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 LUIGI ARMANDO OLIVERO

2 novembre 1909 ~ 31 luglio 1996

di Giovanni Delfino

 delfino.giovanni@virgilio.it

      Luigi Olivero

 Luigi Olivero ritratto a carboncino al Pincio di Roma il 6 marzo del 1944

(Collezione Silvio Bonino - Margarita - CN)

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Rondò dle masche L'Alcyone, Roma, 1971 

Ij faunèt Il Delfino, Roma, 1955 

Articoli di Giovanni Delfino riguardanti Luigi Olivero pubblicati su giornali e riviste

Roma andalusa

Traduzioni poetiche di Luigi Olivero in piemontese e in italiano

Genesi del poemetto Le reuse ant j'ole: sei sonetti di Pacòt e sei di Olivero

Commenti ad alcune poesie di Luigi Olivero a cura di Domenico Appendino 

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Prima parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Seconda parte)

Le poesie di Luigi Armando Olivero (Terza parte)

Luigi Olivero Giornalista

Luigi Olivero e Federico Garcia Lorca

Luigi Olivero ed Ezra Pound

Olivero e D'Annunzio

Sergio Maria Gilardino - L'opera poetica di Luigi Armando Olivero 

Poesie di Luigi Olivero dedicate allo sport

Pomin  d'Amor (Prima raccolta inedita di poesie di Olivero)

Polemiche

Poesie dedicate al Natale  e ad altre ricorrenze (Pasqua, Carnevale...)

Bio-bibliografia

Aeropoema dl'élica piemontèisa

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Biografia di Luigi Olivero: primo scenario (Gli inizi)

Biografia di Luigi Olivero: secondo scenario (Prima stagione poetica)

Biografia di Luigi Olivero: terzo e quarto scenario  (Verso la tempesta: diluvio universale ~ Viaggi)

Biografia di Luigi Olivero: quinto e sesto scenario (Attività frenetica ~ Roma: maturità d'un artista)

Biografia di Luigi Olivero: settimo ed ottavo scenario (Incontri, polemiche, viaggi, cantonate ~ Ultima stagione ~ Commiato)

Appendici prima, seconda e terza

Appendice quarta ed ottava

Appendice quinta: gli scritti di Luigi Olivero su giornali e riviste

Giudizi espressi in anni recenti su Luigi Olivero

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Luigi Olivero legge la sua Ël bòch

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Articoli su Olivero pubblicati da Giovanni Delfino su giornali e riviste

Rivista Marittimepubblicata a Borgo San Dalmazzo CN

N° 34 aprile 2009 pagg. 36 ~ 42

 Luigi Armando Olivero poeta

al Montserrat di Borgo San Dalmazzo

 Luigi Armando Olivero

           Luigi Armando Olivero nasce a Villastellone, grosso borgo agricolo nei pressi di Torino, il 9 novembre del 1909. Inizia giovanissimo a scrivere poesie in piemontese, le sue prime risalgono alla metà degli anni ’20. Agli inizi degli anni ’30 intraprende la carriera giornalistica che lo porterà a viaggiare per gran parte del mondo e che proseguirà per tutta la sua lunga vita. È dapprima in Africa: Algeria, Tunisia, Marocco, Sahara da dove invia reportage e pezzi di colore che appaiono su Stampa e Stampa Sera. A metà degli anni ’30 è in Turchia dove intervista Ataturk che sta portando la sua nazione alla modernità Il viaggio permetterà a Olivero di scrivere il saggio Turchia senza Harem del 1945, ancora oggi di grande interesse per la storia, gli usi e costumi di quella nazione. È a lungo negli Stati Uniti dal cui soggiorno deriveranno il saggio Babilonia stellata – La gioventù americana d’oggi del 1941, non sempre amichevole reportage sull’America del tempo e Adamo ed Eva in America alla vigilia del diluvio universale, saggio romanzato di vita femminile americana del 1946.

         Già all’inizio degli anni ’30 aderisce e diventa uno dei principali componenti della Compania de ij Brandè fondata da Pinin Pacòt con Mottura, Nicola, Albano, e tanti altri.

         Compone più di 1000 poesie, parte delle quali troviamo nei volumi Roma Andalusa 1947, Ij faunèt 1955, Rondò dle masche 1971 e Romanzìe 1983.

Da molti è considerato il più grande tra i poeti contemporanei in piemontese.

 Luigi Armando Olivero al Montserrat

          Nel 1947 Olivero acquista casa sulla collina del Montserrat, proprio sotto il Santuario di Borgo San Dalmazzo. Vi trascorrerà il tempo libero che gli lascia il suo lavoro di cronista parlamentare, da solo o in compagnia della moglie, Felicina Viscardi, figlia di un celebre pellicciaio torinese. Vi comporrà moltissime delle sue poesie più belle.

         Olivero oltre che poeta è anche giornalista, critico letterario, cinematografico, teatrale, autore di testi per la radio ed il cinema, traduttore dall’inglese e dal tedesco nonché vivacissimo polemista. Proprio quest’ultima sua attività ha modo di esercitare al suo arrivo a Borgo.

La guida, giornale cattolico di Cuneo, in occasione della messa in funzione del primo forno dello stabilimento Italcementi di Borgo San Dalmazzo, sul N° 31 del 2 agosto del 1947 accenna al pulviscolo che comincia a depositarsi dappertutto: l’aria, prima limpida e pura è oggi alterata e viziata; l’anonimo cronista de La guida aggiunge non crediamo sia un danno alla salute, ma si potrà ovviare in qualche modo? Qualche settimana dopo lo stesso anonimo redattore de La guida riprende il tema, elogiando però lo stabilimento, uno dei più moderni d’Europa, e magnificando l’opera dell’Italcementi che produce il cemento per la necessaria ricostruzione dell’Italia.

Olivero, che proprio sotto la sua casa, a un tiro di schioppo, ha  le ciminiere dello stabilimento, inizia a scrivere lettere di protesta in Comune e a vari giornali locali. Se ne dovrebbe  poter trovare traccia in almeno una  lettera diretta da Olivero, probabilmente nel 1951, al Comune con accompagnamento di numerosissime firme (si vocifera addirittura di un migliaio, un quarto degli allora abitanti del paese!). In una lunga mattinata trascorsa nell’archivio del Comune di Borgo San Dalmazzo non ne ho purtroppo trovato traccia nonostante lì fosse presente un cospicuo faldone riguardante proprio l’inquinamento atmosferico prodotto  dal cementificio; stranamente in detto faldone non sono presenti lettere od altri documenti per quasi tutto il 1951 (Nonostante siano ben presenti numerose lettere e documenti sia del 1950 che del 1952). Anche il registro del Comune della posta in arrivo ed in partenza si ferma al 1950 e non esistono poi gli anni immediatamente successivi. Qualche cosa però la lettera di Olivero pare aver prodotto. L’Italcementi invierà in loco, nello stesso 1951, due incaricati: il danese Larsen con il compito di occuparsi dei mulini e dei macchinari industriali e il finlandese Ericson per cercare rimedio ai fumi prodotti. Annedottica sui due inviati a Borgo per oltre due anni a spese dell’Italcementi: il Larsen ghiottissimo di dolci, l’Ericson in compagnia della moglie notevole consumatore di wisky, pare circa due bottiglie al giorno! (1)

 Calisto Ghibaudo

         Estate del 1954. Trascorre le vacanze nella “bicocca” del Montserrat di Borgo San Dalmazzo. Qui, il 2 di agosto, scrive la lunga prefazione al libro di poesia Noi soma Alpin del borgarino Calisto Ghibaudo. Questi dedicherà ad Olivero la sezione del libro dal titolo Dòp-guèra con queste parole:                  

A LUIGI OLIVERO

                            Maestro ‘d mas-cia poesìa piemontèisa

                            ch’a l’ha piantame an man

                            la Piuma Nèira ‘d mè Capel d’Alpin

                            e che l’ha dime:

                            «Nompà ‘d ciaramlé tant

                            për conteme ij tò ricord ëd naja

                            scrivije».

                            E mi, bin ò mal, l’hai scrivuje. 

Nella prefazione, una lettera aperta, Olivero si scusa dell’invio della poesia L’Alpin che ritiene poca cosa. Afferma …e io ti ricambio inadeguatamente offrendoti  il sonetto che precede questa letterina e che non è nemmeno tra le mie cose più efficaci. Abbi pazienza. Ognuno dà ciò che ha. Il nostro gesto equivale alla stretta di mano tra poeti: la tua più calorosa, la mia forse meno intensa ma ugualmente cordiale… Olivero preconizza poi l’intervento di qualche super-psicòlogo che definirà lo scambio una concertata puerilità reclamistica richiamando la definizione data dei poeti da Ernesto Renan con l’arguto verso: 

                            «Ce sont des enfants qui se sucent le pouce». 

Pollice, indice, medio – chiosa Olivero – anulare o mignolo, in ogni caso le dita sono nostre  e ce le succhiamo individualmente o intrecciamo reciprocamente come ci pare.

Olivero prosegue poi ricordando gli inizi in patois della poesia di Ghibaudo e del suo consiglio di addivenire al dialetto …è proprio qui, sul terrazzino di questo mio èremo solitario, dirimpetto alla schiena loricata d’oro della Bisalta, che abbiamo discusso insieme di questi effimeri ma per noi interessanti problemi di strategia letteraria: e che tu hai accolto il mio modesto suggerimento di lasciare il patois per dedicarti al dialetto il quale, a suo modo, è già un idioma: in quanto è codificato da secoli nella sua struttura filologica  ed è comprensibile ad un maggior numero di creature che, se non sempre lo scrivono o leggono, lo parlano sin dall’infanzia…

Quindi il ricordo della genesi dell’opera di Ghibaudo …lo avvertii e te lo dissi improvvisamente durante una delle nostre quasi quotidiane «scarpinate»  su per i verdi castagneti  che popolano, in duplice declivio,  le balze a groppa di caimàno sovrastanti il Santuario della Madonna del Montserrat, un giorno in cui mi narravi, liricamente infervorato, le vicende di pace e di guerra che hanno costellato la tua santa naja di Tenente dei 5°, 2°, 4° Reggimenti degli Alpini…Chi ci vide su quella cresta rocciosa, contro lo sfondo del cielo azzurrino - io in tuta olimpionica blu e tu scamiciato, entrambi arruffati e gesticolanti -, potè credere a due pazzi colpiti da insolazione che impegnassero una pericolosa partita di pugilato sull’orlo dell’abisso. Invece, no. Disegnavamo semplicemente nell’aria l’architettura del piccolo breviario in rima degli Alpini che tu poi hai felicemente costruito: ma facendo di meglio, conferendogli quasi i lineamenti di un’agiografia profana del Santo Alpino: l’Alpino che, infatti, tu scrivi sempre con l’iniziale maiuscola.

Del libro di Ghibaudo, appena pubblicato, Olivero, nella terza uscita per ‘l caval ‘d brôns delle sue Lettere romane, nel numero  del 6 giugno 1955, per il pubblico piemontese traccia queste note:

Il libro è una rivelazione portata qui dai partecipanti, subalpini romanizzati, al recente Convegno degli Alpini a Trieste. È tutto scritto in assai comunicativi versi piemontesi e illustrato, meglio che da Salvator Dalì, da quel Beato Angelico del pennello fatto con i fili di paglia d’un fiasco di barbera che è il pittore di Chiasso, ma da vent’anni residente a Roma, Gabriele Cena. Questa ingenua eppure calda rapsodia del canto Alpino, che mancava alla nostra poesia dialettale, ha trovato a Roma un’accoglienza entusiastica. Poi - curiosa, eh! – se n’è arrivata alla Capitale da Cuneo passando per Trieste. Dove pare che l’autore minacciasse di dar fuoco con l’accendisigari alle penne nere degli ex commilitoni se non gliela compravano. Ad ogni modo Nôi sôma Alpin! sprizza faville dalle vetrine romane. Lo acquistano anche i quiriti, sicuri che si tratti di un vademecum del perfetto alpinista dilettante, per consultarlo nelle loro ardite escursioni estive al Terminillo, a Monte Cavo e a Montecòmpatri. E il giovane ex tenente delle Penne Nere Calisto Ghibaudo da Borgo San Dalmazzo deliba il suo dolce quarto d’ora incartato di celebrità romana: scommetto a cavalcioni -  qui dicono a cavacecio - di una montagna di diritti d’autore spuntatagli inaspettatamente sotto le scarpe chiodate, fra la sua Besimauda e il suo Monserrato.

Il figlio del poeta borgarino, Marco, da pochissimo deceduto a soli 56 anni, ricorda che il padre, quando lui era piccolo, lo portava a trovare Olivero nella sua casa del Montserrat e qui assisteva a lunghe chiacchierate, davanti ad una buona bottiglia di vino, che spesso sfociavano in accese discussioni. Quando Olivero si infervorava, Marco ricorda che, con la canna (il bastone) che aveva sempre con se, picchiava ripetuti colpi sul tavolo a dare maggiore enfasi alle sue asserzioni. Furono sempre amici, Calisto e Luigi. Una delle poche persone con cui, nonostante le discussioni, non ci furono mai momenti di separazione netta. (2) 

Olivero da Adam and Eve

Luigi Armando Olivero

Le amicizie e le liti 

         Olivero   non ha mai imparato a guidare l’automobile né ha mai preso la patente di guida, nessuno me ne ha saputo indicare il motivo che potrebbe, però, essere un suo problema alla gamba che si trascina dall’infanzia. Forse, anche per questo, ha stretto amicizia con un borgarino, di una quindicina d’anni più giovane, rampollo di una nota famiglia locale. Questi, per ragioni di lavoro, viaggia spesso per il Piemonte e non per il solo Piemonte. Sovente porta con se l’Olivero che coltiva così le numerose conoscenze che ha sparse per la regione. Lo troviamo  a Cherasco  per incontrare l’amico scrittore Clemente Fusero che Olivero definisce  principe della biografia contemporanea (il figlio Sergio dirà che Olivero passava da loro tutte le volte che arrivava a Borgo San Dalmazzo); poi ad Asti, Alessandria (Rina Faccio alias Sibilla Aleramo?) ed anche a Cannes in Costa Azzurra. Olivero contraccambia spesso con le “Nazionali” che acquista a basso prezzo in Parlamento. Regalerà anche al giovane amico una copia con dedica de Ij faunet e un’edizione BUR in due volumi di un Dizionario di Spagnolo con dedica nella stessa lingua. In occasione dell’annunciato matrimonio, il borgarino ebbe pure una lettera dall’Olivero in cui, con varie argomentazioni, gliene veniva sconsigliato il passo.  L’amicizia finirà, come tante altre, nel 1955 per un episodio che vale la pena di raccontare.

Nel suo lavoro di critico d’arte Olivero spesso si trova a recensire personali di Emanuele Martinengo, noto pittore savonese (1888 – 1962) con cui intrattiene rapporti più che professionali, non disdegnando di allacciarne anche con la di lui figlia, anch’essa pittrice in fieri. In cambio delle recensioni favorevoli, a volte il Martinengo omaggia l’Olivero di sue opere che il Nostro, oltre che trattenere per se, utilizza  per regali di una certa importanza. Per questo, ogni tanto, fa  incorniciare le opere del Martinengo presso una notissima corniceria di Cuneo e a volte, incaricato del ritiro, se non anche della consegna, è il nostro borgarino viaggiatore ed autista.

Siamo proprio in uno di questi casi. Olivero ha fatto recapitare un paio di quadri, ha pattuito tipo di cornice, prezzo e data della consegna. Dopo venti giorni (Olivero è in partenza per Roma e deve portare con se i quadri per un omaggio) l’amico di Borgo si reca alla ditta di Cuneo per il ritiro. Non conosco di chi sia la colpa ma, in ogni caso, trova chiuso il negozio (una porta di legno, modo di dire locale per “fuori orario”) e non può ottemperare all’incarico che si è assunto. Tuoni e fulmini, Olivero si arrabbia moltissimo. È veramente furibondo tanto da trascinare in seguito i rappresentanti della ditta in tribunale (non volendo più pagare il pattuito) con l’amico citato quale testimone. Questi dirà “mai avevo portato la mia faccia in Tribunale, men che mai dopo”. Rottura di un’amicizia ma anche, e forse più importante per Olivero, perdita del suo autista. (3) 

La poesia al Montserrat 

                   Nella sua casetta di Borgo San Dalmazzo il 3 luglio del 1955  compone Amor-masnà, il 10 Le masche e il 13 El bal dle lusentele. Nel successivo 1956, il 15 di maggio vi comporrà Seugn d’istà. Dai lunghi soggiorni nella Provincia granda nascono molte poesie, parecchie al Piemonte dedicate, e tanti articoli, alcuni pubblicati dai giornali locali. Le poesie indicano sia l’anno che la località che di volta in volta è Monserrato, Monserrato di Borgo San Dalmazzo, Monserà, Monserà dël Borgh San Dalmass. 

Casa Olivero

Borgo San Dalmazzo, Collina del Monserrato (Lato fiume Gesso), la casa di Luigi Olivero 

         La poetessa e scrittrice Albina Malerba, nel 1983 incontra nella sua casa romana Olivero nel corso di una lunga intervista (Pubblicata su due numeri de ‘l caval ‘d brôns del 1983). Albina Malerba se ne viene via dalla villetta di Olivero, ai piedi del Pincio, quando il sole è già calato dietro il cupolone; scendendo per via del Babbuino con negli occhi e nel cuore  le parole di Olivero e le immagini della sua casa, traboccante di preziose opere d’arte degli artisti che gli furono amici e collaboratori, la poetessa porta con se una certezza:

Gli angeli saranno generosi con un poeta della tempra e della forza di questo piemontese di Roma.

Le sensazioni ed i sentimenti di Albina Malerba sono gli stessi che ho provato, e che mi permetto di condividere pienamente,  il 25 di maggio del 1996 dopo aver trascorso l’intera giornata nella casa di Vicolo del Borghetto mentre, attraversando Via Margutta e Piazza di Spagna, me ne tornavo verso Termini e la metropolitana che mi avrebbe condotto a Fiumicino e da lì a Torino. Mi permetto  una parafrasi, con piccole modifiche, alla frase sugli angeli di Albina Malerba:

Gli angeli sono stati generosi a farci dono di un poeta della tempra e della forza di questo piemontese.

         Luigi Armando Olivero muore a Roma, quasi da tutti dimenticato, il 28 (o 31) luglio 1996. Ecco l’accorato ricordo che gli dedica l’amico poeta Giovanni Magnani.

                                              It  j’ere nen sol… 

                            It j’ere nen sol quand’an sël frèid dla pera

                            Tò cheur a gëmmia pian l’ultim frisson:

                            dobià e an pior ant l’ultima preghiera,

                            j’amis pì s-cet a ciosioné ‘n perdon.

 

                            Përdon për coj omnèt che ‘nt la mnisera

                            dle fausserìe, dl’angann ë dël ghignon,

                            a l’han sercà ‘d sotré Toa vos sincera

                            che an tut ël mond a l’ha otnù ‘l blason.

                                              

                            Nò. It l’has mai avù n’ombra ‘d boneur,

                            nen n’agiut o ‘l consens për Tò travaj

                            dai borenfi savant ëd nòstr Piemont

 

                            e se cheivira a l’è vnù dur Tò cheur

                            ant le bataje ‘n sij libèr e ij giornaj,

                            adess la Glòria at baserà la front.

                                     Gioanin Magnani

                        Da Assion piemontèisa 10, 1996 

Nota 1 

Notizie fornite da un vicino di casa di Olivero sulla collina del Montserrat di Borgo San Dalmazzo che non desidera però essere citato con nome e cognome e di cui, pertanto,  rispetto il desiderio. 

Nota 2 

 Calisto Ghibaudo Noi soma Alpin Istituto Grafico Bertello Borgo San Dalmazzo (CN) 30 marzo 1955

                                               A LUIGI OLIVERO

                                               Maestro di maschia poesia piemontese

                                               che mi ha piantato in mano

                                               la Penna Nera del mio Cappello d’Alpino

                                               e che mi ha detto:

                                               «Invece di parlare tanto a vanvera

                                               per raccontarmi i tuoi ricordi della naja

                                               scrivili.»

                                               E io, bene o male, li ho scritti. 

                                   «Sono dei fanciulli che si succhiano il pollice». 

Ernest Renan. (Tréguier Bretagna 28 febbraio 1823 – Parigi 2 ottobre 1892.) Filosofo, filologo, storico delle religioni francese. Dopo lunghi studi religiosi, si avvicinò alle scienze sotto la guida del chimico Marcellin Berthelot, con cui strinse un’amicizia che durò fino alla morte. A sessant’anni inizia la sua Storia d’Israele in cinque volumi, di cui gli ultimi due appariranno postumi. 

Bibliografia 

Histoire générale et système comparès des langues sèmitiques Paris 1845; Vie de Jesus  Levy Frères Paris 1863 ; Les Evangiles et la seconde generation chretienne Levy Frères Paris 1871 ; Les apôtres Levy Frères 1866 ; L’Antechrist Levy Frères SD ; Ricordi d’infanzia e di gioventù Astrea Roma 1945 ; San Paolo Dall’Oglio Milano 1960; Prière sur l’Acropole Alberto Tallone Editore Alpignano Torino 1976 Levy Frères Paris 1865; Histoire du peuple d’Israel 5 vlLevy FrèresParis 1887-1893; L’avenir de la science Levy Frères 1890. 

Calisto Ghibaudo Antibes (Costa Azzurra, Francia) 1920 - Boves 1992. Giovanissimo si trasferisce a Borgo San Dalmazzo. Lungo periodo di naja come tenente del 5°, poi del 2° ed infine del 4° Reggimento degli Alpini. Ricordi di guerra che sfoceranno poi nel suo secondo libro di poesia Noi soma Alpin del 1955. Laureato in lettere, nel 1954 viene trasferito a dirigere l’Ufficio di Collocamento di Fossano. Qui conoscerà, in seguito ad una manifestazione teatrale organizzata nella casa di pena, un carcerato, Leandro Balestra, organizzatore dello spettacolo, condannato a 24 anni per omicidio, che si professa però innocente. Il Leandro si manifesta poeta. Tra i due ci sarà un lungo scambio di poesie che durerà fino al ritorno a Cuneo del Ghibaudo l’anno seguente. Il tutto porterà Calisto, famigliarmente chiamato Kaly, 35 anni dopo, a pubblicare, derivandone il titolo dal nome del carcere, il suo Santa Catlin-a, opera di non molte pagine, una trentina, parte in prosa, parte in poesia, ricca di sentimento e di un sogno: fare del carcere un luogo di speranza. 

Bibliografia: 

Dal Monserà ai Camorei (Scelta di poesie piemontesi riguardanti Borgo San Dalmazzo) Istituto Grafico Bertello Borgo San Dalmazzo 1952; Noi soma Alpin (Scelta di poesie piemontesi riguardanti gli Alpini in guerra) Istituto Grafico Bertello Borgo San Dalmazzo 30 marzo 1955; Gent dël Borgh (Poesie piemontesi su Borgo San Dalmazzo) Amministrazione Comunale Borgo San Dalmazzo1988; Santa Catlin-a (Dialogo rimato tra due poeti: uno libero l’altro carcerato) Edizioni Gianfranco Martini Borgo San Dalmazzo 5 dicembre 1989. 

Nota 3

 Notizie raccolte nell’agosto del 2007 tra i ricordi personali di un abitante di Borgo San Dalmazzo (ovviamente l’amico autista di Olivero), oggi ottantenne ben prestante sia fisicamente che intellettualmente, che però non desidera essere citato direttamente. 

Clemente Fusero scrittore e biografo (principe della biografia contemporanea, lo definisce Olivero) nasce a Caramagna Piemonte il 21 febbraio 1913, muore a Cherasco il 10 maggio 1975. Nel 1970 riceve il Premio della Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. (Di Luigi Olivero si veda    Clemente Fusero principe della biografia contemporanea La Carovana Roma 1954). 

Bibliografia:

Leonardo Corbaccio Varese 1939, Raffaello Corbaccio Varese 1939 -  Dall’Oglio Milano 1963, Mozart SEI Torino 1941, Bargellini Vallecchi Firenze 1948, Daniele Comboni Nigrizia Verona 1953, Il romanzo di Modigliani Dall’Oglio Milano 1958, Lorca Dall’Oglio Milano 1969, Cesare Borgia Dall’Oglio Milano 1974, Giulio II Dall’Oglio Milano 1974, Gandhi Dall’Oglio Milano 1977. 

Bibliografia di Luigi Olivero 

1941 Babilonia stellata. Gioventù americana d’oggi Ceschina Milano (Tradotto in tedesco da Johann von Leers, Berlino 1944; Otto Muller, Düsseldorf 1952. Traduzioni in spagnolo, portoghese, bulgaro). 

1945 Turchia senza harem Donatello De Luigi Editore Roma (Traduzione inglese di Ivy Warren MacDonald & Co Londra 1952). 

1946 Adamo ed Eva in America. Alla vigilia del secondo diluvio universale L’Atlantica editrice Roma. (Traduzione  inglese di Ivy Warren MacDonald & Co Londra 1951 Traduzione tedesca Hertz Dame Düsseldorf 1952). 

1946 Emili Ludwig Barbari e musicisti. Chi sono questi tedeschi? Andrea Viglongo  Torino. Traduzione di Luigi Olivero. 

1947 Roma andalusa Stefano Calandri  Moretta (CN) Piemonte.   

1954 Giovanni Papini non è l’avvocato del diavolo La Carovana Roma. 

1954 Clemente Fusero principe della biografia contemporanea La Carovana Roma.

1955 Ij faunèt Il Delfino Roma. 

1955 Carlo Maria Franzero ambasciatore  del romanzo italiano in Inghilterra La Carovana Roma. 

1958 Carlo Maria Franzero La vita ed i tempi di Cleopatra Mursia Milano  Traduzione dall’inglese di Luigi Olivero. 

1959 Epicedion dij mè dòdes gat mòrt Casa Editrice Liguria Genova. 

1963 Saggi sul D’Annunzio. Questioni biografiche. Torino e il Piemonte nella cronologia dannunziana Casa  Editrice Liguria Genova. 

1967 Tutte le canzoni e poesie satiriche piemontesi del Padre Ignazio Isler Edilibri Torino (Andrea Viglongo). 

1971 Rondò dle masche L’Alcyone Editore Roma. 

1983 Romanzie Centro Studi Piemontesi, Ca dë studi piemontèis Torino 

1993-1995 Aereopoema dl’élica piemontèisa Piemontèis Ancheuj Torino (dal N° 132 del dicembre 1993 al N° 144 del gennaio 1995)

 Ël Tòr 14 luglio 1945

Litografia di Orfeo Tamburi, rappresentante Giandoja, da Ël Tòr N° 1 del 14 luglio 1945 

Voci dialettali, organo ufficiale dell'Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali pubblicato a Roma N° 146/11 agosto 2009 pagg. 24 ~ 27

 

Il centenario della nascita di un grande poeta dialettale, Luigi Armando Olivero,

socio fondatore dell'A.N.P.O.S.DI

2 11 1909 - 2 11 2009

Cento anni or sono, il 2 novembre 1909, nasce in Villastellone (TO) Luigi Armando Olivero, uno dei 6 soci fondatori, nel lontano 1952, dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali.

Terminata la frequenza delle Scuole Tecniche a Torino, Olivero inizia giovanissimo a scrivere poesie. Le prime in lingua, come dirà lui stesso carduccianeggiando, rapisardeggiando, dannunzianeggiando. Queste  appaiono a stampa già dal 1926 sulla rivista letteraria orobica Il pensiero. Quindi sulla torinese rivista teatrale dell’Opera Nazionale Dopolavoro Rassegna filodrammatica. Sempre del 1926 è il suo primo articolo letterario sulla già citata rivista bergamasca Mario Rapisardi, un poeta dimenticato.

Diciottenne inizia a viaggiare per il mondo e ad intessere conoscenze le più svariate. Quattro continenti. Diciotto nazioni. I suoi primi scritti sono pezzi di colore dalla Tunisia, dall’Algeria, dal Sahara per La Stampa, Stampa sera, La gazzetta del popolo. Nella sua lunga vita arriverà a collaborare a più di 200 testate italiane e straniere.

Giunge alla poesia dialettale verso la fine degli anni venti grazie all’amicizia con il poeta Alfredo Nicola (Alfredino) che lo presenterà poi a Giuseppe Pacotto (Pinin Pacòt)  che con altri amici poeti stava dando vita alla Compania dij Brandé (Brandé: alari) con lo scopo di ravvivare, riaccendere, rivitalizzare la poesia piemontese che si riteneva allora sul punto di spegnersi se non già del tutto spenta.

Comporrà nel dialetto piemontese oltre 1000 poesie e non solamente sonetti di 14 versi, ma componimenti che spesso superano, e ampiamente, i 100 versi. Sperimenterà ogni possibile forma metrica anche con lunghi componimenti in monostici, splendide poesie queste ultime con ogni singolo verso compiuto e i cui versi possono tranquillamente essere interscambiati. Il suo canto abbraccerà quasi ogni campo dello scibile umano e la sua poesia sarà universale: dall’aereopoesia futurista de L’aeropoema dell’elica piemontèisa, alla poesia dell’eros, a quella religiosa per giungere persino a poetare su discipline dello sport.

Olivero

Infiniti sono i temi che ha poi trattato nei suoi scritti, sia in piemontese che in lingua: letteratura, pittura, scultura, musica nelle sue più variegate accezioni. Ho rintracciato suoi articoli sullo sport, sull’arte dei pupi siciliani, sugli UFO, sui capelloni…

Nel 1941 esce per i tipi dell’editore Ceschina di Milano Babilonia stellata, un saggio sulla gioventù americana d’anteguerra. In particolare sui suoi vizi e difetti. Ebbe in breve tempo tre edizioni. In una quarta del giugno 1943 aggiunge numerosi capitoli di feroce denuncia in particolare della politica economica americana. A questi capitoli collaborò attivamente con suggerimenti e lettere il più grande dei poeti americani e caro amico di Olivero, Ezra Pound. Babilonia stellata ebbe anche   edizioni tedesche ed in altre lingue.

Nel 1945, per i tipi dell’Editore romano Donatello De Luigi, frutto di una lunga permanenza, esce Turchia senza harem che ancora oggi è un ottimo libro sulla storia,  usi e costumi di un paese che Kemal Ataturk stava portando verso la modernità. Anche questo saggio ebbe traduzione in inglese ed altre lingue.

Del 1946 è il suo unico romanzo Adamo ed Eva in America alla vigilia del secondo diluvio universale. Ai tempi dell’edizione inglese in Italia aveva già tirato più di 650.000 copie.

Dedicherà poi brevi saggi a Giovanni Papini, a Carlo Maria Franzero, a Clemente Fusero e Gabriele d’Annunzio. Curerà per l’Editore Viglongo di Torino la raccolta delle poesie di Padre Ignazio Isler trascrivendole pazientemente dalle edizioni settecentesche.

Le sue poesie in piemontese, oltre che essere sparse in decine di pubblicazioni periodiche, sono raccolte in quattro volumi.

Roma andalusa  nasce presso l’Editore Calandra di Moretta (CN) nel 1947; contiene tredici poesie tutte dedicate alla Città eterna. È introdotta da una lettera di Gabriellino d’Annunzio, figlio secondogenito dell’Ariel nazionale e contiene splendide incisioni di Giuseppe Macrì. (Olivero curerà sempre in modo particolare la veste tipografica e la perfetta simbiosi tra parola ed immagine nelle sue opere valendosi di grandi artisti)

Del 1955 sono Ij faunèt dell’Editore Il delfino di Roma. 69 poesie precedute da una prefazione di Alex Alexis (pseudonimo di Luigi Alessio da Caramagna Piemonte, scrittore, poeta, drammaturgo, giornalista, biografo, primo traduttore italiano dell’opera di Celine oggi praticamente sconosciuto ai più, ma che rivalutazione meriterebbe) e con le poesie tradotte in italiano da Clemente Fusero il noto biografo anch’egli da Caramagna Piemonte ed in francese dal poeta corso Anton Francesco Filippini. Bellissima veste grafica ed iconografia di Giuseppe Macrì, Orfeo Tamburi, Gabriele Cena, Giovanni Consolazione e Gregorio Prieto.

1971: la sua opera forse più importante Rondò dle masche. 39 poesie con traduzione in italiano dello stesso autore. Prefazione intervista a cura del poeta, scrittore e giornalista romano Icilio Petrone. Incisioni di John Castberg, Eugen Dragutescu, José Escassi, Giuseppe Macrì, Orfeo Tamburi, Henri Matisse, Gregorio Prieto.

Nel 1983 esce un’antologia di sue poesie con la prefazione di Giovanni Tesio per i tipi della Ca dë Studi Piemontèis di Torino: Romanzìe. Una trentina di poesie ma soprattutto alcune versioni in piemontese da opere di autori di ogni tempo e di ogni nazione. Olivero disse di compiere con la traduzione una sorta di transfert liberandosi così dal pericolo di incorrere in più o meno evidenti plagi. Una delle sue traduzioni più memorabili è quella del Cantico dei cantici da Salomone ma non meno meritorie   altre ad esempio da Catullo, da Saffo.

         Per la presentazione di Romanze lo va ad intervistare a Roma la Dott. Albina Malerba, oggi direttrice della citata  Ca dë Studi Piemontèis. La lunga intervista è pubblicata sulla rivista torinese, organo della Famija Turinèisa, ‘l caval ‘d brôns  N° 5 e N° 12 del 1983. Albina Malerba se ne viene via dalla villetta di Olivero, ai piedi del Pincio, quando il sole è già calato dietro il cupolone; scendendo per via del Babbuino con negli occhi e nel cuore  le parole di Olivero e le immagini della sua casa, traboccante di preziose opere d’arte degli artisti che gli furono amici e collaboratori, la poetessa porta con se una certezza:

Gli angeli saranno generosi con un poeta della tempra e della forza di questo piemontese di Roma.

Le sensazioni ed i sentimenti di Albina Malerba sono gli stessi che ho provato, e che mi permetto di condividere pienamente,  il 25 di maggio del 1996 dopo aver trascorso l’intera giornata nella casa di Vicolo del Borghetto mentre, attraversando Via Margutta e Piazza di Spagna, me ne tornavo verso Termini e la metropolitana che mi avrebbe condotto a Fiumicino e da lì a Torino. Mi permetto  questa piccola  modifica, alle parole di Albina:

Gli angeli sono stati generosi a farci dono di un poeta della tempra e della forza di questo piemontese.

         Olivero compone poesie fino a tarda età. Ancora sul finire del 1989 (a 80 anni) compone, di ben 133 versi, la Cantada del balon mondial dedicata al Campionato Mondiale di Calcio Italia 1990!

         Luigi Armando Olivero muore il 31 luglio del 1996 nella sua casa romana solo e dimenticato quasi da tutti. Solo pochi amici lo ricorderanno: Camillo Brero sul suo Piemontèis ancheuj, Franca Spagarino e Giovanna Viglongo sull’Almanacco fondato dal marito e padre Andrea Viglongo e Beppe Burzio sulla sua Assion piemontèisa. 

        In conclusione una poesia di Olivero tratta da Roma Andalusa, dal 1947 mai più ristampata. Mia è la libera traduzione che non ha altra pretesa se non quella di mettere in grado il lettore, cui sia ostico il piemontese, di capire la poesia. 

