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  LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

di Giovanni Delfino

delfino.giovanni@virgilio.it

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Rondò dle masche L'Alcyone, Roma, 1971

Ij faunèt Il Delfino, Roma, 1955

Articoli di Giovanni Delfino riguardanti Luigi Olivero pubblicati su giornali e riviste

Roma andalusa

Traduzioni poetiche di Luigi Olivero in piemontese e in italiano

Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

Commenti ad alcune poesie di Luigi Olivero a cura di Domenico Appendino 

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Prima parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Seconda parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Terza parte)

Luigi Olivero Giornalista

Luigi Olivero e Federico Garcia Lorca

Luigi Olivero ed Ezra Pound

Olivero e D'Annunzio

Sergio Maria Gilardino - L'opera poetica di Luigi Armando Olivero 

Poesie di Luigi Olivero dedicate allo sport

Pomin  d'Amor (Prima raccolta inedita di poesie di Olivero)

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Biografia di Luigi Olivero: primo scenario (Gli inizi)

Biografia di Luigi Olivero: secondo scenario (Prima stagione poetica)

Biografia di Luigi Olivero: terzo e quarto scenario  (Verso la tempesta: diluvio universale ~ Viaggi)

Biografia di Luigi Olivero: quinto e sesto scenario (Attività frenetica ~ Roma: maturità d'un artista)

Biografia di Luigi Olivero: settimo ed ottavo scenario (Incontri, polemiche, viaggi, cantonate ~ Ultima stagione ~ Commiato)

Appendici prima, seconda e terza

Appendice quarta ed ottava

Appendice quinta: gli scritti di Luigi Olivero su giornali e riviste

Giudizi espressi in anni recenti su Luigi Olivero

L'officina di Luigi Olivero

Luigi Olivero legge la sua Ël bòch

Documenti e curiosità

Siti integrativi

  

Ël Tòr

Ël Tòr N° 11 1946

 

 Poesie riguardanti Villastellone

ed il Piemonte

  

     Questa pagina è dedicata alle poesie che Luigi Olivero, nel corso della sua vita, ha dedicato, prendendone ispirazione, al suo paese natio, Villastellone. Mi è sembrato giusto farle precedere da una poesia che un suo concittadino, Giacomo Avataneo, gli ha dedicato. La segnalazione di questa poesia la debbo alla gentilissima concittadina di Olivero, Clara Domenino, cui molto debbo nelle ricerche che da anni vado conducendo sulla vita e le opere di Olivero. A Lei la parola per un ritratto di Giacolin.

 

Giacomo Avataneo

Giacomo Avataneo

 

         Giacomo Avataneo, per tutti  “Giacolin”, villastellonese di nascita (1916-1982), fu un personaggio caratteristico e straordinariamente umano che per anni si dedicò alla poesia come canto spontaneo e vero.

          E’ stato cantore della sua terra, delle sue vicende e dei suoi dolori. Si è dedicato a scrivere versi  con la semplicità delle sue parole,  usando la parlata piemontese come un tranquillo conversare, cosicché ogni situazione pare di riviverla.

          Il suo è stato il canto di un uomo che parla agli altri dicendo ciò che sente con il cuore in mano e con amore per le tradizioni, senza eloquenza né cercando con calcolo la rima.

         Dai suoi versi escono  il vero spirito piemontese, l’anima della parlata popolare, la lingua che il tempo sta impolverando, gli ultimi cenni di una tradizione che sta tramontando .

         Si legge un piemontese dolce, espressivo, con sfumature anche strane ma toccanti, che ripropone ricordi e frasi di tempi lontani, sensazioni care ai nostri vecchi. Si pone con gli occhi di un bambino e l’entusiasmo per le cose umili nel ritrarre con malinconico ricordo il suo passato.

         Poesia senza ricercatezze, così espressiva da far rivivere come in una vecchia foto certe visioni, assolutamente  naif.

         Giacolin ebbe come faro e guida i versi di Angelo Brofferio e di Nino Costa;  è unito a loro dalla profonda fede nei valori di libertà dell’uomo.

         Di Giacolin sono state pubblicate due raccolte poetiche: Ij ranabòt e Ij luminin editi dalla Tirrenia Stampatori  di Torino rispettivamente nel  1980 e nel 1981.

         Proprio da Ij ranabòt sono  tratti i versi dedicati al poeta  concittadino Luigi Armando Olivero. 

Clara Domenino

 

Nota. La poesia di Giacomo Avataneo, dedicata a Luigi Olivero, è riprodotta in fac-simile come è stata stampata e licenziata dall'autore. La grafia è quella che lo stesso ha utilizzato nei suoi vari componimenti.

Giacomo Avataneo

AVVERTENZA 

          La scelta delle poesie è stata fatta tra le oltre 500 composte da Luigi Olivero, fino ad oggi rintracciate. Non mi sono limitato, in questa raccolta, alle sole poesie che contengano riferimenti  specifici al Comune di Villastellone o ad elementi sicuramente riconducibili a quel territorio. A far capo dalla poesia Ël pont non ci sono più indicazioni  dirette, ma sembra poter ricondurre il testo e le descrizioni a paesaggi compatibili con quelli della campagna villastellonese.

          La grafia utilizzata è quella stessa che Olivero ha licenziato nei vari periodi della sua vita e ne è, in ogni caso, indicata la fonte in calce ad ogni poesia. Si potranno notare quindi delle differenze, a volte anche notevoli, tra le varie composizioni, a seconda del periodo  cui le stesse datano. Luna – lun-a, canssôn – cansson, rañe – rane ecc.

         Quando non indicato, la traduzione è mia. È stata fatta senza alcuna pretesa poetica, con il solo intento di rendere comprensibile il testo anche a chi non conosce il Piemontese. Gli stessi Piemontesi, qualche volta, potrebbero trovarsi in difficoltà di fronte ai lemmi, spesso ricercati e desueti, che utilizza Olivero nella costante ricerca di vocaboli adattabili alla sua ispirazione, al suo estro e, in particolar modo, alla sua metrica sempre in cerca di nuove forme d’espressione.

         Nelle traduzioni ascritte a Clemente Fusero e Luigi Olivero, ho riportato la grafia da loro stessi utilizzata senza porvi alcuna variante, curando in particolar modo l’esatta corrispondenza dell’accentazione all’originale.

 

Neuit a La Vila                                           

                        CHOPIN. «Nocturne en mi bèmol». 

Canta, côn tut l’argent ëd la tôa góla

candìa – ch’a sa la goi ëd la mia man ;

canta che la canssôn a vola sôla,

côme n’ala ‘d cardlin, lôntan lôntan.

 

E se la neuit a cala e s’as fa sôla

l’ànima ‘nt ël silensi d’ij rian,

canta, che la tôa vôs a la cônssôla

e ‘l cheur – ch’a scôta – a sangiutis pì pian.

 

Dal cel a pendô ij rapôlin dle steile

madure a la vendumia ‘d nostr amôr

e l’ômbra, ‘ntôrn, l’è un frissônè ‘d parpèile…

                                   

L’ultima nota a s-ciod côme ‘na fiôr;

mentre le peñe a deurmô sôt le steile   

e ij seugn côn le sperasse a fan l’amôr! 

Vilastlôn, 1931.

 

Notte a Villastellone 

Canta, con tutto l’argento della tua gola / candida – che conosce la gioia della mia mano; / canta che la canzone vola sola,/  come un’ala di cardellino, lontano, lontano.//

E se la notte scende e si fa solitaria / l’anima nel silenzio dei burroni, / canta, che la tua voce la consola / e il cuore – che ascolta – singhiozza più piano. //

Dal cielo pendono i grappolini di stelle / mature alla vendemmia del nostro amore / e l’ombra, intorno, è un fremito di palpebre… //

L’ultima nota sboccia come un fiore,/  mentre le pene dormono sotto le stelle / e i sogni con le speranze fanno l’amore! 

Armanach piemontèis, 1932 (Grafia de ‘l caval ‘d brôns) 

 

Le tre fôntañe 

Cantarañe d’la neuit, vsiñe lôntañe, 

le rañe a cantô sôta ‘l cel steilà,

e ij grij a vriñô a fé la bela vià

le note scliñe d’le canssón paisañe.

 

Lumin ch’as perdô për le bussônà                                  

(parpeile pcite stôfie ‘d cose vañe);                         

e cel e tèra a fan j’añnamorà,                                               

mentre a ciusiôñô ‘d lôr le tre fôntañe.              

