ch’as visco ant ël profond dl’ànima mia                   che s’accendono nel profondo della mia anima

quand che fisso i tò euj càud, luminos,                      quando fisso i tuoi occhi caldi, luminosi,

color dle gensianele al sol giojos. °                           colore delle genzianelle al sole radioso.

 

Pudèite dì  ch’a j’é una gòi d’amor                          Poterti dire che c’è una gioia d’amore

fàita ‘d silensi pontinà ‘d basin                                 fatta di silenzi punteggiati di baci

parèj d’un cel stèilà sui brich alpin.                          come un cielo stellato sui picchi alpini.

Gòi silensiosa ch’a san mach le fior.                        Gioia silenziosa che conoscono solo i fiori.

Le fior dle gensianele che ‘d matin,                           I fiori delle genzianelle che il mattino,

coma i tò euj as tenso ‘d cel turchin.                         come i tuoi occhi, si colorano di ciel turchino.

 

Pudèite dì, sensa parlé d’amor,                                  Poterti dire, senza parlare d’amore,

le paròle ancantà ch’as dijo tra lor                           le parole incantate che si dicono tra di loro

j’euj ëd le fior!                                                              gli occhi e i fiori! 

° (Tra parentesi radios) 

(Fondo Olivero Villastellone, da Pomin d’amor 1924 - 1929)

 

Terzo intermezzo poetico

 

                   Le ciòche ‘d Roma                                           Le campane di Roma

 

                                               Al poeta Aldo Daverio 

            T’ij sente le vos ëd le ciòche roman-e                       Senti le voci delle campane romane

ch’a prego, ch’a pioro, ch’a rijo,                            che pregano, piangono, ridono,

ch’a taso e a s’arpijo                                                che tacciono e riprendono

pi s-clin-e                                                                   più squillanti

davsin-e                                                                      vicine

pi pian-e                                                                     più smorte

lontan-e?                                                                    lontane?

 

            Ant l’ora                                                                    Nell’ora

‘d mesdì ch’as colora                                                del mezzogiorno che si colora

dël nimb andorà ch’a circonda la testa                   dell’aureola dorata che circonda il capo

‘d j’àngei nossent                                                       degli angeli innocenti

e tuta una festa                                                            e tutta una festa

‘d bianche colombe as na vòla                                  di bianche colombe se ne vola

ant  ël cel macià ‘d viòla                                            nel cielo trapunto di viola

su j’ale dël vent,                                                          sulle ali del vento,

su tute le pòrte                                                             su tutte le porte

a bato nonsiand ël mesdì come ‘d man                     battono annunciando il mezzogiorno come mani

ch’a spòrzo, giunzùe, la reusa dël pan.                     che porgono, giunte, la rosa del pane.

 

            Ant l’ora sèiran-a                                                      Nell’ora della sera

quand che tuta la pian-a                                            quando tutta la piana

immensa dl’immensa sità                                            immensa dell’immensa città

a l’é un mar pontinà                                                    è un mare cosparso

dë stèilin-e                                                                     di stelline

ch’a bruso ant la conca vlutà                                     che rilucono nella conca vellutata

dle tërsent mila cà                                                        delle trecentomila case

sprofondà                                                                      sprofondate

(parej ëd cuchije marin-e)                                           (come conchiglie marine)

ai pé dle sèt bleuve colin-e,                                         ai piedi delle sette  colline blu,

le vos ëd le ciòche a frisson-o                                     le voci delle campane tremolano

a zonzon-o                                                                    ronzano

a bësbijo                                                                       bisbigliano

a s’anlijo                                                                      si legano

come ‘d tòrtole garve an amor                                  come soffici tortore in amore

‘d zora ij bòrd d’una vasca                                       sopra i bordi di una vasca

ant un òrt corm ëd fior.                                              in un orto colmo di fiori.