Macrì da Roma andalusa

Incisione di Giuseppe Macrì da Roma andalusa Editore Calandra Moretta CN 1947

Le ciòche ‘d Roma                                    Le campane di Roma

 

                                               Al poeta Aldo Daverio

 

            T’ij sente le vos ëd le ciòche roman-e                       Senti le vocii delle campane romane

ch’a prego, ch’a pioro, ch’a rijo,                              che pregano, piangono, ridono,

ch’a taso e a s’arpijo                                                che tacciono e riprendono

pi s-clin-e                                                                   più squillanti

davsin-e                                                                     vicine

pi pian-e                                                                    più smorte

lontan-e?                                                                   lontane?

 

            Ant l’ora                                                                    Nell’ora

‘d mesdì ch’as colora                                                del mezzogiorno che si colora

dël nimb andorà ch’a circonda la testa                  dell’aureola dorata che circonda il capo

‘d j’àngei nossent                                                      degli angeli innocenti

e tuta una festa                                                           e tutta una festa

‘d bianche colombe as na vòla                                 di bianche colombe se ne vola

ant  ël cel macià ‘d viòla                                            nel cielo trapunto di viola

su j’ale dël vent,                                                          sulle ali del vento,

su tute le pòrte                                                             su tutte le porte

a bato nonsiand ël mesdì come ‘d man                     battono annunciando il mezzogiorno come mani

ch’a spòrzo, giunzùe, la reusa dël pan.                     che porgono, giunte, la rosa del pane.

 

            Ant l’ora sèiran-a                                                      Nell’ora della sera

quand che tuta la pian-a                                           quando tutta la piana

immensa dl’immensa sità                                          immensa dell’immensa città

a l’é un mar pontinà                                                  è un mare cosparso

dë stèilin-e                                                                   di stelline

ch’a bruso ant la conca vlutà                                    che rilucono nella conca vellutata

dle tërsent mila cà                                                       delle trecentomila case

sprofondà                                                                     sprofondate

(parej ëd cuchije marin-e)                                          (come conchiglie marine)

ai pé dle sèt bleuve colin-e,                                         ai piedi delle sette  colline blu,

le vos ëd le ciòche a frisson-o                                     le voci delle campane tremolano

a zonzon-o                                                                    ronzano

a bësbijo                                                                       bisbigliano

a s’anlijo                                                                      si legano

come ‘d tòrtole garve an amor                                   come soffici tortore in amore

‘d zora ij bòrd d’una vasca                                        sopra i bordi di una vasca

ant un òrt corm ëd fior.                                               in un orto colmo di fiori.

 

            Ma a la matin,                                                                       Ma al mattino

ant la primalba,                                                         alle prime luci dell’alba,

quand che ‘l sol a l’é un sèrcc ëd rubin                  quando il sole è un cerchio di rubino

ch’a bërlus an sla valba                                           che risplende sulla regione

nen deserta                                                                 non deserta

ma viva e duverta                                                       ma viva ed aperta

ma ciaira e seren-a                                                    ma chiara e serena

(parej d’un gran lagh an pien-a                              (come d’un gran lago in piena

ch’a res na parada                                                    che regge una parata

‘d tërsent mila nav ancorà                                        di trecentomila navi ancorate

con pont, siminiere, erbo, oblò ‘mbandierà)           con ponti, ciminiere, alberi, oblò imbandierati)

dla sità,                                                                        della città,

anlora le vos ëd le ciòche roman-e                           allora le voci delle campane romane

a son càude, a son tante,                                           son calde, son tante,

a son sante.                                                                  son sante.

E ti, cheur, i t’ancante                                                E tu, cuore, t’incanti

a scoteje.                                                                      ad ascoltarle.

E ti, ànima, it piore                                                    E tu, anima, piangi

a tocheje.                                                                     a toccarle.

Përchè ant tut le ore                                                   Perché in tutte le ore

le vos ëd le ciòche roman-e                                        le voci delle campane romane

at carësso ‘d bontà                                                     ti carezzano di bontà

ma, a l’alba, a të stiro an sle rùpie dla front           ma, all’alba, ti stendono sulle rughe della fronte

ël Sign luminos                                                            il Segno luminoso

ëd la Cros                                                                     della Croce

fàit ant l’aria da un vòle                                             composto nell’aria da un volo

ancrosià                                                                        incrociato

d’ parpajòle                                                                 di farfalle

argentà                                                                         argentate

ch’a ven-o a portete, bësbiand, ël messagi d’amor  che vengono a portarti, bisbigliando, il

                                                                                                                     messaggio d’amore

ëd le reuse d’ Nosgnor:                                                delle rose di Nostro Signore:

ëd le reuse dël cel ch’a fiorisso a milion                    delle rose del cielo che fioriscono a milioni

- dë ‘d la da le pian-e, dal mar e dal mont -              - al di là delle piane, dal mare e dal monte -

ant ij giardin profumà dl’orizont.                               nei giardini profumati dell’orizzonte.

 

            E le vos dle campan-e                                                           E le voci delle campane

roman-e                                                                         romane

at visco un miraco ant ël cheur                                   ti accendono un miracolo nel cuore

ch’at dà la speransa, la fiusa, ‘l boneur.                   che ti da la speranza, la fiducia, la felicità.

 

            T’ij sente le vos ëd le ciòche roman-e                       Senti le voci delle campane romane

ch’a prego, ch’a pioro, ch’a rijo,                           che pregano, che piangono,  che ridono,

ch’a taso e a s’arpijo                                               che tacciono e riprendono

pi s-clin-e                                                                   più squillanti

davsin-e                                                                     vicine

pi pian-e                                                                    più smorte

lontan-e?                                                                   lontane?

 

            Scotije, ò fratel piemontèis.                                       Ascoltale, o fratello piemontese.

E prega e canta con mi                                             E prega e canta con me

- con ij doi  brass dëstèis                                           - con le due braccia distese

vèrs l’azur infinì -                                                      verso l’azzurro infinito -

për ch’a riva                                                              perché giunga

a Nosgnor                                                                  a Nostro Signore

la fiama ‘d tò cheur                                                   la fiamma del tuo cuore

ch’a brusa d’amor                                                     che brucia d’amore

për cost paìs ëd boneur                                             per questo paese di felicità

che ti ‘t veule ch’a viva:                                             che tu vuoi che viva:

            che ti ‘t veule ch’a viva                                             che tu vuoi che viva

përchè l’é fieul dla toa fòrza,                                    perché è figlio della tua forza,

përchè l’é miola ed toa scòrza,                                 perché è midollo della tua scorza,

përchè l’é sangh                                                         perchè è sangue

dël tò sangh,                                                               del tuo sangue,

përchè l’é la fior                                                         perchè è il fiore

benedìa                                                                        benedetto

dël tò dolor.                                                                 del tuo dolore.

 

            Ò piemontèis,                                                             O piemontese,

crija                                                                           urla

crija                                                                           urla

crija                                                                           urla

fòrt ël tò amor                                                           forte il tuo amore

sle vos matinere dle ciòche d’ Nosgnor.                 sulle voci mattutine delle campane di Nostro

                                                                                                                                  Signore. 

Pasqua, 1942  

(Roma andalusa 1947) 

*******

 

Luigi Armando Olivero

Villastellone, 2 11 1909 ~ Roma, 31 7 1996

 

È lo stesso articolo precedente però pubblicato su altra rivista con una differente chiusa e due poesie inedite. 

Gioventura piemontèisa, organo dell'omonima Associazione pubblicato a Torino N° 4 ottobre 2009 pagg. 19 ~ 20 

         In conclusione due poesie di Olivero che mi risultano ad oggi inedite. Sono entrambe manoscritte autografe e provengono dal Fondo Olivero presso l’AssOlivero di Villastellone, Associazione quest’ultima nata con lo scopo di valorizzare l’opera del suo grande concittadino. La grafia è quella originale di Luigi Olivero senza modifica alcuna. Entrambe le poesie risalgono all’incirca alla  metà degli anni ’30. 

 

Ël giarighin                                                              

Ti ìt ses un giarighin                                                    

candi, inossent                                                

che t’amgrumlisse davsin                                            

a me cheur                                                                 

e ‘t tramole ‘d sentiment.                                            

Mi l’hai fate una nicia con mia bin,                              

l’hai ambotila ‘d gòi për tò boneur                              

e i rijo                                                                        

e i son content                                                            

s’i scoto ch’a dësgrun- i tò dentin                               

le mandòle salà di me basin.                                       

E quand ch’it raspe j’onge                                          

reusa                                                                         

e it l’has paura                                                

përchè na pen-a ancreusa                                           

smìa ch’at tortura;                                                      

ò giarighin d’ mia vita e d’ me boneur,             

mi sento un grop an gola e un tonf al cheur.                 

 

Ant la conca ‘d mie man,                                            

për consolete                                                             

ël tò facin uman                                                          

preuvo a cunette                                                        

e am ven ant j’eui n’azur ëd paradis                            

se tò museto a fa bogé ‘n soris;                                  

e i rijo torna dël mè rije s-clin                          

se i tò dentin                                                              

arpijo a dësgruné                                                       

- crocand, sensa pensé -                                            

le mandòle salà di me basin.                                       

 

Ò cit ferfoi ëd carn, ò maravia                        

viva d’amor,                                                              

che con i tò sospir ëd gelosia                                      

e lë vlu ‘d tò calor                                                      

t’has ansopì ‘l dolor                                                   

dl’anima mia;                                                             

it porterai con mi                                                        

për tuta grama strà dla vita mia:                                  

e it lasserai mai pì                                                       

né neuit né dì                                                              

fin che ‘nt ël mond ai sia                                             

una carëssa e un sofe ‘d poesia.                                 

 

…Perché                                                                   

ti ‘t ses un giarighin                                                     

candi, inossent,                                               

che t’amgrumlisse davsin                                            

a me cheur                                                                 

e të më scaudi i seugn dël sentiment.                           

 

Oh fé’l dësdeuit su na bochin-a bela…                  

Oh fé’l dësdeuit su na bochin-a bela…           

ch’at fa na gòi… (l’è un rapolin ‘d cerese!)

e pura tant sovens at fa ‘l disperse                              

‘d neglesse, con n’arietta barivela!                              

 

‘Mbrancheje a l’improvis la soa facin-a,                     

dësverseila andaré ‘n mes ai tò brass.             

Tenla reide a la vita, s-ciass ë-s-ciass,             

anche s’a sfeudra j’onge – la gatin-a!              

 

Sente, sota i tò làver, coi dentin                                  

ch’a s-cianco, ch’a rifuso ‘l tò basin…            

E un cheur! Un cheur ch’a bat precipitos                    

 

come ‘d na rondolin-a spaventà:                                 

ël cheur – an fin di cont – dla toa morfela.                   

Oh fé’l dësdeuit su na bochin-a bela…            

(Altro titolo dato da Olivero alla poesia: Vigliacucio)

 

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Voci dialettali, organo ufficiale dell'Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali pubblicato a Roma N° 147/12 dicembre 2009 pagg. 20 ~ 22 

Lo stesso articolo su Gioventura piemontèisa, organo dell'omonima Associazione pubblicato a Torino N° 1 aprile/giugno 2012  pag. 19

 

Una poesia inedita (?) di Nino Costa

 

Nino (Giovanni) Costa (Torino 1886 – 1945) è sicuramente il più noto tra i poeti piemontesi del secolo scorso. Presento qui una sua poesia datata 19 12 1920 con tutta probabilità inedita.

Nel 1920 Costa compone  poesie che pubblica sul settimanale torinese Birichin sotto lo pseudonimo di Na Mamina. Una mammina. Finge cioè di essere una fanciulla in dolce attesa e ne racconta vicissitudini e sentimenti. Tra l’altro alla poveretta ne fa capitare di tutti i colori. Lo stratagemma cade quando il direttore del settimanale, Paggio Fernando (Fernando Viale) chiede di conoscere la sventurata. Costa si presenta e al povero direttore quasi manca il fiato. Scoperto il trucco, Costa riunisce le poesie nella raccolta Mamina che viene pubblicata nel 1924 dall’Editore Lattes di Torino. È questa la prima raccolta di poesie del poeta cui seguiranno Sal e peiver Sacerdote Torino 1924, Brassabosch Casanova Torino 1928, Fruda madura SELP Torino 1931, Roba nostra Boccardo Torino 1938, Tempesta Aurora Torino 1946.

Nino Costa

Nino Costa

Mamina non contiene tutte le poesie pubblicate su ‘L Birichin con tale pseudonimo. In una accurata ricerca l’Editore torinese Andrea Viglongo con la moglie Giovanna Spagarino ne rintracceranno molte altre che verranno pubblicate nella raccolta Tornand del 1977. Nel 1987 la figlia dell’Editore Viglongo, Franca, pubblica Per conoscere Nino Costa che contiene l’indice dei titoli e dei capoversi di tutte le sue poesie. Così recita il titolo. Di inediti, dal 1987, ne spunteranno altri. Inoltre la raccolta de ‘L Birichin che venne utilizzata, di provenienza Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, era in parte lacunosa causa l’alluvione che ne sconvolse la città.

In ogni caso la poesia in questione non compare nell’indice dei capoversi e la sua provenienza è tale da giustificarne l’inedito (sempre con una certa cautela).

Il manoscritto di Costa appartiene alla ricchissima collezione di carte di Tito Gantesi, al secolo Chiaffredo Tommaso Agostinetti (8 agosto 1857 -  8 marzo 1938). Fu notissimo bibliofilo e ricercatore. Scoprì importanti inediti e collaborò con il suo aiuto alle opere di molti letterati piemontesi. Il poeta Luigi Armando Olivero, Socio Fondatore dell’A.N.PO.S.DI., di cui ho rievocato vita ed opere nello scorso numero della rivista, lo conosce quando questi è ormai avanti con gli anni e si è trasferito proprio nella natia Villastellone di Olivero. I due fraternizzano e Agostinetti promette ad Olivero di lasciargli le sue carte in eredità. Poco tempo dopo muore improvvisamente mentre Olivero è a Parigi. La vedova, senza perder tempo, aliena la quasi totalità delle carte del marito. Ad Olivero riserva una piccola parte di queste.

Tommaso Agostinetti

Tommaso Agostinetti visto dal caricaturista "Carlin" da Armanch piemontèis 1941

Recentemente ho incontrato un collezionista di Margarita di Cuneo, il Sig. Silvio Bonino che, alla morte di Olivero, dagli eredi, ha acquistato la gran parte delle carte e dei libri che si trovavano nell’abitazione che Olivero possedeva sulla collina del Montserrat, in quel di Borgo San Dalmazzo CN, dove trascorreva parte delle vacanze estive.

Proprio nel fondo che Olivero ha ricevuto dalla vedova Agostinetti, la poesia manoscritta da Costa, senza titolo, e firmata Na Mamina (Nino Costa), datata 19 12 1920, é stata ritrovata dal Sig. Silvio Bonino che, gentilmente, ne ha concesso la pubblicazione.

Foto Olivero a Dusseldorf

Il poeta Luigi Armando Olivero in una immagine inedita per il pubblico italiano tratta dalla rivista di Dusseldorf  Herz dame  che nel 1952 ha pubblicato la traduzione tedesca di Adamo ed Eva in America con il titolo Amerika total Plem Plem?

Questa la storia di questo scritto giovanile di Costa che rivede la luce dopo quasi un secolo. È incentrato sul  grande poeta, scrittore, politico piemontese Angelo Brofferio (Castelnuovo Calcea AT 6 dicembre 1802 – Locarno 25 maggio 1866) immaginando un ipotetico incontro con la fanciulla impersonata dal Costa.

Alla poesia, che non ha indicato un titolo, unisco una mia traduzione letterale che, ovviamente, non ha alcun intento letterario o poetico, ma solo quello di mettere chiunque in grado di comprenderla.

 

No, no, dabôn iv cônto pa dë storie                      No, no, per davvero non vi conto storie

l’è nen për facessié, parlo ‘n s’ël serio:                  non è per scherzare, parlo sul serio:

stamatin sôt la leja dle memorie                            stamane, sotto il viale delle memorie

sôn ambatume ‘nt l’avôcat Brofferio.                    mi sono imbattuta nell’avvocato Brofferio.

 

I l’ài fërmalo s-ciet - « Bondisserea (1)                  L’ho fermato schietto - «Buongiorno (1)

sôr Avôcat… chiel da ste part?!… Com’ela?»       signor Avvocato… lei da queste parti?! Com’è?»

« I rivo adess da Castelneuv Calcea (2)                 «Arrivo or ora da Castenuovo Calcea   (2)

për n’ôcasiôn ch’a l’è ‘n pecà sgairela…              per  un’occasione che è un  peccato sprecare…

 

A j’è dôì cavajér ch’ai fan la festa…»                   Ci sono due cavalieri cui  fan la festa…»

«Aì fan la festa?!.. Diao… dislo dabôn?»              Gli fan la festa?!.. Diavolo… dite sul serio?»

«Ma no, capiòmsse, ai taio pà la testa                    «Ma no, capiamoci, non gli tagliano la testa

l’è quaich amis, sa bin – ch’ai da ‘l bôcôn»           è qualche amico, sa, che gli offre da mangiare»

 

«Ah! L’è ‘n disné… ma chiel, mônsù Brofferio      «Ah! È un pranzo… ma lei, signor Brofferio 

ch’a l’à sempre pià ‘n gir tuti ij bindei                   che ha sempre preso in giro tutte le onoreficenze

adess… a va…» ‘L pôeta am guarda serio             adesso… va….» Il poeta mi guarda serio

e peui am fa «Masnà, rasôna mei…                        e poi mi fa « Bimba, ragiona meglio…..

  

quand che ‘l Prinsi o lo Stat o ‘l mônd a ônora    quando il Principe o lo Stato o il mondo onora

i g ianfôtre, le birbe  o ij foi fôtù,                            i babbei,  i furfantelli  o gli sciocchi

la man dla Pôesia a s’aôssa ‘nlôra                         la mano della Poesia s’alza allora

contra le faôsse glorie e ai campa giù.                    contro le false glorie e le butta giù.

 

 

Ma s’it bëstëmie ‘n piassa it preghe al dom (3)      Ma se  bestemmi in piazza e preghi al duomo (3)

ti tl’as capime e i veui nen dite ‘d pi,                       mi hai capito e non  voglio dirti di più,

la vôs quand ch’a l’è daita a ‘n galantom               la parola quando è data ad un galantuomo

viva la vôs! I sôn côntent d’co mi…                         viva la parola! Son contento anch’io…

 

e peui sti sì sôn gent dla mia famia                         e poi queste sono persone della mia famiglia

gent dël me sang: la Musa dël Piemônt                  persone del mio sangue : la Musa del Piemonte

la nostra bela e frësca pôesia                                  la nostra bella e fresca poesia

quand ch’a l’à vestie a l’a basaje ‘n frônt              quando le ha vestite le ha baciate in fronte         

 

un a l’à daje ‘l tôn e l’armonia                              l’uno  ha dato il tono e l’armonia

a le canssôn dla rassa biceriña (4)                         alle canzoni dei Torinesi (4)

l’aôtr l’à trôvà ‘l filôn dla pôesia                            l’altro ha trovato il filone della poesia

scôtand parlé sôa cita: Cateriña.                            ascoltando parlare la sua piccola: Caterina.

 

A l’è për lon, perché ch’a sôn me fieui                   È per questo, perchè sono miei figliuoli

ch’i vad d’co mi al S. Giors për feje ônôr (5)         che vado anch’io al S. Giors per fargli onore  (5)

Sicur! Ij lo dirai fora d’ij feuj                                  Sicuro! E lo dirò sopra le righe.

Papà Brofferio l’è côntent për lôr!»                        Papà Brofferio è felice per loro!» 

19 12 1920 

Na Mamina 

(Nino Costa)  

(1) Saluto tipico tra persone di pari estrazione sociale. 

(2) Castelnuovo Calcea, in provincia di Asti, paese natale di Angelo Brofferio. 

(3) Il verso sta ad indicare ipocrisia. 

(4) Rassa biceriña soprannome dei Torinesi. Da Bicerin (bicchierino)bevanda tipica servita ancora ai nostri giorni nei bar  di Torino a base di latte, cioccolata e caffè. 

(5) San Giors noto ristorante, ritrovo degli artisti torinesi, sito nel quartiere di Porta Palazzo, da poco, purtroppo, trasformato in locale cosiddetto etnico.

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Voci dialettali, organo ufficiale dell'Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali pubblicato a Roma N° 150/15 dicembre 2010 pagg. 21 ~ 23

Piemontèis ancheuj mensile pubblicato a Torino N° 5 maggio 2012 Pagg.10 ~ 11. Qui tradotto in piemontese da Michele Bonavero e con piccole modifiche. 

Luigi Armando Olivero (1909-1996)

Gli inizi

 

Di Luigi Olivero già  ho scritto su Voci dialettali, portavoce di questa benemerita Associazione che, nel lontano 1952, contribuì a fondare con Turno Schiavoni di Ancona, Renata Sellani di Senigallia, Giulio Cesare Zenari di Verona, Gino Cucchetti di Venezia, e Alfredo Lucani di Pescara. Dell'ANPOSDI  fu a lungo Vicepresidente e direttore delle due riviste che Voci dialettali hanno preceduto: Poesia dialettale (1956-1961) e La fiera dialettale (1970).

Si sa che è  sommo poeta in piemontese. È però di più, molto di più. La sua riscoperta meriterà tempo e fatica. Viaggiatore instancabile per le vie del mondo. Corrispondente in pace ed in guerra, dalle dune assolate d'Africa ai campi di battaglia della Spagna insanguinata dalla guerra civile, dai mari in tempesta dell'Egeo ai cieli del mondo. Critico letterario, cinematografico, teatrale, di melodramma,  balletti, concerti sinfonici e leggeri. Autore di importanti saggi di costume e romanzi. Traduttore dall'inglese, dal francese, dal tedesco. Direttore di una stazione radio a San Francisco. Autore di commedie per il teatro, la radio, di sceneggiature cinematografiche.

Amicizie importanti, dalla Deledda a Sibilla Aleramo, Da Lorca a Cocteau, da Malreaux a Pound, da Croce al Flora e a lungo potrei continuare.

Oggi ne seguo i primi passi. Luigi Armando Olivero nasce a Villastellone (Torino) il 2 novembre 1909 alle ore 23.30 come dichiara all’anagrafe il padre Antonio di anni 22, di professione fabbro ferraio, attività che cambierà poi aprendo un’officina da ciclista; la mamma è Innocenza Perlino, sarta. Sarà proprio la campagna del suo grosso borgo agricolo natio, fonte di ispirazione per le sue prime composizioni. Il padre, nel periodo della Grande Guerra, è capofabbrica militarizzato alle Officine Bauchiero di Condove (bassa Valle di Susa sulla via del Moncenisio), dove  conduce anche la famiglia e dove il piccolo Olivero frequenta parte del primo ciclo scolastico. Secondo ciclo a Carmagnola. Frattanto una grave infermità lo costringe lungamente a letto. Sarà questo un momento decisivo per lui ed il suo avvenire. È la madre che lo fa incontrare, il bimbo malato, costretto all'immobilità, con la poesia. Ma non solo. Olivero è onnivoro. Legge tutto quanto trova, e quando non capisce, con testardaggine rilegge e... rilegge. Infine la Scuola Tecnica a Torino.

Dall'Armanach piemontèis del 1938, estraggo un suo pezzo in cui ci descrive un sabato pomeriggio  di lui quindicenne, con altri scavezzacolli suoi pari, lungo le nebbie invernali di Sua Maestà il Po.

D’invern, ël veciòt an pension a sta mej al caud, a l’Osteria dei Pesci Vivi, dove la vsinansa ‘d compare Pò, andurmì sota la cuverta spëssa dla nebia, as fa sente anche pi intima, pì filtrà, trames a l’ass dë baston e lë scart dël bagat, tant ch’a tramola ël bon vinèt piemonteis  drinta i bicej verd ch’a sursauto a ògni pugn armà ‘d fiera carta ch’a toca ‘l taulin…

Ma noi giovo, l’oma amprendùa vorèi-je bin a compare Pò ant tut’autra manera.

Scomësse dë studentin ëd quìndes ani, sul Pont Umberto, ël saba dòp disné. Coleta, fra sèt ò eut birichinèt dësfrandà. Sghijada general longh ël senté ch’a comensa con un arch ch’a në smija tramandà da l’Età dla Pera e che anvece a l’è stait fait  a bela pòsta për che i cobièt, passandije sota, as sentìjsso’d pi Adamo ed Eva ant ël Paradis Terrestre, ricostruì ant na pelìcola dla Cines.

Giù, tuti, fin-a al prim imbarcadero. Yole, barchëtte ansugnachìe, anvlupà ant ël nebion, con le traversin-e bagnà ch’a smijo ‘d còste scheletrìe d’impossìbii animai antidiluvian sëccà  ‘nt la pàuta. Sbalaucié pericolos dë sponde ant un saut ùnich ëd quatr Tarzan  masnà ch’a sguisso via, scianchërland la tërlandin-a grisa dla nebia, ant un trabaté ‘d luchèt e ‘d caden-e artirà an tuta furia. A pòca distansa a jë sprona  un’autra galera:

- Alé, tigròt dël Mompracem; all’arrembaggio! – a crija, da lì dzora un Sandokan armà ‘d riga milimetrà da disegn, con una man sul pivò dël timon e con la testa auta, ardìa, ch’a pòrta ‘l bareto a l’incontrare con l’ala voltà giù dël cupis.

Anfreidor, angine, mal ai dent, a son i nemii invìsibii ma present, ch’a respiro l’aria istessa che noi  respiroma… Ma ché! Gnun-e tëmme!

A rispond un Tremal Naik, da la nòstra barca, pontand una squadra – un dil passà drinta a l’ujét – e fasend part dal prim milim ëd colp arsonant d’archibus, fait con la boca, e diret a  la ciurma dla barca ch’an dà la cassa.

Foto di Giovanni Delfino

Sandokan alla riscossa, Le avventure di Testa di Pietra, I corsari delle Bermude. Salgari, Salgari, Salgari. Cost ël nòstr fium d’invern, i nòstri imbarch dë studentin ëd quìndes ani, dont së slansavo vers l’aventura stërmà ‘nt le nebie còtie tëbbe dl’entusiasmo ch’a smijava an protegijssa, ògni vòlta, dal mal di dent crònich, da l’angina dolorosa, e da l’anfreidor: valet de chambre ëd Madama Polmonite. 

D’inverno il vecchietto, pensionato, sta meglio al caldo, all’Osteria dei Pesci Vivi, dove la vicinanza di compare Po, addormentato sotto la coperta spessa della nebbia, si fa sentire anche più intima, più filtrata, tra l’asso di bastoni e lo scarto del Bagatto (Diavolo), tanto che tremola il buon vinello piemontese dentro i bicchieri verdi che soprassaltano ad ogni pugno armato di fiera carta che tocca il tavolino…

Ma noi, giovani, abbiamo appreso a volergli bene a compare Po in tutt’altro modo.

Scommesse di studentelli di quindici anni, sul Ponte Umberto, il sabato dopo pranzo. Colletta tra sette od otto birbantelli scatenati. Scivolata generale lungo il sentiero che inizia con un arco che ci sembra tramandato dall’Età della Pietra e che invece è stato fatto a bella posta  perché le coppiette, passandoci sotto, si sentissero di più Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, ricostruito in un film della Cines.

Giù tutti, fino al primo imbarcadero.

Yole, barchette sonnacchiose, avvolte nel nebbione, con le traversine bagnate che sembrano costole scheletrite di animali antidiluviani disseccati nel fango. Dondolare pericoloso di sponde in un unico salto di quattro Tarzan fanciulli che corrono via, lacerando la pellicola grigia della nebbia, in uno squassare di lucchetti e di catene ritirate in gran furia. A poca distanza ci sprona un’altra galera:

- Alè, tigrotti di Mompracem, all’arrembaggio! – grida, da li sopra,  un Sandokan armato di riga millimetrata da disegno, con una mano sulla barra del timone e con la testa alta, ardita, che porta il berretto al contrario con la visiera voltata in giù dalla nuca.

Raffreddore, angine, mal di denti, sono i nemici invisibili ma presenti, che respirano la stessa aria che noi respiriamo…

Macchè! Nessuna  apprensione!

Risponde un Tremal Naik, dalla nostra barca, puntando una squadra, - un dito infilato dentro l’occhiello – e facendo partire dal primo millimetro risuonanti colpi d’archibugio, fatti con la bocca, e diretti alla  ciurma della barca che ci da la caccia.

Sandokan alla riscossa, Le avventure di Testa di Pietra, I corsari delle Bermude. Salgari, Salgari, Salgari. Questo il nostro fiume d’inverno, i nostri imbarchi di studentelli di quindici anni, che si slanciavano verso l’avventura nascosta nelle nebbie morbide e tiepide dell’entusiasmo che sembrava ci proteggesse, ogni volta, dal mal di denti cronico, dall’angina dolorosa,  e dal raffreddore: valletto di camera di Madama Polmonite. 

Olivero inizia giovanissimo a scrivere poesie in italiano. I primi esempi li ritroviamo su due riviste del 1926: l'orobica Il pensiero e la milanese Giovinezza d'Italia. Una sua piccola raccolta  di poesie in italiano è premiata, nello stesso anno, dall'Illustrazione Nazionale di Bologna. Lui stesso ci racconta che avrebbe, con tutta probabilità, come molti suoi pari, continuato per un po' a carduccianeggiare, a dannunzianeggiare, a rapisardeggiare e che poi, deluso, avrebbe, con tutta probabilità, smesso se...

Se non ci fosse stato l'incontro con la poesia piemontese. Nel 1928 si imbatte in un sonetto di Alfredo Nicola pubblicato su Il Pasquino (settimanale umoristico torinese).  Olivero ci racconta che fino allora Io  non avevo ancora scritto una sola virgola in piemontese. Nella sua poesia ‘L regal ‘d NatalAlfredino manifesta tutti i suoi dubbi nella scelta di un regalo per la fidanzatina, pensando infine di ricorrere ai soliti due etti di diablotin (cialde ricoperte di cioccolato allora ed oggi alla moda). Olivero risponde ad Alfredino con due suoi sonetti, in piemontese, in cui, al posto dei due etti di diablotin, consiglia invece due etti di basin (baci), che sicuramente sarebbero meglio accolti, e poi, se del caso, rafforzati dai due etti di diablotin.

Da questo primo incontro, l'amicizia tra i due poeti. La presentazione al gruppo, allora in formazione, de Ij Brandè, che capitanati da Pinin Pacòt intendono ravvivare la poesia piemontese, allora sul punto di estinzione, se non già del tutto estinta. (Brandè: alari, i due pezzi di ferro che nel camino si utilizzano per tenere viva la fiamma rialzando il legno e permettendo un maggiore afflusso d'aria).

Ora una poesia inedita della metà degli anni trenta facente parte del Fondo Olivero giacente presso l'AssOlivero di Villastellone.

(Mia è la traduzione sia della poesia che  dell'articolo. Entrambi non hanno alcuna altra pretesa se non quella di rendere comprensibile il testo al lettore cui sia ostico il piemontese.) 

            Marta                                                            Marta

Ansema, ant la sèira,                                                   Insieme, nella sera,

navigavo an boneur                                                     viaggiavamo felici

vers colin-e spàlie.                                                      verso pallide colline.

La faussìa dla lun-a                                                     La falce della luna

durmìa su mè cheur…                                                dormiva sul mio cuore…

 

As ciamava Marta.                                                      Si chiamava Marta.

 

L’avìa j’euj pien ‘d rosà                                              Aveva gli occhi pieni di rugiada

parèj ‘d chi ch’a seufr;                                                 come di chi soffre;

l’avìa ùmid ij làver                                                       aveva umide le labbra

parèj ‘d chi ch’a prega;                                                 come di chi prega;

la fàcia ‘nvisca ‘d reuse                                                il viso splendente di rose

come chi ch’a veul bin…                                             come chi ama…

 

La faussìa dla lun-a                                                     La falce della luna

durmìa su mè cheur…                                                dormiva sul mio cuore…

Voria esse për chila                                                     Vorrei essere per lei

col che gnun l’era stàit:                                               chi nessuno era stato:

la gioventù, la gloria,                                                   gioventù, gloria,

l’argioissansa, la vita.                                                   tripudio, vita.

Ma son stàit un ilus:                                                     Ma sono stato un illuso:

la domora d’na sèira.                                                    il trastullo d’una sera.

 

La faussìa dla lun-a                                                      La falce della luna

durmìa su mè cheur…                                                 dormiva sul mio cuore…

 

L’avìa un rije ‘d pèrla                                                  Aveva una risata di perla

ch’am balìa ‘nt le ven-e                                               che mi ballava nelle vene

e na boca soav                                                              e una bocca soave

con un deuit d’educanda.                                             con un garbo da educanda.

 

«Come ‘v ciame?» l’hai dije.                                       «Come vi chiamate?» le ho detto.

«Marta» a l’ha rijù pian.                                              «Marta» ha riso piano.

La faussìa dla lun-a                                                       La falce della luna

durmìa su mè cheur.                                                      dormiva sul mio cuore.

 

Mesaneuit a sonava                                                     Mezzanotte rintoccava

e a l’ha nen dime adiù.                                                e non mi ha detto addio.

L’avìa un grop an gola,                                               Avevo un nodo in gola,

na suitin-a ancreusa                                                     un’arsura profonda

‘n anvìa ‘d seugné                                                       un desiderio di sognare

un grand lagh ëd parole.                                              un grande lago di parole.

 

As ciamava Marta.                                                       Si chiamava Marta.

 

Për doe strà diverse                                                     Per due differenti strade

l’oma portà ‘nt noi                                                      abbiamo portato in noi

una greva tristëssa.                                                      una tristezza greve.

L’hai nen vorsùje bin                                                   Non ho voluto bene

a gnun’àutra fija:                                                          a nessun’altra fanciulla:

mach al nòm ëd silensi                                                 solamente al nome del silenzio

mach al nòm ëd Marta...                                               solamente al nome di Marta...

 

La faussìa dla lun-a                                                       La falce della luna

a deurm ’d zora mè cheur.                                            dorme sopra il mio cuore.

Testa in gesso di Luigi Olivero

Scultura in gesso del giovane Olivero, forse di Giuseppe Macrì.

(Proprietà privata)

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Piemontèis ancheuj mensile pubblicato a Torino N° 7/8 luglio/agosto 2012 Pagg.10 ~ 11 con traduzione in piemontese di Michele Bonavero. 

Luigi Armando Olivero (1909-1996)

Gli inizi ~ Seconda parte

 

         Dopo aver brevemente tracciato l'iniziale cammino di Luigi Olivero dalla  natia Villastellone alla ricerca di uno spazio tutto suo in cui esprimersi, riprendo, ampliandolo, il momento forse più importante nella sua vita: quello in cui inizia a scrivere nel suo dialetto  che più non abbandonerà durante la sua lunga esistenza.

         Ho narrato dell'incontro con la poesia di Alfredo Nicola, Alfredino. Vediamo come questo episodio ce lo racconta Olivero stesso nella prefazione  Il Paradiso in technicolor della poesia di Alfredino  che circa 25 anni dopo scrive per la raccolta di poesie Nivole dell'amico Nicola, pubblicata nel 1950:

         Esiste una predestinazione per le amicizie, come esiste una predestinazione per i matrimoni. Ero un minorenne metà anarchico e metà sognatore, metà per posa e metà per costituzione, quando, venticinque anni or sono, conobbi Alfredo Nicola. Alto, snello, aristocratico, misurato nella parola e nel gesto, di otto anni più adulto di me, era il mio “contrario”. Da almeno due anni, i nostri versi in italiano (firmati Alfredino i suoi, igi ero  i miei) apparivano spesso pubblicati, per una curiosa coincidenza, in décauville nelle colonne del Pasquino di Gec e in quelle di un foglietto arancione – il più piccolo – effemeride settimanale, nutrito di pubblicità e di vagìti letterarii, che Alberto Grappini faceva distribuire nelle vie, nei caffè, nei teatri torinesi.