 

- Fôntañe ariônde, tue bôrdà ‘d pere,                         

ch’i v’atarde ‘nt la neuit a ciaramlè                                  

côma tre paisanote cômnarere,                              

 

cheteve, che la luña av veul parlè…                                   

Un bate d’ala, un pass, dôe man legere;                 

‘na steila ch’a rôbata an s’ël sentè.                            

Vilastlôn, 1931 

Le tre fontane 

Raganelle della notte, vicine lontane, / le rane cantano sotto il cielo stellato, / e i grilli friniscono a rendere bella la veglia / le note squillanti delle canzoni paesane. //

Lucciole che si perdono per le siepi / (piccole palpebre stanche di cose vane); / e cielo e terra fanno gli innamorati, / mentre malignano di loro le tre fontane. //

- Fontane rotonde, tutte bordate di pietre, / che v’attardate nella notte a ciarlare / come tre paesanotte chiacchierone //

quietatevi, che la luna vi vuol parlare… / Un batter d’ala, un passo, due mani leggere; / una stella che vaga sul sentiero. 

Armanach piemontèis, 1932 (Grafia de ‘l caval ‘d brôns)

 

Ël sanssué dël Pasch                           

            Larga, da ‘n slë stradon, l’è la dësteisa

dla campagna cha slòira ‘d gnun laoror

da setssent agn l’ha pi nen faje onor.

Babi e moschin respiro l’aria peisa.

 

            Dal Brich a Borgo, an là fina ai neivor,

nen una baucia ‘d gran, na fèrla drita,

ma ‘d tampe piene d’eva e ‘d lësche an fior,

dont la sanssùa a regna an mes dla nita.

 

            D’istà në strop ëd feje a va broté

dontrè fij d’erba nisra dël rivass

e, ‘n pòch pi leugn, un cavalin pia ‘l giass.

 

            Ma ‘l Mento – vej! – tut l’ann l’ha so da fé:

baston e tasca, an giù fina ai polpass,

l’è la gòi dle sanssùe di paciass! 

Armanach piemontèis, 1933                                                                                                                            

Il raccoglitore di sanguisughe del Pasch 

Larga, dallo stradone, è la distesa /  della campagna cui aratro di nessun bracciante / da settecent’anni ha più fatto onore. / Rospi e moscerini respirano l’aria pesante. //

Dal Brich a Borgo, in là fino ai macereti, / non uno stelo di grano, non una fronda diritta, / ma fossati pieni d’acqua e di sale in fiore, ° / in cui la sanguisuga regna in mezzo al fango. //

D’estate un gregge di pecore va a brucare / i pochi fili d’erba nera dei dirupi / e, un po’ più lontano, un cavallino si corica. //

Ma Mento – vecchio – tutto l’anno ha il suo da fare: / bastone e sacca, giù fino ai polpacci, / è la gioia delle sanguisughe dei pantani! 

° lesca, sale : erba palustre usata per impagliare 

Nota al testo. Il Bric, una collinetta d’origine incerta in mezzo alla vastissima piana alla periferia di Villastellone con su un gruppo di cascine (forse costruita ad arte a protezione del paese da possibili straripamenti  del fiume Stellone); Borgo,  la frazione odierna di Borgo Cornalese; per recarvisi, essendo dall’altra parte della strada statale SS 393, si costeggia il Bric e si passa attraverso il Pasch, pascolo ricco di acque stagnanti regno delle sanguisughe dove Mento (Clemente, contadino centenario, morto qualche anno fa, o qualche suo avo) ne faceva la raccolta.

 

Sol d’invern                                                                             

            Dick, bel can luv dal peil giaun bigerà,      

cor via lontan për la campagna speuja,            

spariss dré dle caussagne e ant ël sëmnà                      

së slanssa a boconé l’ariss porcheuja:                   

 

            Caì!… caì!…, le lesne a schersso pa,      

sta geneuria d’invern, col l’è na pleuja!                    

La campagna as dëstend coma na feuja              

e ‘l sol aj pieuv na lus còtia, andorà:                       

                                                                                                                                      

            Cel d’un biadèt leger, nuvole bianche;               

erbo ch’a stendo i branch maire e patì                 

a ciamé la stagion bela di nì…                            

 

            E tra coi branch: tnisend le man an s’j’anche,    

coma na cassinera ant so polé,                                       

la Vila –Vilastlon – ‘s china a vardé.                          

 

Sole d’inverno 

Dick, bel cane lupo dal pelo giallo screziato / corre via lontano per la campagna spoglia, / sparisce dietro gli argini e nel seminato / si slancia ad addentare il riccio porcello: //

Caì!…Caì!…, le lesine non scherzano, / questa marmaglia d’inverno, quello è poco raccomandabile!! La campagna si distende come una foglia / e il sole lascia cadere una luce morbida, / dorata: //

Cielo di un azzurrino leggero, nuvole bianche; / alberi che distendono i rami secchi e patiti / a reclamare la bella stagione dei nidi… //

E tra quei rami: tenendo le mani sulle anche, / come una contadinotta nel suo pollaio, / la Vila – Villastellone – si china a guardare. 

Armanach piemontèis, 1933

 

Mercà dle fior                                                 

A Dino Piccaluga

 

S’l’ànima sombra ‘l sofe d’na malìa

coma ‘l sospir d’na boca an-namorà,

l’han porta-je al poeta an agonia

tante vos già lontane e dësmentià.

 

Vos cantarine ‘d boche parfumà

d’ij soris pì grassios dla poesìa,

con na cadena ‘d reuse anghirlandà

l’han anvlupalo ‘nt una sinfonia…

 

Maupassant, Maupassant!, la toa tortura

l’hai sentùla d’cò mi fasseme ‘l cheur

(e la mia ment l’era bin ciaira e pura!).

 

Na musica, ‘n sospir largh ëd bonheur

l’han sprofondà ‘l batel dla vela scura,

 s’l’onda dël mar a l’han robame ‘l cheur                                                                   

Ventimiglia, Natal 1931 

Mercato dei fiori 

Sull’anima ombrosa il soffio d’una malia / come il sospiro d’una bocca innamorata, / han portato al poeta in agonia / tante voci già lontane e dimenticate. //

Voci canterine di bocche profumate / dei sorrisi più graziosi della poesia, / con una catena di rose inghirlandate / l’hanno avvolto in una sinfonia… //

Maupassant, Maupassant !, la tua tortura / l’ho sentita anch’io fasciarmi il cuore / (e la mia mente era ben chiara e pura!). //

Una musica, un sospiro profondo di felicità / hanno affondato il battello dalla vela scura, / sull’onda del mare  mi hanno  rubato il cuore. 

‘l caval ‘d brôns, 23 gené 1932 (Grafia del giornale)

                       

J’ole ‘d monssù Dino                           

                                 A Pinin Pacòt 

An drinta j’ole tracagnotta e bele,                           

óra veuide e quacià come doe cosse,                              

j’era, un temp, cói salam dle cóne rosse                  

ch’a fan suvè ‘l vinèt ant le vassele.                                   

 

L’han sentù, para a lor, dontrè morfele             

(la manina dacant le boche rosse)                         

confidasse d’amor le prime angosce,                                 

ant ël pèilo, tra i tond e le scudele.                                  

 

Veusto, Pinin, che giù dal cel stèilà                           

tuti ij fidlin dla nostra pena ‘ncreusa                                  

jë sleujo drinta an lacrime ‘d rosà?                          

 

Ma no! ‘Nt le neuit ch’a odoro ‘d fengh tajà                 

l’hai vist-je mi dontrè bochine ‘d reusa,                     

da para j’ole, a combinè ij pecà !                         

 

Gli orci del Signor Dino 

Dentro gli orci tracagnotti e belli, / ora vuoti e accovacciati come due cosce, / c’erano un tempo quei salami dalle cotiche rosse / che fanno asciugare il vinello nelle tinozze. //

L’han sentito, dietro  a loro, alcune ragazze / (la manina accanto alle bocche rosse) / confidarsi dell’amor le prime angosce, / nel camino, tra i piatti e le scodelle. //

Vuoi, Pinin, che giù dal cielo stellato / tutti i fili della nostra pena nascosta / vi  si sciolgono dentro in lacrime di rugiada? //

Ma no! Nelle notti che profumano di fieno tagliato / le ho viste io alcune bocchine di rosa, / dietro agli orci, combinare  peccati! 