 

            Ma a la matin,                                                                  Ma al mattino

ant la primalba,                                                         alle prime luci dell’alba,

quand che ‘l sol a l’é un sèrcc ëd rubin                   quando il sole è un cerchio di rubino

ch’a bërlus an sla valba                                            che risplende sulla regione

nen deserta                                                                  non deserta

ma viva e duverta                                                       ma viva ed aperta

ma ciaira e seren-a                                                    ma chiara e serena

(parej d’un gran lagh an pien-a                               (come d’un gran lago in piena

ch’a res na parada                                                     che regge una parata

‘d tërsent mila nav ancorà                                         di trecentomila navi ancorate

con pont, siminiere, erbo, oblò ‘mbandierà)            con ponti, ciminiere, alberi, oblò imbandierati)

dla sità,                                                                         della città,

anlora le vos ëd le ciòche roman-e                            allora le voci delle campane romane

a son càude, a son tante,                                            son calde, son tante,

a son sante.                                                                  son sante.

E ti, cheur, i t’ancante                                                E tu, cuore, t’incanti

a scoteje.                                                                      ad ascoltarle.

E ti, ànima, it piore                                                    E tu, anima, piangi

a tocheje.                                                                     a toccarle.

Përchè ant tut le ore                                                  Perché in tutte le ore

le vos ëd le ciòche roman-e                                       le voci delle campane romane

at carësso ‘d bontà                                                    ti carezzano di bontà

ma, a l’alba, a të stiro an sle rùpie dla front          ma, all’alba, ti stendono sulle rughe della fronte

ël Sign luminos                                                          il Segno luminoso

ëd la Cros                                                                  della Croce

fàit ant l’aria da un vòle                                          composto nell’aria da un volo

ancrosià                                                                     incrociato

d’ parpajòle                                                               di farfalle

argentà                                                                       argentate

ch’a ven-o a portete, bësbiand, ël messagi d’amor  che vengono a portarti, bisbigliando, il messaggio

                                                                                                                                                        d'amore

ëd le reuse d’ Nosgnor:                                             delle rose di Nostro Signore:

ëd le reuse dël cel ch’a fiorisso a milion                  delle rose del cielo che fioriscono a milioni

- dë ‘d la da le pian-e, dal mar e dal mont -             - al di là delle piane, dal mare e dal monte -

ant ij giardin profumà dl’orizont.                             nei giardini profumati dell’orizzonte.

 

            E le vos dle campan-e                                               E le voci delle campane

roman-e                                                                        romane

at visco un miraco ant ël cheur                                  ti accendono un miracolo nel cuore

ch’at dà la speransa, la fiusa, ‘l boneur.                  che ti da la speranza, la fiducia, la felicità.

 

            T’ij sente le vos ëd le ciòche roman-e                       Senti le voci delle campane romane

ch’a prego, ch’a pioro, ch’a rijo,                           che pregano, che piangono,  che ridono,

ch’a taso e a s’arpijo                                                che tacciono e riprendono

pi s-clin-e                                                                    più squillanti

davsin-e                                                                       vicine

pi pian-e                                                                      più smorte

lontan-e?                                                                     lontane?

 

            Scotije, ò fratel piemontèis.                                       Ascoltale, o fratello piemontese.

E prega e canta con mi                                             E prega e canta con me

- con ij doi  brass dëstèis                                           - con le due braccia distese

vèrs l’azur infinì -                                                      verso l’azzurro infinito -

për ch’a riva                                                               perché giunga

a Nosgnor                                                                   a Nostro Signore

la fiama ‘d tò cheur                                                   la fiamma del tuo cuore

ch’a brusa d’amor                                                     che brucia d’amore

për cost paìs ëd boneur                                             per questo paese di felicità

che ti ‘t veule ch’a viva:                                            che tu vuoi che viva:

            che ti ‘t veule ch’a viva                                             che tu vuoi che viva

përchè l’é fieul dla toa fòrza,                                    perché è figlio della tua forza,

përchè l’é miola ed toa scòrza,                                 perché è midollo della tua scorza,

përchè l’é sangh                                                         perchè è sangue

dël tò sangh,                                                               del tuo sangue,

përchè l’é la fior                                                         perchè è il fiore

benedìa                                                                       benedetto

dël tò dolor.                                                                del tuo dolore.