Un giorno fece capolino da quel periodico un sonetto piemontese di Alfredino in cui si raccontavano le perplessi­tà di un innamorato nella scelta di un regalo per la fidanza­tina: perplessità tanto perplessa che finiva per scivolare nei soliti «doi etto ’d diablotin».   

Interrompo il racconto di Olivero per riprodurre la poesia di Alfredino:

         ‘L regal ‘d Natal                   

Savìa pà cos regaleje, epura                          

vôlend acôntentè me pôciôniñ,                      

l’avìa neñ veuja ‘d fè bruta figura                

e ‘d rôbatè ‘n dôi ettô ‘d diablôtiñ…            

 

Anlôra côn ‘na frisa d’añcalura          

ì l’ài  gatjaie ‘l cheur un mômentiñ               

côntent se ‘na parola, anche se scura,

l’aveissa fame – ônesta – da lumin.              

 

Ma côme ‘na côrenta campagniña               

ch’a gira sensa fin, vertiginôsa,           

sôa lenga l’à ciapame ‘na rôtiña                  

 

ch’i l’ài mai vistne uña tant famôsa…          

Mi quindi fasend l’erbo ‘mbacucà                

‘n dôi ettô ‘d diablôtin sôñ rôbatà!       

         La parola torna ad Olivero:

 Io non avevo ancora scritto una sola virgola in piemontese. Ma quel giorno mi vennero spontanei due sonettini alquanto scapestrati nella forma e nella sostanza, nei quali mi rammaricavo con Alfredino per la sua scelta che io avrei eletto, se si fosse trattato della mia innamorata, in «doi etto ’d basin», i quali certamente sareb­bero stati accolti con maggior entusiasmo chemotàttico se non gastronomico, dalla graziosa ricevente: tanto più che gli altri due etti di «diablotin» potevano ugualmente soprag­giungere di rincalzo a completare la festa. Il giornaletto pubblicò i miei sonettini con la dedica, Alfredino li lesse, mi mandò subito una lettera di allegra solidarietà in cioccolatini e baci da regalare alle nostre leggiadre pupe, io lo ri­cambiai con un’altra lettera gioconda che venne fatta legge­re dal destinatario al comune amico Vincenzo Signorini, allora studente in una delle sei o dodici (o diciotto?) facoltà in cui si è poi laureato, il quale ci avvicinò: ci fece conoscere personalmente. Fu così che Alfredino ed io divenimmo amici. E fu così che Alfredino mi indusse alla poesia piemontese, la cui «càmola» mi venne presto innestata nel cervello da Pinin Pacòt a cui egli, a sua volta, mi presentò contemporaneamente ai poeti, allora già uniti in gruppo e collaboratori al Caval ’d Brons, Carlottina Rocco, Renzo Brero, Aldo Daverio, Armando Mottura, Renato Bertolotto e tutta la gaia brigata con la quale si costituì rapidamente la «Compania dij Brandé.

Ecco i due sonetti di Olivero pubblicati su il più piccolo del gennaio 1929: 

         L me regal                                                        

                           I                                                         

     Ti ‘t ses l’eterno cit ch’a l’à paura                

dle faje, dël diaôlot e dël magnin.                 

Ma ciamô mi!… ‘ndè fe côla figura              

‘d regaleje a la sfrincia ii diablôtin!             

 

     L’è pà ‘n regal, lô-lì. Cônven-e pura,           

‘t l’as propi avù ‘n penssè ‘n po’ miserin.    

Ti, ‘nvece, côn dôi etto… d’ancalura            

‘t pôdie slanssete e deie… ‘n bel basin.        

 

     Chila, spôrsend-te tuta la bôchin-a,             

l’avrìa pi nen pôdù mnè la longhina            

o dete ‘d gena côn sôa vôs grassiôsa.           

 

     E ti, côn n’aria franca e côntegnôsa,            

‘t l’avr’a pôdù bësbeje : «O pôciônin,

t’aùguro ‘n bòn Natal côn côst basin!»         

                            II                                                      

     Un bel basin da mascc, giust e serà     

su la sôa bòca frëssca e caprissiôsa,   

un ‘d côi basin ch’a sciodô mach d’istà       

o ch’a pasiò la fiëtta pì nervôsa;         

 

     dilô ti, dilô ti, ch’it l’as cantà               

l’ariëtta dla môntagna delissiôsa,       

dilô ti, ch’it l’as l’anima armôniôsa    

dël poeta gentil an-namôrà:                 

 

     dilô: l’er-lò nen mei côl bel basoto      

ai dôi etto ‘d pastiss ch’it l’as portaje?        

l’er-lò nen mei ‘na paròlina bela -      

 

     ch’a strensëissa dôi cheur an t’un sôl moto -                                         

che ‘l nastrin vernisà ‘d côle batiaje,  

che ‘l dôi etto ‘d pastiss ch’it l’as portaje?

 

         Mentre la poesia di Alfredino è poi stata pubblicata nella raccolta Penombre del 1929 con dedica ad Olivero, i due sonetti in risposta da allora giacciono, non più ripresi, nelle pagine, oramai praticamente introvabili, del giornalino che le ospitò: sono pertanto praticamente inedite per l'odierno lettore.

L'incontro con Ij Brandé, ed in particolare quello con Pinin Pacòt, avverrà, di lì a poco, in un'osteria della collina torinese e schiuderà il rapporto personale un'amicizia difficile ma sincera, fragile ma preziosa  con  l'altro grande letterato della cultura in piemontese del Novecento che così ci  presenta Olivero in un ritratto sulla rivista  Ij Brandè N° 151 del 15 dicembre 1952:

E cola seira, për la prima vòlta, mi, i l’hai conossù Vigin Olivé, che as në rivava da soa Vilastlon tapà con un magnìfich paira ‘d braje bianche (antlora ancora ‘d mòda), che mach a vëddje, a preanunsiavo già soa originalità.

Sùbit i soma capisse. E mentre d’antorn a noi as parlava ‘d dialèt e ‘d grafìa, ‘d teatro e ‘d cansonëtte, ‘d Viriglio e ‘d Paggio Fernando, tra ‘d noi, i l’ero sùbit disse ‘d nòm, che, për noi, a l’avìo ‘l son  misterios ëd paròle ‘d riconossiment. E i l’avoma parlà sùbit ëd Baudelaire, ‘d Verlaine e ‘d Rimbaud, ëd Leopardi e ‘d Campana, ‘d Rubén Dario e ‘d Mistral. Poeta che i conossìo mach noi, ò che për lo meno i chërdìo d’esse mach noi a conòsse. … Ma antlora i l’ero giovo, e i la pensavo parèj, quand che i soma conossuse, Olivero e mi. E për lòn, an nòm dla poesìa, i soma dventà sùbit amis. 

         La stessa serata è raccontata anche da Olivero, non anni dopo, ma a tambur battente sulla rivista Recensioni del  15 ottobre 1930 edita a Palermo!

         Una «Bagutta» bicerina. Una temibile concorrente della nota osteria milanese sembra stia per aprire le verande nella nostra città, su per l’erta della collina che conduce a Val San Martino. Infatti, se l’osteria meneghina è meritatamente celebre per i suoi premi e per il suo risotto, la piola subalpina pare lo stia diventando per la sua posizione sovrana – terrazza tra gli alberi con veduta di straforo di tutta la città – e per le deliziose tagliatelle condite con fegatini di pollo (in piemontese: pica-tera) che ne fanno la ghiotta specialità.

Sul tramonto del giorno 5 corr. Si sono adunati, proprio su quella terrazza, i componenti del gruppo degli «Amis del dialet» equivalenti ad una parte dei migliori rappresentanti della nostra musa dialettale. Notavit: il poeta Nino Costa, il prof. Onorato Castellino, l’On. Saverio Fino, il comm. Lupi padre putativo del «Gianduja», Luigi Maggi, Giulio, Carlinot (il re della canzone), l’attore Carlo Vandano, Amelotti, Pinot Casalegno; i giovani: Pinin Pacot, Alfredino, A. Soddanino, Mottura ed altri.

         Effusioni, brindisi; frizzi a getto continuo di Carlinot (il re della canzone), dizioni di Nino Costa ( «La Côpà» e una delicatissima canzone trovadoresca ancora senza titolo) (La biondina di Val San Martino? n. d. a.), di Maggi, di Giulio. Accordi per una modesta manifestazione mistraliana, progetti per una prossima riedizione autunnale del «Birichin» giornale di sorrisi cari all’animo del nostro popolo e ai ricordi di scapigliatura di tanti suoi poeti. Canzoni.

Ritorno «a riveder le stelle» e le lucciole di strada Val San Martino (o Carlinot, re della cànzone!) lungo i muri dei villini coperti di glicini e d’ombre…

         Come si sarà notato, nelle due poesie trascritte, la grafia è ancora quella che utilizzavano scrittori e poeti facenti capo alla rivista della Famija turinèisa  'l caval 'd brôns. La grafia unificata non è ancora stata messa a punto. Lo sarà di lì a poco. Nell’inverno del 1929~1930, a soli vent’anni, Olivero è chiamato a far parte del gruppo di lavoro alla Direzione dell’O. N. D. (Opera Nazionale Dopolavoro) di Torino con Matteo Bartoli, Nino Costa, Alfredo Formica, Ferdinando Neri, Giuseppe Pacotto, Leo Torrero e Andrea Viglongo. Il frutto di questo lavoro, che purtroppo ebbe a disposizione un limitato lasso di tempo, fu presentato da Pinin Pacòt come introduzione alla collezione Scritor Dialetaj Piemontèis di Andrea Viglongo e da allora conosciuto come grafia Pacotto-Viglongo.

Olivero, nel paragrafo La grafìa piemontese a pag.24 della sua raccolta poetica Rondò dle masche, ricorda così l’episodio:

È, infine, doveroso avvertire che questo parziale ritorno alla grafia tradizionale (vale a dire a quella impiegata, ma senza vera e propria unicità né assoluta continuità, nella seconda metà del Settecento e inizio dell’Ottocento) non è merito di un solo scrittore, come da troppo tempo insistono abusivamente alcuni fanatici mitomani pseudofilologi torinesi da osteria di barriera. In realtà questa riadozione venne accordata collegialmente nell’inverno 1929-1930 e poi meglio consolidata negli anni successivi, nel corso di alcune riunioni di studio che ebbero luogo nella sede dell’OND Provinciale di Torino. Riunioni alle quali parteciparono, oltre al Direttore Tecnico per il Folklore della stessa OND  avv. Eugenio Rastelli (e poi citiamo in ordine rigorosamente alfabetico, al fine di non deflorare la virginea ipersensibilità delle confraternitùcole pseudoletterarie torinesi devote a questo o a quello scrittore vivo o defunto), Matteo Bartoli, Nino Costa,  Alfredo Formica, Ferdinando Neri,  Luigi Olivero, Giuseppe Pacotto, Leo Torrero, Andrea Viglongo. Ma, il loro, non fu certo un lavoro massacrante, giacché si limitò a rinunciare ai due segni arbitrarii ô ed ñ, ad introdurre qualche accento grave o acuto, il trattino di separazione tra la n faucale e la vocale che la segue (e che gli antichi usavano indicare con una h intermedia o non indicare affatto) e idem per il suono s-c che nel passato usava contraddistinguere con un apostrofo intermedio oppure trascurarlo del tutto.

Ed ecco che Olivero prende il volo. Poesia (oltre mille componimenti in piemontese), saggi, romanzi, articoli della più varia umanità, commedie, sceneggiature cinematografiche, trasmissioni radiofoniche, recensioni di ogni genere... Oltre 60 anni di scritti che compongono un immenso scrigno che, poco alla volta, almeno spero, andrà studiato, rivalutato e, soprattutto, nuovamente pubblicato per mettere questo patrimonio a disposizione di chi voglia goderne.

Orfeo Tamburi

Litografia di Orfeo Tamburi da Ël Tòr N° 4 del 15 settembre del 1945

Pubblicato sul sito WEB di Gioventura piemontèisain attesa che possano riprendere le pubblicazioni della rivista omonima. http://www.gioventurapiemonteisa.net/?p=3467

 

Luigi Armando Olivero ed il "Futurismo"

 

Corre  il 1933 quando Olivero è al Ristorante del Cambio a Torino in compagnia di Filippo Tommaso Marinetti,  in piena polemica antipastasciuttara. Pastasciutta che Marinetti considera un piatto passatista, pesante allo stomaco, assolutamente controindicato al superdinamismo della generazione futurista. In pieno ossequio con i suoi dettami, quel giorno, al Cambio, con Olivero, Marinetti si divora un autentico Vesuvio di fumante pastasciutta.

Da questo, e da altri incontri con Marinetti, prenderà le mosse la composizione del futuristico, nell’ideazione poetica e nella composizione grafica, Aereopoema dl’elica piemontèis che lo stesso Marinetti definirà come vibrante di audacissima aeropoesìa, ùnica in tutti i dialetti del mondo,  di cui ci occuperemo tra breve.

         Ad Albisola, la cittadina della ceramica d’arte, Tullio Mazzotti, figlio del fondatore delle Ceramiche Mazzotti, tuttora attive, che si farà chiamare Tullio d’Albisola, inizia un intenso rapporto con i Futuristi e stringe amicizia con Munari, Marinetti, Fontana e tanti altri che frequentano il suo atelier. Le lettere che gli verranno scritte negli anni dai tanti amici e collaboratori futuristi, saranno poi raccolte e pubblicate in ben quattro volumi.

Oltre che alla ceramica, di cui diviene maestro, si dedica anche alla poesia e compone L’anguria lirica, un lungo poema passionale che verrà pubblicato, come secondo esempio di tale sistema, stampato su fogli di latta. È illustrato da Munari e Diulgheroff con prefazione di Marinetti. L’impressione è della lito-latta Nosenzo di Savona per le Edizioni futuriste di “Poesia” di Roma.

Un giovane studente di architettura, Italo Lorio, autore di novelle e racconti (Fumo negli occhi Montes Torino 1934, Tempo di marcia Montes Torino 1935), è amico e collaboratore di Tullio d’Albisola. Chiede più volte di poter collaborare a le grandi firme di cui, al momento, Olivero è redattore capo e direttore, in assenza di Dino Segre (Pitigrilli) all'estero per motivi politici. Dopo ripetuta insistenza, Lorio ottiene l’incarico. Pubblica  una lusinghiera recensione alla nuova fatica di Tullio al quale, con una lettera del 15 gennaio 1935, su carta intestata della rivista, chiede   di inviare in regalo una copia de L’anguria lirica a Luigi Olivero. (1)

Il 20 marzo Olivero, che ha ricevuto l’omaggio, così si rivolge a Tullio con una sua lettera:

…ho ricevuto tutto: la stupenda “Anguria” in lito-latta che conservo, come una preziosa rarità editoriale, sul mio scrittoio…

Sempre a proposito dell’Anguria così aveva scritto a Tullio in una precedente del 22 gennaio:

Noi ci siamo conosciuti sulla pista aerea della FIAT il giorno della manifestazione futurista in onore di S. E. Marinetti.

Ma le 5 fette rosso-fuoco dell’ANGURIA LIRICA mi pervengono sul binario luce della poesia comunicando ai miei nervi 5 scosse della sensibilità elettrica che irradia dall’anima del POETA CAMPIONE DI TORINO.

         Ancora un aneddoto riguardante Olivero, Marinetti ed il poeta Corrado Govoni (Frazione Tàmara di Copparo FE 1884 – Lido dei Pini Anzio 1965).

Nota l'amicizia di Olivero con Marinetti, altrettanto quella di Marinetti con Govoni, anche quest’ultimo seguace, per alcuni anni, della corrente futurista.

 Olivero racconta che, dopo la morte di Marinetti del 2 dicembre 1944, nei primi giorni del gennaio 1946, passeggiando per Roma, in Via del Babuino, entra in una libreria d’occasioni. Qui,  uno scaffale polveroso, sopra  sette  volumi pubblicati da Marinetti, tutti con dedica autografa, più che affettuosa,  a Corrado Govoni.

Una delle dediche recita Al grande poeta Corrado Govoni, alla Meravigliosa Primavera della Sua anima. Con affetto. F. T. Marinetti.

La parola ad Olivero:

Noi avoma gnun-e intension ëd fé belessì né l’apologia né la stroncatura ‘d F. T. Marinetti. Soma nen ëd fassios e soma nen ëd critich. Ma an fa dëspiasì – un dëspiasì ch’a confin-a con lë scheur – constaté coma ant l’ànima d’un poeta – ch’a duvrìa esse l’ànima pi sensibila e nòbila ‘d tute le ànime – a peussa formasse tanta cràcia ‘d vigliaccheria da feje arneghé la memoria d’un amis mòrt doe vòlte – fisicament e leterariament – con un gest così trivial come col ëd vende da cartassa inùtil ij so ùltim lìber sensa gnanca avej ël rigoard elementar dë s-ciancheje ‘l prim feuj dova col amis a l’ha pogià la man për ë-scrive la pi sincera, forse, dle soe diciarassion d’amicissia: coma l’è squasi sempre la diciarassion che në scritor a peul ofrije a un cambrada an letteratura quand a compagna, con le pòche paròle scrite an front d’un sò lìber, la sostansa viva dël sò pensé convertìa an carta stampà.

Savoma tuti – e tanti ‘d noi a l’han provà – ij sacrifissi ‘d costi ultimi ani che sovens a l’han obligane a vende le nostre còse pi care për compresse ‘d pan.

Savoma tuti che F. T. Marinetti a l’era fassista, an fasìa ciamé Caffeina d’Europa,  a l’avìa definì la guèra sola igiene del mondo,  a l’avìa ant chiel una bon-a dòse ‘d ciarlataneria mës-cià con una bon-a dòse d’ingegn auténtich mal impiegà; e ades a l’è, a rason ò a tòrt, universalment dëspresià.

Ma ij difet ëd l’òm e le soe tare politiche, ch’a esistjto già quand ch’a l’era an vita e donca a pudijo esse considerà fin d’antlora da j’amis che ancheuj a lo arnego, a peulo nen e a devo nen giustifiché un gest come col ch’a l’ha fàit Corrado Govoni ades che l’òm a l’è mòrt e, come l’oma già dit, anche leterariament sotorà. Un gest ëd bassa vigliacherìa, ripetoma, paragonàbil al gest ëd cola bestia african-a ch’a pissa an sël cadàver  ëd l’òm che na minuta prima a l’era ancora sò padron e ch’a la carëssava tratandla da amija. …

Però… Però la nostra cita aventura libraria a l’è ancora nen finija e ‘l séguit, se an fà rije ‘d cheur, an fà ‘d cò pensé ch’ai sia un destin che sèrte vòlte as divert a vendiché ij mòrt dj’afront ch’ai fan ij viv.

Ancheuj, passand ant una strairòla ‘d Tor di Nona pien-a dë strassé, dë marsé e ‘d feramiù, l’oma vist për tèra, tra na savata rota e un portacandèile armis, un lìber oit e s-cianchërlà ‘d Corrado Govoni: Poesie scelte (1903-1918) / edission Taddei e figli Ferrara. Soma chinasse a sfojatelo, sensa dësfilesse ij goant da le man. La prima pagina a l’era soagnà d’una bela dédica autografa dl’autor a una creatura che chiel a batesava «mia divina ispiratrice».

Una «divina ispiratrice» - viva la soa fàcia ‘d tòla, giuradisna! – ch’a l’ha campà ‘nt la pàuta le poesìe ‘d col poeta che, dëspresiand l’amicissia, a l’è meritasse, a soa vòlta, ‘d vëdse dëspresià, forse, l’amor…

L’oma comprà col lìber ëd Govoni. Soma andài a compré, sùbit dòp, coi sèt lìber ëd Marinetti. E i guernoma tuti eut come un-a dle documentassion pi singolar dla fondamental saloparìa dl’ànima uman-a 1946.

E veniamo all'opera futuristica di Olivero. Nell’autunno del 1950 vince a Parigi, su 65 partecipanti, il Prix de la Chimère di poesia dedicata all’aviazione nell’ambito dell’Esposizione Aerea Internazionale con  L’Aereopoema dl’Élica Piemontèisa, che gli vale un premio di 500 mila franchi.

La motivazione del premio è la seguente: La più alta espressione della poesia dei cieli animata dalle ali degli uomini.

L’anonimo estensore sulla rivista Ij Brandé N° 100 del 1 novembre 1950 (Pinin Pacòt?) commenta:

Le pòche paròle ‘d costa notissia a basto nen a dì còsa ch’a sìa sto cit poemèt, sospeis ant un miraco ‘d color e ‘d nuanse a specié dal cel ëd Piemont la reveusa nostalgìa dij paisagi nostran. Ij pòchi ch’a l’han lesulo a lo san, e noi i speroma ‘d vëddlo prest publicà.

Ant costa bela afermassion noi vëdoma un pòch lë specc ëd soa vita d’om e ‘d poeta, con col andi dësgagià e ardì ch’a lo caraterisa, sempre pront a serché l’aventura për cheujne la sostansa lìrica da fonde ant la blëssa dij sò vers. A l’é për costa soa gioventura sempre viva che noi i l’auguroma che, a dispet ëd col sò sfògh epigramàtich, d’autre bele vitòrie a ven-o a conforté soa fatiga e sò ingegn ëd poeta.

Nel 1941 Chionio, recensore letterario dell’Armanach Piemontèis  ne annunciava la prossima pubblicazione  definendo l’opera:

L’acid tartarich ch’à fa mossè il mòst savurì ëd cost volum bizar…

Guido Mattioli, scrittore, aviatore e direttore della rivista L’aviazione nel numero di gennaio del 1945 a proposito de L’Aereopoema  scrive:

Una prova della gagliarda rinascita del Piemonte, la fornisce nel campo spirituale Luigi Olivero con un’opera di poesia, nuova per la concezione e per la forma, che s’impone all’attenzione non solamente piemontese, ma italiana.

Olivero ci racconta  che il volume fu stampato dalla casa editrice La Sorgente di Milano e che, pronto per la distribuzione, fu incenerito dalla prima  all’ultima delle sue 3.000  copie dal bombardamento su Milano della R.A.F. nella notte tra il 15 ed il 16 febbraio del 1943.

Nel Fondo Olivero di Villastellone ho  rintracciato recentemente copia dattiloscritta dallo stesso Olivero de L'aereopoema con molte correzioni e varianti.

Per vedere l’opera stampata bisognerà attendere il 1993 quando Camillo Brero la pubblica a puntate sul suo Piemontèis ancheuj.

La neuva rassa, nella versione dattiloscritta di Olivero, unisce due poesie che in Brero compaiono separate: La neuva rassa e La cilesta anarchia.  In questa seconda, Brero, probabilmente, a causa della sua formazione seminaristica, elimina sei versi sostituiti, senza alcuna spiegazione, da una linea punteggiata. Ecco, come conclusione sui rapporti tra Olivero ed il Futurismo, la versione completa della poesia mutilata da Brero: (3) 

LA NEUVA RASSA 

L'é temp che al mond ai nassa

na neuva rassa

volanta e marinara

ch'ampara

a traversé

dë sfrandon le frontiere;

a scarpisé

le bòje panatere

"passatiste" nostran-e e strangere;

a scracé

su la stòria,

sla bòria,

sle làpide "an memòria",

sul present,

sul passà,

sui monument

vespasian dij colomb dla sità.

L'é temp che al mond ai ven-a

na neuva umanità

con la front ciaira e seren-a,

con un neuv sentiment,

j'euj sincer e rijent,

sensa sòld, sensa cà,

sensa seugn, sensa vissi,

sensa gnun pregiudissi,

ma con na gran richëssa

- la salute e la blëssa -

ma con un gran tesòr

andrinta 'l cheur sarà:

la bontà!

la bontà!

la bontà!

E basta con

le religion,

ij partì,

le nassion,

ij polmon

apassì

'd Mimì,

le filosofìe,

le enciclopedìe,

le crìtiche

stìtiche

e le politiche

sifilìtiche,

ij messaj,

ij giornaj

sbërlacià dai papagaj

con j'ociaj

ch'a meujo 'l bech andrinta ij caramaj!

Basta coi baco 'd minìstr

ch'a l'han fàit un pampist

dël vèrb ëd Gesù Crist!

E basta con la siensa

e con la volontà 'd potensa!

Basta con la moral

ëd Nietzsche

e ‘d Pascal! (Qui si conclude la versione pubblicata da Brero)

(Tra doe cheusse patice

j’è la pi bella moral

e a la scriv la natura

sul messal

rilegà

an pel uman-a reusa e profumà).

Basta con l'impostura (Qui riprende la versione Brero)

e la malinconìa

dla literatura

veiassa plufrìa...

E un po' pi 'd poesìa

e un po' pi 'd poesìa

e un po' pi 'd poesìa

vera, fòrta, sentija  (verso aggiunto a mano)

ant ògni creatura!

L'é temp che al mond ai nassa

na neuva rassa

violenta e degordìa

ch'a raspa e a pòrta via

tuta quanta la drùgia

dij sécoj: ch'a fiàira e a s'amugia

an sla tèra

për anfleje la rogna dla siensa e la pest ëd la guera:

la pest ëd la guera

la pest ed la guera

a la fàcia dla tèra! 

(1) Quaderni di Tullio d’Albisola Vol. II (Lettere di Italo Lorio) Editrice Liguria 1981 

Il primo esempio italiano di Libro di Latta è stato ideato ed illustrato proprio da Tullio d’Albisola. Trattasi di Parole in libertà futuriste tattili termiche olfattive di Filippo Tommaso Marinetti pubblicato a Savona il 4 novembre 1932. Comprende 15 fogli litografati con composizioni coloristiche di Tullio d’Albisola.Tirato in 101 copie dalla Litolatta di Savona di V. Nosenzo.

Anguria lirica di Tullio d’Albisola è stato tirato dalla stessa ditta in 200 copie a Savona nel 1933. 

I brani delle lettere di Olivero riportati, sono tratti dall’Archivio “Tullio d’Albisola” di Vittoria ed Esa Mazzotti. In detto archivio sono conservate due lettere ed una cartolina di Olivero a Tullio. Le due lettere su carta intestata de le grandi firme, l’altro scritto su cartolina editoriale de "i vivi", rivista quindicinale d’attualità diretta da Pitigrilli.  

(2)  Luigi OliveroProponiment dël Tòr “Cigno gentil” con ànima ‘d porsel  Ël Tòr N° 12 1946 

(3) Luigi Olivero Aereopoema dl’élica piemontèisa Piemontèis ancheuj N° 132 dicembre 1993 – N° 144 gennaio 1995 Torino. 

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Rivista Marittimepubblicata a Borgo San Dalmazzo CN

N° 43 aprile 2012 pagg. 37 ~ 42

  

Un poeta borgarino

 Calisto Ghibaudo

 

Calisto Ghibaudo nasce ad Antibes (Costa Azzurra, Francia) nel 1920. Giovanissimo si trasferisce a Borgo San Dalmazzo. Lungo periodo di naja come tenente del 5°, poi del 2° ed infine del 4° Reggimento degli Alpini. Ricordi di guerra che sfoceranno poi nel suo secondo libro di poesia Noi soma Alpin del 1955.

Calisto Ghibaudo

Calisto Ghibaudo (Per gentile concessione archivio famigliare Ghibaudo)

Il suo primo approccio con la poesia è però precedente. Nel bel dialetto di Borgo compone Dal Monserà ai Camorei, una scelta di poesie riguardanti Borgo San Dalmazzo, che pubblica nel 1952 presso l'Istituto Tipografico Bertello di Borgo.

È l'estate del 1954. Sale sotto il santuario del Montserrat, con il piccolo figlio Marco, ad incontrare l'amico poeta Luigi Olivero, cui appunto ha trovato casa, qualche anno prima, alla morte della di lui madre, in una villetta proprio sotto il santuario, villetta che Olivero chiama affettuosamente la sua bicocca. Qui lunghe discussioni ed anche belle passeggiate. Così l'Olivero descrive questi incontri nella lettera che invia a Calisto e che questi utilizzerà quale prefazione al suo nuovo libro di poesie dedicando ad Olivero un intero capitolo:

e io ti ricambio inadeguatamente offrendoti  il sonetto che precede questa letterina e che non è nemmeno tra le mie cose più efficaci. Abbi pazienza. Ognuno dà ciò che ha. Il nostro gesto equivale alla stretta di mano tra poeti: la tua più calorosa, la mia forse meno intensa ma ugualmente cordiale… Olivero preconizza poi l’intervento di qualche super-psicòlogo che definirà lo scambio una concertata puerilità reclamistica richiamando la definizione data dei poeti da Ernesto Renan con l’arguto verso:

                            «Ce sont des enfants qui se sucent le pouce». 

Pollice, indice, medio – chiosa Olivero – anulare o mignolo, in ogni caso le dita sono nostre  e ce le succhiamo individualmente o intrecciamo reciprocamente come ci pare.

Olivero prosegue poi ricordando gli inizi in patois della poesia di Ghibaudo e del suo consiglio di addivenire al dialetto …è proprio qui, sul terrazzino di questo mio èremo solitario, dirimpetto alla schiena loricata d’oro della Bisalta, che abbiamo discusso insieme di questi effimeri ma per noi interessanti problemi di strategia letteraria: e che tu hai accolto il mio modesto suggerimento di lasciare il patois per dedicarti al dialetto il quale, a suo modo, è già un idioma: in quanto è codificato da secoli nella sua struttura filologica  ed è comprensibile ad un maggior numero di creature che, se non sempre lo scrivono o leggono, lo parlano sin dall’infanzia…

Quindi il ricordo della genesi dell’opera di Ghibaudo …lo avvertii e te lo dissi improvvisamente durante una delle nostre quasi quotidiane «scarpinate»  su per i verdi castagneti  che popolano, in duplice declivio,  le balze a groppa di caimàno sovrastanti il Santuario della Madonna del Montserrat, un giorno in cui mi narravi, liricamente infervorato, le vicende di pace e di guerra che hanno costellato la tua santa naja di Tenente dei 5°, 2°, 4° Reggimenti degli Alpini…Chi ci vide su quella cresta rocciosa, contro lo sfondo del cielo azzurrino - io in tuta olimpionica blu e tu scamiciato, entrambi arruffati e gesticolanti -, poté credere a due pazzi colpiti da insolazione che impegnassero una pericolosa partita di pugilato sull’orlo dell’abisso. Invece, nò. Disegnavamo semplicemente nell’aria l’architettura del piccolo breviario in rima degli Alpini che tu poi hai felicemente costruito: ma facendo di meglio, conferendogli quasi i lineamenti di un’agiografia profana del Santo Alpino: l’Alpino che, infatti, tu scrivi sempre con l’iniziale maiuscola.

Noi soma Alpin! è pubblicato ancora dall'Istituto Tipografico Bertello di Borgo il 31 marzo del 1955. Come consigliato da Olivero, qui la grafia è quella unificata cosiddetta Pacòt-Viglongo. Calisto dedica ad Olivero la sezione del libro dal titolo Dòp-guèra con queste parole: 

A LUIGI OLIVERO

                            Maestro ‘d mas-cia poesìa piemontèisa

                            ch’a l’ha piantame an man

                            la Piuma Nèira ‘d mè Capel d’Alpin

                            e che l’ha dime:

                            «Nompà ‘d ciaramlé tant

                            për conteme ij tò ricord ëd naja

                            scrivije».

                            E mi, bin ò mal, l’hai scrivuje. 

Nella lettera inviata a Calisto, Olivero si scusa  della poesia L’Alpin che ritiene poca cosa.

Recentemente, grazie al Signor Silvio Bonino, collezionista di Margarita di Cuneo, sono entrato in possesso della copia di un cartoncino fatto stampare appositamente da Olivero, di cui, purtroppo, non conosco la destinazione. Contiene due poesie di Olivero.

La prima, Paròle an sla pera, era destinata alla raccolta Pomin d'amor che mai vedrà la luce. Olivero riprenderà la poesia, modificandola ed ampliandola notevolmente e la pubblicherà nella sua raccolta Rondò dle masche del 1971 con il nuovo titolo  «Stabat Mater» an sla tomba dl'ùltim partisan alpin mòrt ant la Guèra 'd Liberassion.

La seconda è L'Alpin. Versione però alquanto differente da quella anteposta alla sua raccolta da Calisto. Quest'ultima infatti è ad personam, quella dal cartoncino dedicata agli Alpini in generale. Completa l'elegante cartoncino una bella immagine, virata in seppia, di un giovane Alpino. Non ho potuto accertarlo, potrebbe però trattarsi proprio di Calisto.

        Olivero ricorderà ancora Calisto e la sua nuova opera in una rubrica fissa Lettere romane che scriveva per il mensile della Famija Turinèisa 'l caval 'd brôns. Nel numero 6, del giugno 1955, per il pubblico piemontese Olivero traccia queste note:

Il libro è una rivelazione portata qui dai partecipanti, subalpini romanizzati, al recente Convegno degli Alpini a Trieste. È tutto scritto in assai comunicativi versi piemontesi e illustrato, meglio che da Salvator Dalì, da quel Beato Angelico del pennello fatto con i fili di paglia d’un fiasco di barbera che è il pittore di Chiasso, ma da vent’anni residente a Roma, Gabriele Cena. Questa ingenua eppure calda rapsodia del canto Alpino, che mancava alla nostra poesia dialettale, ha trovato a Roma un’accoglienza entusiastica. Poi - curiosa, eh! – se n’è arrivata alla Capitale da Cuneo passando per Trieste. Dove pare che l’autore minacciasse di dar fuoco con l’accendisigari alle penne nere degli ex commilitoni se non gliela compravano. Ad ogni modo Noi soma Alpin! sprizza faville dalle vetrine romane. Lo acquistano anche i quiriti, sicuri che si tratti di un vademecum del perfetto alpinista dilettante, per consultarlo nelle loro ardite escursioni estive al Terminillo, a Monte Cavo e a Montecòmpatri. E il giovane ex tenente delle Penne Nere Calisto Ghibaudo da Borgo San Dalmazzo deliba il suo dolce quarto d’ora incartato di celebrità romana: scommetto a cavalcioni -  qui dicono a cavacecio - di una montagna di diritti d’autore spuntatagli inaspettatamente sotto le scarpe chiodate, fra la sua Besimauda e il suo Monserrato.

Il figlio del poeta borgarino, Marco, ricorda che il padre, quando lui era piccolo, lo portava a trovare Olivero nella sua casa del Montserrat e qui assisteva a lunghe chiacchierate, davanti ad una buona bottiglia di vino, chiacchierate che spesso sfociavano in accese discussioni. Quando Olivero si infervorava, Marco ricorda che, con la canna (il bastone) che aveva sempre con se, picchiava ripetuti colpi sul tavolo a dare maggiore enfasi alle sue asserzioni. Furono sempre amici, Calisto e Luigi. Una delle poche persone con cui, nonostante le discussioni, non ci furono mai momenti di separazione netta.