‘l caval ‘d brôns 21/5/1932 (Grafia del giornale) 

Nota al testo. Dino Piccaluga, farmacista di Villastellone e mentore di Olivero. Pinin = Pinin Pacòt. Il sonetto fa parte di una serie di 12, 6 composti da Olivero e 6 da Pacòt. Titolo generale Le reuse ant j'ole. Solo tre sonetti sono stati pubblicati da Olivero. La serie completa ha visto la luce recentemente su Piemontèis ancheuj grazie al Prof. Giuseppe Goria che ne ha rintracciato il testo tra le carte del M° Alfredo Nicola (Alfredino). 

 

Ël rodon                                                                        

                                    O my prophetic soul!

                                    Shakespeare: Hamlet.  

Mi ‘t veuj bin, o rusnent e vej rodon

che ‘t vire pase a val dël sàut ëd l’eva

për fé bogé con toa fatiga greva

la pera che a carcagna ‘l gran dl’amson.

 

L’hai scotate a ciovì për d’ure antere,

ghërgoté con la scuma an mes ai dent,

ant le sèire paisan-e sensa vent

quand j’era un cit con tante pen-e amere.

 

L’hai sentite tranfié sota la lun-a

tant che ‘l paìs a l’era an-nià ‘nt la seugn:

e mach ël giap d’un can vnisìa da leugn,

e, da  avzin, ël naniné ‘d na cun-a.

 

Ti ‘t l’has cheujì le lacrime ‘d col cit       

maladiss ëd romantica tristëssa:

t’l’has ciusionaje an sl’andi ‘d na carëssa

ij tò consèj che ant cheur a guèrna scrit.

 

L’hai amprendù da ti ch’a venta unisse

fòrt assamblà a lì assal ëd nòst travaj

e nen fërmesse e nen lassélo, mai,

për gnun-e anvije al mond, për gnun caprisse.

 

Tuti e doi l’oma avù ‘l midem destin:

ti ‘t vire ant l’onda për fé meule ‘l gran,

mi viro ‘l mond për guadagneme ‘l pan.

La vita a l’è la meula ‘d nòstr mulin.

 

E an pòver d’òr l’è andàit nòst seugn pì bel

ëd vëde a calé j’àmgej an sla Tèra:

l’òm a sfranda ant l’asur d’éliche ‘d guèra

ch’a strompo j’ale ai cherubin dël Cel…

 

‘T l’has la saviëssa ‘d Giòb, ti, vej rodon.

E quand të sclame che la Tèra a vira

e pì chila a fa ‘d vir pì l’òm delira,

të scoto con sagrin ma it dagh rason.     

 

Mi l’hai vist tante gent e tante tère,

l’hai travërsà ‘d desert, navigà ‘d mar.

Dësgainà come ‘l sàber d’un corsar,

son mach sempre passè tra slussi ‘d guère.

D’ammassìdi e ‘d ravagi arbeuj la Stòria.

Ma, ancheuj, la Siensa antòssia aria e radis.

Caìn guida j’esèrcit dj’òm nemis.

E dël Crist va përdendse la memòria.

 

Da quand che ‘l fèr dla msòira e dël martel

l’è stàit fondù për j’arme dla conquista,

la rassa uman-a l’è dventà pì trista:

da mila Tor ‘d Babel a mnassa ‘l Cel.

 

E ti ‘t vire, ò rodon, sempre pì meuse

e la ruso a s’angrìngia tra ij tò dent:

fin-a al di che ‘t fërmras e che la gent

l’avrà pì nen ‘d farin-a d’andé a cheuse.

 

Col di, rodon, ch’a ven-a mai al mond.

Ma, se a vnirà, ij tò dent se sgureran

a mastié le sërvele dij tiran.

E ‘t beivras ant un gorgh, ëd sangh, profond…

 

                                    ***

Ò rodon che ‘t l’has vistme a cheuje ‘d more

ant l’alba dla mia vita arlongh al Taj,

spetme seren, ché, un di, ritornerai

a spòrzme da ‘n sla pianca për dëscore.

 

Mej andé mëssonand ëd ragg ëd sol

an sle rive ‘d nòst rì, vërde e fiorìe,

vaitand passé tra j’arbre e le gasìe

na testa bionda come un virassol

 

A l’è motobin mej vive ‘sta vita

pistand gramon e buse ‘d nòst paìs

e fongand ij magon ant ij mojìs

për ch’as lo mangio ij babi an mes dla nita.

 

A l’è assè pì civil un cheur paisan,

corm dle canson dij baticheur dla Tèra,

che  ‘l cheur, përgn ëd velen, dj’òmini ‘d guèra

ch’a sforno ‘d bombe an leu dë sforné ‘d pan..

 

Òh, lass-me un po’ sfoghé, mè vej cambrada,

lassa che strenza ij pugn contra ‘l maleur.

E peuj versme ant le ven-e la dosseur

dla rijada armoniosa ‘d toa cascada.

  

Mè vej rodon che ‘t fas viré ‘l mulin,

arcòrdme. E speme. It tornerai davzin. 

Vila Stlon, 1933

 

La ruota del mulino 

Ti voglio bene, o vecchia ruota arrugginita / che giri pacifica a valle della cascata d’acqua / per far muovere con la tua greve fatica / la macina che schiaccia il grano delle messi. //

Ti ho ascoltato cigolare per delle ore intere, / gorgogliare con la schiuma in mezzo ai denti, / nelle sere paesane senza vento / quando ero un bimbo con tante pene amare. //

Ti ho sentito ansimare sotto la luna / mentre il paese era annegato nel sogno: / e solo il guaito di un cane veniva da lontano: / e, da vicino, la ninna nanna di una culla. //

Tu hai raccolto le lacrime di quel bimbo / malato di romantica tristezza: / gli hai sussurrato sulla mossa d’una carezza / i tuoi consigli che in cuore custodisce scritti. //

Ho appreso da te che bisogna tenersi / fortemente uniti all’asse del nostro lavoro / e non fermarsi e non lasciarlo, mai, / per nessuna brama al mondo,  nessun capriccio. //

Tutti e due abbiamo avuto lo stesso destino: / tu giri nell’onda per far macinare il grano, / io giro il mondo per guadagnarmi il pane. / La vita è la macina del nostro mulino. //

E in nulla è finito il nostro sogno più bello / di vedere gli angeli scendere sulla Terra: / l’uomo scatena nell’azzurro eliche di guerra / che mozzano le ali ai cherubini del Cielo… //

Tu hai la saggezza di Giobbe, tu, vecchia ruota. / E quando tu esclami che la Terra gira / e più quella fa dei giri più l’uomo delira, / ti ascolto con dolore ma ti do ragione. //

Ho visto tante genti e tanti paesi, / ho attraversato deserti, navigato mari. / Sguainato come la sciabola di un corsaro, / son soltanto sempre passato tra lampi di guerre. //

D’omicidi e di devastazioni ribolle la Storia. / Ma, oggi, la Scienza intossica aria e radici. / Caino guida gli eserciti di uomini nemici. / E del Cristo va perdendosi la memoria. //

Da quando il ferro della falce  e del martello / è stato fuso per le armi della conquista, / la razza umana è diventata più triste: / da mille Torri di Babele minaccia il Cielo. //

E tu giri, o ruota, sempre più lenta / e la ruggine s’insinua tra i tuoi denti: / fino al giorno che ti fermerai e che la gente / non avrà più farina d’andare a cuocere. //

Quel giorno, ruota,  non venga mai al mondo. / Ma, se verrà, i tuoi denti si puliranno / a masticare le cervella dei tiranni. / E tu berrai in un gorgo, di sangue, profondo… //

***

O ruota che mi hai visto cogliere more / nell’alba della mia vita lungo il Taj, / attendimi sereno, che, un giorno, ritornerò / a sporgermi dalla palancola per discorrere. //

Meglio andare spigolando raggi di sole / sulle rive dei nostri rii, verdi e fiorite, / spiando passare tra i pioppi e le acacie / una testa bionda come un girasole. //

È molto meglio vivere questa vita / pestando gramigna e sterco del nostro paese / e affondando i dispiaceri nei pantani / perché se li mangino i rospi in mezzo al fango. //

È molto più civile un cuore paesano / ricolmo delle canzoni dei palpiti della Terra, / che il cuore, pregno di veleni, d’ uomini di guerra / che sfornano bombe in luogo di sfornare pane… //

Oh, lasciami un po’ sfogare, mio vecchio compagno, / lascia che stringa i pugni contro la sventura. / E poi versami nelle vene la dolcezza / della risata armoniosa della tua cascata. // 

Mia vecchia ruota che fai girare il mulino, / ricordami. E aspettami. Ti tornerò vicino.    