 

            Ò piemontèis,                                                             O piemontese,

crija                                                                           urla

crija                                                                           urla

crija                                                                           urla

fòrt ël tò amor                                                           forte il tuo amore

sle vos matinere dle ciòche d’ Nosgnor.                 sulle voci mattutine delle campane di Nostro Signore.                                                                                                                                  

Pasqua, 1942  

(Roma andalusa 1947)

 

Quarto intermezzo poetico

 

                   «Shéhérazade»                                                 «Shéhérazade»                  

                                               Nicolai Romsky Korsakoff:

                                                           Op. 35, I, Largo e maestoso                                                     

                  Ven. Ven con mi. Ven con mi.                                  Vieni. Vieni con me. Vieni con me.

Ven con mi ant l’infinì!                                              Vieni con me nell’infinito!

                                   La mia vela                                                                La mia vela

                                   sai slarghela,                                                              so spiegarla

                                   sai guidela                                                                  so dirigerla

vèrs ël pòrt ëd l’amor                                                verso il porto dell’amore

ant un’isola an fior!                                                   in un’isola in fiore!

 

Quand ël mar a l’é un paradis dë stèile                    Quando il mare è un paradiso di stelle

ch’a sbërluzo ant le preus dj’onde argentà,              che luccicano nelle prode delle onde argentee,

seugno ‘l vel ch’at sotlìnia j’euj vlutà                        sogno il velo che sottolinea gli occhi vellutati

con ij frisson ch’am d’an le toe parpèile.                   con i brividi che mi danno le tue palpebre.

 

E s-ciàiro toa caviera seulié ‘l mar                             E scorgo i tuoi capelli accarezzare il mare

e ij tò sen, liri corm ëd tò respir,                                  e i tuoi seni, gigli colmi del tuo respiro,

ò Shéhérazade, sospir dij mè sospir,                           o Shéhérazade, sospiro dei miei sospiri,

lun-a reusa ‘d Sindbàd ël marinar.                             luna rosa di Sindbad il marinaio.

                                                      

                  Ven. Ven con mi. Ven con mi.                                  Vieni. Vieni con me. Vieni con me.

Ven con mi ant l’infinì!                                            Vieni con me nell’infinito!                                

La mia vela                                                                La mia vela

                                   sai slarghela,                                                              so spiegarla

                                   sai guidela                                                                  so dirigerla

vèrs ël pòrt ëd l’amor                                                verso il porto dell’amore

ant un’isola an fior!                                                   in un’isola in fiore!

 

      E quand che un vent ëd bùria a m’uca antorn                    E quando un vento di bufera mi ulula intorno

e ‘d dragh, tra ‘d lòzne ‘d sangh, a scumo an sl’eva,  e draghi, tra lampi sanguigni, spuneggiano sull’acqua,

sento toe man ‘d zora a mie man fé leva                       sento le tue mani sopra le mie mani fare leva

sul timon che a fa ‘l sorch ëd mè ritorn.                        sul timone che traccia il solco del mio ritorno.

 

            Tornerai, Shéhérazade, ai tò giardin,                              Tornerai, Shéhérazade, ai tuoi giardini,

a j’arpe dle fontan-e dij tò seugn:                              alle arpe delle fontane dei tuoi sogni:

ij seugn d’amor che ‘t farai vive leugn                       i sogni d’amore che ti faranno vivere lontano

doa onda e azur së sposo ant un basin.                      dove onda e azzurro si sposano in un bacio.

                                                      

                  Ven. Ven con mi. Ven con mi.                                  Vieni. Vieni con me. Vieni con me.

Ven con mi ant l’infinì!                                              Vieni con me nell’infinito!

                                   La mia vela                                                                           La mia vela

                                   sai slarghela,                                                                         so spiegarla

                                   sai guidela                                                                             so dirigerla

vèrs ël pòrt ëd l’amor                                                            verso il porto dell’amore

ant un’isola an fior!                                                               in un’isola in fiore! 

Isfahan (Iran) Pasqua, 1939  

(Musicalbrandè marzo 1983)

 

Quinto intermezzo poetico

 

                   Natal ëd guèra                                          Natale di guerra 

                                                     A Max Jacob 

         Beat ij cit ch’a son nen nà                                         Beati i piccoli che non son mai nati

e coj ch’a nassran mai                                              e quelli che non nasceranno mai

su costa tèra d’òmini sarvaj                                     su questa terra d’uomini selvaggi

ch’a giuro sul vangel dla crudeltà.                          che giurano sul vangelo della crudeltà.