Laureato in lettere, il 2 marzo del 1954, nel giorno del suo trentaquattresimo compleanno, dall'Ufficio del Lavoro di Cuneo, dove presta opera in qualità di Funzionario, viene trasferito a dirigere l’Ufficio di Collocamento di Fossano. Questa data segnerà una svolta nella vita di Calisto, la sua «Vita nova» come la definirà il suo caro amico Professor Beppe Manfredi, all'epoca Sindaco di Fossano. Qui conoscerà infatti, in seguito ad una manifestazione teatrale organizzata nella casa di pena, un carcerato, Leandro Balestra, organizzatore dello spettacolo, condannato a 24 anni per omicidio, che si professa però innocente. Il Leandro si manifesta poeta. Tra i due ci sarà un lungo scambio di poesie che durerà fino al ritorno a Cuneo del Ghibaudo l’anno seguente. Il tutto porterà Calisto, qui famigliarmente chiamato Kaly, 35 anni dopo, a pubblicare, derivandone il titolo dal nome del carcere, il suo Santa Catlin-a, opera di non molte pagine, una trentina, parte in prosa, parte in poesia, ricca di sentimento e di un sogno: fare del carcere un luogo di speranza.

Fare del carcere un luogo di speranza... Che sogni! E perché quei sogni degli anni '50 non andassero perduti nell'oblio implacabile dello scorrer del tempo, Ghibaudo ci ha dato in questa sua «Santa Catlin-a» la sua «Vita Nova» giovanile. Così si legge nella bella prefazione di Beppe Manfredi.

Da Santa Catlin-a, pubblicazione non facilmente rintracciabile, estraggo la dedica, una poesia di Kaly a Balestra e l'ultima che Leandro gli invia. 

A MARIA

che un felice destino

mi ha affiancato

quale compagna della mia vita,

fulgido esempio d'amore

e di affettuosa e cordiale dedizione

che mi ha sempre insegnato

ad amare la vita,

a credere nella vita,

a soffrire per la vita,

queste pagine che ricordano

le pene dolorose e tormentose

di un infelice ergastolano,

autentico e valido poeta sublimato dal dolore,

con cordiale ed amorevole affetto

DEDICO. 

La rondine 

Nella casa di Santa Caterina

un infelice veglia e non riposa,

con nostalgia pensa a sua sposa,

sospira un bacio d'una piccolina.

 

Cuore di padre che vibra d'amore,

che piange nel silenzio della sera

e disperatamente una preghiera

invoca per lenir suo dolore.

 

Torna domani Santa Benedetta:

il compleanno di sua Graziella...

Potersi tramutar in rondinella,

poter volare verso chi l'aspetta...

 

Raggiungere così sua nidiata

con una seta dai ricami d'oro

stringere tra le braccia quel tesoro,

e... ritornare poi nella serata

 

al luogo di sventura e di dolore

tra le pareti fredde della cella

con un bel bacio suo di Graziella,

un bacio solo che rallegra il cuore.

 

Inutilmente arriva il compleanno

che la bimbetta non festeggerà;

per festeggiarlo vuol suo papà,

e lo rimanda ancora d'un altr'anno.

 

E l'infelice nel cuore dispera

quando vede una rondine alla grata;

l'osserva... Poi con ansia disperata

a fior di labbra dice una preghiera

 

e l'accarezza come una bambina,

dolcemente. La rondine ha capito,

risponde generosa a quell'invito

e... frrr... frrr... lascia Santa Caterina;

 

e volando garrisce con ardore

portando seco nella notte oscura

l'augurio d'un papà nella sventura

un bacio profumato tutto amore.

 

È giunta ormai la cara rondinella.

Lieve col becco batte alla vetrata,

una finestra s'apre alla chiamata

cip cip... cip cip..., sorride la Graziella.

 

Nella casa di Santa Caterina

un infelice dorme e si riposa:

gli appar nel sonno il volto della sposa

nel sogno l'accarezza una bambina. 

Calisto Ghibaudo 

La mia pena è un fiore 

Libera rondinella,

che tra le grate in pianto arrugginite,

lieta ti scorgo nell'azzurro in volo,

fermati un poco qui a Santa Catlin-a

e fatti a me vicina; non temere:

 

son buono come te, che se sovrana

nel ciel, sul mare e sulla terra in fiore,

che in mille giri vai così lontana,

con compagne di volo;

fermati un poco, ascolta la mia voce:

porto una grossa croce,

acuta spina a me trafigge il core!

 

Sono innocente e indarno

ho protestato in pianto, o rondinella;

gli uomini, tu sapessi, quanti errori

senza voler, van commettendo ognora;

e c'è chi piange e implora nel suo duolo,

piange, ma spera, ché nel Cielo crede;

errar non può Colui, che è onnisciente.

Quanti anni di dolor! Solo la Fede,

che ha posto in core mamma

l'anima sorregge in loco infido;

ma pur credendo grido,

o rondinella a te: sono innocente!

 

Sul viale un uomo ucciso:

è un soldato! E la Giustizia indaga...

Ma chi l'uccise?... Passano dei mesi...

E infine arrestan me; nessun m'accusa

ed al processo chiusa io mi vedo

di libertà la porta: condannato!

Ventiquattro anni... E babbo che ben sente

l'ingiusto verbo al figlio pronunciato,

al duol non regge e muore;

e penso alla mia mamma...

O rondinella, sai: «Sono innocente!».

 

«Humanum est errare»...

Se la condanna è ingiusta al Cielo guardo;

un candelabro ardente è la mia pena,

di luce che non muta il suo brillare

innanzi ad un Altare, ed è una fiamma

viva su d'un avello in Cimitero,

fra tante croci e lampade d'amore:

il mio dolore è simbolo del cero

su quella tomba amata,

in cui c'è il palpitar d'un cuore ardente

pel figlio ch'è innocente...

Su quella tomba la mia pena è un fiore! 

Leandro Balestra 

Quasi in contemporanea l'ultima raccolta poetica di Calisto Ghibaudo, ancora una volta dedicata al suo Borgo San Dalmazzo: Gent dël Borgh del 1988. Poco ancora e Calisto, che ora abita a Boves, ci lascia, è il 1992.

Nel settembre del 2007, a Borgo, mi sono recato a trovare il figlio di Calisto, Marco. Mi ha accolto con tanta gentilezza raccontandomi dell'amicizia del padre con Olivero, l'altro poeta di cui, da anni, mi occupo. Ci siamo lasciati con la promessa di ritrovarci per continuare un dialogo. Stretto nella mano portavo con me Santa Catlin-a, dono prezioso che mi ha consegnato Marco prima che ci lasciassimo. Pochi mesi passano e mi giunge notizia della sua morte prematura.

Ciao Calisto... Ciao Marco...

Calisto Ghibaudo

Calisto Ghibaudo (Archivio famigliare Ghibaudo)

Bibliografia: 

Dal Monserà ai Camorei (Scelta di poesie piemontesi riguardanti Borgo San Dalmazzo nel dialetto borgarino). Istituto Grafico Bertello, Borgo San Dalmazzo, 1952.

Noi soma Alpin (Scelta di poesie piemontesi riguardanti gli Alpini in guerra). Istituto Grafico Bertello, Borgo San Dalmazzo, 30 marzo 1955. Gent dël Borgh (Poesie piemontesi su Borgo San Dalmazzo). Amministrazione Comunale Borgo San Dalmazzo, 1988.

Santa Catlin-a (Dialogo rimato tra due poeti: uno libero l’altro carcerato). Edizioni Gianfranco Martini, Borgo San Dalmazzo, 5 dicembre 1989. 

Nota: alcuni brani sono tratti dal mio pezzo Luigi Armando Olivero poeta al Montserrat di Borgo San Dalmazzo pubblicato su questa stessa rivista Marittime N° 34 dell'aprile 2009.

Piemontèas ancheuj Anno XXX N° 11 - novembre 2012

 

Luigi Armando Olivero ed il «Futurismo»

 

A cor ël 1933 quand che Olivero a l’é al Ristorant dël Cambi a Turin an companìa ’d Filippo Tommaso Marinetti, an pien-a polemica contra la pastassùita. Pastassùita che Marinetti a considera un piatto passatista, pesante allo stomaco, assolutamente controindicato al superdinamismo della generazione futurista.

An pien-a osservansa con ij sò prinsipi, col di, al Cambi, con Olivero, Marinetti as divora un autentico Vesuvio di fumante pastasciutta.

Da cost, e da d’àutri ancontr con Marinetti, a pijerà l’andi la composission dël futurìstich, ant l’ideassion poetica e ’nt la composission gràfica, Aereopoema dl’elica piemontèis che lë stess Marinetti a definirà coma vibrant ëd audacissima aeropoesìa, ùnica in tutti i dialetti del mondo,  ëd la qual i na parleroma fra pòch.

An Albisòla, la sitadin-a dla siràmica d’art, Tullio Mazzotti, fieul dël fondator ëd le «Ceramiche Mazzotti», ancora ancheuj ative, che as farà ciamé Tullio d’Albisòla, a ancamin-a un rapòrt ës-ciass con ij Futurista e a strenz amicissia con Munari, Marinetti, Fontana e tanti d’àutri ch’a frequento sò atelier. Le litre ch’a jë scrivran ant j’ani ij tanti amis futurista, a saran peui cujùe e publicà an bin quatr volum.

Dzorpì che a la siràmica, ëd la qual a dventa un magìster, as dedica ’dcò a la poesìa e a compon «L’anguria lirica», un longh poema passional ch’a

vnirà publicà, coma scond esempi ’d col sistema, stampà su feuj ëd tòla. A l’é anlustrà da Munari e Diulgheroff con la prefassion ëd Marinetti. L’impression a l’é dla «Lito-latta Nosenzo» ëd Savon-a për j’Edission futuriste ’d «Poesia» ëd Roma.

Un giovo student d’architetura, Italo Lorio, autor ëd conte e dë stòrie (Fumo negli occhi Montes Torino 1934, Tempo di marcia Montes Torino 1935), a l’é amis e colaborator ëd Tullio d’Albisòla. A ciama diverse vire ’d podèj colaboré a «le grandi firme» ëd le quaj, a col moment, Olivero a l’é redator cap e diretor, an assensa ’d Dino Segre (Pitigrilli) ch’a l’é fòra d’Italia për motiv polìtich.

Dòp ëd n’insistensa arpetùa, Lorio a oten l’incàrich. A pùblica na recension soagnà dla neuva fatiga ’d Tullio al qual, con na litra dij 15 gené dël 1935, sla carta antëstà dl’arvista, a ciama ’d mandé a Luigi Olivero, coma cadò, na còpia dl’«Anguria lirica»1.

Ai 20 ëd mars Olivero, ch’a l’ha arseivù l’omagi, parèj as rivòlgg a Tullio con na soa litra:

«…ho ricevuto tutto: la stupenda “Anguria” in lito-latta che conservo, come una preziosa rarità editoriale, sul mio scrittoio…»

Sèmper a propòsit ëd l’«Anguria» parèj a l’avìa scrivù a Tullio ’nt na soa litra dij 22 ëd gené:

«Noi ci siamo conosciuti sulla pista aerea della FIAT il giorno della manifestazione futurista in onore di S. E. Marinetti.

Ma le 5 fette rosso-fuoco dell’ANGURIA LIRICA mi pervengono sul binario luce della poesia comunicando ai miei nervi 5 scosse della sensibilità elettrica che irradia dall’anima del POETA CAMPIONE DI TORINO».

Ancora n’anecdòt rësguardant Olivero, Marinetti e ’l poeta Corrado Govoni(Frazione Tàmara di Copparo FE 1884 – Lido dei Pini Anzio 1965).

Conossùa l’amicissia fra Olivero e Marinetti, autërtant cola ’d Marinetti con Govoni, ëdcò cost ùltim un dissépol, për quàich ani, ëd la corent futurista.

Olivero a conta che, dòp ëd la mòrt ëd Marinetti dël 2 dë dzèmber 1944, ant ij prim di ’d gené dël 1946, spassëggiand për Roma, an contrà dël Babuin, a intra ’nt na librerìa dj’ocasion. Ambelessì, na stagera pien-a ’d póer, e dzora set volum publicà da Marinetti, tuti con la dédica ’d soa man, pì che grinosa, a Corrado Govoni.

Un-a dle dédiche a dis parèj: «Al grande poeta Corrado Govoni, alla Meravigliosa Primavera della Sua anima. Con affetto. F. T. Marinetti».

La paròla a Olivero:

«Noi avoma gnun-e intension ëd fé belessì né l’apologia né la stroncatura ’d F. T. Marinetti. Soma nen ëd fassios e soma nen ëd critich. Ma an fa dëspiasì – un dëspiasì ch’a confin-a con lë scheur – constaté coma ant l’ànima d’un poeta – ch’a duvrìa esse l’ànima pi sensibila e nòbila ’d tute le ànime – a peussa formasse tanta cràcia ’d vigliaccheria da feje arneghé la memoria d’un amis mòrt doe vòlte – fisicament e leterariament – con un gest così trivial come col ëd vende da cartassa inùtil ij so ùltim lìber sensa gnanca avej ël rigoard elementar dë s-ciancheje ’l prim feuj dova col amis a l’ha pogià la man për ë-scrive la pi sincera, forse, dle soe diciarassion d’amicissia: coma l’è squasi sempre la diciarassion che në scritor a peul ofrije a un cambrada an letteratura quand a compagna, con le pòche paròle scrite an front d’un sò lìber, la sostansa viva dël sò pensé convertìa an carta stampà.

Savoma tuti – e tanti ’d noi a l’han provà – ij sacrifissi ’d costi ultimi ani che sovens a l’han obligane a vende le nostre còse pi care për compresse ’d pan.

Savoma tuti che F. T. Marinetti a l’era fassista, an fasìa ciamé Caffeina d’Europa,  a l’avìa definì la guèra sola igiene del mondo,  a l’avìa ant chiel una bon-a dòse ’d ciarlataneria mës-cià con una bon-a dòse d’ingegn auténtich mal impiegà; e ades a l’è, a rason ò a tòrt, universalment dëspresià.

Ma ij difet ëd l’òm e le soe tare politiche, ch’a esistjo già quand ch’a l’era an vita e donca a pudijo esse considerà fin d’antlora da j’amis che ancheuj a lo arnego, a peulo nen e a devo nen giustifiché un gest come col ch’a l’ha fàit Corrado Govoni ades che l’òm a l’è mòrt e, come l’oma già dit, anche leterariament sotorà. Un gest ëd bassa vigliacherìa, ripetoma, paragonàbil al gest ëd cola bestia african-a ch’a pissa an sël cadàver  ëd l’òm che na minuta prima a l’era ancora sò padron e ch’a la carëssava tratandla da amija. …

Però… Però la nostra cita aventura libraria a l’è ancora nen finija e ’l séguit, se an fà rije ’d cheur, an fà ’d cò pensé ch’ai sia un destin che sèrte vòlte as divert a vendiché ij mòrt dj’afront ch’ai fan ij viv.

Ancheuj, passand ant una strairòla ’d Tor di Nona pien-a dë strassé, dë marsé e ’d feramiù, l’oma vist për tèra, tra na savata rota e un portacandèile armis, un lìber oit e s-cianchërlà ’d Corrado Govoni: Poesie scelte (1903-1918) / edission Taddei e figli Ferrara. Soma chinasse a sfojatelo, sensa dësfilesse ij goant da le man. La prima pagina a l’era soagnà d’una bela dédica autografa dl’autor a una creatura che chiel a batesava «mia divina ispiratrice».

Una «divina ispiratrice» - viva la soa fàcia ’d tòla, giuradisna! – ch’a l’ha campà ’nt la pàuta le poesìe ’d col poeta che, dëspresiand l’amicissia, a l’è meritasse, a soa vòlta, ’d vëdse dëspresià, forse, l’amor…

L’oma comprà col lìber ëd Govoni. Soma andài a compré, sùbit dòp, coi sèt lìber ëd Marinetti. E i guernoma tuti eut come un-a dle documentassion pi singolar dla fondamental saloparìa dl’ànima uman-a 1946». (2)

E i vnoma donca a l’euvra futuristica d’Olivero. Ant l’otogn dël 1950 a vagna a Paris, su 65 partessipant, ël «Prix de la Chimère» ëd poesìa dedicà a l’aviassion ant l’àmbit ëd l’Esposission Aerea Antërnassional con «L’Aereopoema dl’Élica Piemontèisa», ch’a-j pòrta un premi ’d 500 mila franch.

La motivassion dël premi a l’é costa-sì:

«La più alta espressione della poesia dei cieli animata dalle ali degli uomini». 

L’anònim scritor an sl’arvista «Ij Brandé» N° 100 dël 1 novèmber 1950 (Pinin Pacòt?) a comenta parèj:

«Le pòche paròle ’d costa notissia a basto nen a dì còsa ch’a sìa sto cit poemèt, sospeis ant un miraco ’d color e ’d nuanse a specié dal cel ëd Piemont la reveusa nostalgìa dij paisagi nostran. Ij pòchi ch’a l’han lesulo a lo san, e noi i speroma ’d vëddlo prest publicà.

Ant costa bela afermassion noi vëdoma un pòch lë specc ëd soa vita d’om e ’d poeta, con col andi dësgagià e ardì ch’a lo caraterisa, sempre pront a serché l’aventura për cheujne la sostansa lìrica da fonde ant la blëssa dij sò vers. A l’é për costa soa gioventura sempre viva che noi i l’auguroma che, a dispet ëd col sò sfògh epigramàtich, d’autre bele vitòrie a ven-o a conforté soa fatiga e sò ingegn ëd poeta».

Ant ël 1941 Chionio, recensor leterari dl’«Armanach Piemontèis» a dasìa l’anonsi ’d na publicassion avsin-a definiend parèj l’euvra:

«L’acid tartarich ch’à fa mossè il mòst savurì ëd cost volum bizar…»

Guido Mattioli, scritor, aviator e diretor ëd l’arvista «L’aviazione» ant ël nùmer ëd gené dël 1945 a propòsit ëd «Aeropoema» a scriv:

«Una prova della gagliarda rinascita del Piemonte, la fornisce nel campo spirituale Luigi Olivero con un’opera di poesia, nuova per la concezione e per la forma, che s’impone all’attenzione non solamente piemontese, ma italiana».

Olivero an conta che ’l volum a l’era stàit stampà da la ca editris La Sorgente ’d Milan e che, pront për la distribussion, a l’era stàit brusà, da la prima a l’ùltima dle soe 3.000 còpie, dal bombardament su Milan da part ëd la R.A.F. ant la neuit tra ’l 15 e ’l 16 fërvé dël 1943.

Ant ël «Fondo Olivero» ëd Vilastlon i l’hai artrovà da pòch na còpia scrita a màchina da Olivero midem ëd «L’aeropoema» con vàire coression e variant.

Për vëdde l’euvra stampà a ventrà speté ’l 1993 quand che Camillo Brero a lo publica a pontà sël sò «Piemontèis Ancheuj».

«La neuva rassa», ant la version ëscrita a màchina da Olivero, a gionta doe poesìe che ’nt la publicassion ëd Brero a son separà: «La neuva rassa» e  «La cilesta anarchia». An costa sconda, Brero, miraco, a càusa ’d soa formassion rivà dal seminari o përchè ij temp a j’ero forse nen mur për dé a le stampe certi concet na frisa «gajard», a gava ses vers ch’a son sostituì, sensa gnun-a spiegassion, da na linia a puntin.

I smon-o ambelessì, coma conclusion dij rapòrt fra Olivero e ’l Futurism, la version integral e completa dle poesìe dont i l’hai dit anans3. 

LA NEUVA RASSA 

 

L’é temp che al mond ai nassa

na neuva rassa

volanta e marinara

ch’ampara

a traversé

dë sfrandon le frontiere;

a scarpisé

le bòje panatere

«passatiste» nostran-e e strangere;

a scracé

su la stòria,

sla bòria,

sle làpide «an memòria»,

sul present,

sul passà,

sui monument

vespasian dij colomb dla sità.

L’é temp che al mond ai ven-a

na neuva umanità

con la front ciaira e seren-a,

con un neuv sentiment,

j’euj sincer e rijent,

sensa sòld, sensa cà,

sensa seugn, sensa vissi,

sensa gnun pregiudissi,

ma con na gran richëssa

- la salute e la blëssa -

ma con un gran tesòr

andrinta ’l cheur sarà:

la bontà!

la bontà!

la bontà!

E basta con

le religion,

ij partì,

le nassion,

ij polmon

apassì

’d Mimì,

le filosofìe,

le enciclopedìe,

le crìtiche

stìtiche

e le politiche

sifilìtiche,

ij messaj,

ij giornaj

sbërlacià dai papagaj

con j’ociaj

ch’a meujo ’l bech andrinta ij caramaj!

Basta coi baco ’d minìstr

ch’a l’han fàit un pampist

dël vèrb ëd Gesù Crist!

E basta con la siensa

e con la volontà ’d potensa!

Basta con la moral

ëd Nietzsche

e ’d Pascal! (Sì a finiss la version publicà da Brero)

(Tra doe cheusse patice

j’è la pi bella moral

e a la scriv la natura

sul messal

rilegà

an pel uman-a reusa e profumà).

Basta con l'impostura (Sì a arpija la version Brero)

e la malinconìa

dla literatura

veiassa plufrìa...

E un po’ pi ’d poesìa

e un po’ pi ’d poesìa

e un po’ pi ’d poesìa

vera, fòrta, sentija  (vers giuntà a man)

ant ògni creatura!

L’é temp che al mond ai nassa

na neuva rassa

violenta e degordìa

ch’a raspa e a pòrta via

tuta quanta la drùgia

dij sécoj: ch’a fiàira e a s’amugia

an sla tèra

për anfleje la rogna dla siensa e la pest ëd la guera:

la pest ëd la guera

la pest ed la guera

a la fàcia dla tèra!

 N O T E  

1) Quaderni di Tullio d’Albisola Vol. II (Lettere di Italo Lorio) Editrice Liguria 1981 

Ël prim esempi italian ëd «Libro di Latta» a l’é stàit ideà e anlustrà pròpi da Tullio d’albisòla. As trata ’d «Parole in libertà futuriste tattili termiche olfattive» ëd Filippo Tommaso Marinetti pubblicà a Savon-a ai 4 ëd novèmber dël 1932. A comprend 15 feuj litografà con ëd composission colorìstiche ’d Tullio d’Albisòla. Tirà an 101 còpie da la «Litolatta» ëd Savon-a ’d V. Nosenzo. 

«Anguria lirica» ëd Tullio d’Albisòla a l’é stàit tirà da la midema dita an 200 còpie a Savon-a ’nt ël 1933. 

Ij tòch ëd la litre d’Olivero che sì a son arportà a ven-o da l’archivi «Tullio d’Albisola» di Vittoria ed Esa Mazzotti. An cost archivi a son guernà doe litre e na cartolin-a d’Olivero spedìe a Tullio. le doe litre su carta antëstà ’d «le grandi firme», l’àutr scrit su cartolin-a editorial ëd l’altro «i vivi», rivista quindicinale d’attualità diretta da Pitigrilli.  

2)  Luigi OliveroProponiment dël Tòr “Cigno gentil” con ànima ‘d porsel  Ël Tòr N° 12 1946 

3) Luigi Olivero Aereopoema dl’élica piemontèisa Piemontèis Ancheuj N° 132 dicembre 1993 – N° 144 gennaio 1995 Torino.  

Ij Brandé Antologìa  'd poesìa e pròsa piemontèisa 2013

  

 

LUIGI ARMANDO OLIVERO SCRITOR ËD SAGG E ’D ROMANZ

 

Luigi Olivero, durant soa longa esistensa, a scriv un nùmer bondos ëd sagg e ’d romanz, la pì part coma ùnich autor, quaidun an colaborassion con d’àutri. Për ij motiv, ij pì divers, mach tre a vniran publicà. 

Babilonia stellata a l’é sò prim sagg a vëdde la lus da l’editor Ceschina ’d Milan, ant ël 1941. An pòch temp a van esaurìe tre edission. Cola ch’a fà quatr, a la qual a colabora Ezra Pound (1), a l’é dël 1943. Sèmper con l’ausili d’Ezra Pound a l’avrìa dovù passé sota ai tòrcc ëd la stampa n’edission ch’a fasìa sinch, sòn tutun a l’era nen capità për l’avansé dj’aveniment gropà a la guèra. Babilonia stellata a l’ha avù ’dcò n’edission alman-a che, con la tradussion ëd Johan von Leers (2), a surtìa con l’editor Runge a Berlin ant ël 1944 con ël tìtol ëd Babylon unter Davidsternen und Zuchthausstreifen (Leteralment Babilonia sotto stelle di Davide e strisce di galera). 

Babilonia stellata a l’ha na difusion motobin granda, belavans ch’a sia publicà an temp ëd guèra, e a vend senten-e ’d mijara ’d còpie. 

Cost sagg a ven, ancora ancheuj, arciamà an senten-e ’d sit ëd l’aragnà (WEB); vàire ’d costi a l’han disponibilità, e a vendo, ëd còpie dël lìber; tanti d’àutri a na analiso, për diversi but, ij contenù. An particolar sò prim capìtol, I pups, a eufr l’angagg për arciamesse a lìber e sit ch’a s’anteresso a la crìtica dël cine. Për esempi, dël 1991 ël càpitol ëd Guido Fink All american boys, pijà da Hollywood in Europa a cura ’d David W. Ellwood e Piero Brunetta con l’edission ëd La Casa Usher. N’àutr sagg ch’a s’òcupa ’d Babilonia stellata a l’é publicà ’nt ël 2000 da Dario Reteuna, Cinema di carta – Storia fotografica del cinema italiano, Editriss Falsopiano. 

Tutun a son doe j’euvre d’Olivero che ’d pì a ancontro ij favor ëd le popolassion ch’a parlo inglèis. 

Ant ël 1945 a seurt, për ij caràter ëd l’Editor Donatello De Luigi ’d Roma, Turchia senza harem che a l’ha soa tradussion an inglèis, Turkey without Harems, a euvra dlë scritor Ivy Warren e a l’é publicà, con na vesta soagnà, da McDonald & Co ’d Londra ’nt ël 1952. Cost sagg, ancora motobin atual al di d’ancheuj, a pija l’andi dai longh sogiorn d’Olivero an Turchia, al temp ëd soa modernisassion portà anans da Kemal Ataturk. 

Quand ch’a ven ëstampà la tradussion an inglèis, an Italia ’l lìber d’Olivero a l’ha già tirà 950.000 copie, na gifra strasordinaria për l’época ch’a l’é butà an comersi. Ël lìber a l’é ancora bastansa comun ëdcò ancheuj sia sël mërcà dl’antiquarià an Italia che su col ëstrangé, ant l’edission inglèisa. 

J’arferiment a Turchia senza harem a son bondos an l’aragnà (WEB) ëdcò ’nt ij sit an lenga àraba. Për fé n’esempi i citoma che, ant ël 2004, la Prinsipëssa Nadine Sultana D'Osman Han (fija ’d Selim Han IV e anvoda dël sultan otoman ch’a fà 34, Abdul Hamid II) a ten an conferensa a l’IQSA (International Quajar Studies Association) sël tema: Harem: Perception & Reality of Life In Ottoman and Qajar Courts. La Prinsipëssa Nadine Sultana a arpòrta, an orìginal, ëd longh tòch dël sagg d’Olivero anans ai quaj a buta coste righe:

 Sometimes misconceptions about the harem took novel and unexpected turns — as exemplified by the comments of Luigi Olivero, an Italian visitor to the Turkish reams — when one learns of the prejudices of the Western observers themselves in their attempt to make sense of what they see in this foreign yet fascinating institution of the harem. (Dle vire, a propòsit ëd l’harem, as artreuvo d’idèje sbalià ’nt ij romanz e ’d relassion ëd viagi nen ëspetà – coma ch’a lo dimostro ij coment ëd Luigi Olivero, un visitator italian ai règn turch – quand ch’i amprendoma ’d pregiudissi dj’osservator ocidentaj midem ant sò tentativ ëd dé un sens a lòn ch’a vëddo an costa situassion forëstera e ancora anciarmanta dl’Harem). 

E a la fin a comenta: 

This assessment is both interesting and revealing, in that it differs from the many others who either treat the harem with disdain or with misplaced fascination. Here we have a strange mix of approbation and accommodation combined with an exaggerated Western notion that the definition of the word "harem" means the uncontested male superiority enjoyed by the Orient and the East. 

While individual rulers may have indeed dealt arbitrarily with some occupants of their harems and while some may have had visions of themselves as ‘queen bees’ of their hive, the realities of the actual harems, particularly those of the Ottomans that are the subject of my lecture were quite different from the positive and negative fantasies of the outside observer. (Costa valutassion a l’é sia anteressanta che arvelatris, da già ch’a l’é diferenta da cole ’d tanti àutri ch’e a trato l’harem con dëspresia o con anciarm fòra pòst. Ambelessì i l’oma na dròla mës-ciura d’aprovassion e d’apògg combinà con un concet ocidental esagerà, për ël qual la definission ëd la paròla «harem» a veul significhé la superiorità nen contrastà për ij mas-cc ëd la qual a gòd l’Orient. 

Mentre che quàich sovran a peulo për dabon avèj tratà con arbitri quaidun-a dle abitante dij sò harem e mentre d’àutri a peulo ess-se sentù come «le regin-e dj’avije» ant sò buss, le realtà dj’harem d’adess, an particolar coj ëd j’otoman ch’a son l’oget ëd mia conferensa, a son ëstàit motobin divers da le fantasìe positive o negative për un ch’a varda da fòra). 

Ant ël 1946 l’Atlantica editriss ëd Roma a pùblica ’l romanz Adamo ed Eva in America – Alla vigilia del secondo diluvio universale. Ëdcò costa euvra a l’ha soa tradussion an inglèis për cont dël midem Ivy Warren: Adam and Eve in America, MacDonald & Co, Londra 1951. Dël 1952 a l’é la tradussion an alman për mérit d’Otto Muller: America total Plem Plem? (America totalmente sempliciotta, o ingenua, o pazza?) ch’a l’é vëdusse seurte a pontà sl’arvista Herz Dame ’d Düsseldorf. 

L’assion a pija l’andi ai 13 ëd mars 1940 ansima a un aereo a quatr motor ëd l’Imperial Airways ch’a fà rota da Paris a Londra. An coj di l’aereo a l’é l’ùnich mojen për traversé ’l Canal ëd la Manica. A son ferm ij ferry-boat e ij piròscaf për colpa dl’asar dij sotmarin alman che, caland giù dal Mar dël Nòrd, a blòco ’l Pass ëd Calais. Olivero, a l’aeropòrt parisin ëd Le Bourget, a monta sl’aereo che tuti ij di a colega ’l continent europengh con l’Inghiltera. A-i son mach 4 sole përson-e ansima: n’ufissial inglèis con un brass angissà, un monsù ansian con la bombëtta, uciaj d’òr, la mosca e ’l pissèt baross a pont d’esclamassion virà al contrari, na tòta assè bionda, motobin ëslansà, tant eleganta, tant bela, con j’euj celest. 

Un proverbi parisin assè galant a dis che quand une anglaise se mette á être belle, elle n’en finit plus. Cola tòta a rapresentava la giustificassion viventa ’d col proverbi. Olivero as seta dë ’dnans a chila con ël bijèt da vìsita convensional d’un inchin. Con dispet d’Olivero, ch’a l’é pen-a setasse, la fija as aussa, a bësbija Aho, I’m sorry. I have forgotten some thing (Ch’a më scusa i l’hai dësmentià quaicòs) e a cala da l’aereo lassand un lìber duvert a marché sò pòst. L’aereo a part sensa che la bela passegera a torna ansima. 

Ël lìber, lassà sensa deje pèis dë ’dnans a lë sconsolà Olivero, che già a gustava an antìcip n’aventura piasosa, a l’é sensa frontispissi nì d’àutre indicassion dël tìtol o dl’autor. Olivero a lo pija, a ancamin-a a leslo, sùbit con indiferensa, peui sèmper con n’interesse pì grand. A ved ch’as trata nen d’un romanz, ma ’d n’ancesta romansà sla vita feminin-a merican-a. Rivà an Inghiltera a scriv a Robert Vaucher, segretari dl’ Association de la Presse Étrangère a Paris. Gnun editor fransèis a smija ch’a l’abia an catàlogh col lìber lì. D’artorn a Paris a fà d’àutre arserche fra ij libré ch’a conòss e colega fransèis, ma sensa arsultà. A sta mira a decid ëd publiché col lìber a sò nòm e con un sò tìtol. 

A la fin dël frontispissi inissial a scriv: 

Sul frontespizio di questo libro sprovvisto di carta d’identità figura oggi il mio nome e un titolo mio. Ma non intendo compiere un rapimento di proprietà letteraria aggravata da usurpazione di paternità.  

Non sono un kidnappeer. Baby Lindbergh non l’ho rapito io. Se un giorno ritroverò il vero genitore di questo trovatello che oggi adotto amorevolmente, sarò ben lieto di restituirglielo trattenendomi per ricordo, il berrettino fantaisiste del titolo e la giacchetta leggiera (sic) della  traduzione italiana: i due soli indumenti miei di cui è vestita la sua graziosa creatura. 

Olivero definiss cost sò travaj: ancesta romansà ’d vita feminin-a merican-a. Për na soa descrission bin ëspantià, as peul vëdde ’l sagg ëd Vincenzo Giacomuzzi publicà an sj’At dël Convegn d’Alba dël 2007. 

A la data dla publicassion ëd l’edission inglèisa, an Italia a l’ha già vendù bin 635.000 còpie.

 A la mòda dël Manzoni, a l’é nen l’ùnica vira che Olivero a presenta na soa euvra coma s’a fussa stàita artrovà për cas. Parèj a l’avìa già fàit ant ël 1929, sël Mont Pirchirian, dacant a la Sacra ’d S. Michel, a pich sla Val ëd Susa e le Ciuse, andoa che Carlomagno, ant ël 773 a l’avìa agirà e batù ij Longobard ëd Desiderio. Ambelessì a compon la Romanza dle romanze dël sàut dla Bel’Àuda d’an cò dla Sagra ’d San Michel fasend rivé cost componiment: Dësgifrà ’nt na veja bërgamin-a trovà da un pëscador drinta un’arsela gòtica ’d pera scurpìa, antamà ’nt la riva dë Lagh cit dë Vian-a. 

Ëdcò Adamo ed Eva in America a l’é present sël mercà antiquari sia italian che internassional, bele se an quantità pì ridota rispet ai doi volum presentà anans. 

E spendoma adess doe paròle sj’àutri travaj d’Olivero ch’a l’avrìo dovù esse publicà, e quaidun destinà espress ai letor ëd lenga ingleisa. 

Gli Stakhanovisti dell’amore - Stakhanovists of Love (Ritratti e profili)  

Museo delle statue di cera - The Wax Museum (Ritratti e profili)  

Volti in cornici di nàcchere (Ritratti e profili) 

Costi tre volum ëd ritrat – vàire dij quaj presentà an colaborassion a quatr man con Angelo Nizza (3) ant la serie Trapanazioni del cranio publicà ’nt ël 1938-1939 da diverse arviste coma la napolitan-a Belvedere – a l’avìo nen vist la lus an quant Olivero midem an conta che, për colpa dj’aveniment ëd guèra, a j’ero nen podusse publiché sùbit e, a guèra finìa, tanti dij përsonagi a l’avìo perdù soa atualità.   

Ant ël 1942 Charlotte Harrer a publica Japanische Skizzen. Olivero as na procura na còpia e a decid ëd cudine n’edission an inglèis e ’dcò, apress, con tuta probabilità, un-a an italian. A veul ëdcò gionteje quaicòs ëd sò, sla leteratura e sla poesìa giaponèisa. Charlotte Harrer a l’é la fija d’un conossù geològh, meteorològh e esplorator alman, Alfred Lothar Wegener (1880-1930), autor, fra j’àutre còse, ëd la teorìa sla deriva dij continent. Ant ël 1938 a l’ha sposà Heinrich Harrer (1912-2006), nasista convint e famos alpinista austriach, prim scalator ëd la muraja nòrd ëd l’Eiger, autor dël lìber Sette anni nel Tibet ant ël qual a conta soa permanensa an Tibet dal 1944 al 1951, dòp ëd soa evasion e scapada da un camp ëd concemtrament ingleis an India. Da cost lìber a l’é peui stàit gavà, ant ël 1997, la pelìcola 7 anni in Tibet ëd Jean-Jacques Annaud, con la partessipassion ëd l’ator merican Brad Pitt. 