‘l caval ‘d brôns, XLIV, giugn 1966 (Altro titolo: Cantada dël rodon)  

Nota al testo.  Taj: piccolo rio che scorre nel territorio di Villastellone.

  

Ël demone ‘d mesdì                                                               

Su da le reis angavignà ‘nt la tèra,

su da le vene ‘l desidere arbeuj

e la mia man at tasta prima e at cheuj

parèj dël pom madur ch’a casca ‘n tèra..

 

Boca su boca, sensa vëd-.se ant j’euj          

(ant i cavèj n’odor d’erbassa amèra)

randa a lë Stlon, che ten la cauna a meuj,

                                                                                                                                               

i nòstri nerv son grop ëd serp an guèra.

Bela e sarvaja, ant ël calor d’mesdì,

tuta toa carn a l’è ‘n foré dë spì:

zanzive rosse al sangh ëd la rijada…

 

I bei rimòrs a passo andrinta ‘d mi

coma ‘n vòle  ‘d colomb sota n’arcada.

E un gal a canta për la gran solada.

 

Il demone di mezzogiorno 

Su dalle radici aggrovigliate nella terra, /  su dalle vene il desiderio ribolle / e la mia mano prima ti tasta e poi ti coglie / come la mela matura che casca in terra. //

Bocca su bocca, senza guardarsi negli occhi / (nei capelli un odore d’erbaccia amara) / vicino allo Stellone, che tiene la canapa ad ammollare, / i nostri nervi sono nodi di serpi in guerra. //

Bella e selvaggia, nel calore del mezzogiorno, / tutta la tua carne è un pungere di spighe: / gengive rosse al sangue della risata… //

I bei rimorsi passano dentro di me / come un volo di colombe sotto un’arcata.  / E un gallo canta per il grande caldo. 

Armanach piemontèis 1935 

Nota al testo. Stellone: Fiume che scorre per Villastellone.

 

Tristizia                                                                                   

     I pin an miniatura

sislà ‘nt un cel ëd giassa

scajo ‘d neir la bordura

da Sant’Ana a la piassa.

 

     Parpajòle ferije

- file drite, antërsìe -

ale càndie, fior càndie,

fiòco le litanie.

 

     E ‘l silensi bianch-reusa

(la grand’ala dësteisa!)

cova l’ànima ofeisa

për ch’a s’ciòda la reusa.

 

     Ma i nassrà na baldanza

ògni rupia ‘ndurmìa

ch’a massrà la speransa

euj-ëd-nita da strìa.

 

     Se ‘l cussin a l’è candi,

s’a dindano le pene,

ël savuj ëd le vene

scor adase, a pié l’andi.

 

     …Mi veuj fé na corona

con le giòie pì fine

për cissela dë spine

l’ora freida ch’a sona.

 

Tristezza 

I pini in miniatura / cesellati in un cielo di ghiaccio / scagliano di nero il filare / da Sant’Anna alla piazza. //

Farfalle ferite / - filari diritti, attorcigliati - / ali candide, fiori candidi, / fioccano le litanie. //

E il silenzio bianco-rosa / (la grande ala distesa!) / cova l’anima offesa / perché sbocci la rosa. //

Ma nascerà una baldanza / ogni ruga addormentata / che ucciderà la speranza / occhi di fango da strega. //

Se il cuscino è candido, / se dondolano le pene, / la linfa delle vene / scorre adagio, a prendere l’avvio. //

…Voglio fare una corona / con le pietre più preziose / per trafiggere di spine / l’ora fredda che inganna. 

Armanach piemontèis, 1936

 

Lë strangé                                                                               

L'hai vivù tròp ampess girand ël mond

e adess im sento un ë-strangé 'nt mia tèra.

Mè paìs l'é cangiasse: dòp la guèra

'd gent l'é an sla cresta dl'onda e 'd gent an fond!

 

Chi l'é nà, chi l'é andassne sota-tèra.

Grize le fomne viste an cavèj biond.

Fin-a 'l cel a l'é niss e men profond

d'un temp lontan ch'a smija gnanca vèra.

                                                                                                                                   

 'D cà neuve. ‘D fàce neuve. Un vel sospèis

a spartiss mè passà da cost present

ch'a parla gnanca pì an bon piemontèis...

                                                                                                                                   

M'ancamin-o an s'na strà d'arbre d'argent.

Mama, ambrasso toa tomba a brass dëstèis.

E 'm në vad: chin e fovatà dal vent. 

Vila Stlon (Turin), Pasqua 1961                          

Traduzione di Luigi Olivero

 

Lo straniero 

Son vissuto troppo a lungo girando il mondo / e ora mi sento uno straniero nella mia terra. / Il mio paese è mutato: dopo la guerra / gente è sulla cresta dell’onda e gente in fondo! //

Chi è nato, chi se n’è andato sottoterra. / Grigie le donne viste in capelli biondi. / Perfino il cielo è livido e meno profondo / d’un tempo tanto remoto da sembrare che non sia mai esistito. //

Case nuove. Facce nuove. Un velo sospeso / separa il mio passato da questo presente / che non sa neanche più parlare in buon piemontese… //

Mi avvio su una strada di pioppi d’ argento. / Mamma, abbraccio la tua tomba a braccia tese. / E me ne vado: chino e staffilato dal vento. 

‘l caval ‘d brôns stèmber 1964

  

Vilòta dij galucio paisan                                                             

Galucio d’òr, sul cioché ‘d mon

ross, ant ël cel ëd Vilastlon.

 

Galucio viv, tut giajolà,

ant na cassin-a an mes ai prà.

 

            Galucio-galucin

- doi galucio paisan -

che cante a la matin

ant mè paìs lontan.

 

Canteme drinta ‘l cheur

una canson d’azur

ancheuj che un fià ‘d maleur

            tut ël mond a fà scur.                                                             

                        *

Paìs baròch, quacià ‘nt ij gran,

mi ‘t portrai sempre an palma ‘d man.

 

Dòp avei vist mond e sità,

tornerai, vei, doa ch’i son nà.

 

            Paìs-paisotin

            che ‘t madure ant ël sol

            ij pom gròss ëd j’autin

            ch’a viro an sël picòl.

 

            Pensandte, stamatin,

            mi ‘m sento un paisanòt

            con doi galucio avsin

            ant l’èira ‘d so ciabòt. 

                        *                                                                                          

Ciabotin bianch, ricamà ‘d vis,

 specie ‘nt doi euj ëd fiordalis.

 

Të s-ciaro, an seugn, bërluse an fond

ëd la mia vita ‘d vagabond…    

                        

Ant na gàbia d’argent

doi galucin ardì

ancheuj am pòrta ‘l vent

tra ij portugaj fiorì.

  

                        E mè cheur prepotent       

                        a svanta degordì

                        come na crësta

                        ant l’ora dël mesdì.

 

E a canta drinta ‘d mi:                                      

           

Chicchirichì                                

- Chicchirichìiii!                                                           

 

Casetta dei galletti paesani 

Galletto d’oro, sul campanile di mattone / rosso, nel cielo di Villastellone. //

Galletto vivo, tutto screziato, / in una cascina in mezzo ai prati. //

        Galletti-gallettini / - due galletti paesani - / che cantate alla mattina / nel mio paese lontano. //

        Cantatemi dentro il cuore / una canzone d’azzurro / oggi che un soffio di sventura / tutto il mondo fa scuro. // 

Paese barocco, acquattato tra il grano, / ti porterò sempre in palmo di mano. //

Dopo aver visto mondo e città, / tornerò, vecchio, dove sono nato. //

         Paese, paesottino / che maturi nel sole / le mele grosse dei frutteti / che ruotano sul picciolo. //

         Pensandoti, stamattina, / mi sento un contadinotto / con due galletti vicino / nell’aia della sua casetta. // 

Casetta bianca, ricamata di viti, / specialmente nei due occhi di fiordaliso. //

Ti vedo, in sogno, brillare alla fine / della mia vita di vagabondo… //

        In una gabbia d’argento / due galletti arditi / oggi mi porta il vento / tra gli aranci fioriti. //

        E il mio cuore prepotente / sventola  lesto / come una cresta / nell’ora del mezzogiorno. //

E canta dentro di me: //

         - Chicchirichì //

                  - Chicchirichìiii!