 

            Beati j’euj ch’a son restà                                          Beati gli occhi che sono rimasti

- lontan da tut ësgiaj                                                 - lontano da ogni raccapriccio

dla sempiterna rabia dij mortaj -                              della perpetua rabbia dei mortali -

ant un mond ideal sensa pecà.                                   in un mondo ideale senza peccati.

 

            Beate tute le masnà,                                                  Beati tutti i fanciulli,

j’angelèt celestiaj,                                                      gli angioletti celestiali,

che ‘l batésim dël sangh a l’avran mai:                   che il battesimo del sangue non avranno mai:

përchè a vivo ant ij seugn dj’annamorà                   perché vivono nei sogni degl’innamorati

dont gnun Eròd alman dominerà.                             che nessun Erode tedesco dominerà. 

Paris, Natal 1940 

 (Musicalbrandè dicembre 1980)

 

Sesto intermezzo poetico

 

                   «Venus citerea»                                                    «Venus citerea» 

        Podèime cogé al sol aranda a ti                                    Potermi distendere al sole accanto a te

ant la sàbia ch’as taca a toa pel bionda                   nella sabbia che s’attacca alla tua pelle bionda

e quand che t’àusse una cheusëtta arionda              e che quando alzi una coscetta rotonda

at lassa ‘d sign che gnun peul nen capì.                    ti lascia dei segni che nessuno può capire.

 

      Përchè mach mi sai dësgifré la ronda                             Perché solo io so decifrare la cerchia

dij geroglìf e ‘d j’arabèsch soasì                               dei geroglifici e dei raffinati arabeschi

ch’a s-ciuplisso a la vampa dël mezdì                       che crepitano alla vampata del mezzogiorno

sla toa carn rionda e slissa come n’onda.                 sulla tua carne rotonda e liscia come un’onda.

 

      Un’onda orlà ‘d paròle ‘d sàbia… Òh, glòrie                 Un’onda orlata di parole di sabbia… Oh, glorie

‘d nòstre Mila e una Neuit vische d’amor!                 delle nostre Mille e una notte infocate d’amore!

Sle toe forme, òh, le stèile ‘d mie memòrie!                Sulle tue forme, oh le  stelle delle mie memorie!

 

            La sàbia a scriv an granin d’òr ij pior                      La sabbia scrive in grani d’oro i pianti

dle toe guère e ij basin dle mie vitòrie                      delle tue guerre e i baci delle mie vittorie

an sël tò còrp: nu an tut ël sò splendor.                   sul tuo corpo: nudo in tutto il suo splendore. 

1966  

(‘l caval ‘d brôns agosto 1967)

 

Settimo intermezzo poetico

   

L’Alpin                                                                                L’Alpino 

                        Për ël poeta CALISTO GHIBAUDO

                                Tenent dël 5°, 2°, 4° Alpin.

  

La barba a rùsia la toa fàcia brun-a                             La barba rode il tuo viso scuro

(la barba dura dla toa fòrsa uman-a),                      (la barba dura della tua forza umana),

Crist dël Piemont che ant una neuit lontan-a           Cristo del Piemonte che in una notte lontana

t’ses fate alpin s’na sima bianca ‘d lun-a.                ti sei fatto alpino s’una cima bianca di luna.

 

Vorìo già somiete quand che j’ero ant cun-a,         Volevo già somigliarti quand’ero in una culla,

ò fieul dël vent e dl’àrmila sovran-a,                        o figlio del vento e della sovrana armilla,

përché ‘nt la ròca dla virtù nostran-a                       perché nella fortezza della nostra virtù

it sugnavo scurpì da la fortun-a,                               ti sognavo scolpito dalla fortuna,

 

perché tò cheur a l’era - e a l’é – d’assel:                 perché il tuo cuore era – ed è – d’acciaio:

dl’assel forgià ‘nt ël reu dla nòstra stòria,                d’acciaio forgiato nel cerchio della nostra storia,

temprà da le tempeste dël nòst cel.                              temperato dalle tempeste del nostro cielo.

 

Scarpon, ten sempre viva la toa glòria,                      Scarpone, tieni sempre viva la tua gloria,

ch’a costa lòn ch’a costa, e, an sël capel,                   che costi quello che costi. e, sul cappello,

drissa na piuma ‘d j’ale dla vitòria!                            alza la piuma delle ali della vittoria! 