Olivero a pija ’d contat con la Harrer e già a pronta ’l tìtol dël neuv lìber: Japanese Sketches. The Land of God in evening Dress. Un tìtol ch’a l’é adat al caràter dël nòstr. Chiel a sugeriss ëdcò d’àutri doi vocàboj al pòst ëd Dress: in Pijama o in Tight. (La còpia dël lìber ëd la Harrer ch’a l’era an possess d’Olivero a l’é adess ant la colession ëd monsù Silvio Bonino ’d Margarita (CN). Ambelelì Olivero a l’ha cancelà ’l tìtol dël frontispissi con na riga a piuma butandje al pòst, scrivend con un crajon ross, col dzordit, giontand peui a màchina sò nòm sota a col ëd la Harrer).

La passion e lë studi për la poesìa giaponèisa a l’era stàit anciavà ’nt la ment d’Olivero da l’amis Ezra Pound con ëd longhe ciaciarade e scambi ’d litre. An propòsit Olivero a scriv an comentand la poesìa Trionf ëd le reuse dij samuraj sl’Armanach Viglongo dël 1982: 

Fu il mio compianto amico Ezra Pound (1885-1972, stabilitosi a Rapallo dal 1925 al 1945 e poi dal 1958 al 1972 a Tirolo di Merano e a Venezia ov’è sepolto) a iniziarmi alla conoscenza – debbo onestamente precisare  rimastami  tutt’altro  che specialistica  e scientifica  –  di questo (Go Kyogoku) ed altri antichi poeti giapponesi dei quali, comunque, più per curiosità letteraria che altro, ho tradotto in piemontese parecchie Sedoka, bussoku-sekitai (o poesia del piede di Budda), tanke, haikai o haiku e imayo, schemi progenitori, taluni da oltre un millennio, della moderna omeopatica poesia occidentale esistenzialista. Versioni, naturalmente, eseguite sulle trasposizioni grafico-alfabetiche occidentali degli originali ideogrammi orientali, sotto l’illuminata assistenza dell’impareggiabile, enciclopedico, poliglotta, fosforescente poeta americano. 

Belavans, për colpa dël pressipité dj’aveniment ëd guèra, ël proget a andrà nen anans, gavand-ne parèj ël piasì ’d lese j’angavign oliverian sla poesìa e leteratura giaponèisa. 

Son a l’é lòn ch’a l’é stàit scrit anans ëd ven-e an possess d’un cartegi fra Olivero e soa agent londinèisa Jasmine Chatterton. Nen ëd gròsse novità, ma ’d precisassion e conferme. Ant na litra dij 29 dë stèmber 1951 chiel a scriv a soa agent:

 Di questi giorni sono riuscito a recuperare un libro esauritissimo e di cui dispongo di tutti i diritti editoriali:libro che avevo scritto prima della guerra in collaborazione con una collega bavarese e pubblicato nel 1942 solo in lingua tedesca a Berlino. È un coloritissimo reportage sul Giappone moderno. Non politico. Abbiamo già provveduto ad attualizzarlo. Si intitola "Japanische Skizzen" (titolo che può essere modificato così:"Il Paese di Dio in tight, Schizzi Giapponesi, 1952. Quando la potrà interessare, me lo comunichi e io le spedirò l'unica copia dell'edizione tedesca che possiedo. 

Ant la litra ch’a ven apress, sèmper mandà a Jasmine Chatterton ai 2 d’otóber 1951: 

Le spedisco a parte, in plico raccomandato, l'unica copia che mi rimane di THE LAND OF GOD IN EVENING DRESS (o IN PIJAMA, come suona meglio in inglese) che venne pubblicato nel 1942 solo in tedesco: tiratura 350.000. Edizione esauritissima. Il Verlag Karl Curtius di Berlino che lo pubblicò non esiste più. L'opera è quindi liberissima compresa la copertina a colori e le belle fotografie intercalate nel testo e la mia coautrice Dr Charlotte Harrer mi ha delegato a trattare direttamente, considerandosi da me rappresentata per qualsiasi contratto di riproduzione all'estero sia in tedesco che in altra lingua. 

Ai 14 ëd novèmber 1951 Jasmine Chatterton a scriv parèj a Olivero: 

Dear Mr Olivero 

                I am returning to you herewith JAPANISCHE SKIZZEN. I showed it to Messrs Macdonald but they say that until they know what the sales on ADAM and TURKEY are likely to be it would be usless to consider a third book... 

As na farà peui gnente.  

Mr Cupido, cittadino del mondo N. 1 ~ Mr Cupid World Citizen N° 1

 Cost a l’é un romanz umorìstich scrit an colaborassion con Vittorio Guerriero; vardoma-sì coma ch’a lo descriv Olivero midem ant la litra d’acompagnament dël pachèt con andrinta ’l manoscrit mandà a soa agent inglèisa: 

È il più brillante, fortunato, dinamico tandem a grande successo di scrittori umoristi che abbia oggi l'Italia: e questo primo libro scritto da essi in collaborazione è stato definito da un autorevolissimo critico: 

una calorosa stretta di mano del Satyricon di Petronio con The Vanity Fair del Tackeray, una scintillante denuncia - scritta con un inchiostro distillato festosamente dai sette colori dell'iride del riso - di tutte le viziose fatuità che esprime ancora la contemporanea High Life  internazionale in un mondo sanguinosamente piagato da gravi tragedie sociali e politiche . 

Vittorio Guerriero, nato ad Avellino il 4 aprile 1898 da padre napoletano e da madre romagnola, ha vissuto, fino a tre anni or sono, a Parigi. Corrispondente di grandi quotidiani italiani, ha pubblicato, in collaborazione con Maurice Dekobra Le rire dans le soleil, antologia dei moderni umoristi italiani. Tra i fondatori - con l'Accademico d'Italia Massimo Bontempelli, Ramòn Gòmez de la Serna, James Joyce, Georg Kaiser, Pierre Mac Orlan - nel 1926 del movimento  letterario europeo "900" e dell'interessantissima e ormai rarissima rivista d'avanguardia, stampata a Roma in lingua francese, che s'intitolò ad esso. 

Ant la litra d’acompagnament a-i é un ritrat d’Olivero midem e, ant në scond feuj, la tradussion dël tut an inglèis. 

Për ël romans scrit a quatr man Mr Cupid, un editor merican a j’eufr 100 sterlin-e (as capiss da dividse an tre, Olivero, Guerriero e l’agensia) për ij drit ant j’USA e sensa gnun-a provision. Olivero a scriv a soa agent londinèisa: 

È veramente troppo poco: sebbene un "businessman" americano sia quasi sempre un bolscevico democratico, bisogna fargli presente che Lei, il mio coautore e io non siamo deportati nei campi di lavoro della Siberia.  Acconsento a 150 sterline. Ma  non un penny di meno ... 

Parèj ël romanz a vëdrà nen la lus. 

Vita segreta degli animali (Titolo mio, a quattro mani con Maria Nencioli) 

A l’é n’àutr proget a quatr man d’Olivero dla prima dël 1950. A dovrìa tratesse ’d na serie ’d racont sla vita dle bestie scrit an tandem con Maria Nencioli dla qual Olivero an dà un curriculum savurì: 

Maria Nencioli, 2 novembre 1914, scrittrice, giornalista, musicista compositrice e scultrice. Si è diplomata in pianoforte nel 1932 al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. Allo stesso Conservatorio ha studiato composizione coi Maestri Frazzi e Dalla Piccola. Ha studiato scultura con Vermetti e Griselli fiorentini. Ha esposto a Livorno nel 1935 alla Mostra degli Artisti e a Firenze (Artigianato fiorentino) nel 1938 con vendita di suoi bassorilievi. 

Cacciatrice e pescatrice appassionata. Ha dedicato la sua giovinezza, fin dall'adolescenza, allo studio della vita segreta degli animali. Entrata nel giornalismo nel 1938 con Giovanni Ansaldo attuale direttore del "Risorgimento". Ha collaborato ai più importanti quotidiani italiani come "La Gazzetta del Popolo", "Il Messaggero", "Il Giornale d'Italia", "La Tribuna", "Espresso", "Il Popolo", "Il Giornale della Sera". È stata l'unica donna che, nominata corrispondente per la Marina 1941-1943, ha potuto assistere e descrivere le fasi più cruente del recente conflitto sia a bordo di unità operanti da battaglia e da scorta convogli, sia dislocata presso le principali basi dell'Africa Settentrionale. È livornese, quindi di sangue marinaro. Ha navigato tutto il globo terracqueo sia a bordo di navi da pesca  (baleniere norvegesi) sia a bordo di navi di linea delle principali Compagnie Armatoriali italiane e straniere. Conosce quindi genti e paesi d'ogni latitudine, dall'equatore alle acque polari. 

È una donna sportiva: campionessa centometrista di nuoto, appassionata di vela, equitazione, automobilismo da corsa, pilota d'aviazione sotto l'egida di Italo Balbo, ciclismo, motociclismo. 

Allieva del famoso schermitore Nedo Nadi ex campione mondiale. 

Ha in preparazione un libro sulla gente di mare dei diversi paesi. 

Ansema al curriculum a-i è na litra scrita a man da la midema Nencioli:

 Roma 27 aprile 1950 

Delego con la presente dichiarazione il collega ed amico Dr Luigi Olivero a trattare e a concludere alle condizioni che egli riterrà le migliori l'edizione sia italiana che straniera del volume scritto in collaborazione e consistente in circa 15 racconti sulla vita degli animali. 

Questo volume è ancora senza titolo e il collega Olivero ha piena facoltà di creare il titolo stesso, quello di ogni singolo racconto e quello delle diverse parti che comporranno il volume, oltre a una introduzione che egli stesso scriverà.  

                                                                                                                             Maria Nencioli 

I finisso elencand ancora doe euvre dle quaj, belavans, a tut ancheuj i l’hai nen ëd neuve se nen mach ël tìtol: 

Il paese di Buffalo Bill: L'America per tutti e per nessuno - Buffalo Bill's Country: America for All and for None (Sagg)  

Spagna 1950 - Flamenco in Red and Yellow (Sagg a quatr man con Renato Giani).

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Piemontèis ancheuj Anno XXXI ~ N° 1 - 2 - 3 ~ gennaio - febbraio - marzo 2013

Luigi Armando Olivero e 'l fassism

Lesend, ant ij mèis pen-a passà, ij contribù che l’amis Giovanni Delfino a l’ha smonume për la publicassion su cost giornal e sl’Armanach dij Brandé 2013 (ch’a l’é surtì pen-a anans ëd Natal ma ch’i peule ancora caté giutand a ten-e anvisca la fiama dël Piemont) a l’é vnume a la ment na domand che miraco a son fasse ’dcò d’àutri: «Col ch’a l’é stàit ël rapòrt ël Luigi Olivero con ël regim ch’a l’ha meprisà l’Italia ’nt j’ani ’d soa vita, dzorpì dla soa permanensa a Roma e dël travaj coma scritor e giornalista?». Costa question, girà al dotor Delfino, a l’ha butà an moviment soa veuja sensa fin ëd fé conòsse ’d pì e mej cost Grand ëd nòstra leteratura.

Gnanca da dilo che le rispòste ch’a l’ha mandame a son n’enciclopedìa d’informassion documentà con la pontoalità d’un pistin e l’orgheuj d’un giust.

A më smija pì che interessant condivide con ij nòstri letor cost patrimòni che miraco për tròp temp a l’é restà stërmà ’nt ij papé, da già che la tratassion a l’é na frisa longa, ma sòn për esse ’l pì completa possìbil. Se peui a-i sarà da gionté d’àutre còse i lo faroma con piasì, sèmper për dé dapress al midem but ëd l’informassion e dla documentassion.

Coma sèmper a l’é doveros arcordé che nòstr giornal a l’è duvert al debat ch’a podrìa ven-e fòra, bin intèis sensa intré an gnun dëscors polìtich ëd qualsëssìa banda o color. L’informassion ëstòrica a dev monté ansima a mica posission ëd part e esse, për tut lòn ch’as peul fè, obietiva e nen partianta.

                                                                                              Michele Bonavero

 

Luigi Armando Olivero e ’l Fassism 

28 otóber 1922: Marcia su Roma

30 otóber 1922: Vittorio Emanuele III a dà a Mussolini l’incàrich ëd formé ’l neuv govern. A l’é la nassita dij vint’ani dël fassism ch’as sarerà peui ’nt la neuit fra ij 24 e ij 25 ëd luj dël 1943, prima con ël vot ch’a gava la fiusa dël Gran Consèj dël Fassism vers Mussolini e apress con l’intervent ëd Vittorio Emanuele III ch’a lo licensia e a lo fà aresté dadend parèj l’andi al cròl ëd tuta l’organuisassion fassista.

Luigi Armando Olivero ’nt ël 1922 a l’ha pen-a finì la classe ch’a fà ses dël cicl elementare (Lej Casati dël 1859 ch’a istituìa ij quatr ani d’istrussion elementare ch’a saran peui slongà a ses con le Lej Orlando dël 1904) e a l’ha anandiasse a frequenté la Scòla Técnica ch’a dura tre ani (sèmper ëscond a la Lej Casati; costa a dasìa l’intrada a l’Istituto Técnich ëd tre ani. La lej Gentile, ant ël 1928, a përmëtrà pì nen ël passagi a n’àutr cicl sucessiv dë scòle).

Andé a fé n’indàgin an sl’evolussion ëd j’idèje polìtiche ’d Luigi Olivero a l’é nen ëd sicur l’angagg ch’i son pijame ’nt l’anviaré la compilassion dël sagg ch’i son an camin ch’i pòrto anans an sla vita e sj’euvre ëd cost grand përsonagi. Tutun diverse vire, ant ël cors ëd j’arserche, i son ambatume ’nt sò scrit e sò giudissi ch’a manifesto, an particolar ant j’ani ch’a n’avzin-o a la Sconda Guèra Mondial, e ’nt prim ëd costa-sì, d’amirassion për ël cap dël Fassism, Mussolini, e për j’idèja da chiel professà..

Se coste idèje a sio stàite esprimùe për sclinta convinsion o për pura conveniensa (podèj travajé an manera libera an Italia, scrive e publiché lìber e artìcoj, viagé sensa antrap për ël mond), sòn a l’é tut da dimostré. I tirerai nen donca ’d conclusion, ma i buterai a disposission dël letor ëd coste pàgine la pì granda part ëd lòn che, fin-a a ancheuj, i son riussì a artrové su cost tema.

Ant ël 1926, finìe le Scòle Técniche e dòp d’un curt incàrich coma impiegà a la Comun-a ’d soa sità, Vila Stlon, (coma ch’a diciarerà chiel midem a la vìsita militar ai 9 ëd novèmber dël 1928, quand ch’a vnirà arformà për anchilosi articolare coxo femorale destra e ipertrofia grave arto omonimo)  (1) Olivero a s’ancamin-a a la cariera da giornalista coma publicista. (I lo troveroma ’nt la lista dij giornalista a parte da l’Annuario del 1937-1938). (2)

Sèmper ant ël 1926 a ancamin-o a comparì ’d soe crònache teatraj da Vila Stlon e pais ëd j’anviron su La rassegna filodrammatica, boletin d’informassion teatral ëd l’Opera Nazionale Dopolavoro istituìa dal Fassism. Ant cost midem perìod a manda soe poesìe an italian a la milanèisa Giovinezza d’Italia e a l’oròbich Il pensiero, ai quaj a manda ’dcò d’artìcoj leterari. A colabora ’dcò, con ëd poesìe e dë scrit, a La farfalla dl’editor Nerbini ’d Firense. Quasi al temp midem a s’anandia a scrive ’d crònache sportive për ij giornaj turinèis Stampa sportiva e Stampa Sera.

Da j’inissi dj’ani ’30 a ancamin-a na longa serie ’d viagi, an particolar an Algerìa, Maròch, Tunisìa e Spagna che a produvran ëd bondose crònache publicà da Stampa Sera e da d’àutri giornaj. A part parèj ëdcò a colaboré con le grandi firme, l’arvista ch’a pùblica conte e racont, ideà e direta da Dino Segre, visadì Pitigrilli. A dà soa colaborassion ëdcò a la’arvista binela Il dramma. Ëd le grandi firme, an assensa ’d Pitigrilli, a na fà fin-a ’l sostitù coma cap-redator e diretor. Ambelessì a vnirà licensià ’d crèp për ij sò arpetù ritard an sl’orari. A farà na càusa ’d travaj con l’arvista che, an part, a la perderà. (3)

A s’anandia la Guèra Civil an Ëspagna. Olivero a l’é redator, për Il lavoro fascista ’d Roma, ëd le notissie che a ven-o da j’invià an Ëspagna. A ten chiel midem daré a j’aveniment a Ëspagna fasend soens ëd viagi. Ël giornal a pùblica doi sò tòch interessant dij quaj i n’arpòrto quàich part:

Ai 4 ëd mars dël 1939, an la pàgina ch’a fà quatr as ved:

Catalogna di ieri e di oggi. Gastronomia di “Barcelona la gorda”. Come mangiavano i capi rossi mentre il popolo moriva di fame 

BARCELLONA marzo - Sulla «carretera» che si dipana a spirali paurose lungo i fianchi scoscesi dei Monti iberici, un giovane legionario padovano dai muscoli d’acciaio e dallo sguardo acuto di vedetta marina, mi portava due settimane or sono su un camion militare verso Barcellona. Lungo i fianchi della strada interrotta di ponti «volados» dalla dinamite dei rossi in fuga, sfilavano come in una pellicola tragicamente paradossale, paesi distrutti, fortificazioni smantellate, cittadine scardinate, stritolate dalla furia dei bombardamenti. Lungo il ciglio della «carretera», sullo sfondo di un paesaggio arso, emergente da una terra arrossata e arida che pareva non conoscere altro concime che quello della dinamite, passavano teorie di soldati in ritorno. Bandiere lacere. Volti virilmente belli rigati dal sudore della marcia. Polverone a nuvoli si alzava dietro ai muli e ai carriaggi, avvolgeva i ferri contorti delle automobili sconquassate, gli scheletri arrugginiti e frantumati delle batterie, ogni sorta di materiale bellico fuori uso.

Di quando in quando, tra le macerie dei casolari, sorgevano bivacchi di famiglie profughe che sostavano nel cammino intrapreso a piccole faticosissime tappe verso un «pueblo» che non avrebbero più ritrovato, verso una casa che fu un nido famigliare e che forse lo avrebbero ritrovato un ammasso inerte di rovine. In uno di questi bivacchi scorgemmo una signora vestita di nero: sui ventott’anni, un volto pallido, bellissimo, in cui due occhi bruni dilatati parevano illuminare di una luce femminilmente vivida e personale tutto il corpo meraviglioso. La signora parlava con un soldato marocchino e aveva nella sua mano destra aperta un oggetto che sfavillava sotto il sole: un orologio d’oro. Anche il soldato africano aveva una mano tesa e in essa si vedeva una scatola di carne: ma egli teneva un’altra mano aperta, con la palma sollevata verticalmente a fermare il gesto della signora.

Comprendemmo. Il soldato di Franco dava quel che aveva, ma non voleva ricompense.

La nostra macchina passò avvolgendo in una cortina di polvere la istantanea commovente che la retina della nostra memoria ha ritenuto impressa.

In un piccolo borgo, in cui ci fermammo per rinnovare l’acqua bollente del radiatore, un uomo anziano, ossuto, emaciato, raccoglieva in ginocchio qualcosa sul selciato della strada. Selciato scavato di buche, cosparso di immondizie e solcato da piccoli rivoli di acqua sporca. Osservai. L’uomo, con una mano raccoglieva frettolosamente dei semi gialli, li passava con un gesto rapido ma accurato contro i pantaloni e li riponeva, piano, nell’altra mano stretta a pugno. Erano dei garbànzos, dei ceci che qualche camion della sussistenza militare aveva lasciato cadere rimbalzando su una buca della strada accidentata.

Queste due scene non sono che due superstiti istantanee di ciò che era la Catalogna nei giorni dell’avanzata delle truppe nazionali…

Ai 26 ëd mars dël 1939, an tersa pàgina vardé sì:

Eroismo silenzioso. Un Ospedale da Campo legionario.  

Lo “stato di servizio” del 031 

L’Ospedale da Campo 031 che ho visitato a Masnou, a una trentina di chilometri da Barcellona, è un ospedale che ha percorso coraggiosamente la sua carriera di perfezione sanitaria con uno stato di servizio che si presenta interessantissimo appunto perché è partito originariamente dalla trincea.

Si è costituito sul fronte di Malaga, a Loja, passando quindi a Cordoba. Ha vissuto le giornate sanguinose di Guadalajara. Si è spostato a Valladolid per ripartire verso Sobròn, Quintanilla, Torme. Se a Malaga funzionò regolarmente con 222 feriti, sul fronte di Santander, a Santelices, ospitò stupendamente circa mille feriti. Si spostò a Vega de Pas alleggerito dei due terzi del suo prezioso fardello umano: combattenti guariti che ritornano al fronte, convalescenti che ripiegano sulla retrovia, pochi i gravissimi inviati all’interno, pochissimi i deceduti.

Si stabilisce ad Arcanti. Passa a Matillas, nuovamente su Guadalajara. Si sposta ad Armiñon. E sfreccia sul fronte d’Aragona e dell’Ebro. Le tappe si susseguono veloci: Calamocha, Muñiesa, Alcañiz, Gandesa. Le operazioni militari segnano un ritmo di avanzata e l’Ospedale da Campo s’intona a questo ritmo. S’impianta a Teruel e successivamente a Navarrete, Calamoesa, Garriòn. E sopraggiunge, sul fronte di Catalogna a coadiuvare l’ospedale 071. Grañena de las Garrigas, Juneda, Pobla de Claramunt, Badalona. E finalmente a Masnou, dove l’ho trovato (con circa 3500 feriti all’attivo) in una bella e spaziosa sede che era ancora un mese fa adibita ad ospedale dei rossi. … In poco più di un mese, come abbiamo enunciato, circa 2500 feriti sono stati curati nel 031. Fra questi feriti, 150 nemici.

Questa cifra – raggiunta in poco più di un mese di permanenza posta in rapporto con quella del personale sanitario rappresentato unicamente da 9 ufficiali, 49 tra sottufficiali e truppe, 2 crocerossine – afferma meglio di ogni verboso panegirico che soltanto il sentimento purissimo di compiere una missione può sorreggere i nostri medici legionari nell’adempimento di tanto superlavoro.

Tuttavia, malgrado queste dimostrazioni, il Corpo di Sanità Legionaria continua e continuerà ad essere il Corpo più silenzioso di questa guerra. Mentre rilevo queste virtù … è un coro di voci che esprimono una frase sola, quella che fa cadere il mio taccuino precipitosamente nella tasca:

- Non lodateci. Siamo tutti qui per compiere il nostro dovere di soldati e di fascisti. Non pubblicate i nostri nomi. Non vogliamo encomi.

Ed il farmacista, più sfottente di tutti, aggiunge:

- Se li stamperete … vi inviteremo alla nostra mensa e vi offriremo delle polpette di stricnina con un bicchiere di sublimato.

E il Cappellano, padre Tranquillo di nome e di indole, conclude la gaia diffida ammonendomi con un sorriso: - E io non vi assolverò. 

Gli occhi delle sorelle infermiere 

Nel patio dell’Ospedale, sotto l’arcata rettangolare che lo delimita, le due Crocerossine accendono le candele all’altare che il buon Cappellano ha elevato, sullo sfondo della nostra bandiera formante un riquadro contornato di alloro, fin dal primo giorno dell’ingresso in Masnou.

Su quest’oasi di pace e di dolore sembra che tutte le stelle del cielo di Catalogna veglino come occhi di sorelle infermiere curve nella notte, amorevolmente, sull’ansito dei feriti.

La collina alla sommità della quale si eleva l’edificio del 031 è tutta una luminaria di tranquille luci casalinghe.

Dalla strada sottostante di Masnou, lungo il mare, ci raggiunge attutita dal frangersi delle onde l’eco del rombo dei motori delle nostre colonne Legionarie che si spostano verso il fronte di Madrid.

Fra qualche giorno l’Ospedale da Campo 031 le seguirà, con la sua coraggiosa bandiera, con il suo drappello di valorosi sanitari, tenaci e silenziosi eroi in bianco che vegliano sulla vita preziosa dei nostri legionari. 

Concludo questa prima parte con una poesia che a tutt'oggi mi risulta inedita. L'originale è tra le carte di Olivero conservate presso l'AssOlivero di Villastellone. Non ha data ma, come si evince dal testo, è stata composta negli anni della guerra o al termine della stessa. 

Gloria ’d Savoja

 

Òh sota l’eui dël sol d’or luminos

pudei esse cangià ‘nt na preus ëd fior

sla colin-a ‘d Superga: e seurbe ij pior

             dij re ‘d Savoja con ij brass an cros!             

 

Re ‘d nostra rassa, a pioro e pioreran           

sle tombe ‘d brasa dle nostre sità.        

Bej sivalié vestì ‘d fer dël passà,          

për un cit re ij grandi re spariran.         

 

Sprofonderan ant un gran lagh ëd sangh      

      sangh dël Piemont con le ven-e tajà.            

Gloria ‘d Savoja – ‘d neuv secoj – strossà   

da le man fòle d’un vej sensa sangh… 

N O T E 

1 Foglio di leva di Olivero Luigi Armando. Carmagnola 28 ottobre 1928 dichiarato renitente alla leva. 9 novembre 1928 riformato con la seguente diagnosi anchilosi articolare coxo femorale destra e ipertrofia grave arto omonimo a firma del Commissario di leva G. Agati.

Dallo stesso foglio di leva riporto i seguenti dati:

Statura: m. 1,62 - Torace: m. 0.77 - Capelli: Castani - Naso: Arrice (sic) - Mento: Giusto - Occhi: Castani - Colorito: Roseo - Dentatura: Sana - Segni particolari: Nessuno - Professione: Impiegato - Sa leggere? Si - Sa scrivere? Si.

(Archivio di Stato di Torino, Via Piave. Liste di leva circ. di Torino classe 1909, vol. 761; riformati circ. di Torino, vol. 773)

Nella quarta edizione di Babilonia stellata, pubblicato il 10 giugno 1943, scriverà di pesare 58 chilogrammi. 

2 Annuario della stampa italiana a cura del sindacato fascista dei giornalisti 1937 - 1938 XV - XVI  Zanichelli editore Bologna 

3 Stampa Sera dij 19 magg dël 1937, pàg.5 Una vertenza in tema di contratto giornalistico 

Prima part, a continua.

Traduzione di Michele Bonavero

  

Rivista "Fotos"   

 Copertina della rivista FOTOS N° 115 del 1939, della quale, con l'altra rivista spagnola MARCA, Oliveroera corrispondente 

Luigi Armando Olivero e ’l Fassism

(sconda Pontà) 

 

La prima pcita nòta polìtica esprimùa da Olivero i la treuvo tutun an sl’Armanach Piemontèis dël 1937 con l’artìcol Masnà ’d Nino Autelli.

Olivero a descriv l’ànim dobi ’d Nino Autelli, da na banda pì che sensìbil autor ëd Masnà, da l’àutra... a l’è un cheur dru e sislà ‘d corage come na medaja al valor militar. A l’è che Nino Autelli a l’ha vorsù esse volontare an A. O. e ant cost moment a ‘s treuva ancora an tèra d’Africa a protege i sorch signà dal destin imperial dla nostra rassa paisan-a e gueriera.

Su Nino Autelli, autor ëd doi volumèt delissios ’d fàule e conte an piemontèis, Pan ’d coa e Masnà, che Olivero a considerava il più grande poeta in prosa del Piemonte, i artornerai apress.

Ant ël 1939 a s’anandia na colaborassion a quatr man con l’amis giornalista, comediograf ëd sucess, Angelo Nizza (Con Riccardo Morbelli autor ëd la famosa trasmission a la radio I quattro Moschettieri). A s’inaugura parèj la serie d’artìcoj ch’a vniran publicà su vàire giornaj e arviste dal tìtol general Trapanazioni del cranio ant ij quaj a vniran butà an ridicol diversi përsonagi dl’época coma Grata Garbo, Filippo Tommaso Marinetti, Ciang-kai-scek, Roosvelt e tanti d’àutri ancora.

Sla fassëtta dë spedission dël n° 26, 10 stèmber 1939, ëd l’arvista napolitan-a Belvedere, ch’a publicava costi artìcoj, as les: Al fascista Luigi Olivero Via Arcivescovado, 7 Torino.

Na granda part ëd lòn ch’a manifestava Olivero an camp polìtich, as treuva ’nt ël sagg dël 1941 Babilonia stellata e, dzortut, ant soa edission ch’a fà quatr, motobin ëslargà, dël 1943. Ël sagg a l’é na frësca violenta contra ’l costum, la polìtica, la manera ’d vive merican, ai quaj as gionta l’Inghiltèra da la qual, a sò dì, a ven-o fòra. Le lobby d’ebreo a son butà al prim pòst ant la lista dij maj ch’a craso la Mérica. A la lòta alman-a për la pura rassa arian-a, ancolpà da j’USA ’d rassism, a ven contrapòst ël rassism USA contra ij nèir, antlora sì liberà, ma tnù su un pian motobin pì bass dël rest ëd la popolassion (pòst da setesse arservà al fond dij mojen pùblich, scòle aspress, intrada malfé se nen impossìbil ai pòst ëd comand an tuti ij setor e via fòrt).

Për la preparassion ëd sò sagg, an particolar an vista ’d n’edission ch’a fasa sinch (cola ch’a fà quatr a l’é dël 10 giugn 1943) as serv an manera bondosa dl’amicissia con Ezra Pound, ch’a-j furniss tant material an particolar an sle polìtiche monedarie merican-e che Pound a trovava motobin ësbalià, fasend na soa teorìa al contrari su n’ideologìa econòmica-polìtica ch’a jë smijava ’d vëdde ancarnà ’nt le dutrin-e fassiste dl’época. (Le velin-e ’d quàich litra mandà da Pound a Olivero a esisto ’nt ël fond dedicà a Ezra Pound pres ëd la Yale University ëd New Haven ant ël Connecticut, ëd le quaj, mersì a l’angagg e a la costansa dël Prof. Giuseppe Goria, i l’hai podù avèjne còpia).

L’amicissia con Pound a l’era manifestasse ’nt j’ancontr che ij doi a l’avìo avù ’nt j’ani passà da Pound an Italia (dal 1925 al 1945), andoa che chiel, për tant temp, a l’ha vivù a Rapallo. An cost period Pound a l’ha colaborà, con scrit e trasmission radio, direte an manera particolar vers la Mérica dël Nòrd, con ël regim fassista. Dòp ëd l’eut dë stèmber dël 1943, ël tombé dël Fassism, la përzonìa ’d Mussolini a L’Aquila e soa liberassion da part ëd j’alman, la fondassion ëd la Repùblica ’d Salò, a costa chiel a aderiss pì che lest continuand con soe trasmission a la radio e con j’artìcoj a favor dël regim. A vnirà arestà a la fin ëd la guèra dai partigian, consëgnà ai Merican ch’a lo tenran për tre mèis sarà ’nt na gabia postà fòra, ant un camp ëd përzonìa ’nt j’anviron ëd Pisa, ëd neuit sota la lus ëd potent rifletor. An cost clima a nassrà, miraco, soa pì bela archeujta poetica I canti pisani. Trasferì ’nt jë Stat Unì a ven acusà ’d tradiment e sarà ’nt l’ospidal federal criminal St.Elizabeths ëd Washington fin-a al 1958. An seguit a le proteste, sia nassionaj che antërnassionaj, a ven butà an libertà, ma afidà a la guerna ’d soa fomna. Col ann midem chiel a torna an Italia andoa ch’a resterà fin-a a la mòrt.

An cost àmbit d’amicissie a j’intra la tradussion ëd l’euvra Babilonia stellata, da part ëd Johan von Leers, che a seurt a Berlin da l’editor Runge con ël tìtol Babylon unter Davisternen und Zuchthausstreifen. Ël Leers a l’era stàit diverse vire an Italia ’nt ij prim ani quaranta, ancontrand Olivero an vàire ocasion. Finìa la guèra, sota fàuss nòm, a l’avìa ancora passà sinch ani a Roma, apress a l’era andàita an Argentin-a e, definitivament dòp an Egit. Olivero a fà nen arferiment an gnun dij sò scrit a costa tradussion, miraco artenùa scòmoda, da già che Leers a l’era stàit amis e protet da Joseph Goebbels e Heinrich Himmler e grand sostenidor ëd le teorìe sla rassa dël nassism, sostenidor ëdcò dla lòta contra j’ebreo e inventor ëd na teorìa për rende la rassa arian-a pì pura për mojen ëd la procreassion.

E i vëdoma adess quàich ës-cianchèt ëd Babilonia stellata. Ël travaj d’Olivero a l’é anticipà da la premëssa, sì sota arportà, che as treuva mach ant le prime tre edission, gavà vià però an cola ch’a fà quatr:

 

«È un   non senso  che  un popolo

folle  disponga  delle  più  grandi

ricchezze  del  mondo, poiché ciò

significa dare delle armi in mano

ad un pazzo.»

«Kokumin Shimbum»

giornale nazionalista giapponese 

Vers la fin dël capitol ch’a fà sinch, Olivero a precisa mej ël pensé dël giornal giaponèis che, ant l’otogn dël 1940, ant un artìcol ëd fond, a s’òcupa dl’ategiament ëd la Mérica ’nt ij rësguard dij problema dl’Asia Oriental e dël Pacifich. Dòp dël pensé arportà coma premëssa, ambelessì Olivero a gionta cost àutr tòch pijà da col giornal:

Voler convincere i pazzi con mezzi diplomatici è un tentativo inutile.

Il popolo giapponese è pronto a qualsiasi sacrificio per portare la sua potenza terrestre, navale ed aerea, al livello di quella americana.

Ël lìber, publicà ’nt ël 1941, a mostra, an particolar ant l’ùltim capitol, col ch’a fà dódes, na granda acrimònia ’nt ij confront ëd jë Stat Unì e dj’Ebreo, vantand nopà na granda amirassion për Mussolini. I arpòrto a cas quàich tòch significativ, ël prim, butà da Olivero, a l’é pijà da l’Almanacco Purgativo 1914 édit da l’arvista Lacerba, fondà e direta da S.E. Giovanni Papini: 

Stati Uniti

Forma di governo – Repubblica imperialista

Abitanti – Miliardari, ragazze emancipate in cerca di mariti blasonati, cow-boys, linciatori, negri, inventori, clowns,

Prodotti – Cake-walk °, petrolio, grattacieli, macchine da scrivere, scarpe walk-over, esploratori, pellirosse.

Carattere nazionale – Orgoglio plutocratico, ignoranza e reclamismo.

Capitale – New York e Chicago. 

° Musica afro-americana del sud degli Stati Uniti. 

A seguita donca Olivero:

Repubblica imperialista! Orgoglio plutocratico! Ignoranza e reclamismo!