Ij brandé N° 101, 15 novèmber 1950

 

Madrigal dle fije ‘d mè paìs                                         

LE fije ‘d mè paìs son tute bele.

A rijo come j’onde tra doe rive.

L’han i cavèj ch’a odoro ‘d ramulive.

Sò sangh a l’è un vin d’uve moscatele.

 

     Le fije ‘d mè paìs son tute bele.

Magara ij sò dilin san gnanca a scrive

ma, s’at carësso an front, at fan arvive.

E j’euj? Bleu ‘d j’Alp, ël bleu dle gensianele.

 

     Le fije ‘d mè paìs son tute bele.

L’han nen studià la musica e ‘l latin:          

ma ai camp a canto e an cesa a diso ‘l bin.

 

     Mi l’hai mai vist al mond ëd fìe pi bele.

Spose d’Alpin, d’alpin a saran mame.

Se ‘l sol a splend, son lor ch’ai dàn le fiame.  

 

Madrigale per le figlie del mio paese 

     Le ragazze del mio paese son tutte belle. / Ridono come le onde tra due rive. / Hanno i capelli che profumano d’olivo. / Il loro sangue è un vino d’uve moscatelle. //

     Le ragazze del mio paese son tutte belle. / Magari le loro manine non sanno  scrivere / ma, se ti carezzano, ti fan rivivere. / E gli occhi? Blu dell’ Alpi, blu delle genzianelle. //

     Le ragazze del mio paese son tutte belle. / Non hanno studiato né musica né latino: / ma cantano ai campi e in chiesa pregano bene. //

     Non ho mai visto al mondo ragazze più belle. / Spose d’Alpini, di alpini saranno mamme. / Se il sole splende, son loro a dargli fiamme.  

Ij Brandé Armanach ëd poesia piemontèisa 1964 

Premiata a Fossano. 

Nota al testo. Si può notare che la composizione è quasi completamente a monostici. (Singoli versi compiuti) 

 

Ël pont                                                                         

     Ël Pont a l’è un archèt liss ëd violin

chinà ‘n s’ij fij d’argent dl’eva corìa

ch’a slargo ij sèrcc ëd j’onde ‘d n’armonìa

ch’a vària come a vària ‘l temp alpin.

 

     Ij son, folèt dij gorgh, a rijo s-clin,              

sbrìncio ‘l silensi ‘d cit bësbìj d’avìa,              

                                                                                                                       

a s-cionfo ant un chërzent ëd sinfonia,                      

mincadì dle stagion ëd nòst destin.                         

 

     Ël pont, quand a fa bel, l’è un arch-an-cel.

A trambla e arbomba, lord come un brucel,

tra j’argonfi dl’avèrsa e ij crij dël vent…

 

     Ma, ‘l pont, a cun-a an brass tò seugn nossent

se ‘d neuit it guarde ‘l rì sëmnà dë stèile,

ti, con doe feuje ‘d reusa an sle parpèile.                                                                                                                         

1963                                                                           

Traduzione di Luigi Olivero 

 

Il ponte 

     Il Ponte è un archetto liscio di violino / chinato sui fili argentei dell’acqua corrente / che dilatano  i cerchi dell’onde d’un’armonia / la quale vària come vària il tempo alpino. //

    I suoni, folletti dei gorghi, ridono tinnuli, / sprùzzano   il silenzio con impercettibili bisbigli d’ape, / esplodono in un crescendo di sinfonia, / ogni giorno delle stagioni del nostro destino. //

    Il ponte, quand’è bel tempo, è un arcobaleno. / Trema e rimbomba, come un burchiello in preda alle vertigini, / nelle  piene  del nubifragio ululando il vento… //

     Ma, il ponte, culla sulle sue braccia il tuo sogno innocente / se a notte ti affacci a guardare  il rio disseminato di stelle, / tu, con due pètali  di rosa sulle palpebre frullanti.  

Ij Brandè Armanach ëd poesìa piemontèisa 1965

 

La serp                                                                                    

L’HAI vistla da masnà, la serp oslera,

coacià a l’avàit contra le rèis d’na pianta.

Sle rame an fior un bel re cit a canta   

e ‘l cant jë stissa an sl’onda ‘d na bialera.

 

Ma j’è na testa con j’euj verd ch’a svanta

su la cadansa dla canson legera:

e tra j’erbe sarvaje dla bruera 

la bissa a sghija pian randa a la pianta.

 

Tut a l’è pase ant l’ora dël mesdì.

Ma ‘nt ël calor ch’a cësis quasi e a sfiama

un sube tramolant a smia ch’a ciama:

 

e ‘l re cit a cor giù da rama an rama,                          

a sàuta ‘nt ël gramon tut degordì…                               

Peui: doe piume e un po’ ‘d sangh tacà a në spi.                                                                                                                                                      

1930

 

Il serpente 

L’ho vista da fanciullo la serpe uccellatrice, / acquattata all’agguato contro le radici d’una pianta. / Sui rami in fiore un bello scricciolo canta / ed il canto gli gocciola sull’onda di una gora. //

Ma c’è una testa con gli occhi verdi che muove / sulla cadenza della canzone leggera: / e tra le erbe selvatiche della brughiera / la biscia scivola piano vicino alla pianta. //

Tutto è pace nell’ora del mezzogiorno. / Ma nel calore che quasi afferra e riverbera / un sibilo tremolante sembra chiami: //

e lo scricciolo corre giù di ramo in ramo, / salta tutto lesto nella gramigna… / Poi due piume e un po’ di sangue attaccato ad una spiga. 

Ij Brandé N° 74 1949

  

Ij sochét                                                                   

QUALA mai armonïa ‘d tarachëtte

dë Spagna ò qual rolman ëd tambornin

am arcòrdo ij sochèt d’un birichin

con ij ginoj patìcio e le brajëtte?                                                                                                                                 

S’a l’era bel d’invèrn, a la matin,

core e scòla an lustrandse le brochëtte

fazend la sghijaròla, e, an mez dle fiëtte,

sfrandé tirand al vòl tërse e cotin.

 

S’a l’era bel scoté ij sochèt a bate

con ij tich-tach d’un cavalin al tròt

sla giassa dla strà ‘d j’orm frangià ‘d candlòt.

 

E che ‘d tempeste ‘d musichëtte mate

l’han sonà ij mè  sochèt tra le sochëtte

 ‘d na cita con j’euj bleu come ‘d   ciochëtte!                                                                                       

1948

 

Gli zoccoletti 

Quale mai armonia di nàcchere / di Spagna o quale rullio di tamburelli / mi richiamano alla memoria gli zoccoletti di un birichino / con le ginocchia nude sotto  i pantaloncini corti? //

Quant’era bello, nei mattini d’inverno, / correre a scuola lucidandosi i chiodini / facendo la scivolarella, e, in mezzo alle bambine, / irrompere tirando al volo trecce e sottanelle. //

Qunat’era bello udire picchiettar gli zoccoletti / con i tìcchete-tàcchete d’un cavallino al trotto / sul ghiaccio della via degli olmi frastagliata di ghiaccioli. //

E quante grandinate di musichette folli / han ritmato i miei zoccoletti tra le due zoccolette / d’una bimba  dagli occhi grandi e azzurri come convòlvoli! 

Il Cavour N° 1 1968                                                    Traduzione di Luigi Olivero

  

Tèra paisan-a                                                  

Veuj scassé la sivìtola dle pen-e

ch’a l’ha fàit la soa nià drinta mè cheur

e a l’ha ‘nluchìme l’ànima ‘d maleur.

Veuj che mè sangh a scora ant le toe ven-e

 

e che ij mè pols a cheujo tò boneur,

tèra paisan-a! An sle toe pupe pien-e,

s’j’erbe novele an but për le moren-e,

veuj ch’a s’angrìngio le radis d’mè cheur.

 

Ant la mia ment veuj ch’a së specia ‘l cel,

come a së specia ant j’euj d’una masnà,

con tuti ij sèt color ëd l’arch-an-cel.

 

Cogià arvèrs ant un sorch pen-a scarsà,

veuj essi come un dent d’n’èrpe d’assel

ant la tèra ch’a fuma al sol d’istà.  