(Calisto Ghibaudo Noi soma Alpin Bertello Cuneo 1954)

 

                   Neuit messican-a                                               Notte messicana

              Fiesta de las Calaveras                                   Festa delle teste di morto

  

Càssie ‘d mòrt musicant, grande chitare              Casse da morto musicali, grandi chitarre

sotrà ‘nt ij simiteri messican                                   seppellite nei cimiteri messicani

doa ij mòrt a fan s-ciuplì j’òss ëd le man              dove i morti fanno scoppiettare le ossa delle mani

sle rèis dij càctus come su ‘d rosare.                      sulle radici dei cactus come su dei rosari.

 

Fòra, al ciairdlun-a, ‘d fust d’eufòrbie a stan       Fuori, al chiardiluna, fusti d’euforbie stanno

parèj ëd candlé ‘d giada solitare                             come candelabri solitari di giada

tra ij bazalt ëscurpì ‘d Dé milenare                          tra i basalti scolpiti di Dei millenari

seulià da j’onde bionde-e-òr dij gran.                     lisciati dalle onde biondo-oro del grano.

 

Ma, andrinta ai simiteri, ai seurt na testa              Ma, dentro ai cimiteri, esce una testa

su da ògni tomba: e ògni mòrt l’ha un capel         su da ogni tomba, e ogni morto ha un cappello

a neu ‘d serpent bordà ‘d piume d’osel.                  a nodo di serpente bordato di piume d’uccello.

 

Rij, Xochipilli, ‘l cit Dé Aztech an festa,                  Ride, Xochipilli, il piccolo Dio Azteco in festa,

dij mòrt cristian ch’anton-o ‘d làude al Cel.          dei morti cristiani che intonano laudi al Cielo.

E ’d palme a stisso ‘d làcrime d’amel.                     E dalle palme gocciolano lacrime di miele. 

CIUDAD DE MÈXICO, 2 novèmber 1966. 

Musicalbrandè N° 103 settembre 1984. 

 

Ottavo intermezzo poetico

 

         Cantada dël balon mondial                                     Cantata del pallone mondiale

         Spòrt-fantasia piemontèisa                                         Sport-fantasia piemontese

 

                                                                       Il calcio è l’estro

                                                                       che si visualizza

                                                                       Valentin Zeichen 

Vintedoi diav sens’ale, sensa cova                            Ventidue diavoli senz’ali, senza coda

e sensa còrn, ma ‘d feu, ma scarufà,                          e senza corna, ma di fuoco, ma arruffati,

as gieugo a càuss la Lun-a an mez a un prà.            giocano a calcio la Luna in mezzo a un prato.

La Lun-a a cor, a sàuta, arsàuta, a vola                    La Luna corre, salta, risalta, vola

‘d subòch dë ‘d sa e dë ‘d là…                                    sobbalza di qua e di là…

J’ancàpita d’andé fòra dël prà.                                  Le avviene di uscire fuori dal prato.

E San Pé a sùbia ai diav:                                             E San Pietro fischia ai diavoli:

«Déh, tirémla an sa!».                                                  «Deh, tiratemela qua!».

Un ëd lor a l’ambranca con doe man,                         Uno di loro l’afferra con due mani,

la balansa an sla testa.                                                  la bilancia sulla testa.

Ma peuj… a-j la dà pa!                                                 Ma poi… non gliela da mica!

Torna a tiréjla ai diav scarpentà.                                 La tira di nuovo ai diavoli spettinati.

Fin quand la Lun-a                                                        Fino a quando la Luna

së stòfia d’essi sbalotà.                                                   si stufa d’essere sballottata.

Pija la sbruvëtta, ‘d corsa, vardla là!                           Prende lo slancio, di corsa, guardala là!

con na trapëtta                                                                con uno sgambetto

a manda a gambe a l’ària                                              manda a gambe all’aria

un gran diavo ‘d portié,                                                 un grande diavolo di portiere,

con d’ongion da leon                                                     con delle unghie da leone

ch’a jë spòrzo dai guanton,                                           che gli sporgono dai guantoni,

che a vorrìa nen lasséje travërsé                                   che non vorrebbe lascirle oltrepassare

la seuja d’una pòrta sensa l’uss.                                  la soglia d’una porta senza uscio.