        Questi tre colpi di bisturi sono di 27 anni fa: sotto la rossiccia epidermide dell’Uncle Sam, esistevano già le malattie vaso-circolatorie che sono esplose tutte all’evidenza clinica sotto l’inesorabile incisione inferta, con destrezza chirurgica impareggiabile e con tempestività meravigliosa, dal discorso del Duce del 23 febbraio 1941:

Una illusione e una menzogna stanno alle basi dell’interventismo americano.

        L’illusione che gli Stati Uniti siano ancora una democrazia, mentre sono di fatto una oligarchia politico-finanziaria dominata dall’ebraismo attraverso una forma personale di dittatura: la menzogna che le potenze dell’Asse vogliano attaccare, dopo la Gran Bretagna, l’America.

Oligarchia ebraica.

        Con quell’irresistibile invadenza che è la caratteristica della loro razza, gli ebrei si sono impadroniti di quasi tutti i posti di comando della politica e dell’economia americane.

I fatti, in questi due ultimi anni, si sono appunto modificati. Ma in peggio. Gli ebrei, in America, si sono raddoppiati di numero. Tutti i profughi più danarosi, sloggiati da quei sordidi mercati delle pulci e dello strozzinaggio che erano i ghetti di Berlino, Varsavia, Praga, Amsterdam, Bucarest, Madrid, Parigi, Belgrado, Atene, hanno avuto via libera nel paradiso dei dòllari dagli angeli guardiani dell’immigrazione che stazionano in permanenza nell’isola fatidica di Ellis Island definita da qualcuno «la porta della terra promessa che, oggi, per numerosi indesiderabili, è divenuta l’uscita dal paradiso».

        Gli ebrei non sono degli indesiderabili, in America. No. Sono in casa propria. Sono nel paradiso terrestre popolato di alberi vestiti di foglie in cartamoneta e illuminato da miriadi di stelline in dòllari oro. Se la Palestina è la loro terra d’origine, l’America è la loro terra di elezione.

Il popolo americano non conta. Non è che uno strumento nelle mani dell’oligarchia semita. Come il popolo indù, il quale non è altro che uno strumento nelle mani dell’oligarchia britannica.

        E l’oligarchia britannica e quella americana nascono da un unico ceppo: l’ebraismo.

America e Inghilterra, concubine di un solo padrone: il giudeo. 

I penso ch’a peussa basté. Coma ch’i l’hai dit, bon-a part ëd l’ùltim capitol a l’é ’d cost tenor e a dòvra ’dcò ’d frase dël giornalista Amerigo Ruggiero (sensibilissimo sismografo della vita americana) e ’d Teodor Dreiser.

Cost a l’é un frut convint dël pensé oliverian o na gàbola për podèj publiché Babilonia stellata ’nt ël bel mes dël regim fassista?  

L’anvija

 

Mòrd ant la polpa che veuj vëde ‘l gius

bagné i tò làver e lustrete i dent!

L’hai un cheur da masnà ch’a l’è content

d’ògni tò gest: ànche s’it mange un prus.

Na splùa galupa at passa ant j’euj rijent

e tut me sangh a l’ha come un sarus

d’amor për còl licor fresch ch’a lo ancioca:

perché ti ‘t morde un prus parei ‘d mia boca! 

Inedita. Fondo Olivero Villastellone. Anni '30

 

Fin ël la sconda pontà, a continua. 

Traduzione di Michele Bonavero

  

Luigi Armando Olivero e ’l Fassism

(TERSA e ùltima Pontà) 

Luigi Armando Olivero a colabora fin-a dal 1943 (coma ch’a l’ha già scrit Olivero midem chiel a l’era stàit arformà a la vìsita ’d leva) con ël 1m Grup Alpin Val Casotto in qualità di patriota alle formazioni partigiane piemontesi. Elemento di primo piano nell’attività clandestina e di collegamento tra il Piemonte e la zona occupata.

A Roma a giuta për evité la fusiliassion ëd l’Avocat e musicista Carlo Emanuele Croce, e a riess, ai 19 ëd mars dël 1945, a intré ’nt le tant mal arnomà përzon ëd la Gestapo ’d via Tasso 155, con l’arzigh ëd soa incolumità, për anformé ’l Croce che amis e parent a son su soe pianà sugeriendje parèj l’ategiament da pijé durant j’anterogatòri ’nt ij confront dij sò colaborator ancora a pé lìber. Ël midem Croce a gionterà: …conservo la più schietta, profonda ed amichevole riconoscenza per il tempestivo intervento dell’amico Olivero che mi ha salvato dall’eccidio dei 320. (Fosse Ardeatine)

Ël colonel Alessandro Fossi, Comandant dël Grup Militar Clandestin omònim a gionta: …il giornalista Luigi Olivero ha dato la sua particolare collaborazione all’attività del nostro Gruppo Militare Clandestino.

Coste neuve a son pijà da doi document guernà pres ëd l’AssOlivero ’d Vilastlon. An nòta a l’é arportà la trascrission completa.

A guèra pen-a finìa, pres ëd l’editor Donatello de Luigi ’d Roma, chiel a publica, a l’inissi dël 1945, ël sagg Turchia senza harem. A le pàgine 118 e 119 i lesoma costi pensé d’Olivero ch’a rësguardo ’l cap dël Fassism.

Se Mussolini, invece di rivelarsi in politica estera un garçonnet frénétique, succube della nefasta influenza del teppichfresser (o morditore di tappeti, come gli irriverenti berlinesi definiscono l’epilettico Hitler), fosse stato un uomo di governo riflessivo e calmo come un pascià, avrebbe adottato, di fronte al conflitto universale, l’atteggiamento della neutralità utilitaria mantenuto impassibilmente, durante quattro anni e mezzo, dal Presidente Ineonu e oggi l’Italia non sarebbe un Paese materialmente e moralmente distrutto.

Un giorno - come accade oggi alla Turchia -  l’Italia non si sarebbe potuta esimere dall’entrare in guerra a fianco di una delle due parti belligeranti. È ovvio che la tecnica temporeggiatrice, in tempo di guerra universale, non si può protrarre all’infinito. Ma, quel giorno, l’Italia si sarebbe trovata inevitabilmente a fianco dell’imminente vincitore, con un esercito organizzato, un morale nazionale intatto, un prestigio politico  aumentato: tre elementi  tali da rendere il suo concorso bellico validissimo e da affermarlo idoneo a pretendere la stima e la riconoscenza dei suoi alleati anche a pace vittoriosa conclusa.

La parte soccombente non avrebbe avuto ragioni plausibili per lagnarsi di lei: perché, in sostanza, quella parte aveva,  - fino al giorno dell’inizio della propria disfatta – acquistato la neutralità dell’Italia per proprio tornaconto e con l’obbiettivo di trasformarla in belligeranza al momento opportuno, non appena, cioè, la sorte delle armi le si fosse dichiarata decisamente favorevole nel quadro generale della guerra e il concorso di quella potenza di riserva le fosse tornato utile per affrettare la propria vittoria. Avrebbe agito, in definitiva, né più né meno, come agisce attualmente la parte avviata al successo.

In un mondo di vincitori e di vinti - gli uni indeboliti dall’immane sforzo bellico compiuto, gli altri prostrati e probabilmente annientati dalla sconfitta -, l’ultimo partecipante al conflitto avrebbe avuto il privilegio su tutti gli altri partecipanti di conservare le proprie forze immuni  da ogni usura e in grado di incutere rispetto, anche fisico, allo stesso alleato vincitore: sul quale, inoltre, avrebbe potuto contare molti punti di vantaggio nella immediata  ripresa della competizione pacifica sul terreno economico internazionale del dopoguerra.

Il lettore italiano di molti scrupoli può trovare semplicemente affaristico e spregiudicato il mio ragionamento. Ma, in politica, la spregiudicatezza e l’affarismo costituiscono le due molle propulsive al balzo verso il successo. Non è con il supremo disinteresse  e con l’onestà ideale che si guidano i destini di un popolo. E l’Italia, che con Macchiavelli, ha insegnato teoricamente al mondo, fin dall’epoca del Risorgimento, l’arte spregiudicata di ghermire il successo in politica, nella realtà ha sempre lasciato  che altri mettessero in pratica i suoi insegnamenti.

Strano fenomeno di super-intelligente  lazzaronismo atavico, quello fornito dal popolo italiano attraverso i secoli della sua disgraziata storia tutta rintronante di tragici, formidabili mea culpa!

Ma a l’era nen costa pròpi l’idèja ’d Mussolini al moment ëd l’intrada an guèra? Churchill a l’avìa dit a cost propòsit: credette di entrare in guerra negli ultimi cinque minuti, invece era il primo quarto d'ora!

A la fin dël 1947 Olivero a torna a Nino Autelli con l’arcòrd publicà an sl’ùltim nùmer surtì, un nùmer dobi 31-32, ëd soa arvista Ël Tòr. Paròle frapà për l’amis massà an manera crudela për soe idèje polìtiche ’nt le quaj a l’avìa chërdù e che mai a l’avìa tradì. I na arpòrto quàich tòch.

La gramissia uman-a a l’é granda, ma la vigliacheria a l’é in-mensa. Nino Autelli, poeta e prosator piemontèis - "ël pi fòrt prosator dla nòstra leteratura ’d tuti ij temp" a l’ha definilo Nino Costa, esplorator d’un mond ëd pura poesìa "dova a la savù aussese për la prima vòlta ant la stòria dla prôsa piemontèisa" e sorela pi cita, ma sorela, "dij Contes dël Perrault, dle Kinder und Hausmarchen dij Grimm e dle  Prose d'Armana 'd Mistral" a son stait proclamà Chiel e la Soa euvra da un àutr poeta e studios piemontèis, pi sentimental an sla carta che ’nt la realtà, dël qual parleroma pi anans - (Nota: Pinin Pacòt); Nino Autelli, autor ëd coi doi diamant leterare, batesà Pan d' coa e Masnà, ch’as romperan mai con ël passé dël temp përchè a son doe ciadeuvre faite pi con ël sangh lirich cristalisà che nen con d’inciòstr e pi ancastrà ’nt la pera che nen tramandà ’n sël papé; Nino Autelli a l’é mòrt a Spinëtta Marengo (Alessandria) ant le sman-e dl’insuression del 1945 (ël 18 magg, a quatr e un quart dla matin) con ël còrp  ë-squarsà ’d ferije orende, dòp tré ore tormentose d’un’agonia, da s-ciancheje ’l cheur fin-a al médich e al prèive ch’a lo assistijo, durant la qual a l’ha nen avù che ’d paròle ’d dosseur për Soa cita Paola, d’amor e ’d riconossensa për Soa tant cara sposa Maria, ’d bin squasi religiosa për Soa Mama adorà, e ’d përdon... L’ùltim Sò arsaj a l’é stait un pensé fiorì dla lus purissima dël përdon për ij fieuj sconossù, vestì ’d bonèt, dë s-ciarpe e ’d folar ross, che, an bòt ëd cola neuit midema a son sautà giù da un’automòbil ch’a l’era fërmasse a l’improvista dë ’dnans a Soa cà, a son intrà dë sfrandon, con ij "mitra" spianà, ant Soa stansa da let, e, insensibij ai crij d’angossa e dë sparm ëd Soa cita creatura e ’d Soe dòne, a l'’han intimaje ’d seurte ant la contrà, nèira ’d silensi, dova, prôpi an sla seuja ’d Soa cà, a l’han sparaje adòss una svantajà ’d mitraja, lassandlo slongà ’nt un lagh ed sangh (ore 1.15)....

Volontare come soldà sempi an Africa Oriental. Ël 23 novèmber 1940, a realisa Sò bel seugn d’amor sposand cola creatura ’d bontà, maestra come Chiel, ch’a l'avrà mai finì ’d pioré tute soe làcrime sla Soa tomba. Dòp apen-a doi mèis ëd matrimòne, ant ël gené 1941. a l’é arciamà, come sempi soldà ’d sanità, e destinà al treno ospedal N. 3 ch’a trasportava ij nòstri ferì da la Russia....

Quand a l’é naje Soa masnajin-a Paola (4 otober 1941), Chiel as trovava a Kolosvàr, Transilvania, ant un dij Sò viagi numeros ëd mission dla Cros Rossa. Congedà mes malavi dòpo squasi doi ani ’d cola vita ’d continua dedission a le soferense dij soldà, a ritorna a Soa scòla. Ant ël novèmber 1944, a ven torna arciamà sota j’arme e a resta an servissi, an Alessandria, fin-a al 25 avril dël 1945. A l’avìa la cossiensa tranquila. A savija d’avèj faje ’d bin a tanti e ’d mal a gnun...

Ël dì ’d Soa mòrt - òh la virtù ’d divinassion dij poeta! col dì a smiava ch’a sentèissa la man frèida dla mòrt passeje ’d nans a la front! - a l’avìa scrit costi pensé ’n sël feujet d’un Sò "notes":

«Il mio cuore piange in silenzio per le sorti della nostra terra. Voi no, voi non avete nessun dolore. Vi sento ridere, vi sento cantare per le strade. A voi nulla importa della nostra terra e avete vent’anni, giovani del mio paese. Voi non sapete che odiare. Il mio cuore è invece pieno d’amore per la nostra terra, per le nostre case, per voi... Voi non sapete come è bello anche morire per questo amore».

                Pòvr Nino! A l’han vorsù vëde ant Chiel nen autr che un òm d’un color polìtich sganfà da la sponga ’d j’aveniment. A l’han mach vorsù s-ciairé, sota Soa bela front, un’idèja polìtica ormai brusà da ij slussi dla tempesta: un’idèja ant la qual a l’avìa chërdù fin-a a l’ùltim moment, con tuta sincera onestà sla Soa ànima càndia, përchè ant col’idèja - giusta ò sbaglià ch’a fussa - per Chiel a s’identificavo la legalità, l’onor, la difèisa dla Patria... Ant l’eror ò ant la vrità ch’a fussa, 46 milion d’àutri italian a l’avio chërdù, fin-a a pòchi mèis prima ’d Chiel, ant lòn che Chiel a chërdìa ancora: e un campionare ’d coi 46 milion ëd maometan passà, da l'alba al tramont, da la religion dël fez totalitare a cola del Borsalin democràtich, a l’ha chërdù ’d pudèilo giudiché come un dij pòchi ch’a l’avìo sbaglià a dann ëd tuti... e ’d masselo...

Për un miscredent sensa pi gnun-e ilusion - come chi ch’a scriv coste righe - viz-a-vi dla polìtica e dl’ànima uman-a, la fin ëd Nino Autelli a l’é la milionesima e una ripreuva dl’oceanica pàuta dë stupidità ’nt la qual a sbaciassa fin-a a la ponta dij cavèj costa pòvra rassa ’d sùmie bastarde ch’a s’ambardo ambissiosament dij titoi d’animai rasonévoi a ’d rè dla Creassion. Nino Autelli a l’era un-a dle raire ecession - rapresentà dai Sant, da j’Eròi, dai Poeta – ’d costa grisa furigada sensa fin ëd sùmìe mate a sanglan-e ch’a compon-o l’umanità....

E smonoma serenament, con la facia al sol, cost omagi a Nino Autelli; ... a Soa santa memòria, a Soa ànima bela, coragiosa e viva: pi viva che mai, ant noi, dë ’d sà da j’ombre sensa color ëd la mòrt dova Sò còrp a l’ha trovà finalment la pas dòp un’esistensa inchieta, come la nòstra, fija onesta dl’aventura e dl’azard.

Cost ëscrit d’Olivero a l’é mach na part ëd l’arcòrd dedicà a Nino Autelli. Chi a vorèissa leslo an soa completëssa a peul trové l’archeujta dl’arvista Ël Tòr a la Biblioteca Civica ’d Turin. A peul ëdcò ciamene còpia a mia adressa email. A sarà mia pressa ’d mandela al pì prest.

Olivero a sara sò scrit con costa nòta:

La fin ëd Nino Autelli, come l’oma documentala an sle testimonianse dij Sò familiar e dla gent ëd Sò paìs, a l'é staita bin pi tràgica ’d coma l’oma descrivula ant ij trè sonèt che publicoma, an Soa memòria, ant la pagina 10 e che l'oma scrit quand che conossìjo ancora nen tuta la vrità an tuti ij sò afros particolar.

La poesìa dont Olivero a fà mension a l’é A Nino Autelli rilesend Masnà, che i trovreve a la fin ëd cost tòch.

Apress a-i ven ancora la stupenda Mëssa paisan-a Cantà da na mare d’un pòvr soldà mòrt an guèra.

Ant j’ani pì davsin cost episòdi a l’é ancora stàit contà ’nt ël capitol La fiaba di Nino, ant la part ch’a fà quatr ëd Sconosciuto 1945 ëd Giampaolo Pansa, Sperling & Kupfer, Milan 2005.

Da l’arcòrd dedicà a Nino Autelli, ant jë scrit d’Olivero ch’i l’hai podù artrové, i l’hai nen trovà che doi pcit arferiment al periòd fassista. Olivero as lamenta ’d nen avèj podù publiché ij sò travaj. Ant ël 1933 a compon Ël rodon, destinà a l’Armanach Piemontèis dël 1936, la censura preventiva fassista d’antlona a na impedis la publicassion. Al prim d’otóber dël 1937 a compon ël dyptykos ëd sonèt Soa tenebrosa maestà la neuja ch’a peul nen publiché.. ant l’ann ëd soa nàssita 1937 e gnanca ant j’àutri sèt ane apress, përchè cola soa invocassion conclusiva “Òh torna, Libertà”etc. a l’avrìa nen sertament propissiame ’l cadò d’un basin an front da la censura polìtica d’antlora.

Nen tant temp fa Gianfranco De Turris, na vira colaborator ëd Julius Evola e ancheuj curator ëd soe euvre, ch’a scrivìa, coma Olivero, sla roman-a L’Italia che scrive, antlo sostnùa da l’Onorevol Ernesto de Marzio dël MSI, a l’ha contà dij sò ràr ancontr con Olivero pròpi ’nt la redassion ëd l’arvista. Chiel a buta Olivero tra ij giornalista gropà al fassism, arciclà coma profession, ma ch’a giravo e a j’ero sostnù ’nt j’anviron inteletuaj ëd la Drita (notissia costa ch’a l’ha furnime ’l Prof. Giuseppe Goria ch’a l’ha avù l’ocasion ëd parlé an përson-a con  De Turris).

Coma ch’i l’avìa enuncià a l’inissi ’d cost ëscrit, sò but a l’é nen ëd sicur col ëd tirene fòra ’d giudissi. A l’é mach col ëd buté a disposission al letor ëd materiaj për ëd riflession utij. Dë scrit d’Olivero da dëscheurve a-i na j’é ancora motobin. D’àutr a podrìa ven-e a la lus për përmëtte la composission d’un quàder pì ampi sl’evolussion ëd sò pensé polìtich.

A Nino Autelli rilesend «Masnà»

                       Voici le temps des ASSASSINS.

                                                        Rimbaud 

 

Con le doe man unije a leturil

reso tò liber, Nino, dle «Masnà»

parèj d’un missalin anluminà.

E an tuti i nerv l’hai un frisson sutil.

 

A l’alba dla toa vita ’t l’has cantà

j’ànime sempie come smens d’avril

ch’a viro ant l’aria, e, con un vòl gentil,

calo an tèra a visché ’d fior profumà.

 

Le bele fàule dle virtù paisan-e

e ’l «pan ’d coa» d’una candeur ëd lait

a l’ero al mond toe sole gòj uman-e.

 

Dë vlu ’d reusa tò cheur a l’era fait.

E a l’han strompatlo, ’d neuit, ëd man nostran-e

con na bala ’d fusil tirà a l’avait.

 

Sla seuja dla toa cà j’era l’invit

dla canson dla toa sposa ch’a spartìa

sla tàula ’l pan ëd la toa poesìa...

E ’t ses mòrt sensa un crij parèj d’un cit.

 

N’ombra a lassava ’nt l’ombra sò delit

ëd fassion da la guèra anvelenìa.

Na stèila visca an cel. L’ombra a sparìa...

E ’t ses mòrt sensa un crij parèj d’un cit.

  

Le feuje rosse d’un garòfo scrit

j’ero le màcie ’d sangh dla toa ferìa...

E ’t ses mòrt sensa un crij parèj d’un cit.

 

Con ij brass largh, con lë sguard fiss e drít

t’has vist në slussi su n’arcà fiorìa...

E ’t ses mòrt sensa un crij parèj d’un cit.

 

T’avìe chërdù ’nt la Patria e ’nt la bontà

dla toa gent ëd campagna, ànima pura.

Da j’ambe giàune a j’isbe ’d tèra scura

ël sign ross dla toa cros t’avìe portà.

 

An front al lìber, con la toa scritura

còtia come j’ariss ëd le masnà,

t’avìe scritme l’ofèrta: «A ti, ancërmà

’d n’anciarm midem ëd seugn e d’aventura».

 

Për nòst seugn d’aventura it ses cascà...

E mi leso tò lìber inossent

travèrs un vel ëd làcrime d’argent.

 

Tant che, ’nt la neuit, doe man ansangonà

- Nino, ’d tò sangh! - am calo ’d nans a j’euj

e as saro al còl d’na Mare sensa fieuj. 

Roma, 2 agost 1947  

NÒTA

Trascrission integral ëd doi document autenticà originaj ch’a son an possess ëd l’AssOlivero, Leja G.B. Gennero, 5 – 10029 Vilastlon (TO)

Torino, 27 aprile 1945
D I C H I A R A Z I O N E 

Il sottoscritto in qualità di Comandante di Banda (1° Gruppo Alpino Valcasotto), Comandante del 1° Settore Divisione Comando Formazioni Giustizia e Libertà  e di Capo di Stato Maggiore della 2^ Divisione Alpina dichiara quanto segue:

il giornalista Dr. LUIGI OLIVERO abitante a Roma – Via Condotti, 6 ha collaborato attivamente sin dal 1943 in qualità di patriota alle formazioni partigiane piemontesi.

Elemento di primo piano nell’attività clandestina e di collegamento tra il Piemonte e la zona occupata.

                                                                                                             IL COMANDANTE

                                                                                                (Dr.Carlo  Ruvi di San Mauro)

GRUPPO MILITARE CLANDESTINO “F O S S I”

 

                                Io sottoscritto Colonn. Alessandro Fossi, capo del Gruppo Militare Clandestino omonimo, dichiaro di aver ricevuto in data 7 giugno 1944 dall’Avvocato Carlo Emanuele Croce la comunicazione qui sotto riportata per esteso, il contenuto della quale ho potuto accertare rispondere a perfetta verità:

“Molto volentieri dichiaro che il giornalista Luigi Olivero si è molto efficacemente adoperato con immediata azione per la mia scarcerazione da via Tasso 155, riuscendo tra l’altro con pericolo della sua stessa incolumità a penetrare il 19 marzo 1944, con abile sotterfugio, nei locali delle stesse carceri politiche della Gestapo ed a farmi pervenire nella cella n. 25 piano quarto, riservato ai destinati alla fucilazione, la comunicazione che gli amici e la famiglia erano sulle mie tracce. Comunicazione che mi è oltremodo servita per l’atteggiamento che ho poi potuto assumere durante gli interrogatori e nei confronti dei miei collaboratori rimasti a piede libero.

Di quanto sopra ho fatto regolare comunicazione inviando copia della presente ai dirigenti della organizzazione politica e personalmente conservo la più schietta, profonda ed amichevole riconoscenza per il tempestivo intervento dell’amico Olivero che mi ha salvato dall’eccidio dei 320.

In piena fede.

Firmato: Carlo Emanuele Croce”

 

                                In aggiunta dichiaro che il giornalista Luigi Olivero ha dato la sua particolare collaborazione alle attività del nostro Gruppo Militare Clandestino. 

                                                                                                             Il Ten. Colonnello Capo Gruppo

                                                                                                                              (Alessandro Fossi)

Roma, 15 giugno 1944 

(Firma dël Colonel Fossi autenticà con Strument dël Nodar Trapanese Vincenzo fu Giuseppe Roma, 7 novèmber 1944)

 

Traduzione di Michele Bonavero

 

Voci dialettali Anno LXI N° 157/22~159/24 Aprile~Dicembre 2013

 

Luigi Armando Olivero dal 1940 al 1945

Incontri con

Ezra Pound, Johan von Leers, Charlotte Harrer, Emanuele Croce 

Parte prima

  

          Della vita e delle opere di Luigi Olivero ho già scritto su questa Rivista. In questo nuovo pezzo alcune notizie poco note o del tutto sconosciute sulla sua opera e sulle sue amicizie nel periodo che, dal crepuscolo del fascismo,  si avvia alla ritrovata democrazia.

          Negli anni trenta Olivero ha viaggiato moltissimo, cinque continenti, diciotto paesi. Ha intessuto relazioni e stretto amicizie mentre, per il suo lavoro di corrispondente, invia articoli a decine di riviste e giornali, sia italiani che esteri. Nel 1931, e poi in anni seguenti, è negli Stati Uniti. Qui collabora al The Italian Daily News di San Francisco e dirige anche una stazione radiofonica destinata al pubblico di lingua italiana, la K.D.I.A. sempre a San Francisco. Da questi soggiorni prende l’avvio il suo primo saggio: Babilonia stellata che vedrà la luce nel 1941 presso l’editore Ceschina di Milano.

          Babilonia stellata è un volume che, in poco più di 250 pagine, mette a nudo gli aspetti poco edificanti della gioventù americana d’ante guerra. Prende l’avvio dall’articolo Trapanazioni del cranio: I cari genitori di Hollywood, che Olivero ha scritto in collaborazione con Angelo Nizza (1) e pubblicato il 3 settembre del 1939 sulla rivista napoletana Belvedere. Questo scritto è utilizzato in gran parte per il primo capitolo Pups: lo smodato utilizzo che viene fatto dai genitori a danno dei cosiddetti bimbi prodigio quali Jackie Coogan, Shirley Temple, Deanna Durbin e tanti altri. (2) Il saggio passa poi ad analizzare lo smodato utilizzo della droga, l’amore libero, la prostituzione, il racket dell’amore…

          Questa sua opera prima incontra un grande successo. Due edizioni esaurite in pochissimo tempo. Una terza è in libreria nel giugno del 1941.

          Nei suoi viaggi londinesi Olivero ha incontrato e stretto cordiale amicizia con Ezra Pound. Rapporti che proseguono  con visite a Rapallo (qui Pound vive dal 1925) o a Roma dove Olivero ormai si è stabilmente trasferito. Lavora infatti all’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) con trasmissioni di sue commedie scritte appositamente per la radio e con programmi per l’estero. Qui a Roma, per motivi di propaganda radiofonica, si trova spesso anche Pound. I due rafforzano quindi i loro legami ed insieme mettono mano a quella che sarà la quarta edizione di Babilonia stellata. Pound  da i suoi consigli, in particolare rivolti alla politica economica americana. La nuova edizione  uscirà nel giugno del 1943 aumentata di ben cinque capitoli e di oltre cento pagine.

          Il pensiero di Pound è rintracciabilissimo in particolare nei capitoli che riguardano politica, economia e religione.

          Non basta, Olivero ha in mente una ulteriore quinta edizione. Recentemente, nel corso di una ricerca bibliografica, mi sono imbattuto in un fondo appartenuto ad Ezra Pound  giacente presso la Yale University nel Connecticut. In questo fondo sono presenti tre lettere siglate Olivero. Grazie alla collaborazione del Prof. Giuseppe Goria, cui avevo passato la notizia e che pazientemente ha intessuto i rapporti con la Yale, sono venuto in possesso delle copie delle tre lettere che erano di Pound e dirette ad Olivero. Nei tre dattiloscritti (in un italiano approssimativo e con numerosissime correzioni autografe) Pound, che dimostra di conoscere benissimo la quarta edizione di Babilonia stellata, segnala errori ad Olivero e aggiunge notizie. Inoltre tutta una lettera è da utilizzarsi come post-fazione della nuova stesura dell’opera. Purtroppo questo lavoro non avrà seguito causa il precipitare degli eventi bellici. (3)

            Della prima edizione di Babilonia stellata, viene pubblicata anche un’edizione tedesca.  

            DiBabylon unter Davidsternen und Zuchthausstreifen (letteralmente Babilonia sotto   stelle di Davide e strisce di galera) è traduttore Johan von Leers (25 gennaio 1902 Vietlübbe, Germania – 5 marzo 1965 Cairo Egitto). Membro attivo del partito nazista, amico e protetto da Joseph Goebbels, professore all’Università di Jena, padrone di sei lingue (inglese, spagnolo, olandese, francese, giapponese e italiano) fu sostenitore delle teorie razziali e legato a Heirich Himmler. Suo scopo liberare la Germania dall’imperialismo giudaico-cristiano. Fu anche autore, con altri, di un piano per sviluppare la razza ariana per mezzo della procreazione. Fu uno dei più radicali propagandisti dell’antisemitismo nel Terzo Reich. Tra il 1940 ed il 1945 fu spesso a Roma dove probabilmente conobbe e strinse amicizia con Olivero. Finita la guerra visse in incognito in Italia fino al 1950, quindi in Argentina e dal 1955 al Cairo dove abbracciò la religione di Maometto prendendo il nome  di Mustafà Ben Alì e Omar Amin. Ha finanziato una edizione araba dei Protocolli dei Saggi di Sion e organizzato in Egitto trasmissioni radio antisemite e di incoraggiamento al risorgere dei movimenti neo-nazisti in varie lingue. Fu amico del mufti Haj Amin Al-Husseini che diede così il suo benvenuto a von Leers: ”Vi ringraziamo di prendere parte alla battaglia contro le forze del Male incarnate dagli ebrei del mondo intiero.”

          Il libro. Uscito nel periodo più buio per la Germania, ebbe scarsa diffusione, forse buona parte delle copie andarono anche distrutte dai continui bombardamenti. Si trova con difficoltà anche nelle biblioteche tedesche, pur essendo presente, ad esempio, nella Berliner Stadtbibliothek. Nella traduzione di von Leers,  il libro di Olivero appare nel 1947 in una lista di libri all’indice della DDR: Liste der auszusondernden Literatur. Erster Nachtrag nach dem Stand vom 1 Germany (Territory under Allied occupation 1945-1953 Russian Zone) Deutsche Werwaltung für Volksbildung 1947, 179 pag Zentralverlag. Babylon unter Davidsternen und Zuchthausstreifen. È accompagnato dalla frase: “Auch alle fremdsprachigen ausgaben verboten”. (È proibita anche la pubblicazione in tutte le lingue straniere)

         Rimanendo in ambito germanico, nel 1942 viene pubblicato il saggio di Charlotte Harrer  Japanische Skizzen. Olivero se ne procura una copia e decide di curarne un’edizione inglese ed anche, in seguito, con tutta probabilità, una italiana. Vuole però aggiungervi qualche cosa di suo, sulla letteratura e sulla poesia giapponese. Charlotte Harrer è la figlia di un noto geologo, metereologo ed esploratore tedesco Alfred Lothar Wegener (1880-1930), autore, tra l’altro, della teoria sulla deriva dei continenti. Nel 1938 ha sposato Heinrich Harrer (1912-2006), nazista convinto e noto alpinista austriaco, primo scalatore della parete nord dell’Eiger, autore di Sette anni nel Tibet in cui racconta la sua permanenza in Tibet dal 1944 al 1951 dopo la sua avventurosa fuga da un campo di concentramento inglese in India. Dal libro è stato tratto il film 7 anni in Tibet (1997) di Jean-Jacques Annaud con l’interpretazione di Brad Pitt.Olivero prende contatti con la Harrer e già predispone il nuovo titolo del libro: Japanese Sketches. The Land of God in evening Dress. Titolo del tutto consono al Nostro. Suggerisce anche due altri vocaboli al posto di Dress: in Pijama o in Tight. (La copia del libro della Harrer appartenuta ad Olivero è nella collezione del Sig. Silvio Bonino di Margarita CN. Olivero ha qui cancellato il titolo del frontespizio con un tratto di penna sostituendolo, scritto a matita rossa, con quello riportato più sopra, aggiungendo poi, dattilografato, il suo nome sotto quello della Harrer.)

          La passione e lo studio per la poesia giapponese era stato inculcato in Olivero dall’amico Ezra Pound in lunghe conversazioni e scambi di lettere. Così in proposito scrive Olivero in commento alla poesia Trionf dle reuse dij samurai sull’Almanacco Viglongo del 1982:

            Fu il mio compianto amico Ezra Pound (1885-1972, stabilitosi a Rapallo dal 1925 al 1945 e poi dal 1958 al 1972 a Tirolo di Merano e a Venezia ov’è sepolto) a iniziarmi alla conoscenza – debbo onestamente precisare  rimastami  tutt’altro  che specialistica  e scientifica  –  di questo (Go Kyogoku) ed altri antichi poeti giapponesi dei quali, comunque, più per curiosità letteraria che altro, ho tradotto in piemontese parecchie Sedoka, bussoku-sekitai (o poesia del piede di Budda), tanke, haikai o haiku e imayo, schemi progenitori, taluni da oltre un millennio, della moderna omeopatica poesia occidentale esistenzialista. Versioni, naturalmente, eseguite sulle trasposizioni grafico-alfabetiche occidentali degli originali ideogrammi orientali, sotto l’illuminata assistenza dell’impareggiabile, enciclopedico, poliglotta, fosforescente poeta americano.

           Purtroppo, anche in questo caso, causa la guerra, che per l’Italia stava diventando sempre più catastrofica, il progetto non avrà seguito, privandoci perciò del piacere delle elucubrazioni oliveriane sulla poesia e letteratura giapponese.

            Olivero ha preso definitivamente  residenza a Roma, in via Condotti, 9 il giorno 11 dicembre del 1942. Non   è   chiaro   se la sua venuta a Roma sia stata condizionata dall'apertura dell'atelier romano della futura moglie Felicina Viscardi, detta Cinci, erede di una nota ed affermata pellicceria di alta moda di Torino e sorella della moglie del poeta ed amico di Olivero Renato Bertolotto: 1'impressione è che le loro orbite si siano evolute in modo autonomo, attratte dalle rispettive esigenze professionali, verso la Città Eterna, e che poi lì, forti della pregressa conoscenza e frequentazione torinese, grazie alla comune amicizia, i loro destini si siano intrecciati fino al matrimonio, che contraggono a Roma il 16 maggio 1943.

           Anche Cinci Viscardi, accostandosi all'attività poetica del marito, è poetessa in piemontese, pur se la sua ispirazione non è tale da condurla ad esiti importanti; è inoltre autrice di numerosi articoli sia sulla rivista del marito Ël Tòr, che su numerose altre pubblicazioni quali Armanach piemontèis, Il Cavour, Cuneo provincia granda, Notiziario della Famija Piemontèisa di Roma. Su varie riviste pubblica anche sue opere fotografiche.

             Riporto, qui di seguito, due poesie, ad oggi,  inedite di Luigi Armando Olivero del periodo 1935 – 1940. Tutte e due manoscritte, appartenenti al Fondo Olivero presso l’AssOlivero in Via Gentileschi, 1 10029 Villastellone TO.

           Le traduzioni sono mie e non hanno alcun intento se non quello di rendere comprensibili le opere anche a chi non conosca il piemontese.          

 

                        L’anvija                                                                      Il desiderio

 

Mòrd ant la polpa che veuj vëde ‘l gius                   Mordi nella polpa che voglio vederne il succo

bagné i tò lavèr e lustreite i dent!                              bagnare le tue labbra e lucidarti i denti!

L’hai un cheur da masnà ch’a l’è content                  Ho un cuore da fanciullo ch’è felice

d’ogni tò gest: ànche s’it mange un prus.                   d’ogni tuo gesto: anche se mangi una pera.