1928

 

Terra paesana 

Voglio scacciare la civetta delle pene / che ha fatto la sua nidiata dentro il mio cuore / e mi ha allucinato l’anima di disgrazia. / Voglio che il mio sangue scorra nelle tue vene //

e che i miei polsi raccolgano la tua felicità,        / terra paesana! Sulle tue mammelle piene, / sulle erbe novelle in germoglio per le morene, / voglio che s’insinuino le radici del mio cuore. //

Nella mia mente voglio che si specchi il cielo, / come si specchia negli occhi d’un bimbo, / con tutti i sette colori dell’arcobaleno. //

Coricato riverso in un solco appena aperto, / voglio essere come un dente d’un erpice d’acciaio / nella terra che fuma al sole d’estate. 

‘l bochèt: quaderni del Cenacolo di Torino 1954

  

Prim frisson                                                                 

ANDOA ch’it sesto mai, Catarinin,

che ‘t l’has  dësviame ‘l prim frisson ëd veuja

ch’a preuva un gich novel, tra feuja e feuja,   

quand ch’a s-ciòd a la luz ëd la matin?

 

Andoa ch’it sesto mai, Catarinin?

Sèt ani: Doi pipì fòra dla greuja…

Na pieuva ‘d reuse e d’òr cala mineuja

sul bòsch dij mè ricòrd. Sùbia un cardlin.

                                                                                                                                     

Scotlo, s’it vive ancor, Catarinin.

J’ero përdusse, an mez a j’èrbo, a cheuje

‘d mofe për fé ‘l presepio: e ‘l cavagnin

 

lo rezijo ancroziand nòstri dilin…

Na tampa. Un tonf… Doi cheur ant un nì ‘d feuje.

Na stèila e un mè frisson tra ij tò brassin. 

1947 

Traduzione di Luigi Olivero

 

Primo frèmito 

Dove potrai essere mai, Caterinella, / che mi hai suscitato il primo fremito di desiderio / che prova un virgulto novello, tra foglia e foglia, / quando sboccia alla luce del mattino? //

Dove mai sarai tu, Caterinella? / Sette anni. Due pulcini fuori del guscio… / Una pioggia di rose e d’oro scende lentamente / sulla foresta dei miei ricordi. Trilla un cardellino. //

Ascòltalo, se vivi ancora, Caterinella. / Ci eravamo perduti, tra gli alberi, a raccogliere / muffe per allestire il presepio: ed il cestello //

lo reggevamo incrociando i nostri ditini…/  Una fossa. Un tonfo… Due cuori in un nido di foglie. / Una stella e un mio frèmito tra le tue braccine. 

Il Cavour N° 1 1968                                                   

  

El bal dle lusentele                                                          

El senté scur l’è tut fiorì dë stèile

- ël senté creus da mira a mia ciabota -

dë stèilin-e ch’a danso una gavòta

sui fii dl’ombra e ij fij brun dle mie parpèile.

                                                                                                                                               

Oh, l’armonia ‘d cost bal ëd lusentele

ch’a s’ancrósio, a s’anlijo, a së slontan-o

për ritorné ant un vòl ch’a dësdavan-o

an tanti sercc dë scume e d’onde e ‘d vele!

 

A l’è tut n’arabesch ëd pontin verd

sempre cangiant slë sfond dë vlu dla seira:

una scritura d’euj sla ròca neira

na procession d’avemarie ch’as perd…

 

Ch’as perd andrinta un gorgh ëd poesia

con dë sbarbaj d’argent ëd luminaria.

Come ij basin d’amor ch’as pèrdo ant l’aria.           

Come perle ‘d rosà ‘n sla fior passìa

                        dl’anima mia.                                                                

Monserà dël Borgh San Dalmass, 13-7-1955         

Traduzione di Luigi Olivero

 

Il ballo delle lucciole 

Il sentiero buio è tutto fiorito di stelle / - il sentiero profondo adiacente il mio casolare - / di stelline che danzano una gavotta / sui fili d’ombra ed i fili bruni delle mie ciglia. //

Oh, l’armonia di questo ballo di lùcciole / che s’intersecano, s’allàcciano, s’allontànano / per ritornare in un volo che  dispànano / in tanti cerchi di spume e d’onde e di vele! //

È tutto un arabesco di puntolini verdi / sempre cangianti sullo sfondo vellutato della sera: / una scrittura di occhi sulla roccia nera / una processione d’avemarìe che si perde… //

Che si perde in un vòrtice di poesia / con bagliori argèntei di luminaria. / Come i baci d’amore che si pèrdono nell’aria. / Come perle di rugiada sul fiore appassito//

dell’anima mia. 

‘l bochèt: quaderni del Cenacolo di Torino 1955

  

Pan-e ‘d mèlia                                                            

Dë stisse d’òr më sprìcio ant l’angassin

ëd j’euj ch’a me s-ciuplìsso dë sbarbàj

mirand le pan-e ‘d mélia, al cant dij gaj,

ant l’èira dle cassin-e a la matin.

 

Che maravìa ‘d nuanse d’òr mat, giaj,                                                                                 

oranz e reusa, ross e gialdolin,

a fan ij chich dle pan-e antlà davsin,

penduve për le mape tra doi paj.

 

Stenduve an cóbie bin samblà, ‘ntërsije,

 su larghe scale ‘d pèrtie a ghisa ‘d tlé

che al sol a smìo ‘d ciovende ‘d feu: satije.

 

D’cò ‘n sle faciade, fin-a ai colombé…

Ma, tut cost òr, l’è ‘d mélie ò ‘d terse ‘d fije

ch’a scapo ‘d nans al diao dij mè pensé? 

1957

 

Pannocchie di granturco 

Gocce d’oro mi zampillano nel lacrimatoio / degli occhi che mi sfavillano di barbagli / ammirando le pannocchie di granturco, al canto dei galli, / nell’aia delle cascine alla mattina. //

Che meraviglia di sfumature d’oro opaco, giallo, / arancio e rosa, rosso e giallo di Fiandra, / diffondono i chicchi delle pannocchie intelaiati vicino, /  appesi per le infiorescenze tra due pali. //

Stese in coppie ben unite, intrecciate, / su larghe scale di pertiche a guisa di telaio / che al sole assomigliano a siepi di fuoco: pigiate. //

Anche sulle facciate fino ai colombai… / Ma, tutto quest’oro, è di granturco o di trecce di fanciulle /  che scappano davanti al diavolo dei miei pensieri? 

‘l bochèt: quaderni del Cenacolo di Torino 1957   

  

 Èira                                                                                            

Da ‘n sla sima dël brich

tant che ‘l sol a declin-a

s-ciàiro, a val, na cassin-a

con l’èira anlagà ‘d chich

ëd mélia quarantin-a.            °

 

Oh ij rifless d’òr ch’a j’è

ant la lun-a ‘d col’èira

che, tra j’ombre dla sèira,

seugna aranda a un pajé

ch’a smìa ‘l tèit d’un cioché!

 

Qual mai lus ëd mistà   

tramóla al son ë-s-clin

dl’Angelus bricolin!

Cól reu ‘d mélia andorà

l’è un mosàich bizantin.

 

E a më spécia ant la ment

nen figure ‘d missàj

ni ‘d vedrià ‘d catedraj:

ma l’Euj biond-sorident

ëd Nossgnor dël Travaj. 

° mélia quarantin-a: tipo di granturco Zea mais 

1957

 

Aia 

Dalla cima del poggio / mentre il sole tramonta / scorgo, a valle, una cascina / con l’aia inondata di chicchi / di granturco quarantano. //

Oh i riflessi dorati che ci sono / nella luna di quell’aia / che, tra le ombre della sera, / sogna vicino ad un pagliaio / che assomiglia al tetto d’un campanile! //

Quale mai luce di sacralità / tremola al suono squillante / dell’Angelus della collina! / Quel cerchio di granturco indorato / è un mosaico bizantino. //

E mi rispecchia nella mente / non immagini di messali / né di vetrate di cattedrali: / ma l’Occhio biondo-sorridente / di Nostrosignore del Lavoro. 

‘l bochèt: quaderni del  Cenacolo di Torino 1957

  

Murador                                                                      

A l’ombra dle travà bianche ‘d caussin-a

ij murador a deurmo, ant ël mezdì,

con ij brass ancrozià, d’assel brunì,

e la fàcia coatà da na caplin-a.

 

Caplin-a ‘d paja… E na buschëtta ‘d paja

a spòrz a inglèt dal bèch ‘d na rondolin-a

ch’a sèrca già ‘d fé l’ nì su na muraja

ancora bianca e profumà ‘d caussin-a. 