Na pòrta                                                                          Una porta

fàita ‘d tré rëmme con le ponte a U                              fatta di tre pali con le punte ad U

ma arvoltà an giù                                                           ma rivolte in giù

e piantà pròpi an fàcia a un’autra pòrta                    e piantate proprio di faccia a un’altra porta

uguala e spalancà                                                         uguale e spalancata

giusta a la sima dla sconda metà                                giusto in fondo alla seconda metà

dël camp: sicché le doe pòrte a së spécio                   del campo: sicchè le due porte si specchiano

l’un-a ant lë specc ëd l’àutra da lontan,                    l’una nello specchio dell’altra da lontano,

da l’un a l’àutr finagi dël terèn.                                 dall’uno all’altro confine del terreno.

 

            Tant che, bombèn,                                                     Tanto che, perbacco,

la Lun-a a passa dë sfrandon e a va                         la Luna passa di slancio e va

drita e sparà                                                                diritta e sparata

a cogesse ant la rèi                                                     a coricarsi nella rete

ëd n’amàca bandà                                                      di un’amaca tesa

an fond a cola pòrta profanà…                                in fondo a quella porta profanata…

 

            Ma ‘l bel a l’é                                                            Ma il bello è

che                                                                                 che

- mach për na Madama Lun-a ch’as cogia -             - solo per una Madama Luna che si corica -

 antorn al camp tut l’Univers së sbogia.                   intorno al campo tutto l’Universo si muove.

Tuta un’immensa sfurigada ‘d gent                          Tutto un immenso mare di gente infuriata

a stravània, a sgiurassa,                                             straparla, ingiuria,

a gëstiss, a brajassa,                                                   gestiscola, si sbraccia,

a uca, a sifla, a canta…                                              urla, fischia, canta…

 

            A l’é na Babilònia deliranta                                      È una Babilonia delirante

d’umanità                                                                  d’umanità

carcagnà, sbërgnacà,                                                scalcagnata, schiacciata,

arsiarsistivà                                                               stipata

ant vàire file satìe                                                     in varie file piene

‘d zora e dë scalinade batìe                                     sopra delle scalinate fatte

a sghijon:                                                                   in discesa:

a la fasson                                                                  alla moda

d’un anfiteatro squadrà                                           di un anfiteatro squadrato

con                                                                              con

le spale e ij fianch voltà                                            le spalle e i fianchi rivolti

a mesaneuit e a mesdì,                                               a mezzanotte e a mezzogiorno,

a levant e a ponent                                                     a levante e a ponente

e con soe lìnie e curve                                                e con le sue linee e curve

concèntriche, a spiral,                                               concentriche, a spirale,

modlà                                                                          modellate

parèj ëd cole dle cuchije dël mar                             come quelle delle conchiglie del mare

harpa ventricosa, mitra papalis,                                  harpa ventricosa, mitra papalis,

tratcheria mirabilis.                                                     tratcheria mirabilis.

Un Coliseum modern, pitòst bisar,                           Un Coliseum moderno, piuttosto bizzarro,

doa ‘l popol a s’ambrassa,                                        dove la gente s’abbraccia,

e, peuj, mincatant, as massa.                                     e poi, ogni tanto, si ammazza.

 

            E mincatant as massa.                                              E ogni tanto s’ammazza.

Giàh!                                                                         Giah!

Parèj d’un moment fa                                              Come un momento fa

che, franch an mes al camp,                                    che, proprio in mezzo al campo,

un diav dësfrandà                                                     un diavolo scatenato

l’ha dàje un càuss an boca                                      ha dato un calcio in bocca

a un superdiav ancor pì dësfrandà.                         a un superdiavolo ancor più scatenato.

Un diavlass tècc ch’a-j crija                                     Un diavolaccio ben tarchiato che urla

a l’àutr:                                                                       all’altro

«Vilan fotàn caghèire!» e tòst a-j rend                     «Tanghero disgustoso cagone!» e subito gli rende

soa bòta magistral                                                      la sua botta da maestro

centrandje un càuss pì sèch e pì violent                    centrandogli un calcio più secco e più violento

- un projèt canon                                                         - un proiettile di cannone

sota ‘l manton -                                                            sotto il mento -

da féje spuvé ij sò trantedoi dent                                da fargli sputare i suoi trentadue denti

an fàuda a la gran dea celestial                                 in grembo alla gran dea celeste

Reusa dej Vent.                                                             Rosa dei Venti.