Na splùa galupa at passa ant j’euj rijent                     Una ghiotta scintilla ti passa per gli occhi ridenti

e tut me sangh a l’ha come un sarus                            e tutto il mio sangue ha come un brivido

d’amor për còl licor fresch ch’a lo ancioca:               d’amore per quel fresco liquore che l’ubriaca:

perché ti ‘t morde un prus parei ‘d mia boca!             perché mordi una pera come fosse mia bocca!

 

            Gloria ’d Savoja                                            Gloria di Savoia

 

Òh sota l’eui dël sol d’or luminos                Oh, sotto gli occhi del sole d’oro splendente

pudei esse cangià ‘nt na preus ëd fior            poter essere mutato in una striscia di terra fiorita

sla colin-a ‘d Superga: e seurbe ij pior          sulla collina di Superga e raccogliere i pianti

dij re ‘d Savoja con ij brass an cros!               dei re di Savoia con le nraccia in croce!

 

Re ‘d nostra rassa, a pioro e pioreran               I re della nostra razza, piangono e piangeranno

sle tombe ‘d brasa dle nostre sità.                    sulle tombe di brace delle nostre città.

Bej sivalié vestì ‘d fer dël passà,                      Bei cavalieri vestiti di ferro del passato,

për un cit re ij grandi re spariran.                      per un piccolo re i grandi re spariranno.

 

Sprofonderan ant un gran lagh ëd sangh            Sprofonderanno in un grande lago di sangue

sangh dël Piemont con le ven-e tajà.                  sangue del Piemonte con le vene mozzate.

Gloria ‘d Savoja – ‘d neuv secoj – strossà        Gloria di Savoia - di nove secoli - strozzata

da le man fòle d’un vej sensa sangh…               dalle mani folli di un vecchio senza sangue... 

Fondo Olivero Villastellone 

 

N O T E   

(1) Angelo Nizza (Torino 1905 – Roma 1961) Commediografo e giornalista. In coppia con Riccardo Morbelli la lunga serie radiofonica di grandissimo successo I quattro moschettieri. Con Luigi Olivero la serie di stroncature alla vigilia della seconda guerra mondiale su personaggi d’attualità dal titolo generale Trapanazioni del cranio uscite nel 1939 sulla napoletana rivista Belvedere.  

(2) Jackie Coogan l’interprete de Il monello 1921 di Charlie Chaplin; 

Shirley Temple apparsa in decine di film negli anni trenta Il piccolocolonnello, Ricciolid’oro 1935, Capitan Gennaio 1936,  Heidi 1937, Rondine senza nido 1938, La piccola principessa 1939; 

Deanna Durbin Tre ragazze in gamba  crescono 1939.  

(3) Ezra  Weston Loomis Pound  (Hailey, Idaho 30 ottobre 1885 – Venezia 1 novembre 1972). Poeta e critico americano vissuto per lo più in Europa, ed in gran parte in Italia a Rapallo, Tirolo di Merano e Venezia. Fu uno dei protagonisti del modernismo e fu forza trainante di movimenti quali l’imagismo e il vorticismo. Dal 1941 al 1943 realizzò trasmissioni per la radio italiana in cui difendeva il fascismo e accusava angloamericani e banche ebraiche di aver voluto la guerra.  Queste trasmissioni gli valsero da parte del governo americano l’accusa di tradimento. Durante la Repubblica Sociale Italiana (ottobre 1943 – aprile 1945) continuò la sua attività giornalistica in cui ribadiva la sua solidarietà al fascismo. Il 3 maggio del 1945 fu arrestato da partigiani italiani  e consegnato a militari U.S.A. che lo rinchiusero in un campo di prigionia e rieducazione a Metàto presso Pisa. Per circa tre settimane fu costretto in una gabbia di ferro posta all’aperto, al sole di giorno e alla luce accecante dei riflettori la notte. A fine novembre fu trasferito a Washington per il processo. Gli fu diagnosticata un’infermità mentale e fu recluso fino al 1958 nell’ospedale federale criminale St. Elizabeths di Washington. Il governo americano lasciò poi cadere l’imputazione di tradimento e sotto tutela e custodia della moglie riacquistò la libertà il 18 aprile del 1958. Rientrò in Italia a luglio sulla Cristoforo Colombo. 

Bibliografia essenziale  

A lume spento poesie 1908, A Quinzaine for this Yule poesie 1908, Personae poesie 1909, Exultations poesie 1910, Provença poesie 1910, The Spirit of Romance saggi 1910, Canzoni poesie 1911, Rispostes of Ezra Pound poesie 1912, The fourth Canto poesie 1919, Le Testament opera musicale 1923, A Draft of the Cantos 17-27 poesie 1928, A Draft of XXX Cantos poesie 1933, Cavalcanti opera musicale 1933, Homage to Sextus Propertius poesie 1934, Cantos LII-LXXI poesie 1940, The pisan Cantos poesie 1948 (Canti pisani 74-84 1953), Seventy Cantos poesie 1950, Section Rock-Drill 85-95 de los Cantares poesie 1956, Thrones 96-109 poesie 1959, The Cantos 1-109 poesie 1964, Drafts and Fragments: Cantos CX-CXVII poesie 1968.  

  

Luigi Armando Olivero dal 1940 al 1945

Incontri con 

Ezra Pound, Johan von Leers, Charlotte Harrer, Emanuele Croce 

Parte seconda

  

          Olivero, fino dal 1943, collabora con il 1° Gruppo Alpino Val Casotto in qualità di patriota alle formazioni partigiane piemontesi. Elemento di primo piano nell’attività clandestina e di collegamento tra il Piemonte e la zona occupata.

           A Roma aiuta ad evitare la fucilazione dell’Avvocato Carlo Emanuele Croce, e riesce, il 19 marzo del 1944, ad entrare nelle famigerate carceri della Gestapo di Via Tasso 155, a rischio della sua incolumità, per informare il Croce che amici e famiglia sono sulle sue tracce suggerendogli così l’atteggiamento da assumere durante gli interrogatori nei confronti dei suoi collaboratori a piede libero. Croce aggiunge …conservo la più schietta, profonda ed amichevole riconoscenza per il tempestivo intervento dell’amico Olivero che mi ha salvato dall’eccidio dei 320. (Fosse Ardeatine)

          Il Colonnello Alessandro Fossi, Comandante del Gruppo Militare Clandestino omonimo aggiunge: …il giornalista Luigi Olivero ha dato la sua particolare collaborazione all’attività del nostro Gruppo Militare Clandestino. (4)

         Fino al 4 giugno del 1944 Roma è occupata dall’esercito tedesco. Olivero, in questo periodo,  è critico cinematografico per il Messaggero. Decine e decine sono le sue recensioni che vengono pubblicate nei primi sei mesi dell’anno. Non solo  film, anche resoconti di opere  teatrali, opere liriche,  balletti,  concerti sinfonici.

           L’undici di aprile compare il pezzo dedicato a Addio amore del 1943 di Gianni Francolini, interpretato da Clara Calamai, Roldano Lupi e Jacqueline Laurent e tratto da due romanzi di Matilde Serao, Addio amore e Castigo; ne stralcio questo brano in perfetto stile oliveriano:

           Clara Calamai si destreggia con perizia in una parte considerevolmente ambigua. Ma perché, Donna Clara, vi ostinate a esibire i vertiginosi dècolletée dei tempi sostanziosi anche dopo che vi siete così razionalmente svitaminizzata?

          Sembra impossibile che Roma, in quei giorni, manifestasse una così grande vitalità artistica. Una pagina intera del Messaggero è giornalmente dedicata agli spettacoli. Un centinaio di cinematografi, decine e decine di teatri con  spettacoli i più vari!

            In una domenica d’inverno, verso la fine del 1944, nella Roma brulicante degli eserciti alleati occupanti, Olivero è ospite nella biblioteca di un patrizio romano con Gabriellino d’Annunzio, figlio secondogenito di Gabriele, Peppino Garibaldi, nipote di Giuseppe, ed altri convenuti. Accanto al camino parla agli astanti della sua Torino ancora e sempre più martoriata dalla tremenda guerra aerea. Si scaglia poi violentemente contro Roma che definisce decrepita Taide intossicata dalla libidine immonda di tutte le conquiste e di tutte le rese… arce di tutte le retoriche… brulicante di ciceroni e professori, scatenando così le ire dagli ospiti che solo a stento verranno represse con l’intervento di Gabriellino e della consorte dell’ospite patrizio. La succosa ricostruzione di questa giornata, in una lettera di Gabriellino ad Olivero, verrà utilizzata da quest’ultimo quale prefazione alla sua prima raccolta di poesie in piemontese, Roma Andalusa, che verrà pubblicata nel 1947 dall’Editore Calandri di Moretta (CN) che, per essere ben preciso, sotto Moretta aggiunge a grandi caratteri Piemonte.

           Il 14 di luglio del 1945 segna una tappa importante nella vicenda umana di Olivero. Una vicenda umana, da un lato ricca di soddisfazioni, dall’altra di polemiche che porteranno a incomprensioni, rancori, inimicizie. È la data della pubblicazione del primo numero de Ël Tòr Arvista libera dij Piemontèis. La rivista, quindicinale, si differenzia in modo notevole dalle altre dell’epoca, vuoi per la stampa a quattro colori, per l’impaginazione ancora sensibile alla frequentazione futuristica oliveriana, per l’illustrazione cui collaborano grandi artisti dello stampo di Gabriele Cena, Giuseppe Macrì, Orfeo Tamburi e tanti altri, ma in particolare per le collaborazioni letterarie e poetiche di tutto rispetto. Per questioni economiche ha vita breve, il 1945 ed il 1946 più un ultimo numero, isolato, sul finire del 1947. In tutto  32 uscite ricchissime di scritti e poesie di Olivero, ma anche di tante delle più belle penne dell’epoca. La rivista è stata definita da Benedetto Croce  “La più bella rivista folkloristica italiana  a respiro europeo.”

           Sulle parole di Croce concludo questo intervento volto ad illustrare alcuni episodi, poco o nulla conosciuti, della vita di questo nostro grande poeta, scrittore, giornalista.

           Riporto, qui di seguito, una poesia, ad oggi,  inedita di Luigi Armando Olivero del periodo 1935 – 1940. È manoscritta e appartiene al Fondo Olivero presso l’AssOlivero in Via Gentileschi, 1 10029 Villastellone TO.

            La traduzioni è mia e non ha alcun intento se non quello di renderla comprensibile anche a chi non conosca il piemontese. 

 

           Mè cheur a l’è na reusa rossa                                       Il mio cuore è una rosa rossa

 

Mè cheur                                                                                 Il mio cuore

a l’è na reusa rossa                                                                 è una rosa rossa

ch’a profuma ‘d boneur                                                         che profuma di felicità

e la soa porpra a mossa                                                          e la sua porpora spumeggia

bëschìa da un’ongia rossa:                                                     scalfita da un’unghia rossa:

l’ongia rossa ‘d toa man                                                         l’unghia rossa della tua mano

ch’a la sgraffigna pian.                                                            che lo graffia piano.

  

Mè cheur                                                                                  Il mio cuore

(reusa rossa fiorija),                                                                (rosa rossa fiorita),

s’anrubin-a ‘d boneur                                                               s’arrossa di felicità

se l’ujon d’un’avija                                                                  se il pungiglione d’un’ape

lo fora ‘d gelosìa:                                                                     lo perfora di gelosia:

la gelosìa dl’amor                                                                     la gelosia dell’amore

l’è la spin-a ‘d na fior.                                                              è la spina d’un fiore.

 

 

Mè cheur                                                                                    Il mio cuore

a l’é na reusa rossa                                                                    è una rosa rossa

ch’a tëm nen ël maleur                                                              che non teme la sventura

ch’a resist a l’angossa                                                                che regge all’angoscia

versand, a gossa a gossa,                                                            versando, goccia a goccia,

‘d lacrime profumà                                                                     lacrime profumate

sui tòrt che il mond ai fa.                                                            sui torti che il mondo gli fa. 

 

Mè cheur.                                                                                     Mio cuore. 

Fondo Olivero Villastellone 

 

N O T A 

(4) Note tratte da due documenti autenticati originali in possesso dell’AssOlivero Via Gentileschi, 1 10029 Villastellone (TO); documenti che  trascrivo integralmente.

Torino, 27 aprile 1945
D I C H I A R A Z I O N E

 

 

Il sottoscritto in qualità di Comandante di Banda (1° Gruppo Alpino Valcasotto), Comandante del 1° Settore Divisione Comando Formazioni Giustizia e Libertà  e di Capo di Stato Maggiore della 2^ Divisione Alpina dichiara quanto segue:

il giornalista Dr. LUIGI OLIVERO abitante a Roma – Via Condotti, 6 ha collaborato attivamente sin dal 1943 in qualità di patriota alle formazioni partigiane piemontesi.

Elemento di primo piano nell’attività clandestina e di collegamento tra il Piemonte e la zona occupata.

                                                                                    IL COMANDANTE

                                                                           (Dr.Carlo  Ruvi di San Mauro)

  

GRUPPO MILITARE CLANDESTINO “F O S S I”

                        Io sottoscritto Colonn. Alessandro Fossi, capo del Gruppo Militare Clandestino omonimo, dichiaro di aver ricevuto in data 7 giugno 1944 dall’Avvocato Carlo Emanuele Croce la comunicazione qui sotto riportata per esteso, il contenuto della quale ho potuto accertare rispondere a perfetta verità:

“Molto volentieri dichiaro che il giornalista Luigi Olivero si è molto efficacemente adoperato con immediata azione per la mia scarcerazione da via Tasso 155, riuscendo tra l’altro con pericolo della sua stessa incolumità a penetrare il 19 marzo 1944, con abile sotterfugio, nei locali delle stesse carceri politiche della Gestapo ed a farmi pervenire nella cella n. 25 piano quarto, riservato ai destinati alla fucilazione, la comunicazione che gli amici e la famiglia erano sulle mie tracce. Comunicazione che mi è oltremodo servita per l’atteggiamento che ho poi potuto assumere durante gli interrogatori e nei confronti dei miei collaboratori rimasti a piede libero.

Di quanto sopra ho fatto regolare comunicazione inviando copia della presente ai dirigenti della organizzazione politica e personalmente conservo la più schietta, profonda ed amichevole riconoscenza per il tempestivo intervento dell’amico Olivero che mi ha salvato dall’eccidio dei 320.

In piena fede.

Firmato: Carlo Emanuele Croce” 

                        In aggiunta dichiaro che il giornalista Luigi Olivero ha dato la sua particolare collaborazione alle attività del nostro Gruppo Militare Clandestino. 

                                                                                    Il Ten. Colonnello Capo Gruppo

                                                                                                (Alessandro Fossi)

 

Roma, 15 giugno 1945

 

(Firma del Colonnello Fossi autenticata con Atto Notarile Notaio Trapanese Vincenzo fu Giuseppe Roma, 7 novembre 1944) 

Carlo Emanuele Croce, valente musicista oltre che avvocato, ha messo in musica la poesia di Luigi Olivero ‘L cocolino d’oro  pubblicata nella “Colan-a Musical dij Brandé” Vol. 12, 1943.

In carcere in seguito all’attentato contro le forze tedesche occupanti Roma, compiuto in Via Rasella il 23 marzo 1944.  Il 24 marzo 1944 i 320 reclusi furono messi a morte alle Fosse Ardeatine.  

 

Da Piemontèis ancheuj novembre~ dicembre 2013

 

Il tema religioso in Luigi Armando Olivero
di Giovanni Delfino
delfino.giovanni@virgilio.it
 
        L'amico Michele Bonavero, come tutti gli anni, ha inviato la richiesta di collaborazione per l'Armanach del 2014.
        A stretto giro di mail la mia proposta, visto il periodo di pubblicazione, di inserirvi un certo numero di poesie che Luigi Olivero ha dedicate al Santo Natale.
        Michele mi ha risposto che sarebbe stato interessante accompagnare le poesie con una riflessione sulla religiosità del Nostro. Compito non facile che sicuramente trascende le mie capacità. Non declino però il suggerimento riportandolo su altro piano: mettere a disposizione del lettore materiale perché lo stesso possa meglio formarsi una propria idea in merito.
        Trascriverò quindi brani che Olivero ha dedicato alla sua religiosità, al suo modo di sentire e praticare la religione, questa intesa nel senso più ampio possibile.
        Inizio però analizzando quanto ha scritto, sia in prosa che in poesia.
        La prosa. Ad oggi ho messo in bibliografia 550 suoi articoli dedicati alla più varia umanità. Testi provenienti da decine e decine di quotidiani e riviste delle più varie estrazioni. Purtroppo la ricerca è notevolmente monca in quanto Olivero ha collaborato ad almeno 200 testate differenti, molte delle quali europee, africane ed americane, delle due Americhe. Rintracciare tutto quanto ha scritto richiederebbe un impegno enorme, sia di tempo che di denaro, impegno che travalica le mie possibilità e che richiederebbe un buon numero di ricercatori ed i fondi necessari.
        Faccio di necessità virtù e mi limito quindi a quanto ho a mie mani oggi. Ebbene non ho trovato alcun suo scritto che riguardi esplicitamente il tema propostomi, se non brevi accenni, in particolare presenti nelle note che ha aggiunto ad alcune sue poesie e in Silabare dël poeta neuvsent piemontèis nell'Armanach piemontèis del 1936.
        La poesia. Olivero, in vita, ha dichiarato di aver scritto oltre 1000 componimenti poetici. Ad oggi ne ho rintracciati 531. Quanto manca! In particolare non sono ancora usciti dall'oblio, se mai usciranno, i quindici quaderni dattiloscritti che comprendevano tutte le sue poesie e che nel 1983 aveva nella sua casa di Vicolo del Borghetto a Roma e che dichiarava pronti per la stampa durante un'intervista ad Albina Malerba, la direttrice della benemerita Ca dë Studi Piemontèis, intervista pubblicata lo stesso anno sui numeri 5 e 12 de 'l caval 'd brôns. Manca anche all'appello il volume Sent poesìe della casa editrice La Sorgente di Milano del 1942, citato in tutte le bibliografie ma che non ho trovato in alcuna biblioteca (nonostante strenue ricerche nelle principali biblioteche italiane) e, che nessuno che ho conosciuto mi risulta l'abbia soltanto visto. Probabilmente tutte le copie sono andate distrutte in un incendio del magazzino de La Sorgente, dove l'edizione era pronta per la distribuzione, provocato da un bombardamento della R.A.F. su Milano nella notte tra il 14 e il 15 febbraio del 1943.
        In ogni caso la produzione di Olivero riferentesi a questo tema è molto vasta. Si va dalla stupenda Mëssa paisan-a ~ Cantà da la mare d'un pòvr soldà mòrt an guèra (Introitus - Psalmus - Kyrie - Dies iræ - Sanctus - Agnus Dei - Libera me, Domine), pubblicata su Ël Tòr N° 31/32 del gennaio 1948 a corollario del commosso ricordo dedicato alla barbara uccisione dell'amico e grande prosatore Nino Autelli (ripubblicata nell'Armanach ëd poesìa piemontèisa del 1995), alla traduzione integrale del Cantico dei Cantici di Re Salomone Ël Càntich dij Càntich ëd Rè Salomon. I tredici canti in piemontese costituiscono praticamente opera autonoma e mostrano la grande capacità di Olivero di compenetrarsi profondamente nella materia trattata. La traduzione è stata completata per la Pasqua del 1960 e pubblicata sulla rivista di Alfredo Nicola (Alfredino) Musicalbrandé N° 12 del 1960, ripresa poi nell'antologia Romanzìe del 1983. A proposito del tradurre poesie, Giovanni Raboni (Tuttolibri N° 293 28/111981) scrive: ...per essere buoni traduttori bisogna essere veri poeti, e, d'altra parte, non ogni poeta è automaticamente un buon traduttore di poesia. Olivero chiosa: E allora, diciamo, nel caso mio, fedele ritrasmettitore di vibrazioni affini alla mia sensibilità (Romanzìe, nota a Rapsodìa 'd tradussion poétiche).
        La prima opera manca alle stampe dal 1995, la seconda dal 1983. Un invito all'amico Bonavero di ripubblicarle entrambe al più presto.
        Un'altra libera traduzione con molto di suo dell'Olivero è quella del Padre Nostro che qui trascrivo:
 
Pater Noster
 
Pare Nòstr, che t’ën guarde dal pi splendrient dij cei,
che tò nòm sia ‘nt ël cheur ëd j’òmini fratei:
che tò regn viva sempre ‘d zora l’umanità
e ch’a sia sempre faita toa santa volontà
tant an cel che ‘n sla tèra ‘ndoa ‘t seugno le masnà.
Pare nòstr, dane ancheuj la nòstra mica ‘d pan
che tuti ij dì cheujoma da le toe bianche man.
Scancela ij nòstri débit come noi, pecador,
sganfoma tuti ij débit dij nòstri debitor.
Ten-ne lontan dal mal. Fane rese al dolor.
 
E che toa grassia an vija,
ò Nosgnor. Così sia.
 
        Al Santo Natale Olivero ha dedicato molti suoi componimenti: «Vigilia Nativitatis», Mëssa 'd mesaneuit, «Gloria in Excelsis», Epifanìa dij pastor, Gelindo, Ël miraco dle viole su Musicalbrandé del dicembre 1979; A Gesù Bambin 'l caval 'd brôns dicembre 1931; Doi Nataj d'un mond sensa lus: Natal ëd guèra - J'àngej ëd fiòca (Natal ëd pas) Musicalbrandé dicembre 1980; Poesìa piemontèisa 'd Natal (Mistà ~ Mistà d'òr) Ij Brandé N° 79 15 dicembre 1949; Presepe alpin Famija Piemontèisa Roma gennaio 1953; Na casòta 'd cristal La Pié N° 6 11/12 1971; Stëilin-e dla Santa Neuit Famija Piemontèisa Roma gennaio 1954.
        Per la Santa Pasqua: Tribaudëtta dl'Alba dle Palme 'l caval 'd brôns N° 4 del 1964; «Saeta»'d Pasqua sevijan-a Musicalbrandé N° 3 1959; Pasqua 'd Ramulive Ij Brandé N° 86 1950.
        Tutte le poesie citate, ed anche tutte le altre ad oggi ritrovate, comprese quelle di Roma andalusa, Ij faunèt, Rondò dle masche, Romanzìe, sono presenti nel sito che ho dedicato a Luigi Olivero www.luigiolivero.altervista.org.
        Cito ancora altre poesie di Olivero a carattere prettamente religioso: Le catedrai, Invocassion a Notre-Dame de Paris, Cartagloria 'd San Fransèsch dël Desèrt, Æterna Pax, Angel an cros, Crocifission an reusa, La Madòna 'd Frà Mogadòr, La madonin-a dël Neuvsent, La preghiera dël sangh, L'Autar ëd pera, Legenda dla steila alpin-a, Professia d'un regn dël Natal universal, Orassion ëd Pasqua për andé an Paradis con j'aso, "Stabat Mater" an sla tomba dl'ùltim partisan alpin mòrt ant la guèra 'd liberassion, La monia pastora.
        Carlo Maria Franzero, curatore della prima antologia poetica di Luigi Olivero Ij faunèt, così suddivide le epoche della sua ispirazione a partire dalla giovinezza al 1955, data della pubblicazione:
        ...prevalentemente naturalistico-pagano nel periodo dell'adolescenza dell'Autore, lirico-avventuroso nel periodo della giovinezza, cristiano-elegiaco nell'attuale fase della maturità che, tuttavia, si presenta non immune da nervose vibrazioni ereditate dai due periodi precedenti.
        Ed ora la parola allo stesso Olivero.
        Nell'Armanach piemontèis del 1935, in Poesìa 1935 - Pinin Pacòt - Crosiere, Olivero ci fornisce questa interpretazione di come intenda la vita:
        È në bsògn d’evasion, un mal sutil e tajent ch’aj fronsiss l’ànima, coma un fil ‘d seda bandà, ‘l mal che provoma tuti noi giovo: andé, navighé, volé, perdse ant ël lontan ëd la tera, dl’eva e dël cel; për savej, për vive fina a la fin nòstra pena, për lese ant j’eui d’òmini ‘d tute le rasse e ‘d tuti i canton còsa a l’é ch’a j’avisina, còsa a l’é ch’a j divid; për gòde ‘d na libertà sensa fren, d’un galòp ëd vitòria, fòi ‘d sol e d’asur, anciocand-se dël vin ëd j’obade e nutrend-se dle fëtte savurìe d’j’amlon ëd tute le lune pì caude d’amor.
Dalla nota alla poesia Trionf dle reuse dij samourai pubblicata sull'Almanacco piemontese Viglongo del 1982. Olivero, chiosando l'ultimo verso dell'ultima strofa della poesia:
 
Pianta dël Zen, pagòda 'd mè giardin,
che, ornà 'd ciochin orcin cirese dosse,
a spàntia 'd farfalin-e vërderosse
ant ël sacrare sgnor dij mè basin:
sla mia coron-a 'd tërdes reuse rosse,
s'j'ìdoj dij paradis d'Kyòto e 'd Pekin
 
così scrive di se stesso:
        ...Debbo anche riconoscere che, a dispetto del buddismo trionfante, i miei Pecà e la mia Aventura, le mie Gòj e i miei Torment, nel mio subconscio del 1934 denunziavano connotati più carnali che trascendentali, più shintoisti che buddhisti. E che tali sono rimasti, anche oggi, in una mia vaga vocazione piuttosto giocondamente paganeggiante e liricamente naturalistica dell'esistenza umana. Vocazione abbastanza in sintonia con il messaggio Zen quale l'ho metaforicamente raffigurato in questa strofa conclusiva... Paganesimo, shintoismo o Zen, tuttavia piuttosto dilettanteschi, incostanti e intermittenti nel mio nomade spirito inquieto: giacché, nei periodi più drammatici della mia vita avventurosa, ho sempre e unicamente ritrovato conforto nel cristianesimo: religione nella quale sono nato e che non ho mai inteso ripudiare. Ritengo, insomma, argutamente esatta la definizione che di me ha dato certa sagace critica letteraria francese (v. Solange de Bressieux, mia ottima traduttrice, echeggiata da altri miei attenti esegeti d'oltralpe): «un faune chrétienne». Roma 28 giugno 1981.
Dall’intervista rilasciata ad Icilio Petrone quale prefazione alla Sua opera Rondò dle masche del 1971:
…io non sono un poeta maudit, né un Dràcula, né un Diabolik. Sono soltanto un uomo che, nei suoi momenti più evangelici, stramaledice il novantanove per cento dell’umanità belluina della quale porta nelle proprie carni e nel proprio spirito le cicatrici degli artigli e che, in compenso, accarezza i bambini e gli animali: specialmente i gatti e le loro ziette bizzose linci, pantere, leonesse e tigri.
In Silabare dël poeta neuvsent piemonteis, dall’Armanach piemonteis del 1936, ecco riflessioni di Olivero sulla poesia:
Fede ‘d nascita - ò pedigree? – dla nòstra poesìa.
L’oma ‘mparà a trovela, vestìa an piemonteis, su n’idrovolant a quota 6000 an vòl su l’Acròpoli; su jë vlu d’un-ë sleeping atravers ël Mitteleuropa; sul pont d’un batel fracassà da la tempesta an mes al Mediterraneo; për na contrà spagneula foratà dai fusìi dla rivòlta; ant una benna ‘d paja e ‘d cìmes an sle seuje dël Sahara; drinta la gòi tëbia e paisana d’una casòta vërdarossa dla campagna piemonteisa.
Poesìa a l’é tut lòn che dla vita a intra ant noi; rosà velenosa ò parfumà, soris inossent ò schèrne ‘d rivòlta; për fene sgnor anche se strasson, gentìi anche se sostansialment maleducà; për che dle nòstre emossion i na fasso un colié ancërmant e pressios da argaleje al desidere ‘d perfession ch’a j’é an fond a tuti.
Quatòrdes vers a basto për fërmé un mond poétich, quand che ‘l poeta a l’é dabon un poeta (sismògrafo dla sensibilità soa e dla sensibilità dël mond ch’a gira d’antorn a chiel) e nen mach un beduìn dle rime ch’a mena quatr fèje tosonà e quatr con ël pèil long, tre berine bianche e tre grise, a pasturé për ël desert d’un concet desolà, cissandje con òndes colp për vòlta cadensà su la tòla da petròlio dla métrica tradissional.
14 vers sensa firma a peulo fé dì queich volta: «sossì, dal deuit, a l’é na poesìa ‘d Nino Costa», «son a l’é na lìrica sgnora ‘d Pinin Pacòt».
Përché? Përché ‘l poeta a l’ha durvì la fialëtta ‘d soa ànima e a l’ha versane un pò’ dla soa essensa su cole quatòrdes righe ‘d piomb ch’a peulo avèj fait pioré ‘l lynotipista ch’a l’ha componuie. E, sovens, a basta un titol, un nòm, un agetiv, a cataloghé un poeta.
Lavesse j'euj ant ël dì 'd Santa Lussìa, a l'é 'l pi bel sìmbol ch'a l'abio signane da masnà. A l'é nen mach una paràbola dla mitologìa cristiana: a l'é un consèj d'igiene spiritual che tut òm a dev compì ant l'età dël giusissi. Lavumse j'euj ant l'eva di rì e aussomie al cel për ch'a së specio ant l'azur e për ch'as lustro e ch'as suvo ant la sàbia d'òr, splendrienta, dël sol.
L’Armanach Piemontèis del 1941 recensisce un'opera di Olivero che non verrà poi pubblicata, El Diauleri il cui titolo così giustifica Olivero stesso:
 
               Tuti a l’han n’angelèt biond ch’ai sovagna
               e mi l’hai un diauleri ch’am compagna.
                (A l’é për lòn che sàuto d’alegria
                quand ch’am mando al dijau ch’am porta via!).
                Se j’autri a smon-o ‘d fior a sò angelèt
                l’é ‘d cò frànch giust che mi smon-a un bochèt
               ëd dodes fior bujente ‘d poesìa
                a me diauleri svicc. E così sia.
 
         Anche riguardo a questa raccolta che mai ha visto la luce, trascrivo qui il testo, riguardante Olivero, che Onorato Castellino fa precedere alla raccolta poetica Parnas piemontèis del 1943:
        ...Uno solo fa eccezione, stracittadinissimo, anzi cosmopolita, ma nella vicinanza con gli altri la sua voce stride nel contrasto.
L’Olivero, un giornalista che viaggiò e visse in diciotto nazioni di tre continenti, ed è redattore politico delle radiodiffusioni estere, presenta un saggio del suo Aeropoema con la Lauda dël mar: futurismo e dannunzianesimo interpretati con la favella di Gianduja. Non soltanto, ma dal volume Diauleri, anch’esso di prossima pubblicazione, pigliato lo spunto da due versi di Baudelaire, agita il contrasto gnostico e manicheo dei due principi del bene e del male.
Non c’è brigata che non abbia il suo ribelle, geniale nei gesti e nei malestri, che sdegna la facile ammirazione anzi si fa un piacere di farti montare la stizza, e tuttavia gli vuoi bene, che non ne potresti fare a meno. Nella compagnia dei Brandé si chiama Luigi Olivero, sì, quello che cantala Lauda dël mar. Tutta la sua poesia esorbita dai confini dialettali, e naturalmente egli vi dirà che la poesia vera non ha confini, che si può benissimo, con qualunque mezzo espressivo maneggiato con dignità e sicurezza, parlare a una geisha o tormentarsi, come nell’Autar ëd pera, nella drammatica ascesa dell’uomo verso il mistero.
Il 16 novembre del 1946 è a Villastellone, al capezzale dell’adorata mamma morente. Scrive di getto le prime sette strofe di Nina-nana për mia Mama ch’a meuir, l’ultima quartina subito dopo il trapasso. Il testo della poesia è su una ventina di foglietti di una piccola agendina, parte a caratteri minuti e con abbreviazioni e parte in stenografia. L’agenda va poi smarrita. Ritrova quello scritto nell’estate del 1969, nella casetta sul Monserrato di Borgo San Dalmazzo, e con puntiglio e viva vena poetica ricostruisce i caratteri ormai sbiaditi con l’ausilio di una lente ma in particolare con l’ombra di una mano sulla sua, Manus Matris? Azzarda Olivero.
Dopo aver lasciato la parola a Luigi Olivero, ecco alcuni giudizi espressi sulla sua poesia.
Giorgio Calcagno, nel capitolo Dialetto piemontese: si parla di meno ma si scrive di più dal volume I segni del mio inchiostro, Aragno 2005:
Più alto di tutti il linguaggio di Luigi Olivero, scrittore decisamente aristocratico, padrone di un vocabolario ricchissimo, usato con fantasiosa proprietà.
Il suo mondo è popolato di fauni e di ragazze al bagno, ma anche di angeli e di cattedrali. È il solo poeta piemontese che sappia toccare l’eros, al di là del limite dialettale.
Dal saggio del Prof. Sergio Maria Gilardino pubblicato nel 2011 dalla rivista romana Voci dialettali:
            La sua musa poetica ha abbracciato pressoché ogni argomento, dai motivi popolari a quelli mitologici, dalle poesie amorose a quelle erotiche, dalla religione più ortodossa a quella più dissacrante, dall’amor di patria all’anarchismo, dal­l’eso­ti­smo all’anacreontica, dagli oggetti più umili a quelli più monumentali, dal paesaggio piemon­tese a quello magrebino, dall’ar­chi­tet­­tura alla natura, dalla diatriba alla dedica fraterna, dall’amicizia all’odio, dal paganesimo all’esistenzialismo, dalla magia alla scienza, dall’argomento d’attualità a quello storico, dallo stile postmoderno a quello fiabesco e populista, dalla religiosità più baciapile e bacchettona a quella più eslege e libertina. È stato poeta d’occasione come pure vate sub specie æternitatis.
Ancora di Sergio Maria Gilardino, tratto dalla conferenzaAmore di libertà assoluta: la poesia di Luigi Olivero e la sua dimensione metaregionale tenutasi a Torino, Palazzo Lascaris, il 15 ottobre 2006: 
Olivero (…) come tutti i geni poetici ha profondamente cercato le fonie, le assonanze, le allitterazioni offerte dalla sua lingua, ha orchestrato significati sul rigo magico dei ritmi, delle rime e dei versi. È maestro impareggiabile di schemi metrici, di prosodie, di versi con rime doppie interne e finali. La sua poesia non si esaurisce qui. Né essa si esaurisce in un monologo querulo e sterile con la propria solitudine e infelicità, perché Olivero non ha mai voluto soccombere a questi sentimenti: anacronistico e avanguardista ad un tempo, il suo poetare è nutrito di fortissimi appetiti ed entusiasmi, di sicuri istinti, di religioni apostate ma vivificanti, di certezze che lo hanno sostenuto anche là dove la maggior parte dei suoi contemporanei avrebbero smesso di lottare, di poetare in lingue minori, di essere autentici e fedeli ad un impossibile ideale, fino alla fine.
Un ultimo brano di Elodie Martin tratto da Viaggio nella tradizione letteraria piemontese: la poesia di Luigi OliveroMèmoire présenté en vue de l'obtention du Master 1 «Langue, Littérature et Civilisation étrangères - Italien» Université de Nice - Sophia Antipolis 2008:
        Per riuscire a conoscere e a capire la produzione di Olivero è stato indispensabile leggere il maggior numero possibile di componimenti. Egli occupa infatti tutti gli spazi dell'immaginario e ne ricava simbiosi ed effetti senza precedenti nella letteratura subalpina. Gli argomenti trattati nelle sue poesie sono estremamente vari e, immergendosi nella lettura, ci si sposta facilmente con la fantasia, passando dai campi di grano della campagna piemontese alla savana popolata di zebre, giraffe e leopardi del continente africano. Grazie ad una straordinaria padronanza della lingua, Olivero riesce a scrivere delicate preghiere e laudi in un registro mistico e, nello stesso tempo, a descrivere le sensazioni quasi bestiali di amori giovanili in un registro di aggressiva passione.
        Concludendo, nella speranza di aver fornito al lettore utile materiale di riflessione, ecco alcune poesie di Olivero a tema religioso.
Doi Nataj d'un mond sensa lus
Musicalbrandé ~ Dicembre 1980
 
Natal ëd guèra
A Max Jacob
 
Beat ij cit ch’a son nen nà
e coj ch’a nassran mai
su costa tèra d’òmini sarvaj
ch’a giuro sul vangel dla crudeltà.
 