1964

 

Muratori 

All’ombra delle travature bianche di calce / i muratori dormono, nel mezzogiorno, / con le braccia incrociate, d’acciaio brunito, / e la faccia coperta da un cappellino. //

Cappellino di paglia…E un bruscolino di paglia / sporge ad unghia dal becco di una rondinella / che cerca già di fare il nido s’una muraglia / ancora bianca e profumata di calce. 

‘l bochèt: quaderni del Cenacolo di Torino 1964 

 

Obada °                                                                      

TRA i ciuf ëd limonària e ‘d sussambrin

la lòdna sautarëtta a fa la rela  

sle pupe reusa dla Matin novela

ch’as dësvija s’un let ëd margritin.

 

E le ciochëtte ai vèrso an s’ij mimin

le pèrle dla rozà për angiojela

tant che chila a së stira, viva e bela,

‘d nans ai mè euj ch’a seugno ij sò basin.

                                                                                                                                               

- O Matinà cochëtta ‘d primavera,

l’hai fate doi orcin con doi bronclin

dël quatërfoj ch’a l’è nàte davsin.

 

E at jë pòrta mè cheur: un cit cardlin

che, ant ël trabucèt d’òr d’un rissolin,

veul meuire strangolà ‘n sla toa caviera! 

° Obada: mattinata, canto amoroso con accompagnamento musicale con cui si risvegliava al mattino la donna amata. 

1924

 

Mattinata 

Tra i ciuffi di limonaria e di giuggiolo / l’allodola salterina fa la coda / sulle mammelle rosa dell’incipiente Mattina / che si sveglia s’un letto di margheritine. //

E le campanule le versano sui capezzoli / le perle della rugiada per ingioiellarla / tanto che lei si stira, viva e bella, / dinnanzi ai miei occhi che sognano i suoi baci. //

O Mattinata civetta di primavera, / t’ho fatto due orecchini con due germogli / del quadrifoglio che t’è nato vicino. //

E ti porta il mio cuore: un piccolo cardellino / che, nel trabocchetto d’oro d’un ricciolino, / vuol morire strangolato tra i tuoi capelli! 

Musicalbrandé mars 1961

 

Nina-nana dle ròndole fòle                                

Nòte ‘d musichëtte s’un papé rigà

rondolin-e fòle a biàuto su trè fii.

Tërlo e a svanto j’ale con ëd citi crii        

come un gieugh dë scale su n’arpa acordà.

 

Bato le piotin-e e argrìgno ij so trè dii

sui trè fii ch’a luso ‘d rifless argentà.           

J’euj pontù ‘d giajèt a frisson-o sbrincià

dai bicerin ross d’un leànder ch’a rii.

 

Rondolin-e fòle a fan ciambërlocanda

con testin-e e bèch ch’as chin-o da na banda

e peuj da l’àutra banda. E din-din e danda.

 

Din e din e danda, a balo dòp la pieuva      

cantand la nina-nana ‘d ne fàula bleuva     

per chi, dòp la pieuva, as sent n’ànima neuva.   

1956     

Traduzione di Luigi Olivero

                                                               

Ninna-nanna delle rondini folli  

Note di muisichette sul pentagramma di una pagina / rondinelle folli si altalènano su tre fili. / Prillano e frùllan l’ali con esili stridi / come un gioco di scale sopra un’arpa accordata. //

Battono le zampette e sèrrano i tre ditini / sui tre fili che baluginano di riflessi argentei. / Gli occhi aguzzi di giaietto trasaliscono spruzzati / dai bicchierini ròsei d’un oleandro che ride. //

Rondinelle folli fanno la gazzarra / con testine e becchi inclinati da un lato / e poi dall’altro lato. E din-din e dòndola. //

Din e din e dòndola, bàllano mentre spiove / cantando la ninna-nanna d’una favola azzurra / per chi, dopo la pioggia, si sente un’anima nuova. 

‘l caval ‘d brôns magg 1965

  

Egloga mínima                                                 

                   Ille ego qui quondam…

 

BEJ gran, dorà dal sol, che maravìa

‘d na fàula ij conte al vent ëd la colin-a?

La fàula svìcia ‘d na salamandrin-a

ch’a scapava al mè amor ch’a la vorìa.

 

     Trames jë spì, con ba rijada s-clin-a

chila as voltava e l’eui ai bërlusìa:

ma un fil d’gramon, bëschì da soa cavìa,

ai tira na trapëtta birichin-a.

 

     Mi fas un sàut e la mia man la toca…

Quand son sentume vni come un frisson

su për ij ren e ai nerv un tramolon.

 

     L’hai tnula fòrt. Ma, boca contra boca,

pòvri spì d’òr, soma cascave ‘d zora.           

Peuj… ij papàver ross a rijo ancora! 

1927 

Traduzione di Clemente Fusero

 

Egloga minima 

BELLE distese di grano, dorate dal sole, qual meraviglia / di una favola narrate al vento della collina? / La favola briosa di una piccola salamandra / che sfuggiva al fuoco del mio amore che l’anelava. //

     Framezzo alle spighe, con una risatella tìnnula / ella si voltava e gli occhi le scintillavano: / ma un filo di gramigna, sfiorato dalla sua caviglia, / l’accalappia in una tràppola birichina. //

     Io faccio un balzo e la mia mano la tocca… / Quando mi son sentito assalire da un brivido / su per le reni e da un trèmito in tutte le fibre. //

L’ho sostenuta con vigore: Ma, bocca contro bocca, / povere spighe d’oro!, vi siamo crollati sopra. / Poi… i papaveri vermigli ridono ancora! 

Ij faunèt 1955                                                

  

Message                                                                     

TANT che j’era cogià

tra spì ‘d gran e papavèr

na farfala vlutà

l’é volame an s’ij làver.

 

     A l’è andasse e tornà

con na festa ‘d gatìi.

Fior e bàuce andorà

as passavo ‘d bësbìi.

 

     Mi sentìa ij frisson 

- è-lo ‘d mòrt, è-lo ‘d veuja? -

d’una reusa an boton

che, a ‘n sospir, as dësfeuja.

 

     A l’è stait un basin                                                   

d’ale rosse.  Na fiama.                                                        

N’ànima? ‘N rissolin?                                               

O ’n message ‘d mia Mama?                                       

1951 

Traduzione di Clemente Fusero

 

Messaggio 

MENTRE ero coricìcato / fra spighe di grano e papaveri / una farfalla vellutata / mi è volata sulle labbra. //

      Se n’è andata e tornata / con una festa di vellichìi. / Fiori e steli dorati / si scambiavano dei sussurri. //

     Io sentivo i frèmiti / - saranno di morte, saranno di desiderio?- / di una rosa in boccio / che, a un sospiro, si sfoglia. //

     È stato un bacio / d’ali rosse. Una fiamma. / Un’ànima? Un ricciolo? / O un messaggio di mia Mamma? 

Ij faunèt 1955                                                            

  

Le siale                                                              

J’ALE ‘d papé-velin dle siale a svanto

an s’j’arbre ch’a sbalùco al sol d’istà         

e ant ël silensi grev ëd poer dorà,

tut ant un nen, milion ‘d siale a canto.

 

A canto, a canto, mate, dësfrandà

come se i bòsch a fusso tuti an fiame.

A canto con jë s-ciàt sèch ëd le rame

ch’as tòrzo al feu ‘nt na lòta disperà.

 

Peuj a vèrso ij romor ëd le cascade

d’un fium inmens ch’a romp àvio e rampàr

con dë scume bujente e dë slampade.

 

A canto un còro ‘d ronf ràucc ëd corsàr

con ‘d bëdre corme ‘d branda e ‘d chitarade

ant un’ìsola ‘d braza an mez al mar. 

1961 

Traduzione di Luigi Olivero

                                                                          

Le cicale 

Le élitre di cartavelina delle cicale frùllano / sui pioppi che abbàcinano al sole d’estate / e nel silenzio greve di pulvìscolo d’oro, / improvvisamente, milioni di cicale càntano. //

Càntano, càntano, frenetiche, scatenate / come se le foreste fossero tutte in fiamme. / Càntano con i crepitìi secchi delle rame / che si contorcono al fuoco in una lotta disperata. //

Poi fanno dilagare i rumori delle cascate / d’un fiume immenso che rompe àlveo e àrgini / con schiume e spruzzaglie ribollenti. //

Càntano il coro d’ un russare rauco di corsari /   con epe trabboccanti d’acquavite e di sonate di chitarre /   in un’ìsola di bragia in mezzo al mare. 

Musicalbrandé 6 1962

  

Mòrt dël lauror                                                 

È bello doppo il morir vivere anchora.