 

            E ‘l pòpol l’é talment                                                 E il popolo è talmente

content                                                                         contento

da butesse a ‘ntërsì dë stiribàcole                             da gettarsi ad intrecciare capriole        

l’un con le gambe an ària                                          l’uno con le gambe

patària                                                                         levate

e la testa an giù ch’a-j vira                                        e la testa in giù che gira

pròpi come na sòtola                                                  proprio come una trottola

‘d zora la testa plà                                                     sopra la testa pelata

ëd l’àutr.                                                                     dell’altro.

Vërtiginosament.                                                       Vertiginosamente.

Maravijosament.                                                        Meravigliosamente.

 

    Pòpol che un pòch as drissa e un pòch as seta,                Gente che un po’ s’alza e un po’ si siede,

che prima a rusa e peuj fa gaudineta,                       che prima litiga e poi fa festa,

ch’a bèiv, a s’ambriaca e a s’archbuton-a,              che beve, s’ubriaca e s’addossano,

ch’a son-a                                                                     che suona

‘d trombe,                                                                      trombe,

ch’a tira ‘d bombe                                                        che tira bombe

‘d papé,                                                                          di carta,

ch’a së smatëzza,                                                           che fa follie,

ch’a spetëzza                                                                 che scorreggia

ross…                                                                             rosso…

E, maraman,                                                                  E, alle volte,

tuti as dan                                                                      tutti si danno

ëd basin e ‘d patele da dërné.                                      baci e manate da sciancare.

Fin-a che,                                                                       Fino a che,

a fòrsa ‘d rije e a fòrsa ‘d sangiuté,                            a forza di ridere e di singhiozzare,

a l’han gnanca pì ‘l fià për starnué.                           non hanno neanche più il fiato per starnutire.

Tant che San Pé                                                            Tanto che San Pietro

a sùbia a sùbia a sùbia…                                             fischia e fischia e fischia…

Tut për na Lun-a rotolà ‘nt na trùbia.                        Tutto per una Luna rotolata in una rete.

 

            E ‘l mond ëd l’ann milaneuvsentnovanta                 E il mondo dell’anno millenovecentonovanta

a vira e a svanta                                                       gira e volteggia

come ‘nt ij vòrti ‘d pì ‘d milaneuvsent                   come nei vortici di millenovecento

novanta                                                                     novanta

orissi ‘d vent.                                                           venti d’uragano.

Vent ëd folìa ch’a ranca e a fa volé                      Vento di follia che sradica e fa volare

- pì an giù dl’Infern, pì an su dël Paradis -          - più in giù dell’Inferno, più in su del Paradiso -

tute le piume d’àquile e ‘d galòro                          tutte le piume d’aquila e di gallo

che alpin e brassilié                                                 che alpini e bersaglieri

a pòrto an sël capel                                                  portino sul cappello

për fesse rimiré                                                          per farsi ammirare

da Tèra, Mar e Cel!                                                  da Terra, Mare e Cielo!

  

                           ENVOI                                                                      INVIO 

Canson, se ‘t vòle, vòla a salutè                               Canzone, se vuoi, vola a salutare

col buratin che per l’Italia a cor,                             quel burattino che per l’Italia corre,

testa-‘d-balon, stecche ‘d brass, gambe e pè.          testa di pallone, stecche di braccia, gambe e piedi.

Giugador tricolor,                                                      Giocatore tricolore,

nunsia ti al mond che ‘l gran Balon mondial          annuncia tu al mondo che il gran Balon mondial

Turin l’ha sempre avulo, mancomal,                        Torino l’ha sempre avuto, certamente,

ant sò mercà ‘d Borgh Dòira universal.                   nel suo mercato di Borgo Dora universale. 

Roma, 1 gené 1990          (Ij Brandé Armanach ëd poesìa piemontèisa 1990)

 

 

Viallstellone

Villastellone: tomba di Luigi Olivero e della di lui moglie Felicina Viscardi