Beati j’euj ch’a son restà
– lontan da tut ësgiaj
dla sempiterna rabia dij mortaj –
ant un mond ideal sensa pecà.
 
Beate tute le masnà,
j’angelèt celestiaj,
che ’l batésim dël sangh a l’avran mai:
përchè a vivo ant ij seugn dj’annamorà
dont gnun Eròd alman dominerà.
Paris, Natal 1940
 
J'àngej ëd fiòca - Natal ëd pas
A Paul Claudel
 
Còsa ch’a veulo j’àngej inossent
con j’ale spovrinà ’d fiòca d’argent
ch’a vòlo silensios
andrinta ’l cel nebios
d’invern?
Còsa ch’a veulo da cost mond danà
dos l’anarchia as ciama libertà,
doa che l’ultima fior
l’é avisca dël color
dl’Infern?
 
Angej ch’a vòlo drinta ’l cel inmens
a fan casché sul mond la bon-a smens
ëd la fraternità
che forse arfiorirà
un di …
Un bel di che un Cit biond e con j’euj bleu
tornerà a nasse, ant lë splendor d’un reu,
ant la cun-a dël cheur
d’un pòpol travajeur
unì.
 
Pòpol dont l’òm sarà vnu così uman
da saresse un fil d’erba tra le man
come as sara un tesòr
ant n’arlichiare d’òr
mai vist.
E con na ciàira làcrima ’d bontà
ant l’ora dël tramont a l’ausserà
për ofrijlo a Nosgnor:
al cit nà dal dolor
dl’òm trist …
 
Àuta ’nt la neuit ch’a l’ha peisà sul mond
na stèila a s-ciuplirà ’nt ël cel profond
anviscà da col fil
d’erba tënnra, sutil,
cheujì
da un pòr gheu ’nginojà ’nt ij sorch sagnos
dël sangh ëd tanti mòrt pendù ’n sla cros
– fratej dël Crocefiss –
con j’euj ch’a guardo fiss
l’avnì.
 
’d col avnì ’d pas sarà la stèila. Fior
s-ciodula da na bàucia ’d gran. Amor
ëd tuti ij pelegrin
sui desert sensa fin
dël mond.
E l’òm ch’a l’avrà fala arnasse an cel
as sentirà tra ij dij mordù dal gel
sponté un rosare ’d gran
për deje un cheur ëd pan
al mond …
 
             *
Còsa ch’a veulo j’àngej inossent
con j’ale spovrinà ’d fiòca d’argent
ch’a vòlo silensios
andrinta ’l cel nebios
d’invern?
Veulo podèj nonsiè a l’umanità
che Gesù viv sla seuja d’ògni ca
visca un ragg dël soris
– dël sò màgich soris –
etern!
Roma Natale 1947

 

Ij Brandé Antologìa 'd poesìa e prosa piemontèisa 2014 

 

N’amicissia dificila, ma sincera; fràgila ma pressiosa.
Pinin Pacòt e Luigi Olivero
 
di Giovanni Delfino
delfino.giovanni@virgilio.it
 
L'incontro con Alfredo Nicola (Alfredino)
 
         Qualche tempo fa, su questa rivista, ho già trattato della nascita dell'amicizia tra Luigi Olivero e l'altro grande poeta piemontese Alfredo Nicola, Alfredino. Riassumo.
         Olivero appena sedicenne componeva poesie in italiano che pubblicava su varie riviste quali Il pensiero (BG), La Farfalla (FI), Rassegna filodrammatica (TO), il più piccolo (TO). Un giorno, su Il Pasquino, giornale umoristico torinese, fa capolinouna poesia di Alfredino in cui costui si arrovella a trovare un presente per la fidanzatina. Siamo nel dicembre del 1928, Alfredino ha 26 anni ed Olivero 19. Di buzzo buono Olivero compone due sonetti in piemontese 'L me regal che vengono pubblicati nel gennaio del 1929. Inizia uno scambio di missive tra i due che, poi, farà conoscere personalmente l'avvocato Vincenzo Signorini da Villastellone, anche lui buon poeta in piemontese, e di entrambi amico.
 
L'incontro con Pinin Pacòt
 
         Alfredino, già tra i membri della Companìa dij Brandé, presenta Olivero a Pacòt e agli altri Brandé nella primavera del 1930 all'osteria di Murisengo durante una cena cui partecipava anche Nino Costa. Così Pacòt ci presenta quello che diverrà il suo grande amico-nemico:
E cola seira, për la prima vòlta, mi, i l’hai conossù Vigin Olivé, che as në rivava da soa Vilastlon tapà con un magnìfich paira ‘d braje bianche (antlora ancora ‘d mòda), che mach a vëddje, a preanunsiavo già soa originalità. Sùbit i soma capisse. E mentre d’antorn a noi as parlava ‘d dialèt e ‘d grafìa, ‘d teatro e ‘d cansonëtte, ‘d Viriglio e ‘d Paggio Fernando, tra ‘d noi, i l’ero sùbit disse ‘d nòm, che, për noi, a l’avìo ‘l son misterios ëd paròle ‘d riconossiment. E i l’avoma parlà sùbit ëd Baudelaire, ‘d Verlaine e ‘d Rimbaud, ëd Leopardi e ‘d Campana, ‘d Rubén Dario e ‘d Mistral. Poeta che i conossìo mach noi, ò che për lo meno i chërdìo d’esse mach noi a conòsse... A l’è staita n’amicissia dificila, ma sincera; fràgila ma pressiosa. Coma un cristal, che për boneur, a l’è mai rompusse, anche se a l’é stait pi ‘d na vòlta an perìcol.
         Ed ecco due lettere inviate da Pacòt ad Olivero che testimoniano della nascente amicizia tra i due:
         Me car Vigin,
I son tut sagrinà d’nen esse podù vnì d’cò mi a la Vila ansema a j’autri amis. Prima ‘d tut perché ch’i l’avìa gòj ëd vëdte, e peui perché ch’a l’è mach parlandse che la gent a peul capisse. Ant coste còse scripta volant, verba manent, perché ch’a së scriv per j’euj, e parlesse, anvece as parla al cheur. E da già ch’i j’ero tuti ò squasi tuti ansema i l’avrìo podù dëscore e concreté quaicòsa. Passiensa! A sarà për n’autra vòta. E speroma ch’a peussa d’cò essje Mottura e Gallina. Così i sarìo al complet: sèt, coma i sèt poeta ëd la Pleiade. Sèt coma i sèt fondator dël Felibris, sèt come le stèile dël chèr, sèt coma…etc. etc. Lòu ch’a conta a l’è che’l sèt , nùmer prim, a pòrta fortuna, na fortunassa dla malora. E peui a a l’è un nùmer dèscobi, parej ‘d nostre teste e d’ tuti i nòstri seugn ch’a trovran forsi mai a cobiesse con la vita ch’as viv. Tant, as seugna për sugné, se d’ nò ‘l seugn a sarìa pi nen ël seugn, e a varria tròp poch. (Turin, 21 aost 1930)
 
A fa dë bsògn e a l’è rasonà che i giovo as buto ansema ai giovo, e i vej a stago ansema ai vej. Tuti i pregiudissi e tuti i balin che j’agn a l’han ambaronàje ant la testa, a l’han gnente da fé ansema a jë slans e i seugn dla gioventura, coma ch’a son contrari i ringret e le speranse, la mòrt e la vita. Tanti salut, cerea, rispet, considerassion, omagi e… basta; ma nen amicissia, nen fradlansa, nen j’istessi seugn, la stessa volontà, la religion midema. Për noi, giovo, ël Piemont, sò linguagi, soe tradission, soa blëssa, so cheur, a forma na religion ch’a l’ha për chila l’avnì. Per lor fé d’ poesia l’é nen aut che scrive d’ vers e comaré a café. Dròlo ma i giovo a son pi serio di vej. Pi serio perché për lor la poesia e l’ideal piemonteis son pa mach un gieugh, ma n’aspirassion, na fede (na faj, coma a disìo i vej ant ël ‘800), un ideal ch’a l’ha an chiel la sodisfassion ëd tanti bsògn spirituai e materiai, la solussion ëd tanti problema. Noi i guardoma la vita an tut sò ansema, e tut i guardoma a la piemonteisa. Lor a guardo a sò piasì e a soe meschinarìe. E la diferensa a l’è costa, che tut sò ciapoté a finis an gnente e a meuir an lor; mentre anvece nòstra poesia pudrà d’esse ch’a frutissa na neuva forma d’ vita, che piantand le reis giù ancreus ant la tera, ant nòstra Tera piemonteisa a së slansa coma na rol a tuti i vent e sota tuti i soi ëd la modernità la pi geniala e la pi nervosa, la pi desiderosa d’ conquiste, d’ dominassion e d’ folìe.
Sai pà se lòn ch’it dijo a sia d’ cò tò pensé. Ma costì a l’è ‘l mè. T’ vëdde che ‘l pensé d’ Mistral a j’intra per quaicòsa. Ël seugn dla latinità antera, ch’a pija vita da tute le unità regionai ch’a la fecondo con soa saiva sceta e robusta ch’a nass da le profondità dël temp, da le prime fusion dël sangh latin con ël sangh celta.
 
Latin, fòrsa, potensa, conquista.
                                               Piemont
Celta, seugn, fantasìa, poesia.
 
         (Turin, ël 29 d’ lugn dël 1930)
 
         Pinin Pacòt illustra qui ad Olivero i principi ispiratori della sua poesia. Principi che in buona parte Olivero farà suoi.
         I due si frequentano costantemente, sia di persona che epistolarmente. Alcune altre lettere di Pacòt ci illustrano il di lui pensiero ed i consigli che rivolge ad Olivero:
29 luglio 1930
A pròposit, a të smijlo nen ch’a sarìa bel, butandse tuti ansema, a fé arvive eva, così piemonteis, abandonand acqua ò mej aqua, così toscan?
Alfredino a l’ha-co dite quai còsa dl’intension ch’a j’é an aria d’ fé arnass I Brandé, fait da noi giovo, mach da noi giovo. A të smija bona l’idea? J chërdo che’l moment a sia bon. Perché ch’a j’é na vera fioritura d’ poesìa giovo, un fòrt arnasse pa mach dla literatura, ma dl’anma piemonteisa.
I l’hai trovà n’apassionà (29 agn) d’ nòst folclòr, ch’a l’ha cujì e ch’a l’ha contà ant na manera delissiosa le stòrie, le faule, le legende d’soa region alessandrina, ant un bel piemonteis pien ëd saiva e pien ëd calor. Aj publicrà prest e a sarà na bela còsa. (1)
Alfredino a më scriv ch’a l’ha decidù un sò amis a scrive an piemonteis: n’autr prosator!
Mi l’hai decidù Rovere; Tòta Rocco a scriv ëd poesiòle ch’a son delissiose; Signorini a l’ha d’ bona intension (a l’halo fait quaicòsa a Vilastlon?). E peui t’jë ses ti, j’é Alfredino, j’é Brero, j’é Galina, j’é Motura, modestament d’cò mi, e chissà vaire d’autri ch’i troveroma, amis e scritor piemonteis. Coma ch’it vëdde, mal contà, na desena già. E peui j’é ancora Còsta di nòstri, e Còsta…a conta! Coma ch’it vëdde tante idee, tanti seugn, e quaicòsa d’ positiv. Tante bele còse e arvëdsse prest. Ëd cheur.
23 agosto 1930
A propòsit ëd toa Vénere d’aqua dossa, che a l’é na còsa dignitosa e bela… con quaich riserva (ch’i ricòrdo nen), i chërdo che sò difet, ò mej sò ecess a sia dait da la sërnia dël vers. Ël martelian italian a l’é peui sempre un dopi vers, doi vers che per le vaire longhësse ch’a peulo avèi (pian, tronch, sdrucciolo) a formo ant ël vers complessiv dë stònadure e d’diseguajanse.
‘L martelian a peul avèj: 12. 13. 14. 15. 16 silabe. Tròpe variatà e tropa elasticità për podèi dovrelo ant ël sonèt, ch’a l’é un componiment equilibrà e plàstich, parnassian për ecelensa. Mi a më smija ch’it l’avrìe dovù fé l’alessandrin e nen ël martelian. E adess i më spiego. L’alessandrin franseis a diferensa dël dopi setenari a l’é un vers unitari [dòdes sìlabe (a la franseisa) tërdes sìlabe (a l’italiana)] ch’a peul avei la cesura dòp la 6°, ma d’cò dòp la 4° o dòp l’8°, ò anche diversament. Ël prim tipo as peul avèi praticament con doi setenari basta che ‘l prim a sia tronch se ‘l second a comensa për consonant ò pian ch’a finissa an vocal e tronch an consonant se ‘l second a comensa an vocal. (Segue un esempio pratico)
Preuva a felo cost vers, a va benissim an piemontèis, ma për carità… mai gnun sdrucciole , ch’a son tròp italiane (gavà nìvola e tute j’autre an ‘ola).
4 marzo 1931
E tant për vintré an argomanet it dirai che cost verb i l’hai mai sentulo di a Turin, gavà ‘d na vòlta da mè papà ch’j fasìa la carta a un vej garson ëd sò pare, (mè nono), che (ìl garson) a disìa pròpi parèj i ricordo: i vintre… ma chiel-là a l’era pa turineis, a l’era ‘d Trana.
S’a të smija dòvrolo pura; mi, però, it dirìa ‘d nen dovrelo; a mè smija ‘d pi na deformassion grossera, che un caràter particolar dël piemonteis.
Ma am fa gòi, lassa ch’it lo disa, da già ch’i son pi vej che ti e ch’i l’hai già fina quaich piuma grisa ant la caviera ch’a l’é già un pòch rairòta, am fa gòi vëdte annamorà ‘d tute coste veje forme ch’a l’han un gust così bon ëd piemonteis, cha pòrto ant lor, dirìa quasi, la marca ëd nòstra rassa, e ch’an lasso antravëdde lòn ch’a l’avrìa podù esse nòst piemonteis, s’a l’avèissa podù formesse e maduré daspërchiel, sensa ‘nsuna influensa forestera. Brav Vigin, cola l’é stra giusta; i podruma magara nen fela tuta, ma a l’é cola. Per fé vive un malave a bsògna prima ‘d tut guarilo, bsògna curelo, bsògna feje torné soe fòrse tute soe fòrse! Però, però a bsògna peui ‘d cò nen esageré. Poch për vòlta as peul fene arvive ‘d paròle, e tante. Ma tut ant un crèp i coroma ‘l privo ‘d fesse rije a pres. E lòn a sarìa un mal gròs perché dòp i pudrìo pi nen fesse pié an sèl serio. Anvece, n’ignission al dì e ‘l malavi a l’è guarì.
Senza data
Sono contento del giudizio che ha espresso Pitigrilli sulla tua poesia, che sta formandosi in un’opera veramente bella. Circa il suo Tilgherismo, non me ne stupisco. È perfettamente logico, positivo e sperimentale. Quello che non capiscono né Piti né tantomeno quella specie di filosofo del Tilgher, è che scrivere in dialetto – in lingua piemontese! – per noi non è un semplice e banale fatto letterario, ma un profondo atto di fede, un pertinace atto di volontà. E questo lo sentiamo noi, lo viviamo noi, i Brandé dall’inestinguibile fiamma.
Bien parler sa langue est dèjà une sante morale. C’est soumettre les choses à la vertù traditionelle de son pensé. (Joachim Gasquet)
La nostra lingua è la piemontese, e il nostro popolo è il piemontese; come necessari elementi integrativi, la prima della lingua italiana, il secondo del popolo italiano. E perciò la necessità, piuttosto che l’opportunità di poetare in piemontese, perché soltanto attraverso il nostro potenziato linguaggio, sarà possibile per noi fare della poesia italiana.
Questo in povere parole, quello che tu sintetizzi in un’unica parola: aristocrazia!
      Natale del 1931. Olivero è solo a Ventimiglia tra i fiori del locale mercato. Nostalgia, solitudine, ricordi… Gli viene spontaneo un sonetto dal titolo Mercà dle fior che dedica all’amico farmacista della sua Villastellone, Monssù Dino Piccaluga; da questo episodio prende forse avvio, tra il dicembre del 1931 e il marzo del 1932, con Pinin Pacòt, con cui è ormai amicizia, una sorta di agone poetico, batajòla ‘d rime, con la composizione di dodici sonetti, sei di Pacòt e sei di Olivero dal titolo generale Le reuse ant j’ole dedicate al Dott. Giocondo Dino Piccaluga, ex capitan dël 3° Alpin ant la guèra 1915-’18, peui spëssiari a Vilastlon…ël grand seigneur ëd col ësplendrient giardin ëd reuse (dont le pì ràire e voajante dedicà ai nòm dij sò soldà mòrt al front) andoa ch’a spompavo cole ole argin-e, rosse e pansarùe… Nel giro di cinque, sei settimane inizia una corrispondenza tra i due a base di cartoline postali in cui si scambiano i sonetti che mano a mano vanno a completare l’opera. Ancora nel 1979 Olivero riteneva che …costa improvisà batajòla ‘d rime abondantement grassëtte e fin-a assé teratologicament ithyphalliques… non fosse pubblicabile. Il Prof. Giuseppe Goria, nell’articolo Le reuse ant j’ole, pubblicato sul numero 9 del settembre 2005 di Piemontèis ancheuj, dalla copia appartenuta ad Alfredino,darà alle stampe tutta la raccolta che vedrà così finalmente la luce.
      Sul finire del 1935 Olivero, per l'Armanach Piemontèis , recensisce la nuova raccolta di poesie di Pinin Pacòt Crosiere dandoci una bella interpretazione della poesia di Pacòt che potrebbe benissimo essere la sua:
È në bsògn d’evasion, un mal sutil e tajent ch’aj fronsiss l’ànima, coma un fil ‘d seda bandà, ‘l mal che provoma tuti noi giovo: andé, navighé, volé, perdse ant ël lontan ëd la tera, dl’eva e dël cel; për savej, për vive fina a la fin nòstra pena, për lese ant j’eui d’òmini ‘d tute le rasse e ‘d tuti i canton còsa a l’é ch’a j’avisina, còsa a l’é ch’a j divid; për gòde ‘d na libertà sensa fren, d’un galòp ëd vitòria, fòi ‘d sol e d’asur, anciocand-se dël vin ëd j’obade e nutrend-se dle fëtte savurìe d’j’amlon ëd tute le lune pì caude d’amor.
 
Dissapori
 
      L'amicizia e la collaborazione tra i due poeti dura fino al maggio del 1946 con l’articolo che Olivero pubblica sulla sua rivista romana Ël Tòr N° 16 dal titolo Il poeta Pinin Pacòt si dimette da nostro “matador” letterario. La vertenza, dovuta alla composizione della giuria del premio Sanremo di poesia dialettale, alla quale partecipò lo stesso Pacòt, proseguirà nei successivi numeri 17, 18 e 19 della rivista di Olivero. La conseguente inimicizia tra i due andrà avanti per tre anni quando, con la collaborazione del comune amico Furio Fasolo, la diatriba si ricomporrà su Ij Brandè N° 68 del 1949 con la poesia di Olivero Le reuse an sle spa accompagnata da una sua lettera e con la poesia di Pacòt Acetand na reusa in risposta. Ecco alcuni brani significativi della lettera di Olivero:
Bin inteis, la reusa dl’amicissia ‘d cost sonèt improvisà a l’òrba-gatòrba a l’é viva e sensa le pi cite spin-e dël risentiment. Malgré le bòte daite e arseivùe an trè ani e passa ‘d polemica tra «Ël Tòr» e «Ij Brandé», malgré ij viramulin, jë sgambèt, ij sàut, le sgimbade e le finte nen sempre regolamentar che mi, specialment, l’hai dovrà sensa parsimònia pi për temperament fogos che për gramissia, ‘l rispet për l’aversare a l’ha mai pià ‘l vòl da mè pensé: e, se quaich vòlta a l’é permetusse na cita vacansa d’azur, a l’é peuj sempre ritornà a sò nì, e, sovens, con ël baticheur për la malfaìta. Dël rest le polémiche a passo e la poesìa a resta. Pinin Pacòt a l’è un milionare ‘d poesìa. Val a dì un poeta. Degn ëd cost nòm… Coi aversare ritornà amis, come sostansialment a l’ero restà, anche sensa savèilo, ant ël pi bel e mes ëd soa ciambërlocanda guascon-a. Mi, almen, la penso e sento parej. An tuta sincerità.”
         Proprio in questo periodo, a proposito dei due, ebbe a dire Trilussa:
“Se Pinin Pacòt e te foste un poveta solo, er Piemont e forsi forsi l’Italia cisalpina avressero er più formidabile poveta de tutta la loro storia letteraria. Perché, vojantri due, magari ve leticate sovente per delle fesserie come fanno li regazzini, ma poi en povesìa e ner core sete come Pilade e Oreste che puro ne l’antra vita, ce scommetto, annerete a bruciare ne l’istessa fiamma. Ognuno con un vestito differente da caccia, sete due mirabili falconieri de la povesìa. Ve integrate superbamente, come du’ mani gionte de un matto che prega senza saperlo, ne la forma stupendo e puro, a me pare, ne la sostanza, contemplativa ne l’uno, aventurosa ne l’altro, ma stracàrica de un levitatorio magnetismo naturale che a me me sembra venire da un’anima sola mai esistita, prima de ‘sti giorni, ne la povesìa in dialetto. Vojantri duo devreste cercà de capirve sempre mejo e de galoppà sempre a fianco a fianco pe la gioia vostra e de la povesìa.”
      Dal dicembre 1953 non collabora più con la rivista di Pacòt Ij Brandé. Non sono riuscito ad accertare i motivi di questa interruzione che durerà fino alla morte di Pacòt. Non sarà forse che si debba al fatto che il Pacòt è stato invitato a partecipare a Roma il giorno 11 gennaio 1954, nel salone della Dante Alighieri alla conferenza, tenuta dal Prof. Renzo Gandolfo della Famija Piemontèisa di Roma alla presenza del suo Presidente On. Giuseppe Pella e di molte altre autorità, dal titolo La poesìa e la personalità ‘d Pinin Pacòt, poeta piemontèis, seguita il giorno dopo dalla cena di gala ancora in onore di Pinin Pacòt al Grand Hotel di Roma alla presenza di tante autorità e di ben duecento invitati?
      In conclusione alcuni giudizi espressi da Olivero su Pacòt:
Scrive 'd Pinin Pacòt a l'é tròp fàcil e tròp dificil. Tanti a lo faran con sveltëssa 'd piuma: e bienes për lor ch'a jë riussirà fàcil. Për mi, a l'é dificil. L'òm am presenta le soe virtù e ij sò difet, soe simpatìe e soe antipatìe, le soe convinsion e ij sò schiribìss, ch'a son squase tuti a la banda contraria dij mè. Për costa bon-a rason, l'oma scontrasse pi 'd na volta e un-a dle tante - la pi davsin-a - some squase rivà, përdabon e nen mach a paròle condie d'inciostr tipogràfich, a 'ncrosié le spa: spa che, peuj, ant ël moment pi crìtich, a 'n tòch ëd bachëtta màgica dla Faja Poesìa, a son cangiasse an gambe 'd reusa. E l'amicissìa, pi forta che 'l caràter ei sò risentiment a l'ha trionfà.
Sensa l'esempi 'd Pacòt, tanti poeta che ancheuj a rapresento la poesia piemontèisa d'élite, an quant poesìa pura e nen mach umorìsm, nen mach sàtira nen mach facessiosità convivial, nen mach cansonetta, ne mach versificassion debonàira, nen mach - e disomlo! - Bagna dij povron, squasi sertament a sarìo nen dëslasse a lor midem. Aldo Daverio, Armando Mottura, Renato Bertolotto, Carlottina Rocco, Alfredo Nicola - për mach parlé dij pi rapresentativ - a l'avrìo forse «poetà» comsissìa, ma an bin divèrsa manera formal: e sèrti ciai.-e-scur ëd sentiment da soj, a l'avrìo nen trovà 'l vocabolare poetich për esprimje. E mi për prim...sarìa nen azardame a esprime an piemontèis, bin o mal che l'abia peuj fait, la poesìa dl'aventura, dël mar, dël desèrt, dl'aviassion.
(Notiziario Famija Piemontèisa Roma Anno II N° 10 1951)
         La neuit dël 16 dzèmber 1964, Pinin Pacòt (ch'a l'era nà 'l 20 fërvé 1899 a Turin) a l'é mancà ant soa soridenta cà 'd Castel d'Anon andoa da un pàira d'ani a l'era artiresse, lassand definitivament la sità për gòdse an pas ij sò tanti bej lìber e la bon-a ària astesan-a dij sò vej, për seguité a scrive le bele poesìe piemontèise 'd sò ambrunì - che giusta da pòchi mèis a l'avìa arcòlt ant sò ùltim liber Sèira - e për porté sempre pi anans ij sò studi an sla leteratura piemontèisa dël Setsènt e dël prinsìpi dl'Eutsènt: matéria ant la quala chièl a l'era 'd na competènsa fin-a al dì d'ancheuj nen superà da 'nsun ëstudios e ch'a rësterà probabilment insuperàbil...
         La perdita dl'amis a sorpassa umanament a otrans, ant mè cheur, cola dël poeta. Sento un grop turgg an gola e la man antërpìa, pròpi coma che l'hai sentù, vint ani fà, 'l dì dla mòrt ëd Nino Costa. Am fà l'istess efet doloros: e, ant cost moment, i peus nen vince-lo.
         ...dòp la surtìa 'd soa quarta ciadeuvra lìrica Gioventù, pòvra amija (1951), viz-a-dì dòp vintesìnch ani 'd poesìa ùnica ant ël Parnas piemontèis, soa figura a l'é giomai paragonàbil a na stàtua fërma, 'd nans a le colòne dël Pantheon ëd nòstra leteratura, ch'ai vòlta le spale al tramont d'un mond vej e a guarda l'alba d'un mond neuv.
         ...Se Pacòt a l'ha scrivù soa poesìa an piemontèis, a veul dì che 'l piemontèis a l'avìa e a l'ha bastanta fòrsa rapresentativa e bastanta armonìa për esprime 'd poesìa pura. E, donca, 'l piemontèis a l'é nen mòrt e a pudrà nen meuire, fin ch'ai sarà 'd poeta con ij rognon dur ch'a vorran nen lassélo meuire...
         ...con ël passé dël temp, chièl a sarà, come Nino Costa, sempre pi viv e pi giovo ant nòst cheur ëd fratej an poesìa. Roma, 17 dzèmber 1964.
('l caval 'd brôns gené 1965)
         Dallo stesso numero de 'l caval 'd brôns la poesia Elègìa dedicata a Pinin Pacòt:
 
                  Elegìa
 
         It l'avie cantà 'l Natal dij Mòrt
s-ciairàndte, cit, con tò Papà e toa Mama
ai temp lontan che ant ël revèr 'd na fiama
spartije unì 'l pan bianch ëd vòst confòrt.
 
         E ant ël mèis ëd l'Advent, quand tut arciama
a sugné ij seugn masnà j'òmini fòrt,
sinch ani dòp un vent ëd malasòrt
a l'ha cissate ant cheur soa frèida lama.
 
         Ó Pinin crocifiss dai ragg dle stèile
ch'a l'avijo guidate a ofrì 'l tesòr
dle toe làude al Bambin dij cavijn d'òr...
 
         Con ij dii ëd toa Mama an sle parpèile,
deurm, ò poeta. Tò Natal votìv
at rende ai Mòrt lassandte al cheur dij viv.
 
                                   (Natal 1964)
 
NOTA
(1) Nino Autelli (Spinetta Marengo AL 17 agosto 1903 – 18 maggio 1945)
Racconti, favole e leggende saranno il corpo di Pan ëd coa pubblicato nel 1931, A l’ansegna di Brandé. Appena il tempo di pubblicare la sua seconda raccolta di racconti, Masnà nel 1937,che parte volontario per la campagna d’Etiopia. Dopo l'otto settembre del 1943, per il suo credo, si unisce alla Repubblica di Salò. Come infermiere accompagna sui treni i reduci dalla campagna di Russia. Finita la guerra ritorna al suo paese, nella sua casa di Spinetta Marengo dove è barbaramente ucciso da giovani con foulard e berretti rossi nella notte del 18 maggio 1945. Omicidio mai punito.

  

 

Pinin Pacòt tra rondel ed inni

di Giovanni Delfino

delfino.giovanni@virgilio.it

 

        Anni or sono ho a lungo rovistato tra le carte appartenute a Luigi Olivero conservate presso l'AssOlivero di Villastellone. Racchiuse in un voluminoso faldone, sono presenti numerose lettere di Pinin Pacòt dirette all'Olivero. La cospicua corrispondenza da conto dell'apprendistato di Olivero ad opera di Pacòt: correzioni, consigli, suggerimenti e informazioni sullo sviluppo e sulle attività della da poco formatasi Compania dij Brandé. La corrispondenza è quasi tutta datata e risale, per la maggior parte, agli anni compresi tra il 1929 ed il 1932.
        Di queste carte, manoscritte da Pinin Pacòt, voglio oggi occuparmi di una lettera del 4 marzo 1931 e di un foglio volante conservato tra le carte di questi stessi anni, purtroppo però senza data.
        La lettera diretta ad Olivero contiene, al termine della stessa, un rondel che non ha titolo. Il foglio volante: una lunga composizione: La scuela.
        Non avendo trovata traccia delle due composizioni nelle opere di poesia pubblicate da Pacòt, mi figuravo già di aver trovato degli inediti. Con il prezioso aiuto del Prof. Giuseppe Goria ho però dovuto prendere atto che entrambi i pezzi erano già stati pubblicati.
        Dato il lungo periodo trascorso e la non facilissima reperibilità del testo a stampa de La scuela, ed anche per alcune differenze tra i manoscritti ed il pubblicato, penso di far cosa gradita al lettore nel riproporre i due testi in entrambe le versioni.
Rondel
La lunga lettera, composta di 4 facciate, che potete trovare integralmente riprodotta sul sito che ho dedicato a Luigi Olivero www.luigiolivero.altervista.org, così si conclude:
       
Mè car Vigin, adess a basta! J të scrivo ancora un rondel e peui it saluto 'd cheur, pregandte ancora 'd saluté da mia part Monsù Dino e 'd ciameje perdon. (1) Ciau.
        Ecco la il manoscritto del rondel:

 Rondel Pacòt 

      Non mi risulta che Pacòt, in vita, abbia ripreso questo rondel che viene pubblicato nel 1967, quindi dopo la sua morte, a pag. 282 dell'antologia pacottiana Poesìe e pàgine 'd pròsa, Torino A l'ansëgna dij Brandé.
Qui compare con il titolo A Moncalv e l'ultima strofa risulta divisa in due terzine con l'aggiunta di un verso in chiusura.
Qualche differenza di accentazione, guidran Gesù e Maria invece di giutran, Son ëd ciòche ant ël mesdì invece di Son ëd trombe an sèl mesdì.

 Rondel Pacòt a stampa  

La scuela
        Il manoscritto de La scuela è il testo di una canzone composta da sei quartine intervallate, a due a due, da un refrain di quattro versi ripetuto tre volte. Di questa composizione non ho purtroppo trovato motivazione alcuna, salvo trattarsi, evidentemente, di canzone composta come inno per la Compania dij Brandé. La pubblicazione avviene sulla rivista di Pacòt Ij Brandé N° 177 del 15 gennaio 1954, accompagnata dalla musica composta dal M° Eduard Vercelletti (3). Il giornale non fornisce alcuna precisazione su La scuela stampandola sic ed sempliciter. Sarò molto grato a chi, conoscendone la genesi, vorrà comunicarmela. Ecco il manoscritto:

 La scoela Inno Pacòt 

        Ed ora La scuela da Ij Brandé N° 177: come si può ben constatare, minime sono le varianti apportate, dopo una ventina d'anni, da Pacòt:

Pacàt La scoela stampa 

Note
(1) Dino Giocondo Piccaluga, farmacista di Villastellone, amico di Pacòt ed Olivero che lo stesso definirà:
intelligent estimador e anfitrion ëd poeta, mùsich, literà e filòsof, colessionista ‘d quàder e ‘d pressiose anticaje, simpaticìssim përsonage ‘d gust e spìrit rabelesian, an tut e për tut degn ëd sò jucundus nòm ëd batèsim, òm ëd robusta coltura clàssica e gastronòmica così coma ‘d fiamenga figura fìsica…(DaIdentikit dël poemèt inédit “Le reuse ant j’ole” ‘d Pinin Pacòt e Luigi Olivero Ij Brandè Armanch ëd poesìa piemontèisa 1979)
La richiesta di perdono si riferisce ad un contrattempo, da parte del Pacòt, nel trasmettere al Piccaluga alcuni libri fatti rilegare.
(2) Terra di Sorìa. Nome medioevale della Siria dove, dopo la vittoriosa prima Crociata, si costituirono i quattro principati di Antiochia, Tripoli, Edessa e Gerusalemme.
(3) Eduard Vercelletti. Valdieri (CN) 16/7/1892 - Torino 9/1/1971.
Poeta in occitano alpino e piemontese, appassionato di musica, vanta una produzione di vaudeville e di canzoni che si può considerare una delle più ricche del 900 piemontese.
Nel 1921 compone le note per Tèra monfrin-a, suprosa di Nino Costa, che viene pubblicata da Sandrone a Torino nel 1927 e rappresentata, lo stesso anno, con ben 27 repliche dalla compagnia di Casaleggio. Ancora con Costa Martin e Martineta rappresentata al Rossini di Torino nel 1932. Con Pinin Pacòt e Armando Mottura All'Albergo del Porcellino d'oro meglio conosciuta come Viva la Sposa.
Le sue canzoni più note (testo e musica) sono La Chabro Bianco, La Nino-Nano e su testo di Sergio Arneodo Nebieto.
Nell'ambito dell'Escolo dou Po fu tra i primi a scegliere il sentiero del mantenimento e della difesa della parlata locale (provenzale alpino).
Negli anni '60 compone melodie per la piccola cantoria dell'Escolo dou Po de Sancto Lucio de Coumboscuro quando Sergio Arneodo (il compianto fondatore, da poco scomparso) iniziava a portare per le valli a parlata provenzale i suoi drammi pastorali.
Composizioni:
Minuetto in la maggiore per orchestrina Casa Musicale Sabauda Torino, 1928
Arc - an - cel per canto e piano Edoardo Vercelletti e Menotti Tommaselli - A l'Ansëgna dij Brandé Torino, 1954
(Note tratte dall'articolo di Giuseppe Goria  40 ans da la mòrt d'Edoard Vercelletti (Edver), un primadier de la Renaissença d'Oc dins las Valadas pubblicato in Ousitano Vivo, N°366 del 26 maggio 2011)

  

Orfeo Tamburi

Litografia di Orfeo Tamburi da Ël Tòr N° 2 del 15 luglio 1945