B: CORIO: Patria potestas (1503).

 

«A L’È bel, dòp ël meuire, vive ancóra».

A dis parèj  n’imprèisa dël Sinchsent.

Un mar ëd gran ch’a sfiama al sol e al vent

a sarà ‘l camp ëd chi ch’a lo lavora.

 

E se ‘l lauror a meuir, a meuir content,

con j’euj pien dl’òr d’j’amson, ant l’ùltima’ora.

S’un deul  ëd ciòche, sò cit mond a piora.

Ma chièl a viv an sël dolor dla gent.

 

Ma chièl arviv ant l’ànima dle fior,

combìn ch’a deurma an fàuda a mare Tèra;

vivo ant jë spì le stisse ëd sò sudor.

 

E la neuit ëd sò còrp l’è nen amèra.                        

Sò fià beuj ant ël pan, canta ant l’amor.                  

Sla mòrt,  soa vita a l’ha vinciù la guèra.                        

1960                                                                            

Traduzione di Luigi Olivero

 

Morte dell’aratore 

«È bello, dopo il morire, vivere ancóra». / Così dice un’impresa del Cinquecento. / Un mare di grano che fiammeggia al sole e al vento / sarà il campo di colui che lo lavora. //

E se l’aratore muore, muore contento, / con gli occhi pieni dell’oro delle messi, nell’ultim’ora. / Sopra un duolo di campane, il suo piccolo mondo piange. / Ma egli sopravvive al dolore della gente.//

Ma egli rivive nell’anima dei fiori, / malgrado (egli) dorma in grembo a madre Terra; / vivono nelle spighe le gocce del suo sudore.

E la notte del suo cuore non (gli) è amara. / Il suo àlito liévita nel pane, canta nell’amore. / Sulla morte, la sua vita ha vinto la battaglia. 

La Martinella VII-VIII 1960

 Ël Tòr

Ël Tòr N° 1 1945 ~ Fregio di Orfeo Tamburi 

Piemont                                                                          

Ò Piemont, ò paìs dij montagnar,

Paìs d’òmini dur e tut d’un tòch,

Ma àut, ma frèm, ma fòrt, com ij tò ròch.

Ma militar!

                    Cesare Balbo

 

PIEMONT! Piemont! I crijo con la fòrsa

ëd tut mè sangh e ‘d tuta la mia vos.

Contra ‘st mond salopard ëd luv rabios

tò nòm lo saro ant cheur come ant na mòrsa.

 

E tò parlé da mas-cc, Piemont glorios,

tò langagi scurì ‘d paròle crùe,

l’è un arc dë stèile e ‘d nì d’aquile drùe

con ale ‘d vent,  euj visch ëd sol radios.

 

Un arch sizlà ‘nt ël diamant bleu ‘d tò cel

ch’a splend, Piemont, sle toe montagne a pich

sui tò biond camp laurà dai pian ai brich.

 

E ‘l pensé ch’a sluzìss ant mè sërvel                      

l’è un ragg dl’arà d’assel che ant le toe  tère                                                                                             

squarsa j’òss dij nemis ëd le toe guère.          

Mont Bianch, 1925                                                       

Traduzione di Luigi Olivero

 

Piemonte 

PIEMONTE! Piemonte! Grido con la forza / di tutto il mio sangue e di tutta la mia voce. / Contro questo sozzo mondo di lupi inferociti / il tuo nome lo serro in cuore come in una morsa. //

E il tuo parlar virile, Piemonte glorioso, / il tuo linguaggio scolpito di parole aspre, / è un arco di stelle e un nido d’aquile intrèpide / con ali di vento e pupille corrusche di sole radioso. //

Un arco inciso nel diamante glauco del tuo cielo / che rifulge, Piemonte, sulle tue Alpi sovrastanti a picco / i tuoi biondi campi lavorati dai piani ai colli. //

E il pensiero che sfòlgora nel mio cervello / è un raggio dell’aratro d’acciaio che, nelle tue Terre, / frantuma le ossa dei nemici delle tue guerre. 

Ël Tòr N° 1 14 lugn 1945

  

A un passarìcc ferì                                                  

DAL cel vèrd ëd la tòpia a l’è tombà 

pròpe ‘d nans ai mè pé, ne sfurniolòt.

                                                                                                                       

L’ha pro sërcà d’arpiesse. Ma, ‘nt ël bòt,

l’era stait con na piòta mangagnà.

 

     Ant la cun-a ‘d mie man, pòr passaròt,

l’hai cheujìlo e scaudalo con mè fià.

Peuj l’hai ciadlaje sò piotin strompà

con un po’ ‘d fil e un rissolin dë scòt.

 

     L’hai sofiaje an s’eujìn. E, apress, l’hai daje

dontrè frise meujà ‘d molèja ‘d pan

che, an tramoland, l’ha picotame an man.

 

     L’hai aossàlo an s’un dil: doe cite tnaje

a së strenzijo a la mia pel… «Corage!».

L’ha sbatù j’ale. E, frrr! l’ha arpià so viage.                                                                                                                         

                              *  

     Vòla ant l’ària celesta, pòr oslin,

tente al sol ch’a l’ha tanti cordin biond

Son content d’essi stait, an tò cit mond,

una sémpia carëssa dël destin.

 

     Sinch dii a pòcio at mando un mè basin.

Masnà, ‘d cò mi son tombà moribond

con na gambëtta rota… Vagabond,

scassà, son rabastame oltre ij confin.

 

     Nò. Mi l’hai mai avù n’ombra ‘d boneur:

nen n’agiut, na carëssa, nen na man

l’ha dame aleta ò na fërvaja’d pan.

                                                                                   

     Son viv l’istess: Ma a l’è vnu dur, mè cheur,

a l’è vnu sord e grev come un martel:

ch’a bat ë-s-clin për ti, cit rè dël cel. 

1953                                                                                    

Traduzione di Clemente Fusero

 

A un passeretto ferito  

Dall’incielato verde della pergola è caduto, / proprio dinnanzi ai miei piedi, un passerotto sfrugolino. / Egli ha tentato, si, di risollevarsi. Ma, nell’urto, / era rimasto con una zampetta storpiata. //

     Nella culla delle mie mani, povero esserino, / l’ho accolto e rianimato con il mio àlito. / Poi gli ho accomodato la zampetta fratturata / con un tratto di filo e un ricciolo di fuscello. //

     Gli ho soffiato delicatamente sugli occhietti e quindi gli ho offerto / due o tre brìciole di mollìca di pan bagnato / ch’egli, tremando, ha beccato sulla mia mano. //

     L’ho solletavato orizzontalmente su un dito: due esili tenaglie / aderivano tenaci alla mia pelle…«Coraggio!». / Egli ha sbattuto le alucce. E, frrr! Ha ripreso il suo viaggio. // 

     Vola nell’aria celeste, povero uccellino, / aggrappati al sole che ti porge tante cordicelle bionde. / Sono lieto di essere stato, nel tuo piccolo mondo, / una semplice carezza del destino. //

     Cinque dita riunite a nèspolo ti màndano un mio bacio. / Nell’infanzia, anch’io sono caduto moribondo / con una gambetta rotta… Vagabondo, / scacciato, mi sono trascinato oltre i confini. //

     No. Io non ho mai avuto una parvenza di felicità: / non un’aiuto, non una carezza, non una mano / che mi abbia offerto un avvìo o una briciola di pane. //

     Sono vivo ugualmente. Ma è divenuto duro, il mio cuore, / è diventato sordo e greve come un martello: / che, tuttavia, batte con tintinnìi argentini per te, o minuscolo re del cielo. 

Ij faunèt 1955                                                            

 

ELENCO DELLE POESIE

 

Neuit a La Vila

Le tre fôntañe  

Ël sanssué dël Pasch

Sol d’invern

Mercà dle fior 

J’ole ‘d monssù Dino

Ël rodon

Ël demone ‘d mesdì

Tristizia

Lë strangé

Vilòta dij galucio paisan

Madrigal dle fije ‘d mè paìs

Ël pont

La serp

Ij sochét

Tèra paisan-a

Prim frisson

El bal dle lusentele

Pan-e ‘d mèlia 

Èira

Murador

Obada

Nina-nana dle ròndole fòle

Egloga minima

Message

Le siale

Mòrt dël lauror

Piemont

A un passarìcc ferì

 Fotografia

Luigi Olivero (secondo da sx) lungo la riva dello Stellone

nel suo paese natale